“A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”

Un’interessante riflessione di Olivia Guaraldo, ricercatrice presso l’Università di Verona:

Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto.

Risulta perciò tanto più difficile e azzardato, oggi, provare a delineare i tratti di una filosofia della storia che abbia al suo centro fenomeni storico-politici e sociali che si sono innescati in maniera decisiva a partire dalla fine degli anni ‘60 ma che non possono oggi affatto dirsi conclusi, anzi. Risulta altresì ulteriormente azzardato cercare di fornire una filosofia della storia ‘nostrana’, ovvero relativa alla specificità del caso italiano, quando secondo i dettami e i canoni della filosofia della storia tradizionale, lo sguardo d’insieme del filosofo dovrebbe essere ‘universale’. Un’ultima cautela, poi, dev’essere riservata al contenuto specifico della filosofia della storia che vorrei modestamente tentare di delineare, ovvero la libertà femminile, in quanto, sempre secondo i dettami tradizionali del sapere filosofico, come è noto, tale opzione – la libertà – riguarda l’essere umano nella sua neutralità e non specifici soggetti sessuati.
Libertà femminile, poi, sarebbe per Hegel un vero e proprio ossimoro, in quanto la donna è, secondo il filosofo tedesco, un essere la cui identità è una ‘eterna ironia della comunità’, ovvero un essere la cui essenza è incapace di porsi al di sopra delle leggi ‘naturali’ della famiglia e del corpo, un soggetto che ha sempre a cuore prima il genos della polis (Hegel pensava ad Antigone), prima la famiglia e la stirpe del diritto, della politica, insomma di tutte quelle cose che invece caratterizzano l’essenza del maschile. Non è quindi un caso che uno dei libri più dirompenti e radicali del femminismo italiano degli anni ’70 , scritto da Carla Lonzi, portasse il titolo “Sputiamo su Hegel”.

Lonzi, in un altro dei suoi preziosissimi scritti di quegli anni, caratterizzati da un radicale ma circostanziato e filosoficamente fondato rifiuto per i paradigmi universalizzanti del sapere filosofico e delle sue versioni politiche (tra cui anche l’ideologia marxista così come imperava nei movimenti di allora) afferma: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”. Lonzi, assieme alle donne del suo gruppo, Rivolta femminile, pronunciava questa frase agli inizi degli anni ’70, forse per scongiurare un ingiusto e automatico inserimento del progetto di liberazione della donna, tanto caro al femminismo di quegli anni, in più ampi progetti emancipativi di carattere ‘universale’. “Non vogliamo essere le protagoniste di una storia altrui”, sembra dirci Lonzi, “vogliamo tracciare da noi il nostro percorso verso la libertà”.
Il difficile cammino di autonomia e creatività, per le donne, doveva iniziare, per Lonzi, dai rapporti fra i sessi, dall’analisi lucida delle condotte sessuali e dei modi specificamente femminili di accesso al desiderio e al godimento. L’autonomia psichica, afferma Lonzi con grande coraggio, si conquista anche attraverso l’accesso libero e autonomo delle donne al piacere sessuale (divenne celebre la sua proposizione della donna clitoridea, rispetto alla donna vaginale). L’importanza, oggi, di una riattualizzazione del pensiero di Lonzi al fine di analizzare, decodificare, comprendere il rapporto fra sesso e potere nelle recenti vicende italiane, è davvero cruciale, per sottrarsi ai moralismi, alle facili generalizzazioni, alle categorizzazioni di donne per bene e donne per male (ho tentato di farlo nel mio saggio, di recente pubblicazione, (In)significante padrone. Media, sesso e potere nell’Italia contemporanea, in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte 2011.)

Dicendo però che il futuro delle donne doveva essere ‘imprevisto’ piuttosto che eccezionale, non stava forse Lonzi negando ogni legittimità alla prospettiva di una filosofia della storia? E, per fare la parte dell’advocatus diaboli, non è forse vero che le recenti vicende riguardanti alcune (forse molte) giovani donne italiane, il loro rapporto con il potere, il sesso, il desiderio, testimoniano di una notevole dose di ‘imprevedibilità’, anche e soprattutto per le femministe? Era forse questo, quello a cui pensavamo, si sono chieste molte delle ‘storiche’ rappresentanti del movimento delle donne, quando auspicavamo la liberazione dal patriarcato e il libero accesso alla nostra autonomia e libertà?

