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Otto Marzo 2013

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Giornata Internazionale della Donna, indetta dall’ONU nel 1977, successivamente fissata dall’UNESCO l’otto marzo di ogni anno.

Giornata molto scolorita rispetto alla valenza delle sue origini, convertita in festa dal sistema commerciale.

Storia, significato originario e luoghi comuni ( )

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Riceviamo e condividiamo.

8 MARZO CELEBRAZIONE DEL NARCISISMO MASCHILE

SIAMO donne di diverse città, legate da relazioni personali e politiche e facciamo parte della rete delle Città Vicine che riunisce donne e uomini di Associazioni, singole e singoli di città di varie parti d’Italia. In occasione della presentazione a Fondazione Betania della mostra mail art “Immagina che il lavoro .. “ a cui è seguito un dibattito interessante sul lavoro, siamo venute a conoscenza del comunicato stampa su questo giornale con cui Gerardo Frustaci, presidente dell’Unione dei Comuni del Versante Jonico, ha annunciato l’inaugurazione, per l’8 Marzo, del Centro antiviolenza “Mondo Rosa”.

L’enfasi con cui ha dato la notizia e l’indicazione precisa del luogo ci ha particolarmente colpite in quanto contrastano con la necessaria riservatezza che un luogo come questo richiede per salvaguardare l’incolumità delle donne che eventualmente lì trovano rifugio e protezione. Ci teniamo a ricordare come la Giornata Internazionale delle donne non può essere usata dagli uomini per autocelebrarsi anziché farne occasione per riflettere sulla propria sessualità e sull’origine maschile della violenza sulle donne. Così stanno facendo, da anni, tanti uomini come quelli dell’associazione Maschile Plurale, autori tra l’altro nel 2006 dell’appello “ La violenza contro le donne ci riguarda”, a cui hanno aderito giornalisti, scrittori, intellettuali, artisti ecc., e come ha messo in evidenza anche Riccardo Jacona nella sua recente inchiesta a “Presa diretta”. Nel comunicato nulla abbiamo letto sulla gestione del Centro che ci auguriamo venga affidata esclusivamente alle donne, le uniche capaci di comprendere  e accompagnare con empatia nel loro percorso le donne che hanno subito la violenza maschile.

La stessa denominazione data al Centro, “Mondo Rosa”, non ci sembra appropriata. Il rosa è un colore simbolico della gioia della madre e del padre per la nascita della propria bambina per la quale non si aspettano certo violenza e sofferenza. Riteniamo, come è stato condiviso da tutte le donne presenti all’incontro di Fondazione Betania, più adeguato intitolare il luogo a Barbara Bellerofonte, giovane donna di soli 19 anni, uccisa dal proprio fidanzato nel 2009 a Montepaone, uno dei Comuni partner del progetto.

Anna Di Salvo  -  Katia Ricci – Anna Potito – Franca Fortunato – Lina Scalzo

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Santa Ildegarda, dottora

Ildegarda di Bingen, Liber divinorum operum

L’uomo-microcosmo nel Liber divinorum operum di Ildegarda di Bingen

Riceviamo da Franca Fortunato

IL PAPA E ILDEGARDA DI BINGEN

DOMENICA papa Benedetto XVI, durante l’omelia di Pentecoste,  ha annunciato che a ottobre, in apertura del sinodo sulla nuova evangelizzazione, proclamerà dottora della Chiesa, dopo Teresa D’Avila, anche Ildegarda di Bingen, la mistica del XII secolo.

Contemporaneamente, nei giorni passati, su tutta la stampa, si è data notizia del commissariamento, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, dietro approvazione del Papa, delle suore americane della Conferenza delle superiore maggiori  in quanto le loro dichiarazioni pubbliche “sfidano i vescovi, autentici maestri della Chiesa, della fede e della morale” e le loro idee sull’omosessualità, sull’aborto, sul sacerdozio femminile sono “temi da femministe radicali incompatibili con la dottrina cattolica”. Insomma, la gerarchia della chiesa si è messa, come in altri momenti della sua storia, contro donne che non riconoscono l’autorità maschile.

