“Interniamole”

Apprendiamo con sconcerto e disapprovazione la proposta dei ginecologi della SIGO di sottoporre il Trattamento Sanitario Obbligatorio (qualcuno parla addirittura di elettroshock) alle donne con depressione post partum. Seguono alcune riflessioni in merito.
La cosiddetta depressione post partum non è un fenomeno esclusivamente “ormonale” o biologico, come sembra si voglia far credere da più parti, negando la sua radice sociale e culturale – che di certo si affianca a un certo scompiglio fisiologico legato all’esperienza del parto.

L’esperienza della maternità è un trauma a tutti gli effetti, un trauma non necessariamente nella sua accezione negativa: trauma nel senso di cambiamento brusco, di cesura profonda tra il prima e il dopo della vita di una donna, che, come ogni cambiamento, necessita accettazione e rielaborazione. Come scrive Zauberei “il grosso è nell’accelerazione psichica che la maternità richiede: la nascita del figlio ti prende tutti i nodi irrisolti e ti dice a brutto muso di darti una mossa a spicciarli. Non è solo il pettine, è lo scacco dell’urgenza. E questo si traduce in: rinegoziare gli spazi con il proprio se, rinegoziare le relazioni con i familiari, con il padre, con la propria memoria di essere figlia, con la propria idea di essere madre”. Quando le donne partoriscono, al contrario dell’immagine stereotipata e, pare, inestirpabile che in genere se ne dà, difficilmente esplodono in un’apoteosi divina di amore per il/la nuovo/a nato/a. Piuttosto, si ritrovano un piccolo esserino sconosciuto, per mesi oggetto di fantasie e congetture, nonché di aspettative e timori, che devono, appunto, imparare a conoscere. Non è facile instaurare da subito un rapporto di perfetta simbiosi (sempre contrariamente al solito stereotipo) tra i due: lui/lei parla un linguaggio che la madre deve imparare a decodificare, e ciò non avviene in un attimo, ma dopo un più o meno lungo percorso di vicinanza e di comunicazione secondo codici extra-verbali, in cui sono inclusi momenti fatti di dissonanze, incomprensione, stanchezza, anche rabbia. Ogni maternità è diversa, mentre ogni donna alberga in sé lo stereotipo della madre perfetta, generosa, buona, iper-amorevole, “santa”, che suggerisce di soppiatto senso di colpa là dove senta di non rispettare il cliché inculcato. Già l’esistenza stessa di questo stereotipo, e il relativo continuo rafforzamento da parte di media e senso comune, attraverso la riproposizione sistematica di immagini serafiche di mamme perfette e felici, e la relativa feticizzazione del neonato (che insieme alla madre è rappresentato in chiave consumistica), è una grave minaccia all’esercizio sereno della maternità, cioè alla libertà emotiva di gestire la nuova esperienza da parte della neomadre.

L’esperienza, dunque, già di per sé radicalmente nuova della maternità prende spesso forma in un contesto culturale e sociale che può rendere difficile questo passaggio, amplificandone le ombre. In innumerevoli famiglie la donna è abbandonata a se stessa nella cura del figlio, secondo il vecchio (ma neanche poi tanto) schema “donna-che-cura”/”uomo-che-lavora”, e lei sin dai primi giorni capisce che questa grande novità non è che, in fin dei conti, logisticamente e psicologicamente tutta sulle sue sole spalle. Non ho statistiche alla mano, ma mi guardo intorno e so che, specie dalle nostre parti (d’altronde dubito che altrove in Italia esista un pieno superamento del “vecchio” schema) la famiglia, la casa, in una parola la cura è declinata esclusivamente al femminile. Se poi la donna lavora, è chiaro che la bilancia della divisione del lavoro familiare scivola in un grosso squilibrio. Il peggio è che spesso viene dato per scontato dai componenti stessi del nucleo familiare, o, non meglio, la donna stessa che osi rivendicare equità è condannata alla rassegnazione: non otterrà mai nulla, le sue proteste verranno etichettate come “lagne”, la si additerà come troppo pretenziosa, o di umore sempre negativo, finché non si convincerà essa stessa di essere nel torto, magari non senza ricatti più o meno sottili – del tipo, se-continui-a-lamentarti-ciao. Non è fantascienza, sono cose di tutti i giorni in molte case di Reggio e provincia (e regione, e nazione).

