Archivi tag: manifestazione 13 febbraio 2011

Riceviamo e immettiamo nella convinzione che riflessioni e approfondimenti  contribuiscano alla crescita della consapevolezza. I simboli e le semplificazioni viaggiano più velocemente dei discorsi. E qui Rosangela Pesenti ne fa uno splendido.

Donne manifeste

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.

Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse.

L’adesione di moltissime donne, me compresa, non è tanto condivisione di un appello, che dice il minimo e poco l’indispensabile, ma l’urgenza di rendere visibile una rabbia dentro cui stanno ragioni così grandi e gravi che nessun luogo chiuso può più contenerle.

Ha superato ogni misura questo governo nei confronti delle donne, a cominciare dalla ferocia nei confronti di Eluana Englaro fino alle leggi contro l’autodeterminazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla persecuzione delle migranti.

Possiamo dire che oggi è svelato e sotto gli occhi di tutte e tutti, anche di chi non voleva vedere o faceva finta, quello che molte di noi hanno capito con chiarezza già molto prima del 1994,  con l’attacco al femminismo della fine anni ’80, la proposta del rampantismo ai giovani, il successo come parola d’ordine entrata anche nella scuola al posto del diritto, l’esaltazione dell’evasione fiscale a sostegno di un benessere rapace nei confronti del territorio, l’abito firmato come divisa di un esercito votato al disprezzo del lavoro manuale, il corpo modellato da fantasie erotiche malate come elemento decorativo e componente fondamentale dell’accesso a beni e carriere, la mortificazione del lavoro, l’introduzione della schiavitù, la dilapidazione dei beni comuni, la legittimazione della delinquenza, la violenza su donne, minori e chiunque possa essere definito inferiore, il femminicidio, l’esaltazione della famiglia ipocrita, l’attacco all’autodeterminazione delle donne, la proprietà privata dei figli, l’invenzione dello straniero attraverso definizioni emarginanti e leggi liberticide, la falsificazione della storia, il razzismo di Stato, la vergognosa omofobia,  l’ostentazione della ricchezza, la mortificazione della sobrietà e dell’onestà, il disprezzo del servizio pubblico, la rilegittimazione della scuola come veicolo e copertura delle gerarchie sociali, la manipolazione delle parole come nel caso del federalismo, l’attacco ai principi fondamentali della costituzione.   Potrei continuare a lungo e di ogni elemento qui confusamente elencato, portare le prove, i fatti, il sistema delle collusioni, la rete delle connivenze di un intero paese nel quale il degrado della politica ha cancellato qualsiasi immagine di futuro.

Possiamo dire? Possiamo davvero farlo in questo Paese dove l’accesso all’informazione è blindato e intere generazioni di giornalisti sono vendute o asservite, perfino in buona fede, che è peggio, al degrado di un potere che ha messo in ginocchio la democrazia con leggi e provvedimenti sessisti e classisti a cominciare dalla legge elettorale?

Possiamo farlo noi che non facciamo mai notizia per tutte le cose ordinarie e straordinarie che facciamo? Noi che siamo conteggiate solo nelle statistiche, politicamente cancellate quando non derise o deformate per la buona pace dei benpensanti?

Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunità per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio, (che sia una casa o una carriera) il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.

Dovremmo ricordare che il patriarcato è una struttura mentale, oltre che sociale, molto antica, sostenuta dalle religioni e dai vari sistemi di potere, trasmessa dal conformismo educativo di genere, amplificato oggi dalla pubblicità e dai media.

Il problema di questo Paese è fatto a cipolla: le vicende di un vecchio sporcaccione che fa pena coprono la sua corte prezzolata che procede con gli slogans populisti, sotto stanno nascosti i loschi affari di un governo a cui non manca il fedele sostegno della chiesa e della borghesia, la prima incapace di fede, la seconda incompetente di opere, entrambe in vendita per quei privilegi con i quali l’una atrofizza ancora le coscienze e l’altra mortifica il lavoro svendendo l’economia.

C’è una questione politica che riguarda specificamente le donne e  il modo con il quale stanno dentro i luoghi, anche quelli politici e istituzionali, dove si giocano le relazioni storiche tra i generi molto più di quanto l’astrattezza dei ruoli possa uniformare e nascondere.

