UDIrc – UNIONE DONNE in ITALIA
dalla parte di chi non ha voce
OBSESSION JAZZ II edizione / UNESCO-ECOJAZZ a Reggio Calabria
il 30 APRILE in piazza ITALIA h 18.00
UDIrc – UNIONE DONNE in ITALIA
dalla parte di chi non ha voce
OBSESSION JAZZ II edizione / UNESCO-ECOJAZZ a Reggio Calabria
il 30 APRILE in piazza ITALIA h 18.00
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Una lettera da Nella Garganese, presidente del Tribunale del malato di Reggio Calabria, e iscritta UDIrc, profonda conoscitrice dei misteri sanitari locali e non solo.
(…)
Come tu ben sai ho avuto un incontro con l’on. Rosy Bindi alla quale ho espresso le mie perplessità sulla conduzione dei servizio sanitario in Calabria.
La legge che determina il SSN è una di quelle più complete e belle fra le esistenti in Europa, solo che, demandando alle Regioni senza controlli, ogni Regione decide come meglio crede.
Ti porto un esempio su tutti: fra le patologie riconosciute dal SSN abbiamo 2.500 patologie riguardanti il campo delle MALATTIE RARE, però ogni Regione determina quale prendere in carica dal punto di vista di assistenza farmaceutica, cosìcché alcune Regioni ne riconoscono 50 mentre la nostra solo 2, il che significa che molti reclamano perchè ad esempio in Piemonte viene riconosciuta la malattia e non da noi.
Mi chiedo se questo è Servizio Nazionale oppure chiedevo alla Bindi, con la quale abbiamo concordato in pieno, che i Servizi Sanitari delle Regioni devono essere messi sotto controllo continuo perché il cambio frequente di politiche determina quasi sempre delle discrepanze enormi.
La mia conoscenza dei Servizi Sanitari è vecchia, ho visto cambiare colori alla Regione Calabria e conseguentemente teste in ogni dove, l’unica vera preoccupazione è stata sempre quella di nominare dirigenti, sottodirigenti, vassalli, valvassini e valvassori.
Un’altra cosa che ti dirò è che, ad esempio, noi rispetto alle altre Regioni non abbiamo nelle Aziende la Carta dei servizi, per cui il povero Cittadino Calabrese è costretto a vagare nel nulla e ad accontentarsi di “ciò che si dice e ciò che non si dice”.
Mi fermo qui, perché le cose sono talmente tante che potrei scrivere un romanzo…
Nella Garganese
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Si conclude a Milano la III edizione Premio Immagini Amiche promosso dall’UDI – Unione Donne in Italia - sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, col concorso dell’Ufficio d’Informazione in Italia del Parlamento Europeo e in collaborazione con la Commissione Europea, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ed il Comune di Milano.
1 Marzo 2013 / ore 17.00 / Palazzo Marino – Sala Alessi
Piazza della Scala 2 – Milano
Al termine aperitivo: Palazzo Reale – Sala Otto Colonne, Piazza del Duomo 12
PREMIAZIONE IMMAGINI AMICHE
Conduce: Barbara Stefanelli, Vicedirettrice Corriere della Sera
con la partecipazione di: Eva Cantarella, Lella Costa
Categorie:
PROGRAMMI TELEVISIVI / Finalisti Premio Giuria: Invasioni Barbariche, 8 e mezzo, Tg2 / Premio del voto popolare
PUBBLICITA’ TELEVISIVA: / Finalisti Premio Giuria: Continental, Enel, Geox / Premio del voto popolare
PUBBLICITA’ SU AFFISSIONI / Finalisti Premio Giuria: Coop, Femminile Reale, Leroy Merlin / Premio del voto popolare
WEB / Finalisti Premio Giuria: A casa non si torna, Nuovo e utile, Calendario “Donne Italiane” / Premio del voto popolare
MENZIONE SPECIALE SCUOLA / Finalisti Premio Giuria: Scuola Elementare Galileo Galilei di Pistoia, Liceo Scientifico G. B. Benedetti di venezia, Istituto Vaccarini di Catania
MENZIONE SPECIALE COMUNE / Finalisti Premio Giuria: Enna, Milano, Reggio Emilia
Intervengono alla premiazione
le Parlamentari europee: Cristiana Muscardini e Patrizia Toia
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Qualunque cosa desideri nella vita, sai che devi cercarla, lavorare per ottenerla o lavorare per crearla. Ogni tua passione o desiderio che non danneggi nessuna cosa o persona è un tuo diritto. Ma è anche la tua libertà. Nessun’altra persona o gruppo deve impedirtelo, nessuna sovrastruttura autoritaria o condizione materiale ostacolarti. Senza diritti non si può esercitare una scelta, quindi non c’è libertà, in casa, sul lavoro, ovunque. Soprattutto la scelta della libertà del nostro corpo che non può essere espropriato e offeso. Nell’UDI sono i nostri principi, mantenendo ogni donna la sua diversità e la sua ricchezza.
