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Per l’Otto Marzo / UDI RC

Evento in collaborazione col Teatro Athena.

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Riceviamo da Laura Cirella.

Tra il dire e il fare… 

A proposito di “festa della donna”, tra riflessioni e celebrazioni, non può non cadere l’attenzione sul recente bando pubblicato a gennaio 2012 per la nuova erogazione dei “voucher per la conciliazione”.

Si chiamano “azioni positive”, ovvero il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato. Queste azioni positive sono tanto più efficaci quante più donne riescono a coinvolgere e quanto più riescono ad abbracciare tutto l’universo dei lavori di cura affidati ancora oggi in prevalenza alle donne. Già la giunta precedente aveva proceduto nel 2008, all’erogazione di questi voucher con un medesimo bando ma, la giunta Scopelliti ha avuto la capacità di “affossare” anche questo prezioso strumento. Basta fare il vecchio gioco enigmistico delle differenze, scoprendo in tal modo quanto sarà limitata l’efficacia dei voucher previsti dall’attuale bando di questa giunta, e quanto potente e ad ampio raggio d’azione sia stato il precedente bando che ha elargito i voucher a circa 3.000 donne. Il bando pubblicato dall’attuale giunta non contempla tutti i lavori di cura di cui, nella nostra regione si occupano, quasi esclusivamente, le donne, avendo escluso la copertura di spesa per assistenza ad anziani e disabili che non siano figli (il precedente bando copriva i parenti e affini fino al III° grado per es. suoceri, cognati, zii, pronipoti e bisnonni anche acquisiti) i malati cronici non autosufficienti e i malati terminali (che il precedente bando copriva ugualmente entro il terzo grado). La cifra riconosciuta è assolutamente irrisoria (250,00 €) rispetto alla precedente (600,00 €). Ad ogni beneficiaria fu riconosciuta la consistente somma di € 6.000,00 per ogni familiare a carico. Inoltre l’erogazione non avverrà più con cadenza bimestrale (dunque 5 tranche per 10 mesi), come nel precedente voucher, ma solo in due tranches (al 5° e 10° mese).  Vengono oggi escluse le disoccupate, a meno che non siano in attività di formazione, vanificando la ratio stessa del bando. Infatti la finalità è quella di  “liberare tempo” a quelle donne che non hanno lavoro e non possono affidare i propri familiari alle cure di qualcun altro per mancanza di reddito e sono alla ricerca di un lavoro o vorrebbero frequentare un’attività formativa.

A proposito di badanti e baby sitter, il vecchio bando aveva avuto anche il grande merito di aver fatto emergere tutto il lavoro sommerso di queste figure indispensabili, generando un circolo virtuoso di donne che lavorano e che danno lavoro ad altre donne, con contratto regolare (grazie all’obbligo di rendicontare la spesa con busta paga e relativo bonifico o assegno – dunque con tracciabilità della spesa – e contratto registrato all’INPS, previsto dal bando precedente) e non più in nero! Scomparse dunque le baby sitter a domicilio: sono infatti riconosciute solo le spese per frequenza a servizi di prima infanzia (rette e servizi a pagamento per asili nido e servizi integrativi scuole materne, comprese quelle di baby sitting), e per figli fino a 3 anni, non più fino a 13 anni. Scoperte le differenze, riteniamo che l’intero bando debba essere sottoposto ad una revisione se vi è la reale intenzione da parte di questo governo regionale di rendere conciliabile il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia.

Laura Cirella

Di seguito schema di comparazione tra bando 2008 e bando 2012.

Bando giunta Loiero maggio 2008 Bando giunta Scopelliti 13/01/2012
“Voucher di Conciliazione” circa3.000 erogati “Voucher di Conciliazione” circa600 previsti
Ripartizione per province Catanzaro: 18,57% Ripartizione per province nessuna
Cosenza: 36,31%
Crotone: 8,57%
Reggio Calabria: 27,92%
Vibo Valentia:8,63%
Beneficiari le donne, anche immigrate, che: siano residenti o svolgano attività lavorativa in Calabria Beneficiari donne italiane e straniere che: Siano residenti, ovvero svolgano attività lavorativa/formativa in Calabria
siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, inoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione o una borsa Lavoro o disoccupateai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 181/2000 Siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, ovveroinoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione
reddito familiare dichiarato non superiore a € 40.000,00 calcolato con il metodo ISEE situazione economico-patrimoniale dichiarata non superiore a € 10.000,00 calcolata con il metodo ISEE
durata massima di 10 mesi durata massima di 10 mesi
misura massima di € 600,00 mensili misura massima di € 250,00 mensili
Per l’assistenza di

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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“Il tacco di dio” – Recensione

“Il tacco di dio”, di Katia Colica, Ed. Città del Sole, Reggio Calabria 2009

Recensione di Laura Cirella

Il tacco di Dio è una disperata goccia di umanità, uno squarcio dolente nella fotografia di una Reggio assopita e distratta. E’ una denuncia ma non solo, è un grido disperato, è un appello al buon senso comune, alla pietà soffocata da un individualismo virulento. E’ un esempio letterario di realismo tragico, infarcito di facce, nomi, vite, storie, malattie narrate e vissute, conflitti irrisolti, battaglie perse o mai giocate.