Ci sono posizioni politiche che vanno esplicitate, personalmente non mi sento rappresentata dalle “veline”, quelle donne che svolgono il ruolo di  “ripetelle” del leader di turno, arruolate alla difesa ubbidiente, educata o  sguaiata che sia, né dalle “governanti”, quelle assunte per un casalingato di lusso a pieno servizio, addette a una fedeltà un po’ meschina come nei matrimoni convenienti, ma non apprezzo nemmeno le “vestali”, donne che mortificano la propria intelligenza presidiando i valori che altri provvedono a dissipare, immolate al sacro fuoco mentre gli “uomini di Roma” da un lato gozzovigliano e dall’altro balbettano, e intanto si affonda nel fango.

Con queste parole non giudico donne, quel mistero della vita di cui ognuna sa di sé nel profondo, ma un modo di essere sociale, un insieme di comportamenti e di scelte in cui si finisce per cadere, perfino controvoglia, nei luoghi in cui la presenza femminile è così esigua, come il Parlamento, o la forma dell’istituzione patriarcale così potente (come la scuola) che la soggettività politica delle donne, nei modi in cui si è articolata e dispiegata nella storia, viene totalmente cancellata.

Riuscire a renderci “manifeste” in tante nelle piazze aiuta sempre ognuna nei luoghi che abita e oggi ha significato cominciare a contrastare la dittatura dell’immaginario mediatico che ci mortifica, ma soprattutto documentare la multiforme esistenza delle donne per le giovani generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti nell’ignoranza e perfino disprezzo della storia di questo Paese.

Siamo sempre noi, tornate il giorno dopo alla fatica quotidiana, alle incertezze del futuro, ai pensieri e luoghi dove siamo diversamente occupate o precarie o disoccupate, ma la visibilità collettiva di un giorno ci rende oggi più visibili anche a noi stesse, apre scenari che non riuscivamo più a immaginare, ci consente di porre alla politica questioni su cui abbiamo a lungo lavorato coinvolgendo altre donne.

Sono grata alle donne dello spettacolo che si sono esposte in prima persona in questa manifestazione (e loro più di tante dipendono da un mercato del lavoro feroce) e sono grata alle donne del sindacato e anche dei partiti perché so quanto sia difficile esistere come donna in luoghi costruiti al maschile, soprattutto perché di questi luoghi di appartenenza hanno correttamente usato il potere degli strumenti che maneggiano, ma si sono presentate sulla scena come donne, richiamandosi ad un’appartenenza politica che va oltre le tessere, le associazioni, le carriere, le condizioni, fondata nella propria storia individuale perché consapevolmente legata al cammino della soggettività politica femminile che sta capovolgendo pacificamente e in modo irreversibile le relazioni umane ovunque.

Per un lungo momento nelle piazze abbiamo sentito il respiro di quella grande storia e di quel respiro ci siamo commosse, perché sappiamo che ci ha fatto fare un passo avanti rispetto alle tante meschinità del vivere, alle quali oggi torniamo con accresciuta capacità di lotta e resistenza, forse capaci perfino di spostare qualche equilibrio in una classe politica nella quale si fa fatica a discernere differenze rilevanti di programmi e comunque interamente complice del degrado presente.

In piazza, a Bergamo, ho detto che questo parlamento non mi rappresenta perché le donne sono più della metà della popolazione e i meccanismi politici le costringono in percentuali irrisorie, ma le donne sono anche per la maggior parte lavoratrici dipendenti, nelle aziende private e nei servizi pubblici, sono più povere, più disoccupate, più precarie, più sfruttate nel lavoro domestico, più perseguitate, più vittime di violenza, e in parlamento sono rappresentate soprattutto le libere professioni, le carriere dirigenti, le appartenenze famigliari alle classi più ricche, l’abitudine al privilegio, la servitù al denaro.

Ci sono donne che possono permettersi di non andare in piazza perché hanno la possibilità di far sentire comunque la loro voce, io sto con quelle che non hanno mai “voce in capitolo” e con quelle che sanno utilizzare la propria posizione per ristabilire condizioni di pari opportunità per tutte.

Ho imparato, proprio in una grande associazione di donne come l’Udi, ad ascoltare una donna, le sue parole, a studiare le donne e i loro pensieri, ma anche a chiedermi sempre chi è questa donna, da dove viene, di che cosa vive e come, qual è il rapporto tra la sua vita e le sue parole perché so che questo conta e fa la differenza, la fa ancora per me che pure ho avuto il privilegio dell’istruzione in un momento in cui non era ancora diritto per la mia famiglia e la mia classe. Differenze che contano per tutte, ma ancora di più per le donne che accudiscono le nostre case, i nostri figli, i nostri vecchi, lavoratrici a cui la repubblica fondata sul lavoro nega la cittadinanza: molte erano in piazza con noi e insieme abbiamo parlato per tutte.