L’Unione Donne in Italia rappresenta concretamente una grande forza libertaria indipendente, che si autofinanzia, orientata sulla carta costituzionale e sui diritti universali, non come categoria ma come parte paritaria della specie che esprime altre visioni del mondo e alternative, mai necessarie quanto oggi, per ciò che ci viene ancora negato e per le continue sottrazioni di diritti e spazi di libertà.
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per chiedere alle istituzioni e al governo di verificare fin da subito l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, e l’immediata revisione del Piano stesso insieme al coordinamento promotore di questa Convenzione che ritiene fondamentale
- sia ratificata immediatamente la Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica, e siano ottemperate le raccomandazioni conclusive rivolte all’Italia dal Comitato CEDAW del 2011 e dalla Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne del 2012;
- sia costruito e rafforzato il sistema di servizi pubblici e convenzionati sul territorio a partire dai centri antiviolenza;
- sia garantita la formazione di tutti i soggetti che lavorano, nei vari settori, con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere;
- sia vietato, in caso di separazione e affido dei minori, nei casi di violenza domestica agita sulle donne e assistita o subita dai figli, l’affido condiviso e che venga applicato come prassi l’affido esclusivo al genitore non violento; sia vietato l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale (PAS) in ambito processuale ed extraprocessuale; e non sia consentito l’utilizzo di tecniche di mediazione familiare in ambito processuale e da assistenti sociali.
- vi siano interventi tempestivi a difesa dell’incolumità delle donne che denunciano violenze in conformità agli obblighi derivanti allo Stato dagli accordi internazionali ed in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani in materia di violenza sulle donne;
- sia stabilita una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale, da parte dei diversi servizi coinvolti con la loro rielaborazione e la pubblicazione da parte dell’ISTAT;
- vengano rese comunicanti le banche dati delle forze dell’ordine;
- si adottino corsi di formazione su violenza di genere – femminicidio per i giornalisti che già svolgono la professione nelle redazioni e per chi si appresta a svolgerla (scuole di giornalismo e master);
- vengano rivolte campagne di sensibilizzazione nazionali e locali a contrasto della violenza maschile sulle donne rivolte a tutta la popolazione e in particolare agli uomini;
- nella scuole e nelle università, la didattica contenga anche gli argomenti della discriminazione e la violenza di genere, e che in particolare sia fatta attenzione all’adozione di libri di testo che non veicolino pregiudizi di genere nel linguaggio e nei contenuti.
Promotrici della Convenzione:
UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.
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Udi Catania – settembre 2012 – speciale Tunisia
Donne in Tunisia: in prima linea per difendere i loro diritti e la democrazia contro le derive oscurantiste e violente che minacciano la ‘primavera tunisina’ – la minaccia viene da gruppi salafiti, minoritari ma aggressivi che in varie località del Paese attaccano gli artisti, le donne, l’università, la modernizzazione. Debole la risposta del governo guidato dal partito islamista moderato Ennahda.
Da settimane le donne tunisine sono impegnate su più fronti.