L’uomo agisce attivamente nel sociale, grazie al suo lavoro è identificato come soggetto produttivo, è dinamico, vive relazioni sempre nuove, il suo fare ottiene un riconoscimento sociale. Lei passa le giornate in casa da sola con un bimbo esigente, da cui è difficile allontanarsi un attimo, anche solo per fare la pipì. Passa le giornate in pigiama, con la maglia sporca di latte, i capelli e la casa in disordine, vorrebbe riposare, ma non può, e quando il bimbo o la bimba dorme ha l’ansia di fare tutto quello che non ha potuto – o sa che non potrà – fare, dunque: non può riposare. Lui torna la sera, vuole la cena pronta, anche buona, e magari le fa qualche battuta sulla mise o si lamenta del disordine. Le pareti si inspessiscono, la solitudine diventa difficile da sopportare, e uno strepito infantile in più porta facilmente alla rabbia. L’infelicità è troppo spesso rimossa dai media e dal senso comune: l’infelicità è diventata un tabù al punto che, per una donna appena diventata madre, può diventare motivo di vergogna: qualcosa da occultare, o di cui incolparsi. Lo stesso naturale discostarsi dal cliché della mamma perfetta si traduce facilmente nel pensiero di non essere brave madri, di non essere “tagliate” per il ruolo, così rifiutando, più o meno inconsciamente, il cambiamento, e magari indirizzando questa serie di negatività verso figlio o la figlia.

E che dire delle madri lavoratrici, spesso costrette a subire ogni genere di mobbing da parte di colleghi e superiori per l’assenza dovuta alla maternità – che è semplicemente un diritto -, e magari a prospettarsi un rientro al lavoro pieno di sorprese come: “discesa” in termini di carriera, cambio di mansioni, diffidenza da parte di chi ha scambiato l’assenza per una “vacanza”, ecc. Tutto questo, chiaramente, là dove si tratti di un lavoro tecnicamente tutelato, cioè non atipico. In quel caso, spesso magicamente il contratto scade proprio in coincidenza con gli ultimi mesi di gravidanza, e, sempre magicamente, dopo sarà sottoposto a qualcun altro – ammenoché la donna non accetti di passare fine della gravidanza e puerperio sul posto di lavoro.

Ma non bisogna fermarsi estrinsecamente a questo scarno scenario: bisogna riuscire a immaginare gli effetti psicologici, in termini anche di stima di sé e di senso di progettualità della propria vita, che simili situazioni comportano.

A ciò si aggiunga un quadro familiare spesso ansiogeno per la madre stessa, apparentemente leggero e gaudente ma potenzialmente pesante da sopportare: amici e parenti vengono a trovare il nuovo arrivato, magari non manca qualche battuta sul disordine della casa (che la donna, per solitudine e mancanza di tempo, nonché, magari, di voglia, non ha sistemato), o consigli, approvazioni o disapprovazioni non richieste sui suoi metodi di allevamento, osservazioni sul mutato aspetto, ecc  La donna stessa, bombardata da immagini di donne plastificate, anoressiche e iperseduttive finisce con l’interiorizzare questo schema di bellezza adattandovi i suoi gusti e la prospettiva con cui guarda a se stessa; il corpo mutato dal parto può diventare ostile e nell’inconscio tradursi in un’ostilità per la maternità stessa. Si aggiungano i problemi relativi all’allattamento: se si sceglie di non allattare, si viene additate come “snaturate”, se si vuole allattare ma manca il latte si è oggetto di costanti pressioni, che non di rado si traducono in un ulteriore senso di inadeguatezza nel proprio ruolo di madri.