Non penso che sarà facile, penso solo che si può fare, basta che lo vogliamo in tante, facendo tutte un passo avanti, ogni giorno, ma preparandoci a fare anche qualche passo indietro per fare posto ad altre donne e nuovi pensieri. E non è solo questione di generazione o di età, ma di visioni del mondo, proposte politiche, pensieri e della capacità di interpretarli, diffonderli, crescerli e praticarli a beneficio di tutte.

So che si fa un passo per volta, ma allora perché non condividere questo passo quando è proposto da altre?

In vent’anni tutto è peggiorato, ma la condizione delle donne italiane è precipitata e una politica misogina ha aggredito quella piccola possibilità di giustizia e democrazia che ci eravamo faticosamente conquistate, così è difficile che donne senza privilegi o che non si vendono, arrivino ad essere presenti nel dibattito o nelle istituzioni, anche se i nuovi mezzi di comunicazione possono essere d’aiuto e la capacità delle donne di andare oltre le proprie possibilità ci può sempre felicemente sorprendere.

Vedo molte associazioni, e non solo di donne, che faticano a costruire opportunità di espressione democratica interna, anche perché vivono di scarse risorse, mortificate da leggi che volutamente escludono l’associazionismo politico dal sostegno pubblico.

Tanti anni fa abbiamo detto che non ci serviva denaro, ci basterebbero sedi con affitto simbolico, spazi gratuiti per le iniziative, agevolazioni per i viaggi, permessi per chi lavora, altrimenti inevitabilmente anche la politica delle donne è affidata a chi gode di qualche privilegio, perfino piccolo e onestamente ottenuto, che consente però di avere tempo libero, tempo per sé.

Ho citato l’Udi perché è l’associazione in cui sono cresciuta politicamente e oggi la guardo, da semplice iscritta, con molta perplessità.

Nell’associazione si diceva spesso “siamo donne Udi” più che “dell’Udi”, e quella preposizione articolata, che saltava nella conversazione, diceva molto di un’associazione cresciuta e vissuta, soprattutto negli ultimi trent’anni, nel corpo a corpo tra donne più che attraverso  il documento cartaceo delle tessere, peraltro assente a livello nazionale per molto tempo, o i comunicati ufficiali. Un’associazione fatta, in fondo, come sono fatte le donne, che porta iscritto nella sua storia il cammino politico delle donne italiane e non solo quello delle battaglie e delle campagne vittoriose, delle manifestazioni e delle dichiarazioni, ma anche quello più minuto e invisibile, e infinitamente più importante per la democrazia, della costruzione di luoghi d’incontro, case e sedi, aperti a molti attraversamenti e consapevoli residenzialità.

L’Udi è la prima associazione di donne, nata dentro la lotta di liberazione dal fascismo, che porta scritti nel proprio DNA la Repubblica e la democrazia, l’antifascismo e la parità tra i sessi, uniti ad una ininterrotta vocazione a praticare nella vita quotidiana la passione politica.

Sono entrata in un’Udi, nel 1978, in cui le dirigenti visibili a livello nazionale erano molte, una caratteristica che è rimasta spesso nelle Udi locali con esiti positivi. Erano donne diverse tra loro, con posizioni politiche talvolta contrastanti e perfino opposte: l’associazione non ne soffriva, anzi, ne traeva alimento e opportunità di crescita, ma erano anche donne cresciute dentro un modello organizzativo di cui tutte, loro per prime, avvertivano ormai i limiti.

Nel 1982 l’XI Congresso ha simbolicamente azzerato l’organizzazione verticale gerarchica e la struttura modellata su quella dei partiti, rompendo anche il modesto legame economico di dipendenza dal PCI, concludendo così il percorso dell’emancipazione con una parità che in quegli anni sembrava la possibilità, aperta a tutte, di raggiungere l’autonomia economica che avrebbe consentito il processo di liberazione individuale dai lacci del patriarcato familista e dell’economia misogina.

Un’operazione simbolica dirompente in un mondo politico poco lungimirante che ancora non prevedeva la frana del sistema di potere democristiano e la diaspora confusa del partito comunista.

Si trattò allora di una scelta a lungo dibattuta e sofferta per le dirigenti storiche dell’Udi, che avevano avviato da anni un confronto serrato con il femminismo al quale, non dimentichiamolo, proprio le sedi dell’associazione facevano, talvolta o spesso, da supporto logistico, offrendo ospitalità di spazi e attrezzature.