Mediterranea_Speciale_Tunisia_settembre_2012
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di Franca Fortunato
ORSOLA Fallara, la dirigente più potente del Comune di Reggio Calabria sotto il governo dell’ex sindaco Giuseppe Scopelliti, la sera del 15 dicembre 2010 “vaga per la città, arriva al porto, spegne la macchina, si ferma qualche minuto. Qui avrebbe deciso di farla finita. Ingerisce l’acido. Poi chiama i carabinieri con il cellulare e chiede aiuto. Una pattuglia arriva in pochi minuti. Ed è in ospedale prima di notte”, dove morirà due giorni dopo. Così raccontano Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano, e Gianluca Ursini, giornalista dell’Unità, nel loro libro “Il caso Fallara – Storia del “modello Reggio” e del suo tragico epilogo”. Come tante/i – suppongo – non ho creduto al suicidio di Orsola Fallara ma – secondo i due autori che si rifanno alle conclusioni della Procura che ha archiviato il caso – si è trattato proprio di un suicidio, anche se alcuni punti oscuri restano.
Bene, accettiamo il fatto che Orsola Fallara si sia suicidata e allora la domanda è perché l’abbia fatto. Perché temeva di essere arrestata? Perché temeva di non reggere emotivamente all’accusa di aver sottratto denaro illegittimamente alle casse pubbliche? Perché lasciata sola e isolata dai suoi “amici” politici? Per non denunciare nessuno? Lei, come dirigente dell’ufficio Finanze e Tributi – ci dicono Baldessarro e Ursini – “era depositaria di mille segreti, era lei che amministrava tutti i flussi di denaro in entrata ed uscita, che autorizzava pagamenti d’ogni genere” e su quei flussi si è costruito il “modello Reggio” che l’ex sindaco, Giuseppe Scopelliti, divenuto governatore della Calabria, disse voler esportare in tutta la Calabria, tanto ne andava (ne va ancora?) fiero.
La magistratura, la Corte dei Conti, gli ispettori del ministero delle Finanze, prima che l’opposizione politica e i due giornalisti, hanno squarciato il velo di quel modello, costruito su una gestione del denaro della collettività a dir poco “allegra”, irresponsabile, clientelare, quando non illegale. Orsola Fallara, insieme al sindaco, è stata protagonista convinta di quel “modello”. Un modello fatto di distribuzione a pioggia di denaro pubblico, di incarichi e lauti compensi a avvocati, professionisti e tecnici. E intanto la città sprofondava nei debiti. Che cosa ha lasciato veramente il “modello Reggio” alla città è presto detto: un debito di oltre 170 milioni di euro.
Sarà la magistratura e i tribunali ad accertarne gli eventuali reati. Restano le responsabilità politiche di coloro che erano al governo della città, a partire dal sindaco, Giuseppe Scopelliti, rinviato a giudizio per “abuso d’ufficio” e “falso in atto pubblico”. Non si può parlare di Orsola Fallara, come donna pubblica, senza parlare del sistema di potere che sta dietro il “modello Reggio”, in quanto lei, da emancipata qual’era, ne è stata, per scelta consapevole, parte organica e protagonista attiva.
Che cosa insegna a una donna, come me, la sua storia? E’ stata una donna devota, fedele, sino alla fine, a colui che lei definiva “l’unico politico con la P maiuscola che riconosco”. Non ha mai denunciato o richiamato alla proprie responsabilità chi con lei ha governato il Comune per dieci anni. Si è assunta tutte le colpe. Si è fatta compagna in politica di un uomo che non ha esitato a smentirla, a prenderne le distanze, almeno pubblicamente, salvo poi, a rinvio a giudizio avvenuto, invocarla come la sola che avrebbe potuto discolparlo. Una donna che cosa ha da perdere o da guadagnare quando perde la sua libertà e la sua autonomia? Cosa ha da perdere o guadagnare nel seguire con devozione estrema un uomo nei suoi sogni di potenza, facendoli diventare propri? Ha da perdere tutto, anche la vita. Ha da guadagnare solo potere e denaro. Ecco cosa mi insegna Orsola Fallara con il suo suicidio. Dopo di lei, nessuna donna può dire che non lo sapeva.