Arghillà è il ghetto, ma Arghillà è un non luogo e può essere un quartiere di Roma, Napoli, Catania, Palermo, Milano; è un paradigma triste che si ripete negli spazi e nel tempo troppe volte.

Katia Colica racconta il ghetto con uno stile disarmante, nudo, vero, diretto con una curatissima colonna sonora metallica e rocciosa; non usa mezzi termini, ti infila nella pancia come una lama affilata le storie di questa gente, dei rom, degli abusivi, delle donne che vivono e subiscono senza troppa dignità l’emarginazione e la povertà.

Il libro mantiene due piani, uno romanzato e realista e uno tecnico e razionale.

Il piano romanzato è raccontato da Katia Colica giornalista e narratrice, collezionista di storie, donna impavida e troppo curiosa, con uno stile straordinario, doloroso, intenso e carnale. E’ un susseguirsi di vite vere di giovanissime puttane, di bambini sporchi di muco, di spacciatori e di papponi, di donne abbandonate, di madri bambine, di adolescenti cresciuti in fretta, di uomini e donne che nella povertà ormai ci sguazzano e non cercano altro perché non conoscono altro. Dove sono state nascoste queste storie? Ad Arghillà nord; tra alloggi abusivi con le finestre in cellophane e montagne di immondizia alla fermata dell’autobus che non arriva mai, che salta le corse. E questi volti rimangono li, in compagnia dei cani e dei topi, il lettore li visualizza come un misero quarto stato tristemente fermi, brutti, sporchi, cattivi, che aspettano il loro bus verso la decenza, un bus che non arriva mai.

Il piano tecnico e razionale ce lo regala Katia Colica architetto e urbanista, ce lo fornisce con innumerevoli citazioni preziose, inquadrando sociologicamente i ghetti, quello che sono e perché sono stati pensati. Progetti degenerati e fallimentari che hanno creato il Corviale, le Vele, lo Zen, il Librino, la Barriera, quartieri isole nelle più grandi città d’Italia. Tante buone intenzioni iniziali compromesse da pessime gestioni amministrative, interessi della mafia spesso in perfetta sintonia con la politica, politici stessi inadeguati ed egoisti, ma anche cittadini posseduti da paure fomentate. Cosa fa paura di un barbone, cosa di uno zingaro, cosa di un immigrato? La povertà estrema terrorizza, inquieta, disarma, inibisce, respinge. E’ la povertà di questa gente che rende questa stessa gente scomoda e fastidiosa; e quando qualcosa da fastidio è facile chiuderla in un contenitore buio lasciando un buco per far respirare. Ecco, Arghillà è questo, una scatola ben chiusa con giusto un foro per far respirare tutto l’ammasso umano che c’è stato gettato dentro. Nient’altro. Nemmeno il cielo verso cui alzare gli occhi, dove gettare una speranza o invocare un dio con una preghiera.

Il tacco di Dio è una denuncia spietata di luoghi e persone che sono stati traditi e che gridano vendetta, di una finta “delocation” della comunità Rom, di politiche sociali inesistenti, di attraenti interessi elettorali. Quelle stesse persone che occupavano l’ex caserma 208 al centro della città sono state spostate in blocco in periferia. Il ghetto esiste ancora e ha i confini ancora più marcati ma non si vede e questo è quello che conta all’amministrazione reggina. Intanto il Corso Garibaldi può essere una tranquilla passerella domenicale per la Reggio bene e persino le prostitute possono andare a vendersi fuori dal recinto del centro cittadino, lontano dalla vetrina, dalla musica estiva, dai grandi concerti e dagli spettacoli. Il centro deve essere lucido e patinato e lo stesso cittadino deve intonarsi con abiti adeguati e maschere ricamate. Che importa se a pochi chilometri da questa falsità quotidiana c’è chi spegne la propria candela prima di tirarsi su una coperta o mescola l’acqua con mezzo cucchiaino di zucchero per fare colazione, la Reggio che conta sta altrove, tra nuovi protagonisti, politici rampanti, portaborse, ruffiani e mezze calze.

Katia Colica si è infilata giu per la feritoia di questa scatola chiusa, da quel buco ha fatto uscire queste vite che hanno gridato con tutto il fiato che hanno in gola, ha costretto il lettore a spalancare gli occhi riversandogli addosso lo stesso fardello di storie che lei ha scelto coraggiosamente di incollarsi e che magistralmente riesce a raccontarci.

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