Educazione alla discriminazione

Ero andata a prendere mio figlio all’asilo come al solito fermandomi alcuni minuti in mezzo ai bambini, tra una chiacchiera e l’altra con la maestra, in attesa che fosse pronto per andarcene. Quel giorno ho assistito a una scena che mi ha raggelata. Due maschietti, di 3 o 4 anni, avevano preso fra i giochi dei piccoli passeggini col bambolotto sopra, iniziando a cullarli. Al che la maestra li ha ripresi dicendo “posate immediatamente i passeggini, le femminucce giocano coi passeggini non i maschietti! Andate a prendere le costruzioni“. Non ho osato dire nulla, poiché ci trovavamo di fronte ai bambini, ma soprattutto perché non sapevo con quali parole avrei potuto farle capire che stava trasmettendo un messaggio pericoloso, che ha radici antiche, e che ha a che fare con dinamiche di dominio nella forma della rigida costruzione dei ruoli di genere. Non sapevo con che parole riassumerle concetti che solo dopo un lungo percorso critico io stessa sono arrivata a comprendere, temevo che non avrebbe capito, non avrei potuto che semplificare un discorso che va affrontato di petto e a un tempo con profondità. Come dirle che stava riproponendo, col suo potere educativo, lo stereotipo della cura materna per la femmina e quello dell’operatività per il maschio? Lo stereotipo per cui il privato è femminile mentre il pubblico, quindi il potere, è maschile?

Le bambine che hanno ascoltato il rimbrotto della maestra, come potranno liberarsi di questi retaggi, e un giorno pensarsi come operative e talentuose, se hanno sin dall’infanzia visto alimentare dentro di sé lo schema della madre che cura i figlioletti? E i maschietti, come potranno un giorno non vedere nella cura familiare qualcosa di radicalmente estraneo al loro raggio d’azione, alla loro identità? Come meravigliarsi allora, se questo è lo schema educativo ricorrente, se gli uomini così spesso relegano le donne alla sola cura familiare, rifiutandosi di pensarsi come cooperativi in essa? Come meravigliarsi allora, se molte donne non riescono a realizzarsi nel mondo del lavoro, o ad operare in politica, o a non sentirsi psicologicamente schiacciate da ruoli coatti di genere?

Benché lì per lì non abbia detto nulla, quella scena mi ha fatto a lungo riflettere, e ho pensato che il campo d’intervento per le donne attiviste dell’UDI e del mondo dell’associazionismo debba necessariamente includere anche quello dell’informazione e della sensibilizzazione sui pericoli educativi contenuti in alcuni messaggi che le educatrici e gli educatori, e che le madri e i padri trasmettono ai bambini, dando la spalla così ai messaggi che i media quotidianamente trasmettono sui ruoli di genere – nell’infanzia come nella vita adulta. Nella nostra agenda dobbiamo includere anche questo: formazione, informazione, sensibilizzazione a educatori/educatrici e mamme e papà. Nei tanti corsi di “pari opportunità” promossi ovunque con insospettabile solerzia temo che il tema della educazione alla discriminazione, cioè della trasmissione di stereotipi sessisti che diventeranno discriminazione negli approcci pedagogici, non sia neanche sospettato da corsisti/e e formatori/formatrici.

Il problema, cioè, ha un’importanza cruciale e su di esso bisognerebbe agire direttamente. Le istituzioni non lo considerano lontanamente, perché le istituzioni sono fatte da persone, e le persone spesso non si accorgono dei rischi annidati nella normale prassi educativa e comunicativa.

Avrei voluto dire alla maestra che il potere che ha in mano è capace di creare tante cose buone, ma che può avere anche effetti devastanti, non solo in termini psichici, ma anche in termini politici e sociali. La valenza politica e sociale dell’educazione non viene considerata in genere che un discorso astratto o ozioso. Si trascura che le radici delle storture che attanagliano la società affondano in quei momenti decisivi dell’infanzia, in cui pendevamo dalle labbra degli adulti, e in cui gli adulti forse non prendevano con la dovuta serietà o consapevolezza il potere che esercitavano su di noi.