La città non le aiuta, manca qualsiasi tipo di assistenza concreta, manca la possibilità di uscire con il/la nuovo/a arrivato/a senza imbattersi in decine di barriere architettoniche che rendono quella che doveva essere una rilassante passeggiata un nevrotico zig zag: benché tutto ciò possa apparire di poco conto, nella pratica quotidiana, e nell’effetto cumulativo, ma, soprattutto, nella sostanziale solitudine della neomadre (psicologica, sociale, logistica, affettiva, ecc) può diventare difficile da gestire e generare un vortice nell’inconscio che porta la madre al gesto fatale che poi, tutti, dicono di “non sapersi spiegare”. Il confine tra normalità e patologia è un confine forse un po’ troppo amplificato, e cioè distorto.

La società di solito chiama follia quello che ha paura di riconoscere come l’effetto di precise cause che la riguardano. E’ troppo complicato chiedersi, di volta in volta, il perché delle tragedie, sondare, cercando di immaginarlo con lealtà, il contesto in cui hanno potuto consumarsi: è molto più facile, nonché liberatorio in termini di assunzione di responsabilità e di riconoscimento delle mancanze, chiamare tutto ciò “follia” e così liquidarlo nell’ambito della cura psichiatrica, nell’angolo di un ospedale, tra infermieri indaffarati, medici indifferenti, e, magari, psicofarmaci sostitutivi di un percorso umano autentico.

Così, i ginecologi, spesso nemici delle donne, sperano di poter prevenire gli infanticidi. Togliendo alla donna, già in fase di difficoltà oggettiva, la sua casa, i suoi anche barcollanti affetti, il senso di essere, tutto sommato, protagonista della propria vita. Si regalano invece alla donna nuovi motivi per essere depressa: la sensazione di essere malata, qualcuno da curare, bisognosa di protezione e assistenza da parte, magari, di uomini. E qui mi verrebbe da dire: come al solito.

Noi diciamo basta a questa semplificazione sistematica dei problemi che riguardano la maternità e le donne.

 

Perché per le decisioni che riguardano le donne non vengono chiamate in causa le donne stesse, e prendono sistematicamente la parola gli uomini di potere, siano essi i ginecologi associati, i politici, i Giuliano Ferrara di cui ad oggi non mancano esempi in quantità?

 

Una visione d’insieme, una conoscenza profonda delle dinamiche sociali e culturali che riguardano la maternità, mancano presso troppe figure istituzionali e tra gli operatori del “settore”.
E’ nostro dovere riappropriarci di quella voce in capitolo, nelle questioni che ci riguardano, che così spesso ci viene tolta o non ci viene riconosciuta.

 L’Italia è un sistema malato che non può affrontare la maternità seriamente senza al contempo contraddirsi. E’ un paese che dà valore alle madri solo nelle campagne propagandistico-clericali dei movimenti per la vita, nei family day in cui famiglie felici assediano una piazza sventolando bendierine piene di slogan, nonché nelle strategie di comunicazione pubblicitaria – perché le madri sono il target più appetibile di così tanti prodotti, dunque perché non strumentalizzarne il ruolo, distorcendolo attraverso i buoni vecchi stereotipi di falsa perfezione. Per il resto, le madri, le donne in generale, sono disprezzate dal sistema Italia, in molteplici e reiterati modi.

 Allora:


– Incentiviamo le imprese – finanziariamente – a tutelare davvero le donne madri,

 –  promuoviamo e diffondiamo una cultura della cura equamente divisa in famiglia,

