“Il tacco di dio” – Recensione

“Il tacco di dio”, di Katia Colica, Ed. Città del Sole, Reggio Calabria 2009

Recensione di Laura Cirella

Il tacco di Dio è una disperata goccia di umanità, uno squarcio dolente nella fotografia di una Reggio assopita e distratta. E’ una denuncia ma non solo, è un grido disperato, è un appello al buon senso comune, alla pietà soffocata da un individualismo virulento. E’ un esempio letterario di realismo tragico, infarcito di facce, nomi, vite, storie, malattie narrate e vissute, conflitti irrisolti, battaglie perse o mai giocate.

Arghillà è il ghetto, ma Arghillà è un non luogo e può essere un quartiere di Roma, Napoli, Catania, Palermo, Milano; è un paradigma triste che si ripete negli spazi e nel tempo troppe volte.

Katia Colica racconta il ghetto con uno stile disarmante, nudo, vero, diretto con una curatissima colonna sonora metallica e rocciosa; non usa mezzi termini, ti infila nella pancia come una lama affilata le storie di questa gente, dei rom, degli abusivi, delle donne che vivono e subiscono senza troppa dignità l’emarginazione e la povertà.

Il libro mantiene due piani, uno romanzato e realista e uno tecnico e razionale.

Il piano romanzato è raccontato da Katia Colica giornalista e narratrice, collezionista di storie, donna impavida e troppo curiosa, con uno stile straordinario, doloroso, intenso e carnale. E’ un susseguirsi di vite vere di giovanissime puttane, di bambini sporchi di muco, di spacciatori e di papponi, di donne abbandonate, di madri bambine, di adolescenti cresciuti in fretta, di uomini e donne che nella povertà ormai ci sguazzano e non cercano altro perché non conoscono altro. Dove sono state nascoste queste storie? Ad Arghillà nord; tra alloggi abusivi con le finestre in cellophane e montagne di immondizia alla fermata dell’autobus che non arriva mai, che salta le corse. E questi volti rimangono li, in compagnia dei cani e dei topi, il lettore li visualizza come un misero quarto stato tristemente fermi, brutti, sporchi, cattivi, che aspettano il loro bus verso la decenza, un bus che non arriva mai.

Il piano tecnico e razionale ce lo regala Katia Colica architetto e urbanista, ce lo fornisce con innumerevoli citazioni preziose, inquadrando sociologicamente i ghetti, quello che sono e perché sono stati pensati. Progetti degenerati e fallimentari che hanno creato il Corviale, le Vele, lo Zen, il Librino, la Barriera, quartieri isole nelle più grandi città d’Italia. Tante buone intenzioni iniziali compromesse da pessime gestioni amministrative, interessi della mafia spesso in perfetta sintonia con la politica, politici stessi inadeguati ed egoisti, ma anche cittadini posseduti da paure fomentate. Cosa fa paura di un barbone, cosa di uno zingaro, cosa di un immigrato? La povertà estrema terrorizza, inquieta, disarma, inibisce, respinge. E’ la povertà di questa gente che rende questa stessa gente scomoda e fastidiosa; e quando qualcosa da fastidio è facile chiuderla in un contenitore buio lasciando un buco per far respirare. Ecco, Arghillà è questo, una scatola ben chiusa con giusto un foro per far respirare tutto l’ammasso umano che c’è stato gettato dentro. Nient’altro. Nemmeno il cielo verso cui alzare gli occhi, dove gettare una speranza o invocare un dio con una preghiera.

Il tacco di Dio è una denuncia spietata di luoghi e persone che sono stati traditi e che gridano vendetta, di una finta “delocation” della comunità Rom, di politiche sociali inesistenti, di attraenti interessi elettorali. Quelle stesse persone che occupavano l’ex caserma 208 al centro della città sono state spostate in blocco in periferia. Il ghetto esiste ancora e ha i confini ancora più marcati ma non si vede e questo è quello che conta all’amministrazione reggina. Intanto il Corso Garibaldi può essere una tranquilla passerella domenicale per la Reggio bene e persino le prostitute possono andare a vendersi fuori dal recinto del centro cittadino, lontano dalla vetrina, dalla musica estiva, dai grandi concerti e dagli spettacoli. Il centro deve essere lucido e patinato e lo stesso cittadino deve intonarsi con abiti adeguati e maschere ricamate. Che importa se a pochi chilometri da questa falsità quotidiana c’è chi spegne la propria candela prima di tirarsi su una coperta o mescola l’acqua con mezzo cucchiaino di zucchero per fare colazione, la Reggio che conta sta altrove, tra nuovi protagonisti, politici rampanti, portaborse, ruffiani e mezze calze.

Katia Colica si è infilata giu per la feritoia di questa scatola chiusa, da quel buco ha fatto uscire queste vite che hanno gridato con tutto il fiato che hanno in gola, ha costretto il lettore a spalancare gli occhi riversandogli addosso lo stesso fardello di storie che lei ha scelto coraggiosamente di incollarsi e che magistralmente riesce a raccontarci.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, Dalla parte delle bambine, Donne a Reggio Calabria, Donne a sud, Giustizia, Libri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...