In un’altra occasione, vidi una mia conoscente riprendere suo figlio, di 4 anni, che giocava ad andare al supermercato con le buste della spesa, in questi termini “ma no, posa quelle buste! le femmine fanno la spesa, non i maschi!”. Lo stereotipo si diffonde capillarmente, quotidianamente, a tutti i livelli del vivere sociale. A partire dalla visione quotidiana di scene di normale discriminazione, presso i genitori, ai contenuti di esplicito incoraggiamento da parte di essi ad incarnare ruoli di genere prestabiliti, passando per i media, la comunicazione pubblicitaria, i luoghi comuni su questi ruoli che diventano immaginario collettivo e dunque introiettati, replicati da ciascuno, fino alle strategiche deleterie divisioni dei giochi in tutti i Toys Store del mondo (le barbie e le pistole, le pentoline e le spade, il passeggino e le costruzioni, il rosa e il blu), le bambine e i bambini vengono accompagnati per tutta la vita in un percorso di rigida differenziazione, che, alla fine, spiega tutte le discriminazioni che ne derivano.

E’ infatti necessario, anzitutto, vedere questi nessi, per riconoscere l’importanza e l’urgenza di operare per cambiare la mentalità, in primis presso quegli adulti che hanno potere sui bambini e sulle bambine: se esiste una campagna ossessiva contro l’aborto, è perché le donne vengono viste e apprezzate solo come madri. Se le donne continuano a scarseggiare in termini quantitativi in contesti scientifici è perché imparano che devono desiderare di essere madri, mentre i maschi, loro sì, sono bravi in matematica. Se le donne spesso non riescono a conciliare famiglia e lavoro, mentre gli uomini sì, è perché esse sono prima di tutto madri, mentre gli uomini sono prima di tutto uomini, e poi eventualmente padri, dato che così è stato insegnato loro sin da piccoli, come nell’esempio dell’asilo. E potremmo continuare con altri infiniti ed estenuanti “se”…

Ma non solo. C’è l’altro lato della medaglia. Le donne, oltre che madri, sono nell’immaginario collettivo anche sgualdrine, o persone sciocche dalle funzionalità, oltre che riproduttive – come nel caso delle madri-, anche seduttive. Ce lo insegna ogni giorno la pubblicità. La campagna Immagini Amiche che stiamo portando avanti la denuncia e cerca un rimedio. E l’infanzia non è esente dalla trasmissione anche di questo stereotipo. Come si scrive sul blog Comunicazione di Genere nei media è riscontrabile l’erotizzazione del corpo femminile delle bambine:

Se la pedopornografia è un reato, perchè l’erotizzazione dei bambini è permessa?

Non possiamo considerare dannose pure queste immagini? Immagini che violano l’infanzia, che impongono di essere adulti  precocemente e di essere sessualmente appetibili.

Alle bambine in particolare è richiesto di essere sexy, di assomigliare alle madri, quelle stesse madri che poi vengono vilipese dalle pubblicità e televisione e ridotte a mero oggetto sessuale.

Sul blog viene lanciata una campagna “Libera Infanzia” di cui si può leggere nel link, e che appoggiamo.

La violenza sulle donne si compie anche su questo fronte: quello dell’educazione alla discriminazione attraverso la trasmissione di stereotipi sessisti.

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4 commenti

Archiviato in Contro la pubblicità sessista, Contro la violenza sulle donne, Dalla parte delle bambine, Femminismo, La differenza, Maternità, Progetti, Stereotipi

4 risposte a “Educazione alla discriminazione

  1. Mary

    I bambini nascono con una visione di genere egualitaria..poi sono gli adulti che li rovinano. La subordinazione delle donne inizia in quei luoghi vergognosi: la scuola e la famiglia. Poi continua attraverso pubblicità e altri messaggi che provengono dai media. La cosa più vergognosa è che sono le donne stesse a non riuscire a liberarsi di questi stereotipi 😦
    A me non è mai capitato di assistere a questi episodi ma sicuramente gli avrei detto due parole.
    Grazie per aver citato il mio blog e la mia campagna 🙂