Ebbene, Ildegarda di Bingen, proprio lei, fu  maestra in fatto di libertà e di autorità femminile. Fu lei ad aprire la “mistica” a quelle che vennero dopo di lei: Teresa D’Avila, Margherita Porete, Beatrice di Nazareth, Hadewijch, le “amiche di Dio”, come le chiama Luisa Muraro. Donne che sperimentano il rapporto diretto con Dio, come fonte di conoscenza – come  nelle “visioni” di Ildegarda -, da cui insegnare alle donne e agli uomini che a loro si rivolgono e a quelle che vengono loro affidate. Ildegarda non riconosce l’autorità maschile nel suo insegnamento, non insegna a partire dai libri degli uomini, dalle loro dottrine, dalla loro morale, ma da donna, femminista, sì, radicale, sceglie Dio al posto degli uomini e l’autorità materna al posto di quella paterna.

Proclamare Ildegarda dottora della chiesa e condannare le suore americane, è una contraddizione in essere. Ildegarda, nei monasteri di Disibodenberg e di Rupertsberg, da lei fondato nel 1150 e dove morì nel 1179, godette di grande autorità e libertà. A lei si rivolgono teologi, vescovi, re, uomini di potere, che si mettono in ascolto della sua parola. Le donne, le sue novizie, le badesse di altri monasteri, si rivolgono a lei, ad una donna, perché vedono in lei “la vera luce”, piuttosto che a coloro, gli stessi di oggi, ai quali un’istituzione secolare assicura il potere di stabilire le norme di vita e di indirizzare le scelte.

Questa quieta trasgressione – come scrive Marirì Martinengo nel libro “Libere di esistere” -, il deliberato proposito di affidarsi ad una donna che non è superiore a loro gerarchicamente, ma che è grande in sé, ristabilisce l’autorità materna. Credere, come fanno le badesse, le novizie, le donne e gli uomini, che si rivolgono ad Ildegarda, alla parola di un’altra donna, è far parte dell’ordine materno, cioè di una struttura simbolico – sociale che vede nella madre la fonte di autorità per le figlie e i figli.

< Dio è madre e padre>, disse Papa Luciani. Benedetto XVI, che ha deciso di proclamare Ildegarda dottora della chiesa, e la gerarchia tutta sono pronti ad ascoltare per intero la parola di Ildegarda? La vicenda delle suore americane, come tante altre, spinge a rispondere: no. Se Ildegarda è dottora della chiesa, o lo è per intero o altrimenti non ha senso. Non si può dividere il suo insegnamento, sarebbe come separare il suo spirito dal suo corpo, cosa che lei non accettò mai nella sua vita. Lei non conosceva opposizione tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra contemplazione e azione,  tra celeste e carnale. La sua stessa visione era segnata dalla non opposizione spirito-materia: all’esperienza conoscitiva partecipava anche il corpo con i suoi sensi, non solo la mente.

Ildegarda dottora della chiesa? Sì, ma in quanto donna, maestra di libertà e di autorità femminile per donne e uomini, in quanto fondatrice di un ordine materno dentro cui si inseriscono anche le suore americane. Uomini di chiesa siete pronti ad accettare Ildegarda come dottora, accettando di riconoscere e confrontarvi con la libertà e l’autorità femminile  nel presente? Altrimenti, lasciate perdere.

Franca Fortunato

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Ildegarda oltre alla sua profonda religiosità coltivò una attenta osservazione delle forze della natura, dei processi vitali, delle energie fisiche e mentali annotando anche come fossero diverse le manifestazioni nella donna e nell’uomo.  Tanta passione e intelligenza nell’osservare e riflettere, quanta nel creare, denotano una mente che oggi definiamo di scienziata, per l’epoca, anticonformista e all’avanguardia nel senso del ricercare. Ricorda anche Ipazia per l’autorevolezza e il prestigio culturale riconosciuto (molte personalità ricorrono a lei per consiglio).

Ma la sua particolarità più sorprendente è quella che non annulla il suo essere donna, come richiesto dalla religiosità canonica, non de-sessualizza il suo pensiero nel magma mistico da lei vissuto.

