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1960. Rosa Oliva è una dottoressa, ma in scienze politiche. Ha fatto dire 33 alla Corte Costituzionale.

Prefetta? No!

Magistrata? No!

Diplomatica? No!

Signora generale? No!

A parte gli aggettivi tuttora  considerati stridenti al femminile, quelle carriere erano vietate alle donne: tutti i posti  e le mansioni nell’Amministrazione Pubblica sia direttive che di semplice organico. Una legge ante Costituzione, del 17 luglio 1919, attiva per il principio di continuità dello Stato, ma incostituzionale.

L’art. 7 recitava:

Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengano alla difesa militare dello Stato secondo la specificazione che sarà fatta con apposito regolamento.

E l’art. 8:

Gli atti compiuti dalla donna maritata prima del giorno dell’entrata in vigore della presente legge non possono impugnarsi per difetto di autorizzazione maritale o giudiziale, se la relativa azione non sia stata proposta prima di detto giorno.

In sostanza la concezione patriarcale della società riservava ai maschi italiani, per una sorta di tacita legge salica naturale, la successione nella gestione della cosa pubblica, pur con certe concessioni collaterali come il libero accesso alle professioni e la soppressione della potestà maritale. Lo Statuto Albertino d’altra parte prevedeva solo eredi maschi per il Regno d’Italia.

Il voto per la gestione della res publica come suffragio universale viene concesso (il termine suona: ti dono qualcosa delle mie proprietà)  per la prima volta alle donne nel 1945 (governo Bonomi, proposta di legge Togliatti-De Gasperi) ed esercitato il 2 giugno del 1946 nella importante scelta del referendum monarchia-repubblica. In realtà le donne votavano già in Italia fin dal 1924, ma solo per le amministrative (la ministra Carfagna recentemente su questo si è parecchio impappinata: http://www.youtube.com/watch?v=B4jtlzSS-1c&feature=player_embedded).

Era il 1960. Le donne dunque già votavano (in Turchia dal 1923, Svizzera solo  1971), ma erano ancora gravemente penalizzate nell’esercizio dei diritti che i Padri e le Madri della Costituzione (non oso mettere prima le madri perché solo 21 su  556) avevano riconosciuto e istituito.

Rosa Oliva, una ragazza qualsiasi, fresca di laurea in Scienze politiche, appassionata degli studi appena compiuti si chiede: perché  non posso entrare nell’Amministrazione dello Stato?

Certo non potevo ignorare la disparità fra ciò che avevo studiato e una realtà che, di fatto, negava i miei diritti. Come? La Costituzione sanciva, con l’articolo 3, il principio di uguaglianza davanti alla legge. Con l’articolo 51, l’uguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Qualcosa non andava.

Rispondendo a un bando di concorso del Ministero dell’Interno aveva fatto domanda per il primo grado nella carriera di Prefetto, essendone molto attratta.

Fu respinta, ma chiese le motivazioni per iscritto.

Si consulta col suo professore Costantino Mortati, grande giurista calabrese di Corigliano Calabro (aveva partecipato all’Assemblea Costituente), della  generazione che considera la Costituzione un’icona sacra piuttosto che scia del diavolo, e parte un’operazione che stravolgerà l’immagine e la vita pubblica delle donne.

Rosa col patrocinio di Mortati produce ricorso alla Corte Costituzionale e al Consiglio di Stato impugnando la norma del Regno sopra riportata – L. 17 luglio 1919, n. 1176, Norme circa la capacità giuridica della donna - per “ illegittimità costituzionale”.

Rosa vinse il ricorso.

Se la costituzione non fosse stata retta dai profondi principi pensati dai quei Padri e quelle Madri, di  uguaglianza, di parità, di giustizia, se soltanto avesse strizzato l’occhio a questa o quella lobby, oligarchia, casta, oggi la vita delle donne sarebbe stata ancora più dispari e sottomessa per potere salico.

Fu una grande restituzione dei diritti della persona, ma soprattutto dei diritti di tutte le donne per opera di una solitaria e sconosciuta sabotatrice che con mezzi legali e intelligenza ha aperto una falla nella storia tracciata al maschile mai più richiudibile.

Grazie, Rosa Oliva.

(una delle interviste a Rosa:

http://job24.ilsole24ore.com/news/Articoli/2010/05/%20rosaoliva-apre-13052010.php?uuid=83c57ed6-5e77-11df-9173-01a2af354a3e&DocRulesView=Libero)

Sabato 11 settembre 2010 l’UDI Monteverde di Roma, l’UDI di Milano e il Comitato 503360, tramite patrocinio della Provincia  di Roma, hanno celebrato il 50° anniversario della Sentenza n.33/13 maggio 1960 della Corte Costituzionale con una conferenza, “50 Verso la parità – Responsabilità individuali e responsabilità collettive delle donne”, che si è tenuta presso l’Aula Consiliare di Palazzo Valentini, a Roma.

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