[Le conclusioni degli Ispettori ministeriali nella loro relazione]
Conclusioni
Dall’esame dei comportamenti esaminati sono state evidenziate una serie di problematiche afferenti le materie oggetto di indagine.
Per ciò che riguarda la situazione contabile dell’ente, sono state rilevate pesanti irregolarità, consistenti nella mancata imputazione di oneri agli esercizi di competenza e nella conservazione tra i residui attivi di crediti non supportati da titolo giuridico.
Inoltre, sono stati adottati artifici contabili al fine di occultare la reale situazione finanziaria dell’ente.
Tali irregolarità hanno comportato l‟esposizione di un risultato di amministrazione nettamente migliore di quello reale, celando, in realtà, un disavanzo di amministrazione, al 31.12.09, superiore ai 140 milioni di euro. Nell‟anno 2010 la situazione finanziaria dell‟ente è ulteriormente peggiorata, portando il disavanzo ad oltre 160 milioni di euro.
Si ribadisce, anche in questa sede, che i risultati esposti debbono necessariamente essere considerati approssimati per difetto.
Anche in relazione all‟utilizzo delle risorse di cassa sono state rilevate pesanti irregolarità, che hanno portato l’ente ad utilizzare le risorse vincolate e l’anticipazione di tesoreria in violazione alle previsioni del TUEL.
Le irregolarità riscontrate hanno prodotto effetti anche in relazione alle disposizioni relative al patto di stabilità.
Relativamente all‟anno 2007, l’ente ha comunicato dati palesemente errati, al solo fine di far figurare il rispetto dei limiti imposti dalle norme di riferimento, che, in realtà, erano stati abbondantemente superati.
Le irregolarità contabili, inoltre, hanno consentito all’ente di far figurare il rispetto del patto di stabilità per gli anni 2008 e 2010, che, in realtà, è stato violato.
Non avendo rilevato il mancato rispetto del patto di stabilità, l’ente non ha rispettato le sanzioni previste per gli enti inadempienti, consistenti, essenzialmente, nell’impossibilità di effettuare assunzioni di personale e di far ricorso all’indebitamento.
In merito a quest’ultimo argomento, nell‟anno 2006 l’ente ha posto in essere un’operazione di ristrutturazione, della quale, peraltro, non è stato possibile valutare la convenienza economica, finalizzata a rinviare nel tempo gli oneri del debito.
Inoltre ha fatto ricorso, con la medesima finalità, ad una serie di contratti di interest rate swap. In conseguenza degli stessi l’ente ha sinora ottenuto benefici finanziari, con la prospettiva di dover sostenere nel futuro, in base alle attuali tendenze evolutive dei mercati finanziari, spese di ammontare superiore.
L’esame delle posizioni debitorie accese presso la Cassa Depositi e Prestiti ha, poi, consentito di rilevare come non sempre l‟indebitamento sia stato utilizzato per il
finanziamento di spese d’investimento, in violazione del principio dettato dall’art. 119, comma 6, della Costituzione.
L’esame delle problematiche concernenti il personale ha evidenziato numerose criticità, sia per ciò che riguarda la costituzione dei fondi per il trattamento accessorio che il loro utilizzo.
Vanno inoltre riviste le modalità di utilizzo delle progressioni orizzontali, che non risultano conformi alla normativa di riferimento.
Anche relativamente alla gestione del personale dirigente sono state rilevate numerose problematiche, in particolare per ciò che riguarda le risorse inserite nel fondo per il trattamento accessorio.
E’ stata, inoltre, riscontrata l’erogazione di somme, in violazione del principio di onnicomprensività della retribuzione, sia al personale dirigente che al personale del comparto.