Daniela Santanché sostiene di sì, e insieme a lei molti dei fedeli servitori del Cavalier sultano, che non perdono occasione per applicare un lucido e cinico realismo al dato di fatto della libertà femminile, salvo poi trasformare per opportunità politica quel realismo in idealismo familistico e cattolico, quando si tratta di limitare e regolamentare le libertà femminili non funzionali al bunga bunga. Siamo di fronte, ancora una volta, alla declinazione ad personam di criteri di giudizio e diritti, questa volta non nella loro versione anti-magistratura, bensì in quella molto più innovativa e d’avanguardia: la versione hard del conflitto di interessi o, se preferite, la doppia morale di antico stampo cattolico condita di richiami post-moderni sull’indecidibilità di bene e male; un “siamo tutti peccatori”, declinato da Antonio Ricci, il vero intellettuale organico del berlusconismo, in un “nessuno si erga a giudice della dignità delle donne, perché loro la dignità non ce l’hanno, basta guardare le veline, non esiste dignità, così come non esiste la verità”. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe ben altri approfondimenti.  Ciò che tuttavia i programmi di Antonio Ricci e di altri geni del mezzo televisivo ci insegnano, al di là della fine delle ideologie e della fine della verità, è che proprio nel mezzo televisivo si è giocata e si gioca, a mio avviso, una partita centrale per la costruzione della nuova società italiana, una partita che ha al suo centro le donne e i loro corpi.

La breve ed approssimata filosofia della storia sul percorso della libertà femminile in Italia negli ultimi 20 o 30 anni presume che quell’imprevedibilità del futuro delle donne, a cui Lonzi accennnava, sia stata fagocitata da un sistema di segni e di significati interamente volto a neutralizzare la nascente libertà femminile nonché la sua partecipazione massiccia ed attiva nella società, nelle istituzioni, nella politica. C’è stato, insomma, a fronte di una massiccia e attiva partecipazione delle donne al femminismo, a fronte di una contaminazione della società e delle istituzioni delle istanze sollevate del movimento delle donne, un serrare le fila da parte del patriarcato (chiamiamolo ancora così, per favore), al fine di arginare e delegittimare le aspirazioni di libertà e partecipazione delle donne. La filosofia della storia non indaga le singole intenzioni degli uomini, e quindi non ci chiederemo se tale chiusura sia stata il frutto consapevole di un gruppo di persone, o sia semplicemente stata determinata da una costellazione di concause (fra le quali è lecito inserire il quotidiano lavorio della televisione nell’assecondare e plasmare una certa idea di donna e di corpo femminile, assieme anche ad una certa idea di sesso).

Il femmile dunque, dopo il femminismo, ritorna nel discorso pubblico solo come corpo, ma non il corpo liberato delle donne consapevoli di sè e del proprio desiderio, bensì il corpo oggetto esaltato e idolatrato, curato ed esibito, discusso e sezionato dagli occhi impietosi delle telecamere nostrane. Non solo dagli uomini, però. Quel corpo di cui ci eravamo impossessate è diventato la nostra ossessione, e nell’ossessione esso si è autonomizzato, ancora una volta, dai nostri desideri e dalla nostra consapevolezza, entrando senza intoppi nel tritacarne mediatico guidato da sapienti manipolatori del consenso e vezzeggiatori del ventre molle dei nostri maschi. Ma ciò che più conta, ai fini di una filosofia della storia femminista, provvisoria e militante ad un tempo, è che il portato ‘etico’ di questa appropriazione indebita dei nostri corpi, forse con il nostro consenso o con il nostro silenzio, è caratterizzato da due atteggiamenti, rintracciabili nella diffusa mentalità italiana: da una parte la cosiddetta messa in mostra dei corpi femminili da parte dei mass-media, pervasiva e violenta ad un tempo, è in un certo senso rassicurante, perché colloca la donna nel suo vecchio, antico ruolo di oggetto, e quindi non minaccia il prestigio e il potere maschili.
Dall’altra, quella stessa rappresentazione – così efficacemente resa nell’ormai celebre documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne – rafforza un atavico disprezzo – correlato forse indispensabile del desiderio maschile di possedere quel corpo –  per il femminile.  Il disprezzo, forse inconscio, forse a malapena celato, per un corpo eccessivamente esibito ed eccessivamente femminilizzato – i tratti dei corpi delle donne in tv sono a dir poco parossistici, come ben sottolinea Zanardo – è il rovescio della medaglia dell’addomesticamento, del tentativo di soffocare ogni istanza di vera libertà femminile, di mantenere le donne sulla soglia di una vera autonomia, confinandole nella familiare e rassicurante sfera della loro bellezza e trivialità. Quei corpi non sono di donne vere ma di spettri, ombre di un immaginario tutto maschile, interiorizzato e incarnato al massimo grado dai prototipi delle bellezze televisive e ora anche politiche. Nelle aule della politica quel femminile, addomesticato, rassicurante e a volte anche apertamente disprezzato, ha preso il posto delle donne reali, dei loro desideri e dei loro bisogni. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che è insostenibile.