Molto riportati sul web alcuni capoversi estratti dal Liber causae et curae sulla sessualità differente:

“Quando nel maschio si fa sentire l’impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco affinché venga trasmesso ai genitali del maschio facendolo bruciare… Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell’uomo…”

Razionale  e sistematica (pur nello sfondo delle visioni mistiche) nutre la sua personalità di arte, filosofia, musica, architettura, scienze naturali, medicina, in una concezione armonica (per certi versi pre-umanistica) dell’essere vivente col cosmo, e cosciente del suo essere femminile. Tre secoli dopo un altro grande curioso del vivere, Leonardo, con lo stesso spirito di investigazione/creazione continuerà a percorrere la stessa strada verso le scienze moderne. E come tratto comune non avevano una profonda cultura in senso stretto accademico. Leonardo consapevolmente si definiva omo sanza lettere, Ildegarda si considerava povera creatura cui mancano salute, vigore, forza e istruzione, e dettava a segretari i pensieri o le voci che sentiva.

Nella simbologia iconica, curioso l’accostamento dell’Uomo-microcosmo di Ildegarda, non sessuato, immerso nell’armonia cosmica e precursore dell’Uomo vitruviano, sessuato, di Leonardo.

Uomo vitruviano

 

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Architetture del desiderio

Riceviamo da Franca.

Architetture del desiderio

a cura di Bianca Bottero – Anna Di Salvo – Ida Farè

ed. Liguori  pgg. 157 – €19,90

Emerge dall’insieme un quadro vivissimo dei modi creativi con cui le donne si esprimono, per affermare la bellezza, la convivenza, la memoria delle loro città e dei conflitti che guidano in prima persona contro il malgoverno che, nell’Italia di oggi, devasta la qualità degli spazi pubblici urbani e quindi la ricchezza intrinseca della polis.

Recensione di Franca Fortunato

IN questo periodo in cui l’Italia intera frana, si sgretola, sotto la pioggia, al nord come al sud, trascinando nel fango cose e persone, appare di grande attualità il libro, uscito da poco, dal titolo Architetture del quotidiano, edito da Liguori. Curato da Bianca Bottero, Anna Di Salvo e Ida Farè, il testo è nato da un convegno del 2008 dal titolo Microarchitetture del quotidiano: sapere femminile e cura della città, organizzato da donne e uomini della rete delle Città Vicine, in relazione con architette, urbaniste e docenti del Politecnico di Milano e dello storico gruppo “Vanda”.

La città, con le sue abitanti e abitanti è al centro di questo libro, in cui si rende visibile un agire e un pensare, più di donne che di uomini, che hanno a cuore la cura del territorio a partire dai corpi che la abitano e dalle relazioni che l’attraversano. Oggi più che mai serve la consapevolezza, espressa nel libro, che il sapere della cura e le pratiche femminili possono orientare e fornire nuove chiavi interpretative al modo d’intendere lo spazio urbano anche da parte di ingegneri, urbanisti, designer, ambientalisti, tecnici. Un sapere che dalla scienza della casa si apre al desiderio più ampio di “una città dove il pubblico si fa domestico”.

Il libro, attraverso i racconti delle protagoniste e protagonisti, dà conto del lavoro simbolico e delle lotte con cui, in tante città, Comitati civici, associazioni, gruppi spontanei di cittadine e cittadini in relazione tra loro, si riappropriano, della cura della città e di chi la abita, partendo dal proprio desiderio. Non c’è lamento, non c’è schieramento o opposizione a tutti i costi, ma assunzione di presa in carico, a partire dal proprio desiderio, da parte di ognuna e ognuno di ciò che serve al bene comune. Salvare e difendere la città, con pratiche creative, dalla distruzione di parchi, giardini, ville, case barocche,  per fare posto a centri commerciali o a parcheggi sotterranei, è possibile. Salvaguardare la memoria dei luoghi, la salute propria e della propria terra, col presidio del territorio destinato ad inceneritori e con l’organizzare Comitati, come “Donne 29 agosto” di Napoli, per la raccolta differenziata, è possibile.