Un’operazione simbolica forte, in sintonia con l’esperienza più dirompente del femminismo che per quasi dieci anni era stato presente sulla scena politica con l’orizzontalità diffusa dei collettivi, in sintonia soprattutto con noi, giovani donne arrivate all’Udi proprio dall’esperienza femminista, che ci sembrava, di quella vecchia solenne e matronale associazione, la continuità naturale.

La pratica fu diversa poi nei vari luoghi e richiese, soprattutto a livello nazionale, una capacità d’invenzione e sperimentazione politica per molti versi inedita nel panorama circostante, che mobilitò le nostre energie intorno alla possibilità di far emergere una rappresentazione di noi che uscisse dalle strettoie, avvertite da tutte, di una rappresentanza costruita, come ovunque, sulla cooptazione.

La scommessa fu quella di riuscire a liberare le autorevolezze dai ruoli, consentendo a più donne di svolgerli, a rotazione, sperimentandosi nella responsabilità.

La scelta fu quella di avere sempre responsabilità condivise per rendere visibile il rifiuto della pratica verticistica e liberare potenzialità e intelligenze senza costruire inamovibili rendite di potere.

La scommessa era quella di aprire a qualsiasi donna la possibilità di assumere responsabilità nazionali, oltre che locali, senza discriminazioni di età, provenienza, condizione sociale.

Propositi ambiziosi certo, ma profondamente giusti e anche se non sono stati tempi facili, hanno sedimentato in molte di noi competenze politiche che abbiamo saputo praticare ovunque.

Propositi fondamentali anche per l’agenda politica che vogliamo costruire oggi.

Alle tante campagne di lotta, che l’Udi ha sempre condotto e continua a promuovere, si è aggiunta in quegli anni una libertà e qualità del dibattito che ha generato riflessioni politiche utili per il presente, una per tutte proprio quella “gestione politica delle differenze teoricamente incomponibili” che Lidia Menapace propose all’Udi e che ancora oggi può essere un’indicazione utile per tutte le donne in movimento.

Ne parlo perché la questione non è solo dell’Udi, ma di tutte le associazioni vecchie e nuove che si propongano di andare oltre la cerchia delle amiche, e investe direttamente tutte le donne che si chiedono oggi come far vivere nella pratica politica tutto ciò che abbiamo visto di noi e tra noi il 13 febbraio, in una manifestazione che ha dato alle ragazze la possibilità di esserci e a noi di riconoscere anche in loro le tante lotte vinte della nostra storia.

Ne parlo perché la storia dell’Udi è storia di tutte, un patrimonio dentro cui guardare e soprattutto da utilizzare come bene comune con il rispetto che oggi chiediamo per l’acqua, la terra, l’aria che respiriamo. Il bene comune di una storia nella quale ognuna può trovare le sue risorse proprio perché nessuna ne è proprietaria.

Rosangela Pesenti

Cresciuta nei luoghi in cui le donne s’incontrano, della Rivista Marea, del Gruppo Sconfinate di Romano di Lombardia, dell’Udi Monteverde, del 13 febbraio

(testo pubblicato su Noi Donne di marzo)

(foto Udirc)

Lascia un commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Donne a Reggio Calabria, Donne a sud, Donne in Calabria, Uncategorized

13 febbraio

Chi fugge dai commenti del giorno dopo, chi fa finta di niente, chi rettifica. E poi ci si mette anche Sanremo a formattare. Chi è felice per l’ottima riuscita: il 13 ha portato bene.

Un oceano di donne. Strumentalizzate ? politicizzate? radical-chic?

Per la legge dei grandi numeri in un fenomeno o evento c’è sempre qualcosa che non appartiene per statistica obbligata al fenomeno stesso: assumere questo campione per etichettare o derubare di un significato non è corretto. C’erano sindacalisti o rappresentanti di partito o qualche radical-chic naturalmente, ma lo ritengo un “relativo” rispetto ad un “assoluto” rappresentato dalla massa di donne e uomini che erano presenti per esprimere uno stato d’animo e obiettivi che prescindono  da interessi di partito. Non partecipare può aver significato anche allinearsi con quell’area partitica che non condivideva, ed essere accomunati a quel tipo di sentire. 

