Ancora sulla falsa parità

Dal sito della Federazione dei Lavoratori della Conoscenza , che cita Repubblica.it :

di BARBARA ARDÙ
ROMA – Nel mondo del lavoro tra uomini e donne forse l´unica parità raggiunta, almeno in Italia, è sull´età pensionabile nel pubblico impiego. A casa non prima dei 65 anni. Per il resto è tutta una disparità. Quando lavorano le donne guadagnano meno degli uomini e in poche arrivano a ruoli dirigenziali. Sono, insieme ai giovani, le nuove protagoniste del precariato, tant´è che pur rappresentando il 38 per cento degli occupati, raggiungono il 51 per cento tra i lavoratori instabili. E per finire quando “staccano” sono loro a sobbarcarsi la fatica del vivere quotidiano: la cura dei figli, la spesa, gli anziani, la casa. Un doppio lavoro che secondo l´Istat vale quasi due ore in più al giorno rispetto a quanto faticano mariti, fratelli o compagni. Comunque uomini. Pulire, cucinare, fare ordine è, per il 90 per cento delle famiglie italiane, un lavoro da donne. Esclusivamente femminile, se parliamo di lavare e stirare. Va un po´ meglio, secondo i dati Istat, solo se i coniugi sono “laureati”.
Dunque le donne del pubblico impiego costrette alla pensione cinque anni più tardi si sobbarcheranno ancora cinque anni di doppio lavoro. Non è dunque un gran traguardo l´equiparazione dell´età pensionabile tra i sessi nel pubblico impiego. Anzi c´è chi sostiene che invece della parità Ue e governo sanciscano una disparità di trattamento. La pensa così, ma non è la sola, Giovanna Altieri, direttrice dell´Ires, che da anni studia il mercato del lavoro con lo sguardo rivolto all´universo femminile. «La possibilità di poter scegliere se andare in pensione a 60 anni – sostiene la ricercatrice – sanciva per le donne italiane una differenza che è sotto gli occhi di tutti: un lavoro più discontinuo dovuto alla nascita e alla cura dei figli in assenza, rispetto ad altri Paesi, di aiuti diretti alla famiglia, di asili nido, di assistenza».
L´eguaglianza era nella «libertà di poter scegliere», non «nell´obbligo di andare in pensione a 65 anni», aggiunge Morena Piccinini, segretario confederale della Cgil. Non solo. «Questo governo di centro – destra, lo stesso che ha sollevato anni fa il problema in sede Ue, ha un solo obiettivo, mettere le mani sui contributi delle donne che dovrebbero andare in pensione, per coprire buchi di bilancio. Un sacrificio chiesto dunque, non per far crescere il Paese, per dare lavoro ai giovani, ma per fare cassa. Non a caso – aggiunge – nessuno si sogna di chiedere l´equiparazione nel settore privato». Come la Cgil, Uil e Cisl chiedono unanimi che il governo chiarisca su un accordo che era stato già raggiunto dieci mesi fa.
Ma la disparità tra uomini e donne ha tutta l´aria di inasprirsi nei prossimi decenni. «Il mercato del lavoro – sostiene Altieri – è diventato più ostile per il sesso femminile, tant´è che il precariato ha sempre più il volto di donna. E gli sforzi degli uomini per aiutare a casa e con i figli (che ci sono) – aggiunge la direttrice dell´Ires – si scontrano con una struttura dell´occupazione maschile molto rigida, che lascia poco spazio a queste attività. Dunque siamo in un circolo vizioso, dal quale è difficile uscire» se non col politiche e servizi alla famiglia. Proprio quegli investimenti compensativi a favore delle donne – dichiara Rossana Dettori segretaria, confederale Cgil, promessi dal governo in cambio dell´innalzamento dell´età che però «sono caduti nel dimenticatoio».
Nell´attesa che il «circolo vizioso» si chiuda, nascono sempre meno figli e sono sempre meno, rispetto agli altri Paesi europei, le donne italiane che vanno a lavorare fuori casa o che sarebbero disposte a farlo. Una scelta fatta dalla metà delle donne italiane, contro un terzo della media europea. Eppure quel lavoro tra le mura domestiche vale 308 miliardi di euro l´anno. Una fortuna.

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