In ricordo di Teresa Buonocore e Bègm Shnez

 Portici, 2 ottobre, ore 18,30

Il lupo, cappuccetto rosso lo incontra nel bosco, ma le bambine lo possono incontrare tra i propri cari, sul pianerottolo di casa, un pomeriggio nella casa dell’amichetta accanto… Non soltanto le bambine, è chiaro.

Teresa vive nelle nostre menti e nei nostri comportamenti, e vivrà nel ricordo come una madre che con coraggio civile ha denunciato il molestatore di una delle sue figlie, otto anni.

La sua esecuzione per commissione alla manovalanza criminale non può avere l’effetto di impaurire, ma al contrario quello di rafforzarci nella determinazione di approdare ad una società più giusta.

Questo femminicidio non nasce nella povertà e nell’ignoranza, ma nella media borghesia che ha studiato. L’ipocrisia del buon nome vale più della vita di due bambine e della loro madre. E la punizione mortale è pur sempre inflitta a quel soggetto ultimo, in questo caso una donna, che non conta nulla nell’insieme della retorica di potere/rappresentanza e che osa ribellarsi frantumando le stratificazioni omertose consuete.

A Portici l’UDI di Napoli organizza una fiaccolata con moltissime adesioni, quasi tutta la cittadina e cinquemila fiaccole salutano Teresa. L’UDI di Reggio è virtualmente presente con la sua.

Una fiaccola anche in Campidoglio a Roma. Le donne dell’UDI sfilano in contemporanea a Bologna e Polignano a Mare.  Moltissime le adesioni da tutta Italia.

 

 

***

Bègm Shnez

9 ottobre 2010 –  A Novi per Bègm ancora fiaccole parole rabbia

Chiediamo all’UDI di Novi di considerarci presenti e di accendere una fiaccola  per noi.

A Novi un’altra donna uccisa, Bègm Shnez, madre che difende la figlia.

Il rifiuto di una frequentazione in funzione del matrimonio imposto scatena l’aggressione dei maschi di famiglia: il fratello riduce in coma la  sorella Nosheen, studentessa di vent’anni, il padre uccide la moglie Bègm protesa a difendere la figlia.

Non può non venire in mente il caso di Hiina ragazza pakistana uccisa a Brescia parché legata ad un ragazzo non scelto dal capofamiglia (la Staffetta UDI contro la violenza sulle donne si concluse proprio per questo a Brescia).

Nel caso dell’uccisione di Hiina vi è l’appoggio e la giustificazione della madre, nel caso di  Nosheen la madre si oppone e difende la figlia pagando con la vita.

Bègm e Teresa e tante altre, straniere o no, ingrossano il bollettino di guerra giornaliero delle vittime per un riscatto di dignità femminile. Non possono essere visti come scontati casi di cronaca nera. Vanno invece articolati ogni volta nel loro contesto. E il contesto non piace perché è riferibile sempre alla supremazia maschile planetaria, alla stratificazione nel profondo maschile del senso di proprietà fisica dell’altro genere.

Da informazioni UDInaz.  sappiamo: 

“L’8 marzo di quest’anno le donne di Novi, tra cui alcune dell’UDI, sono andate ad invitare le famiglie di stranieri residenti nel loro paese ad un pranzo multiculturale, organizzato dal Comune, pranzo preparato da una pakistana, una cinese, una marocchina e un’italiana.

Quando hanno bussato alla casa di Begm Shnez per invitare tutti, anche gli uomini, il marito avrebbe  detto: Signora non si avvicini mai più alla mia casa perché noi le ragazze e le donne le teniamo in casa. “

Ahmad Ejaz, direttore a Roma della rivista in lingua urdu “Azad” (Libertà) -.” Non c’entra l’Islam, questi comportamenti dei capifamiglia affondano le radici nel sistema delle caste chiuse indiane, in un mondo rurale in cui far sposare la figlia al primo cugino significa preservare la proprietà delle terre“. (Repubblica, 4 ottobre 2010).

E’ la conferma del concetto arcaico di proprietà della donna come bene materiale assimilato a quello delle mandrie, degli animali domestici, delle terre possedute, dell’acqua e delle vettovaglie. Una realtà amara che affonda nella notte dei tempi. La donna era, è proprietà. Nella società più “evoluta” questa realtà sembra scomparsa, ma osservando comportamenti, statistiche, forme di comunicazione, mondo del lavoro, se ne scopre il residuo vivo anche negli ambienti più benevoli, un residuo denso, al fondo di una botte che si vede solo svuotandola.

I matrimoni combinati, certo per ragioni di convenienza materiale, sono stati attuati in Italia fino agli anni ’70. Se ne occupavano il mezzano o l’ambasciatore, diversamente chiamati in questa o quella regione. La verginità costituiva trofeo e motivo d’onore nel senso del primo possesso del corpo della donna e del possesso a vita. Solo nel 1981 fu abrogata la normativa sul delitto detto d’onore: tre anni era il minimo della pena. In Italia. Dunque di cosa parliamo? 

Occorre considerare il femminicidio un grave problema culturale da affrontare alle radici. Prima di tutto a scuola e nell’ambito della comunicazione pubblica. Altro che profusione e spreco di simboli per tronfiezze e vanità pseudoetniche o infiltrazioni di cultura paramilitare per essere “allenati alla vita“… A scuola.

In un paese dove vengono ammazzate almeno due donne alla settimana e senza elencare le loro altre pene da vive, la soluzione educativa per affrontare la vita è infiltrare la scuola con la cultura paramilitare! La furberia spiega che così si educano i ragazzi ai valori, anzi è il vero antidoto al bullismo crescente recita il protocollo tra Ministero Pubblica Istruzione e Ministero Difesa.

Basterebbe ricordare che nel cuore della cultura militare, dove i giovani la vivono e la praticano cioè nell’esercito, vive il padre sempre giovane (al contrario del nome) di tutti i bullismi chiamato nonnismo. Chi non ricorda la morte del parà Scieri? La scuola della prepotenza del più forte verso il più debole o l’inferiore. Chi ha l’arma in mano è dentro l’apoteosi del più forte. Un micro modello metaforico da rivivere poi in società e in famiglia.

I ragazzi devono confrontarsi e socializzare? Ma a scuola sono già nella migliore condizione di socializzazione ragazzi e ragazze attraverso lo scambio dei saperi e delle abilità inventive e espressive. Resta troppo mal coperto il ricordo nostalgico dello stato etico, dello scontro come culto, mascherato da pratica sportiva. Pattuglie, tiro con l’arco e con la pistola, giocare a colpire.

Fare la guerra come gioco o il gioco della guerra a scuola (gioco atavico dei maschi) toglie terreno a quella cultura delle relazioni che vuol vedere la società più equilibrata, e dal punto di vista anche femminile. Serve a far accettare le missioni così dette di pace che saranno sempre più permanenti in difesa degli interessi strategici e delle risorse prelevate altrove. Alle donne, alle donne madri l’immaginario della guerra e del colpire non piace.

E ancora.

Su tutte le reti del monolocale TV con una frequenza ossessiva si succedono scene di terrore e di violenza, in qualsiasi serial proveniente da oltreoceano, in qualsiasi fiction nostrana, perfino nei magazin culturali dove si ricostruiscono accuratamente grandi battaglie e torture. Questa enorme olografia del crimine e dell’offesa ai corpi trasmessa in ogni casa, quotidianamente, anche se è la storia dell’uomo, forma quella psicologia della soluzione finale che non è escluso si possa scatenare al sorgere di un qualsiasi conflitto interpersonale.

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