Lettera aperta

di Lidia Menapace

I caduti portati sugli scudi dalle madri spartane, le medaglie al valore appuntate sul petto delle madri di tutti i popoli:  l’immaginario ha sempre associato guerra e pietà femminile, come a darsi una speranza, che il fertile grembo delle madri potesse risarcire sempre  gli enormi sprechi di vite prodotti dalle guerre.

Ma, dalla prima guerra mondiale in poi e in ispecie da dopo che sono entrate nella guerra le armi atomiche ciò non è più sostenibile: finalmente  le donne possono parlare direttamente e in proprio, dato che ora in tutte le guerre i morti civili sono più  numerosi dei  militari. 

Ricorderemo solo un episodio che inaugura un nuovo discorso tra donne e guerre: appena dopo la fine della prima guerra mondiale, detta La Grande Guerra, le donne della Camera del lavoro di Crema invitarono al pranzo  di Natale bambini e  bambine di Vienna avendo saputo che nella capitale dell’Impero sconfitto si faceva la fame: eppure gli Austriaci erano il “tradizionale nemico”! E dalla prima guerra mondiale stava per nascere invece  il nazionalismo fascista e nazista portatori di altre tremende vicende luttuose.

Dopo di allora le donne italiane possono fondare le loro speranze di pace sulla lotta partigiana cui presero parte, e sulla Costituzione,  che nei suoi primi undici articoli  afferma uguaglianza di diritti (art.2) , azione per rendere efficace l’affermazione (art.3) e infine l’art. 11 che mette fine almeno giuridicamente a qualsiasi giustificazione della guerra.

L’Udi  (attraverso molte donne che hanno scritto la nostra storia nella Resistenza, e anche nella stesura della Costituzione) vede  nel citato art. 11 molti motivi di speranza e di riconoscimento. Dice:” l’Italia ripudia la guerra” con un verbo  molto denso e che le donne per essere state ripudiate per tanti secoli ben sanno valutare. Si specifica che viene ripudiata non solo la guerra di aggressione (offesa alla libertà degli altri popoli), ma anche la guerra usata per risolvere le controversie  internazionali: anche se avessimo ragione in una controversia  la nostra legge fondamentale ci vieta di far valere la ragione con le armi e invece ci suggerisce di avviare e attuare tutti gli strumenti di confronto diplomatico e giuridico.  Dunque anche la controversia   che ha al suo centro la Libia è tra gli eventi che non si possono affrontare con le armi.  Noi  siamo legittimati costituzionalmente  ad intervenire nei confini di uno stato sovrano solo diplomaticamente o giuridicamente o con invio inerme di aiuti umanitari. Potremmo prendere parte a  interventi di polizia internazionale, se avessimo costruito la detta polizia con adeguato corpo di magistrate e magistrati, codici e tribunali. La mancanza di tali strumenti non giustifica  l’uso delle armi che per noi è inderogabilmente escluso. Del resto come  mai non ci siamo accorti e accorte che il regime di Gheddafi era mostruosamente  violatore dei diritti umani, se abbiamo sottoscritto con esso un trattato  solo poco tempo fa? Ora offriamo pezzi del nostro territorio,  nostre basi e basi americane per la spedizione militare contro la Libia: non possiamo essere d’accordo. Denunciamo un preoccupante innalzamento  del livello di violenza nei rapporti internazionali e temiamo per il futuro delle giovani generazioni e nostro. Alziamo dunque il nostro deciso forte tenace convinto : “NO!” alla guerra e il nostro altrettanto forte e deciso “SI” agli strumenti di difesa giuridici e civili dei diritti del popolo libico.

Rivolgiamo a tutti e a tutte l’invito a sottoscrivere per fermare le armi, per la piena attuazione della nostra Costituzione nel suo civilissimo articolo 11 e siano politica, diplomazia e partecipazione dei cittadini a regolare i rapporti tra le nazioni.  

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