– agevoliamo gli accessi agli asili nido,
– stanziamo dei fondi per renderli economicamente sostenibili da tutti,
– creiamo strutture pubbliche di accesso al gioco adeguate e con la dovuta manutenzione,
– formiamo il personale medico e infermieristico al rispetto per gli/le utenze e a una professionalità del rapporto umano che spesso, in sede di parto come di interruzione volontaria di gravidanza, viene vergognosamente a mancare,
smettiamo di parlare delle donne solo come di soggetti bisognosi di protezione e assistenza da parte di terzi,
smettiamo di parlare delle donne senza chiamarle direttamente in causa,
– smettiamo di trattare le difficoltà oggettive della maternità come paranoie tutte individuali delle madri,
– smettiamo di far credere sin dall’infanzia alle bambine di dover dondolare i passeeggini e ai maschietti di usare le pistole, così riproducendo a livello pedagogico (cruciale) le differenze di genere che poi si ripercuotono sul futuro,
– strappiamo i cartelloni pubblicitari pieni di violenza sulle donne, promotori del disprezzo per le donne
– e, e, e…in breve: ascoltiamo le donne.
 
Denise

PS: con queste sintetiche riflessioni non ho preteso di descrivere tutti i problemi. Anzi, è nella consapevolezza che essi sono infinitamente più complessi di quanto in genere si faccia credere che sono state scritte queste parole.

Annunci

5 commenti

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, Maternità, Stereotipi

5 risposte a ““Interniamole”

  1. Pingback: Nuovo manifesto femminista « Un altro genere di comunicazione

  2. Dunque intanto io per dire, la depressione post partum non ce l’ho avuta manco per cinque minuti.
    Io sono di quelle che ritengono la depressione post partum essenzialmente psicogena, e dove c’è il fatto biologico esso viene comunque dopo il fatto psichico. Al di la delle pressioni culturali, che credo incidano molto blandamente in questo fenomeno – il grosso è nell’accelerazione psichica che la maternità richiede: la nascita del figlio ti prende tutti i nodi irrisolti e ti dice a brutto muso di darti una mossa a spicciarli. Non è solo il pettine, è lo scacco dell’urgenza. E questo si traduce in: rinegoziare gli spazi con il proprio se, rinegoziare le relazioni con i familiari, con il padre, con la propria memoria di essere figlia, con la propria idea di essere madre. A voja a elettrosciock (sfatiamo un mito: oggi l’elettrosciock non fa niente di male, il guaio è che raramente fa qualcosa di bene)
    In ogni caso, la proposta di TSO è sessista, aggressiva, scavalca la donna come cittadina, e sostanzialmente collude con la patologia depressiva più che risolverla: perchè se io mi sento ancora figlia e ho l’angoscia dell’essere madre, mi sa che se mi tratti come un cane d’allevamento non andrà meglio.

  3. Grazie Zauberei. Mi permetto di modificare l’articolo inserendo la citazione del tuo commento, da “e questo si traduce in”, perché coglie in pieno un aspetto. C’è da dire che ho notato presso gli psicologi la tenzenza a isolare a fatti puramente intrapsichici situazioni emotive per le quali, secondo me, non si può trascurare il fattore “Pressione culturale”. E’ solo una mia opinione però. Denise

  4. serena

    grazie denise, convidivo al cento per cento la tua analisi. In particolare trovo che con “L’Italia è un sistema malato che non può affrontare la maternità seriamente senza al contempo contraddirsi” hai sintetizzato pagine e pagine di dibattiti e buona parte dei miei pensieri. Questa proposta e’ sessista, irrazionale, semplicemente non dovremmo neppure stare a parlarne. E ormai le cose di cui parliamo sono cosi’ ovvie e banali (per noi, ovvio, soltanto) che mi domando come sia possibile che non siano balenate anche nella mente d chi dovrebbe avere potere decisionale…

  5. Ale

    ciao Denise, concordo perfettamente con te.
    Stiamo parlando di una proposta che non considera la donna in quanto tale, che vuole porre alla donna un limite alla sua umanità come madre.
    Le donne in un momento difficile come il post-partum dovrebbero essere sostenute e aiutate, talvolta anche accompagnate per mano verso un nuovo equilibrio,purtroppo questa in Italia è ancora un utopia e le neo mamme vengono lasciate completamente sole.
    La proposta è talmente assurda che non dovrebbe nemmeno essere presa in considerazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...