  2. Marsia

    Cara Denise, hai centrato il problema.
    E’ tutto lì: l’educazione di base. Che passa attraverso la famiglia, la scuola, i media.
    Le nostre campagne UDI contro la violenza sulle donne, per il 50E50, per i diritti … assolutamente degne e importanti, sono tuttavia solo contorni di un piatto principale, fondamentale, che nessuno si sente di preparare. Una pietanza centrale che contiene ingredienti rivoluzionari, ma risolutivi e peraltro semplici. E’ il cibo più nutriente, è l’educazione infantile.
    Da secoli ci fanno crescere in due riserve, I maschietti di qua, le bambine di là, con tutto quello che è concesso agli uni e non lo è alle altre, o viceversa (pochissimi viceversa). Ed è stata una concatenazione educativa costante nel tempo. Tutto ciò che viene espresso oggi in fatto di comportamenti e linguaggi ci sembra legge di natura e quindi trasmissibile di necessità, e inespugnabile.
    Ma le madri insegnano alle figlie e ai figli quanto hanno imparato a loro volta dai genitori e questi dai loro. La catena è troppo lunga e nessuna maestra o genitore è completamente responsabile se non nella percentuale in cui ci si limita a percorrere il tracciato imposto, senza dubbi, senza guizzi di riflessione, senza comprendere dove porta, ma inseguendo il senso comune (che a volte è saggezza, a volte conformismo soffocante) e i ruoli modellati dalla cultura del più forte, da una Storia univocamente costruita.
    Ne parlavo all’epoca della Staffetta e ne ho scritto. Esiste un programma televisivo, ora sospeso, che, a parte le dovute riserve (l’impostazione fiction, la scelta troppo di convenienza dei casi, la sospetta soluzione miracolistica, ecc.), varrebbe la pena introdurre nelle scuole come educazione sociale, o in corsi prematrimoniali (per altri scopi ne sono uniche tenutarie molte parrocchie), perché con molta semplicità, ma buona competenza, si danno istruzioni per crescere le/i figlie/i e per capire in tempo la natura dei conflitti. Non si toccano apertamente le questioni relative all’eguaglianza formativa tra i sessi o altri orientamenti, e questa è sicuramente una pecca, ma si danno metodologie, tecniche pratiche e teoriche per sviluppare armonia, equilibrio, rispetto all’interno del gruppo figle/i/genitori. Si chiama S.O.S. Tata, di sicuro lo conoscerai. Basterebbe qualcosa del genere per stravolgere gli attuali rapporti genitori-figlie/i, placare i comportamenti aggressivi di entrambi, modificare di riflesso comportamenti individuali e sociali, aprire scorci di futuro paritario e cooperativo. Soprattutto avviare all’autoconsapevolezza critica. Al di là dei suoi limiti, è un’idea di strumento educativo che mi sentirei di consigliare e su cui si potrebbe lavorare. A presto.

  3. UdiReggio

    Cara Mary, brava tu per l’iniziativa, sai già che seguo il tuo blog con interesse e lo trovo, insieme ad altri, un punto di riferimento importantissimo: una critica costante, militante, che non abbassa mai la guardia. Con la maestra affronteremo il discorso con l’inizio del nuovo anno, a tu per tu e con calma.

    Marsia, ovviamente la penso esattamente come te, e mi fa piacere che hai accolto l’idea di puntare anche sul fronte dell’informazione a educatrici e genitori. SOS tata è una trasmissione buona, anche se condivido le perplessità esposte tra parentesi. Non sarebbe male diffondere testi come Dalla parte delle bambine di Elena Giannini Belotti (o la continuazione di Loredana Lipperini), magari discuterne in sedi pubbliche, perché davvero, c’è totale ignoranza in materia ed è urgente alzare il livello di consapevolezza, dato che come abbiamo visto è quella l’origine di ogni successiva discriminazione. Spero che avremo modo di riparlarne. Grazie a voi, Denise

  4. Pingback: Discriminazione di genere nell’infanzia « Un altro genere di comunicazione

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