Angela Montagna

Angelina Montagna, più nota come Angela Casella e Mamma coraggio, se ne è andata qualche giorno fa. Suo figlio Cesare fu rapito nel gennaio del 1988 dalla mafia calabrese, tenuto segregato sulla montagna dell’Aspromomte locrese e liberato a gennaio del 1990, dopo 743 giorni. Angela sprigiona tutta la sua forza vitale di donna e madre nella decisione di sfidare un intero territorio percorrendolo casa per casa. Si incatena ad una cabina telefonica nel cuore del labirinto mafioso, nel disperato tentativo di cercare solidarietà e affetto tra le donne. Un antichissimo istinto che ha più radici nella parte femminile della specie, nelle società matrilineari, che nella parte maschile spinta a cercare alleanze e complicità nella forza, nell’assoggettamento e nello scontro guerresco. Angela al di là di liturgie ideologiche ha praticato d’istinto quella che può essere chiamata politica dell’incontro e della relazione contro un pericolo mortale, la perdita di un figlio e del suo stato stesso di madre. Franca ce ne offre un ricordo.

   

Angela parla con una donna di Ciminà

 

abbraccia le donne della Locride

 

 si incatena a una cabina telefonica a Platì (foto Ansa)

 

QUANDO nel 1989 Angela Casella venne in Calabria per chiedere la liberazione del proprio figlio, sequestrato dai mafiosi, immediatamente si pensò di definire il suo gesto a partire dal suo ruolo familiare e la si battezzò “mamma coraggio” – come i giornali hanno ricordato in questi giorni in occasione della sua morte. Oggi che Angela è morta, non mi interessa ricordare il fastidio e il disagio, che insieme ad altre, provai di fronte alla retorica dell’eroismo “naturale” di una madre per il proprio figlio di cui grondarono tutti gli interventi e manifestazioni.

Voglio invece ricordarla con la lettera che le inviai quando, per la seconda volta, nel 1992, tornò in Calabria. Tornò come candidata al Senato nel collegio di Lamezia Terme nelle liste della Dc. Allora lei disse che ciò che l’aveva spinta ad accettare la candidatura era stato il suo desiderio di combattere la mafia, non più da madre ma da donna. L’accoglienza che le fu riservata fu ben diversa da quella della prima volta. Anche da parte di donne dell’antimafia. Decisi allora di scriverle.

“Cara Angela Casella, è alla donna, non alla madre, né alla candidata che scrivo, per esprimerle tutta la mia più sincera ammirazione per la sua grande ambizione a voler combattere la mafia, a partire dal suo desiderio. Quando è venuta, la prima volta, in Calabria, in quanto madre, io non ho partecipato alle manifestazioni contro la mafia, né sono venuta ad esternarle la mia solidarietà, non perché non sentissi “pietà” verso la donna, alla quale era stato tolto il figlio, portandola alla disperazione, ma perché ho sentito un grande fastidio per tutto quel “rumore” della stampa, dei partiti, dei sindacati, delle Associazioni antimafia che, ancora una volta, esaltavano il martirio “naturale” di una madre per il proprio figlio. Ho visto, allora, molta retorica e molto spettacolo e sul quel palcoscenico molte donne vi sono salite, le stesse che, in questi giorni, l’hanno respinta ed insultata solo perché ha avuto l’ardire e l’indecenza, questa volta, di parlare e di presentarsi solo come “donna”, con le sue ambizioni e desideri, e non in quanto madre e moglie “gloriosa”. Questo al di là della sua scelta di candidarsi nella Democrazia Cristiana, scelta che rispetto pur non condividendola. E’ la sua ambizione e il suo sincero desiderio di combattere la mafia che, oggi, mi avvicina a lei, anche se per farlo, io e lei, abbiamo scelto luoghi e modi diversi. Io, infatti, insieme ad un’altra donna, ho incominciato a riflettere sulle mie ragioni nella lotta contro la mafia e su come, da insegnante, educo o no le ragazze ad una cultura anti – mafia, tentando di educarle alla libertà e all’amore femminile per la madre. Sono consapevole della mia estraneità alla società e alla cultura mafiosa – patriarcale, la quale si sostiene e si alimenta dell’amore, del lavoro, della complicità – colpevole delle “loro donne” (madri, mogli, figlie, sorelle). Sottrarre il sostegno, l’amore, delle donne ai mafiosi è togliere loro gran parte della loro forza. Vivere ed educare le ragazze nella e alla fedeltà a se stesse permette di riconoscere nell’ambizione e nel desiderio di un’altra donna (una donna come lei) potenziale forza femminile nella lotta alla mafia. Il mio bisogno di scriverle, per esprimerle tutta la mia simpatia, è nato dal “fastidio” che, questa volta, ha suscitato in me la reazione “scomposta” di alcune donne, le quali hanno celato la loro incapacità a riconoscere ed ammirare la sua grande ambizione, dietro a questioni di metodo o di appartenenza al proprio partito. Nell’esprimerle, ancora una volta, tutta la mia ammirazione, la saluto con molto affetto e le faccio tanti auguri perché possa essere eletta.”

Angela Casella mi rispose, ringraziandomi per la “graditissima” lettera.

Addio Angela e grazie per aver capito, prima di altre/i, la forza femminile nella lotta alla mafia.

Franca Fortunato 

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