L’appello è stato lanciato da donne. A quel punto o ci interessava l’appello o ci interessava l’aspetto che queste donne incarnassero i desiderata di un partito. Alla stragrande maggioranza di noi ha interessato l’appello, come raccolta civica degli umori generali. E non mi sembrano ragionevoli i distinguo quando la situazione politica e sociale va verso il disastro. Condivido quanto scrive la sociologa Bianca Beccalli … Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali … partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta?

Le valutazioni politico-teorica, sociologica, mediatica, non coincidono sicuramente e il perenne gioco del tiro alla fune è sempre presente.

Una cosa è certa: nessun gruppo, associazione, sindacato o partito, in un solo giorno in contemporanea e con risonanza anche in molte capitali estere, è mai riuscito a raccogliere tante donne. Circa 230 città in Italia e una trentina nel globo. Con tutto l’intorno di radio e televisioni, stampa, fb, sms. La paura della strumentalizzazione la ritengo un sottovalutare l’intelligenza e la libertà di quante hanno scelto, senza ricette, di volersi incontrare nella giornata del 13 perché un nuovo corso avvenga. Se no perché? Se non ora quando? E se sempre, perché non anche il 13?

Fosse solo per far cadere Berlusconi se la sarebbero spicciata i due tre partiti e qualche altro soggetto, con preponderanza di uomini, in questo caso sì, politicizzati. A parte il fatto che essere politicizzati/e nei modi e nei luoghi non è un’infamia, e a insultare o rifuggire per questo ci si trascina appresso il luogo comune che la politica è cosa sporca. Come quello che le donne sono tutte con la p.

Ridare dignità e credibilità alla politica ecco il compito primario che ci spetta e ci aspetta.

A Reggio nessun palco, donne e uomini hanno parlato in piedi sul basalto di piazza Camagna gremita fin sopra le rampe scenografiche, con un microfono-amplificazione recuperati chissà come, non proprio da grande concerto. Un cerchio prossemico naturale e chi ha voluto ha parlato. Tre grandi pannelli di cartone con pennarelli apposti, su cui scrivere qualsiasi cosa. Le frasi scritte nella loro contrazione e frammentazione denotano un gran bisogno di saggezza, di filosofia di vita, di immaginario altro, quello che molto raramente si ha modo di cogliere per strada, nei media, perfino in famiglia: amore, dignità, figli/e, giustizia, lavoro, futuro…  qualche lampo poetico che lega il sorriso del figlio, l’odore del mare, l’arcobaleno…  E qualche cartello di sapore antiberlusconiano: io sono la figlia di Agamennone. Una signora mi ha chiesto cosa volesse dire, non essendo riuscita ad  agganciare le parentele fino a Mubarak.  

Difficile pensare che l’antiberlusconismo come punto unico potesse essere così ben organizzato e nello stesso tempo dissimulato. Il senso da cogliere è più apocalittico, universale, è: basta, oltre. Con quella determinazione e risolutezza della femmina animale quando la sua prole è in pericolo.  Ecco, Il livello di guardia di un’esondazione del degrado generale questa volta lo ha voluto esprimere un grandissimo numero di donne. Con una partecipazione alquanto eterogenea. Perfino il clero femminile per dire alla società e mandare a dire anche alla loro domus aurea. Qui potrebbe infilarsi il tanto sbandierato “moralismo” e “ puritanesimo”.  Le donne, tutte, dalle prostitute alle giovani veline, sono libere di usare il proprio corpo come credono, ma la mercificazione va oltre la proprietà del proprio corpo e richiamo nuovamente  B. Beccalli Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale… quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili.

Ci sono state ragioni per prendere le distanze e buone ragioni per esserci. L’Udi di Reggio c’è stata, oltre che per condivisione, per un principio di inclusione che è nel nostro nome, non separatezza.

Perché il corpo femminile non rimanga intrappolato in un sistema di potere, come baratto, ricompensa, ornamento, usufrutto.

Ma la dignità femminile ha le altre molteplici coniugazioni che riguardano il lavoro come diritto, la scelta come diritto senza la quale non vi è libertà, la parità come diritto e non fittizia, o concessione… 

E per questo abbiamo lavorato e lavoreremo con passione e… fatica.

Si calcola un milione di donne accorse. E un milione i messaggi di donne raccolti nell’Anfora della Staffetta Udi poco più di un anno fa.

marsia

(foto Udirc)

on line su noidonne (

1 commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Donne a Reggio Calabria, Donne a sud, Donne cittadine, Donne in Calabria, Donne nel mondo, libertà delle donne, Partecipazione, Staffetta, Uncategorized