Spostare lo sguardo sulla propria città dal denaro alle relazioni, dal profitto al bene comune, dal mercato alla vita, è possibile. Il libro non fa che rendere visibile tutto ciò e altro. Catania, Foggia, Catanzaro, Milano, Firenze, Roma, Mestre, Bologna, Verona, Chioggia, Napoli, sono solo alcune delle città presenti nel libro, dove lo spostamento di sguardo trova nell’esperienza artistica l’insegnamento “ a vedere,  riconoscere e preservare la bellezza più o meno manifesta del contesto in cui si vive”. Da questa si può affrontare il negativo che ci circonda.” Un libro ricchissimo di esperienze, di pensiero e pratiche politiche che fanno  luce nel buio della cementificazione selvaggia del territorio e delle scelte urbanistiche avventate,  di cui  stiamo pagando le tragiche conseguenze. Un libro che orienta nel cambiamento di cui oggi, più che mai, c’è bisogno per salvare le città, la terra, la vita per noi e le generazioni che verranno.

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(dal libro pg. 6)

“… In una di queste periferie c’è la mia casa. Proprio di fronte a me ho visto in questi ultimi anni lo scempio più evidente del territorio: là dove si estendeva un prato selvaggio, che in primavera si copriva di fiori e di erba ondeggiante al vento, oggi sorgono file continue di case, alcune così alte che la montagna retrostante, che prima delimitava il mio orizzonte, ne è stata nascosta. La città disordinata, speculativa è dunque sempre più brutta. Di una bruttezza da cui, però, non mi lascio schiacciare, perché dalla politica delle donne e dalla rete delle Città Vicine ho imparato a riconoscere il bello delle relazioni. Perché nella mia casa, dove trascorro gran parte del tempo a leggere e scrivere – oggi insegno e collaboro da giornalista pubblicista con “Il Quotidiano della Calabria” – mi piace accogliere le mie amiche per condividere idee, passioni, desideri e iniziative nella città…”

(Franca Fortunato, La città che abito)

(dal libro pg.151)

“…La novità di questa pratica politica è che a Catania, per la creazione di performance e installazioni, non chiamiamo a intervenire artiste e artisti esterni, ma realizziamo le opere insieme agli abitanti, studenti e donne e uomini di altre associazioni, facendo ricorso alle competenze artistiche di ciascuno e adoperando materiali che fanno parte delle nostre vite, recuperati in ambiti che ci sono familiari. Ogni successo, ogni passo avanti è quindi frutto di un lavorio minuto, fatto di relazioni ed elaborazioni che non si esauriscono con la realizzazione delle opere, ma che anzi iniziano proprio dalla loro creazione. Le opere assumono cosi una funzione archetipa, perché costituiscono il precedente che tiene unito simbolicamente ogni elemento, rendendolo parte integrante del contesto, in vista di nuove, possibili iniziative. Gli abitanti dei vari quartieri, coinvolti nelle pratiche artistiche, scoprono l’amore per l’arte incontrandola attraverso il desiderio per la città. Inoltre osservando quel che avviene in luoghi più o meno vicini intrecciano reti di relazioni e scambi d’esperìenze … “

(Anna Di Salvo, Le molte dimensioni dell’arte)

    

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Racconto da Lampedusa

(foto Giornale di Puglia) 

Da LAMPEDUSA , “PORTA DELLA VITA”

di Franca Fortunato

Questa estate, dal 20 al 27 agosto, otto donne della rete de “Le Città Vicine”, provenienti da Mestre, Verona, Catania e Catanzaro, donne legate politicamente dall’amore per i luoghi e le città, abbiamo scelto l’isola di Lampedusa per la nostra annuale vacanza politica, spinte dal desiderio di conoscere questo lembo di terra, reso tristemente famoso quest’inverno dall’ “emergenza” degli immigrati tunisini, e desiderose di incontrare chi ci vive e lavora per amore di questa terra.