Quest’ultima problematica impone una profonda revisione dei comportamenti gestionali, finalizzata a riportare le procedure amministrative nell’ambito della regolarità. In particolare, si segnala come qualsiasi incarico svolto nell’interesse dell’ente rientri nel normale rapporto di lavoro intercorrente tra le parti, senza che possa in alcun caso dar luogo all’erogazione di compensi non previsti dai contratti collettivi nazionali.
Ulteriori irregolarità sono state rilevate in relazione al conferimento degli incanchi dirigenziali a tempo determinato. I dirigenti sono slati individuati in assenza di una specifica procedura selettiva debitamente pubblicizzata ed in numero superiore ai limiti previsti dall’art. 19, comma 6, del D.Lgs. n. 165/01.
Roma. 19.08.11
I Dirigenti dei Servizi Ispettivi di Finanza Pubblica
dott. Giovanni Logoteto / dott. Vito Tatò
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Rispetto e amore in pochi minuti, per mezzo di una macchina e con vantaggi sociali e ambientali. Peccato che VicRoads non sia di casa da noi. E’ una Corporation con compiti governativi, una sorta di ANAS, nel piccolo stato australiano di Victoria. Si occupa di strade e ambiente, ma tra le finalità e i suoi obiettivi mescola strani concetti eversivi ed è contemplato che non si possano costruire strade o fare manutenzione o ricostruire o… senza tenere in conto per esempio di:
Non male. Sembra la politica, come piacerebbe (e dovrà accadere), condivisa con le donne come modello globale.
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La Corte ha ritenuto di non dover neanche prendere in considerazione le argomentazioni speciose e strumentali che il giudice spoletino aveva utilizzato per sostenere l’incostituzionalità della legge. Questo giudice dimenticava che la Corte aveva già definito, 37 anni fa, superiore l’interesse di chi è già persona rispetto al feto.
Sappiamo anche che le donne non rinunceranno mai a difendere il loro diritto all’autodeterminazione perché sulla procreazione la prima e l’ultima parola deve essere la nostra!
Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste
UDI – Unione Donne in Italia
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Mollato nelle acque di Venezia
Aspetta, aspetta chi era…?
Una ragazza componente della Rete Precarie/i della Pubblica Amministrazione voleva fargli una domanda (Covegno innovazione, ricerca, tecnologia e giovani), ne ebbe in risposta: siete l’Italia peggiore e scappò come indemoniato davanti all’acquasanta.
… Esonerato al Comune di Venezia per … assenteismo
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Nel 1946 è nata la Repubblica.
Nel 1946 le donne italiane esercitano per la prima volta il diritto di voto.
Nel 2012, dopo 66 anni, le donne italiane stanno ancora combattendo per la democrazia paritaria. Nonostante la Costituzione. L’art.1della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro …” Se la guardiamo come donne, l’Italia è una repubblica incompiutamente democratica: infatti noi sappiamo che oggi è molto difficile esigere il lavoro come diritto, e non solo a causa della crisi.
Da sempre le possibilità lavorative delle donne sono state notevolmente inferiori a quelle degli uomini. Oggi in numero minore sono le occupate, in numero maggiore le disoccupate e si ingrossano continuamente le fila delle inattive. Le donne più giovani sono maggiormente vittime di una precarietà che si protrae nel tempo condizionando la facoltà di scegliere liberamente e consapevolmente la loro vita. Le donne di ogni età sono oberate anche a causa della mancanza di servizi e sostegni adeguati, a cui devono supplire occupandosi di bambini, anziani, disabili e malati.
In questo periodo alle donne è stato tolto molto (dall’innalzamento dell’età pensionabile ai mancati investimenti promessi per i servizi e le politiche di conciliazione e condivisione) senza contropartite. Se la nazione reggerà a questa crisi sarà grazie alle donne che mettono responsabilmente a disposizione le loro energie e risorse nell’ economia e nella cura. Dalla famiglia alle reti informali le donne sorreggono e sostituiscono un welfare debole e frantumato, a macchia di leopardo, come è quello italiano. Lo sappiamo dall’esperienza delle nostre vite e ce lo confermano le statistiche nazionali.