Tuttavia questa provvisoria filosofia della storia non può limitarsi ad una miserevole denuncia di ciò che è avvenuto a un livello di immaginario di massa, ma considerare anche le numerose esperienze di riflessione femminile che in questi anni, forse in maniera carsica ma persistente, hanno appassionato molte donne: nelle università, nelle associazoini, nella vita di tutti i giorni, nelle esperienze di lavoro e di cura, nella passione per la politica e per la cultura, nell’arte, nella letteratura, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, le donne hanno elaborato e criticato, hanno vissuto e cresciuto altre donne e altri uomini secondo diversi ideali e modelli. Chi consapevolmente e in maniera militante, chi forse inconsapevolmente ma rispondendo ad una propria idea di libertà e autonomia, ciascuna a proprio modo ha avversato i pervasisi e martellanti tentativi di un addomesticamento della propria autonomia, perseguito attraverso la promessa della visibilità mediatica, della bellezza, del successo al prezzo di una piacevolezza garbata e silenziosa.

Quelle donne, con le loro differenze, alcune armate di un sapere e di una consapevolezza militante e femminista, altre con la loro ingenuità, ma tutte accomunate dal desiderio, forse dal bisogno di esprimere per una volta una voce unica e forte, sono scese in piazza il 13 febbraio, dopo anni di silenzio pubblico per certi versi allarmante, per altri forse preparatorio ad una lenta ma prorompente rinascita collettiva. Benché sia stato detto che le donne ‘vere’ sono altre da quelle che appaiono in tv, che le donne non hanno bisogno di scendere in piazza per mostrare il loro valore e la loro ‘serietà’, la sorprendente partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio testimonia di una percezione diffusa e collettiva della necessità di contrastare quei modelli, di affermare la propria ‘dignità’ e libertà. Nessun altro grande tema avrebbe portato in piazza così tante donne, e questo è necessario ribadirlo.

Questa breve filosofia della storia si ferma qui, non pretende di essere una ricostruzione fedele o imparziale degli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi 30 anni a proposito della libertà femminile: tale libertà non si è assopita, ha solo cessato di mostrarsi in pubblico in maniera massiccia, fino al 13 febbraio e da lì poi anche l’8 marzo del 2011. Da adesso in poi la storia resta tutta da fare – e poi eventualmente da scrivere in forma di una sua filosofia – e non potrà essere fatta se non prendiamo sul serio quella libertà che si è tentato di sottrarci con i mezzi più abili e diversi. Mi pare di poter dire che di quella libertà potremo fare molto solo se ci riappropriamo insieme di una storia che è comune, che tutte ci riguarda, che tocca le nostre vite individuali ma che non può essere risolta individualmente: dobbiamo insomma essere in grado di tornare a dire ‘noi’.

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3 commenti

Archiviato in Femminismo, La differenza, libertà delle donne, Media

3 risposte a ““A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”

  1. enrico

    Per chi si trovi a passare per Roma, o per chi da Roma legge questo blog

    Segnalo ‘Think the Canon, Brah!’

    Seminario non-didattico che si terrà alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma 3 a partire da Martedì 5 Aprile 2011 sul testo ‘Sputiamo su Hegel’.

    Chiunque sia interessato può trovare a questo link magiori dettagli

    http://www.facebook.com/event.php?eid=101824653235598

    o scrivere a enrico.schiro@gmail.com

  2. Ciao! I contenuti del seminario che si sta svolgendo in questi mesi sono tutti sul blog commonconcepts.wordpress.com

    Se volete intervenire, nei modi che preferirete, ne sarei molto contento.

    Spero che il lavoro continui, finisca bene e prosegua anche nel prossimo anno.
    Un saluto
    Enrico Schirò

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