Quel dramma di Barletta

altra faccia della globalizzazione

IL 3 OTTOBRE al centro di Barletta crollava una palazzina, uccidendo cinque giovani donne, di cui una adolescente. Quattro di loro, Matilde, Giovanna, Antonella e Tina, erano operaie, che per 4 euro al giorno lavoravano, dalle 8 alle 14 ore, a seconda delle commesse, nell’opificio, ubicato nello scantinato della palazzina stessa, e una, Maria, era la figlia quattordicenne dei titolari del “maglificio”.

E’ passato un mese da allora e la città non le ha dimenticate, né il Presidente, Giorgio Napolitano, che il 4 novembre sarà a Barletta per ricordarle. Anch’io non le ho dimenticate e sono qui a chiedermi ancora il perché della loro morte, il senso del loro lavoro e di quel crollo. Io credo che le due questioni siano le facce di una stessa medaglia, che si chiama dottrina neoliberista e mercificazione della vita. La crisi economica, che stiamo attraversando, e che altri hanno attraversato prima di noi, è crisi di quel modello di capitalismo neoliberista che ha fatto del decentramento e polverizzazione della produzione, del lavoro nero, del sottosalario e del basso costo del lavoro, la sua bibbia, per arricchirsi ed espandersi globalmente.

Ovunque nel mondo ci sono donne, come quelle di Barletta, che lavorano per 3 o 4 euro all’ora, per un numero di ore indefinito. Ovunque, nel capitalismo globalizzato, ci sono richiedenti, come quello di Barletta, che accettano commesse alle condizioni dei committenti.

Chi sono gli sfruttati, chi gli sfruttatori?  Ho pensato molto a quelle donne e alla loro scelta di lavorare a quelle condizioni per poter sopravvivere, e ogni volta ai miei occhi si imponeva l’immagine dei loro giovani volti sorridenti, pubblicata su tutti i giornali. Volti di donne libere non di schiave, nonostante le condizioni di necessità. Si può essere libere nella necessità? Si, rispondo.  E’ quello che mi ha insegnato prima di tutto mia madre. Lei faceva la sarta, era molto brava, e quando lasciava la sua casa per andare a lavorare in quella delle “signore”, sue “clienti”, la sera tornava sempre più tardi. Io mi arrabbiavo, mi indignavo perché si faceva sfruttare. Lei mi rispondeva sempre che era vero, che le signore non erano mai contente, ma non si sentiva una sfruttata, perché stava bene in quelle case dove  parlava, comunicava, si relazionava alle altre e il lavoro non le pesava, il tempo passava velocemente. Io mi arrabbiavo per lei e credo che è stata quella esperienza che ha fatto, poi, di me una comunista. Volevo riscattare mia madre.

Oggi, che ho imparato a riconoscere la libertà di una donna, capisco la risposta di mia madre e il comportamento di quei familiari delle operaie di Barletta, che non hanno avuto alcuna parola di odio o di condanna per quel datore di lavoro, che non considerano un sfruttatore. Capisco anche Mariangela, l’unica operaia sopravvissuta, la cui prima preoccupazione è stata: <Quando esco dall’ospedale devo cercarmi subito un altro lavoro, ho tre figli e l’affitto da pagare>.  Mia madre non si sentiva una sfruttata, le operaie di Barletta neppure, anche se, sicuramente sognavano un lavoro migliore e un guadagno maggiore. Con questo non voglio dire che il lavoro nero, il sottosalario, frutto di un capitalismo globale avido, che nel Sud ha molte volte anche il volto delle organizzazioni mafiose, non si debbano combattere. Lo si faccia, ma non per liberare le donne, ma per liberare il mondo dalla cupidigia del denaro e del guadagno.

Da chi riceveva le commesse il loro datore di lavoro? Chi era la casa matrigna? Su quali scaffali, in quale vetrina di quale boutique finivano le loro tute e con quale prezzo?  Sono queste le domande a cui dobbiamo rispondere per sapere chi sono gli sfruttati e chi gli sfruttatori. Il crollo della palazzina è l’altra faccia di questo mondo globalizzato, le cui città, in mano alla speculazione e alla cementificazione, hanno smarrito il senso della cura e della responsabilità verso l’altra/o, verso le cittadine e i cittadini.

Franca Fortunato
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