Parità e linguaggio

Riceviamo e pubblichiamo.

 

Parità e linguaggio

Perché parlare oggi del problema della parità donna-uomo? Dal momento che è opinione diffusa che “la questione” sia ormai superata? Le donne votano, hanno le stesse opportunità di studio e di lavoro degli uomini e, a livello giuridico, le loro pozioni sono equiparabili. Alcune discriminazioni, purtroppo per noi, però permangono; se ne trova traccia, ad esempio, nel nostro diritto di famiglia. La legislazione di per sé, d’altra parte, non è sempre sufficiente ad assicurare una uguaglianza effettiva. Le più “recenti” ricerche ci rivelano che le maggiori disparità si trovano nei luoghi di lavoro, dove le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, sono sottorappresentate nelle qualifiche professionali più elevate così come nella politica. La maternità costituisce ancora un freno per la carriera delle donne, nonostante le numerose riforme introdotte a livello legislativo. Dunque il progresso nella parità tra uomini e donne si scontra ancora con lo scoglio degli stereotipi che categorizzano le persone attribuendogli caratteristiche predeterminate a seconda del sesso a cui appartengono. I generi così devono rispondere a modelli artificiali a tutto svantaggio del sesso, o meglio del genere femminile, che dovrebbe occuparsi della cura della famiglia e delle faccende domestiche mentre agli uomini si chiede di occuparsi delle faccende pubbliche e professionali. Per il raggiungimento di una piena parità, garanzia di giustizia e di equità sociale, sarebbe utile modificare questi schemi.

Un intervento importante dovrebbe essere fatto sui principali agenti di socializzazione come la famiglia, la scuola e, soprattutto, i mezzi di comunicazione, dove gli stereotipi continuano ad essere trasmessi. La reiterazione di immagini e messaggi in tutti questi ambiti cristallizza infatti i pregiudizi che incidono sul comportamento sociale e sul trattamento quotidiano delle donne e degli uomini. Per superare questo stato di cose e eliminare gli stereotipi (o quanto meno limitare i danni che il loro uso improprio può provocare) appare fondamentale agire dove nascono e dove poi si diffondono: bisogna offrire un nuovo modo di vedere e di interpretare il mondo e non prescindere più dall’ottica di genere; usare nuovi modi per riportare una notizia, scrivere un articolo, fare un film o un programma -televisivo o radiofonico- un annuncio pubblicitario.

Per fare questo però, bisogna acquisire una nuova consapevolezza sia della lingua che dei linguaggi utilizzati. La nostra non può che essere il riflesso di una data cultura, e, contemporaneamente anche lo strumento di riproduzione di quella cultura. L’italiano, nato all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, libere, emancipate, omologate; perché soltanto ciò che si dice esiste.

E’ ora che la lingua italiana prenda atto delle differenze di genere e che certe abitudini vengano cambiate. È indubbio che occorre aumentare il numero di donne nei ruoli direttivi, ma finché continueremo a chiamarle con appellativi maschili esse saranno sempre considerate bizzarre eccezioni. Non è solo un problema di political correctness, ma di chiarezza. La lingua non è neutra, né asessuata; in essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne agli uomini. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica e dunque culturale.

Le parole non sono separate dalle donne che le dicono, e ogni donna parla la lingua che è, rispecchiando la categoria di interpretazione di se stessa e del mondo. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza. La lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve; io nel mio piccolo cerco sempre di farlo: credo ne vada della mia libertà e diritto.

Elisa Natale

Elisa ha ventotto anni, è pisana di nascita ma romana d’adozione.
Ama la lettura e dunque scrive!
Laureatasi in Scienze politiche alla Sapienza di Roma e conseguito un Master in studi di genere, si chiede spesso cosa ne sarà del suo futuro. Lavora saltuariamente nei più disparati settori, tentando comunque di dare un senso all’inspiegabile realtà che la circonda. A volte però, intuisce che è meglio… (continua)

Vedi anche nostre iniziative ai post 15 novembre e 1 dicembre 2010

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