La bellezza paesaggistica ed ambientale di Lampedusa, è ciò che ci ha colpite da subito. Un mare limpido e azzurro, bianche spiagge, scogliere a strapiombo sul mare, un terreno arido e spoglio, tramonti mozzafiato, ci hanno fatto innamorare  di questa che, tradizionalmente, è l’isola “della vita”, non solo per la tanta umanità dolente che vi approda da sempre, con la speranza di poter andare altrove e trovare una vita migliore per sé e i propri figli, ma anche  per  le tartarughe marine, specie protetta, che vi approdano sulla spiaggia per nidificare.

Durante la nostra vacanza, gli sbarchi di immigrate/i continuavano, eppure non  ci è mai capitato di incontrare per l’isola qualcuna/o di loro, né ci è stato concesso di avvicinarci al Centro di identificazione ed espulsione, difeso dal ferro spinato e guardato a vista dalle forze dell’ordine. L’unica traccia del loro passaggio, alcuni barconi, ammassati sul porto e sorvegliati  da due militari. La stessa popolazione evitava di parlare degli sbarchi. Che cosa era dunque successo su quell’isola?

Per capirlo abbiamo incontrato, grazie alla mediazione di Giusy Milazzo, responsabile della Cgil di Catania, in vacanza con noi,  la responsabile della Legambiente Giusy Nicolini. Lei ci ha fatto capire come a Lampedusa, nei tre mesi dell’emergenza,  è stato “massacrato” un modello di accoglienza, “una vocazione naturale” di  “isola di accoglienza”, “terra che ti salva la vita”, “ponte del Mediterraneo”, ed è stata trasformata in “isola carcere”. Nei mesi dell’emergenza, infatti, il Ministro Maroni e il sindaco di Lampedusa, De Rubeis, denunciato, come il suo collega di Treviso, per istigazione al razzismo, hanno scelto deliberatamente di abbandonare quella gente alla fame e al freddo, per creare il sovraffollamento e fare scoppiare il “caso Lampedusa”.

Non è vero che l’isola non era in grado di gestire gli arrivi. In tutta la fase dell’emergenza sono passati 24/25 mila migranti (non più di quelli del 2008), in un’isola che ogni anno è in grado di  accogliere oltre 120/130 mila turisti nella sola stagione estiva. Gran parte della popolazione, più donne che uomini, da parte sua, ha fatto quello che poteva. “C’era chi dava loro da mangiare, chi faceva fare a qualcuno la doccia a casa, chi, con coraggio, distribuiva cibo, medicine, abiti e soprattutto scarpe, visto che quelle in donazione erano di pezza con il teschio bianco su sfondo nero e viceversa”. Non è vero che gli albergatori hanno avuto un danno, anzi per molti, la presenza delle forze dell’ordine, è stato un business. Se il turismo estivo, per coloro che hanno la seconda casa, abusiva, ha avuto qualche calo, è per via della crisi economica e non per gli immigrati.

Giusy, dopo averci parlato del problema dello smaltimento dei rifiuti e dei liquami, della necessità di distruggere i barconi, chiudendo le discariche, nocive all’ambiente e alla salute, ci ha lasciate dicendo: < Se Lampedusa rimane per i migranti una meta di passaggio, l’impatto si può gestire e controllare, se i governanti invece continueranno a creare situazioni di squilibrio ne vedremo delle belle>.

E delle belle ne abbiamo viste a settembre, con gli immigrati, più uomini che donne,  in rivolta, che hanno incendiato il Centro, divenuto luogo di detenzione per adulti e minori, e sono stati, tra le minacce del sindaco, trasferiti agli arresti domiciliari sulle navi, in attesa di conoscere il loro destino. Giusy ci ha fatto capire il senso della  lotta che lei, Paola, la sua amica, e altre donne e uomini portano avanti a Lampedusa. Lottano perché l’isola resti “porta della vita”, come un giovane migrante tunisino nel 2009, le disse al suo approdo.

Riceviamo da Franca Fortunato, giornalista e scrittrice, che ringraziamo. Articolo pubblicato da il PENSIERO del mese di ottobre. Altri articoli di Franca su Donne e conoscenza storica (vedi anche nostra iniziativa / post 15 nov. e in particolare 1 dic. 2010).

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

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Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto - riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

-        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

-        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

-        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

-    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

-    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

-    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve - molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

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Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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