L’UDI – Unione Donne in Italia è stata protagonista fin dal 1944 delle principali battaglie condotte in questo paese per il diritto di voto e il diritto al lavoro delle donne, per i diritti delle donne nel lavoro, nonché per un modello di produzione che riconoscesse la differenza femminile nel lavoro: un modello a misura di donna e, come tale, a misura di tutti.
L’UDI richiama l’attenzione di uomini e donne sulla contraddizione profonda tra i diritti faticosamente conquistati e l’esigibilità di questi diritti, sulla differenza tra la responsabilità sempre esercitata dalle donne e l’irresponsabilità di chi dovrebbe attuare la Costituzione con interventi politici concreti tenendo conto che la Repubblica è costituita da uomini e da donne.
Perché il 2 giugno possa essere la festa di tutti e DI TUTTE.
Le scosse continuano in Emilia, migliaia di persone scaraventate all’istante in mezzo alla strada. Capannoni crollati come castelli di carte da gioco. Nomi e cose da non dire. La retorica dei soccorsi, le raccolte per sms che non si sa se arrivano e come arrivano. Le cricche in agguato, c’è chi ride, ora di nascosto. La militarizzazione, la frammentazione, la dispersione del territorio: L’Aquila è stata, è una brutta pagina. Occorre fare presto, fare tutto, perché gli stessi luoghi siano protagonisti della loro ricostruzione. Basterebbe il costo di un paio di F-35.
E la Repubblica con la ruota del pavone imperterrita festeggia. Mostra i muscoli, il muso duro, tutto l’apparato potenziale che può togliere la vita in massa.
Repubblica che ancora si autocelebra in un cliché guerriero, zelante nel dare di sé una immagine primaria collegata con la guerra, di difesa o di offesa che sia.
Repubblica fondata sul lavoro ma che il lavoro non lo cura, che considera tutte le persone uguali e di pari dignità, ma poi di fatto ne trascura una parte. Quella parte che è più sottopagata, che sostiene un welfare sommerso, ostacolata nel percorso di lavoro, a cui si nega il pieno diritto del proprio corpo, anzi un corpo su cui si applica un diritto proprietario d’intesa, individuale e istituzionale.
Le donne cadono come mosche, quattro in 48 ore, uccise da mariti compagni fidanzati padri figli. I media continuano imperterriti a non voler vedere. Descrivono il set, i particolari, la pettinatura, il dramma della gelosia, nessuno se lo aspettava… Noi costrette come sisife a ripetere le stesse cose, peggio a non ripeterle.
Un atto di coraggio, di verità per dire finalmente basta a qualcosa di insostenibile non arriva! Se non da noi, dal basso.
Festa della Repubblica sarebbe del senso civico, della legalità, della solidarietà, della fratellanza e della sorellanza, della dignità, del rispetto verso la metà ab-negata. Festa della Costituzione per cui ha senso la Repubblica, festa di popolo libero perché è la Repubblica in ogni suo organismo a garantire la libertà di ogni persona. Ma la Repubblica siamo noi.
Udinazionale comunica:
- La Regione Emilia-Romagna
ha attivato una raccolta fondi rivolta a quanti – privati ed Enti pubblici – desiderano versare un contributo per far fronte ai costi del terremoto che ha colpito le province di Modena, Ferrara e Bologna.
Per i privati le possibilità sono le seguenti:
- versamento sul c/c postale n. 367409 intestato a: Regione Emilia-Romagna – Presidente della Giunta Regionale – Viale Aldo Moro, 52 – 40127 Bologna;
- bonifico bancario alla Unicredit Banca Spa Agenzia Bologna Indipendenza – Bologna, IBAN coordinate bancarie internazionali: IT – 42 – I – 02008 – 02450 – 000003010203;
- versamento diretto presso tutte le Agenzie Unicredit Banca Spa sul conto di Tesoreria 1 abbinato al codice filiale 3182.
Per quanto riguarda invece gli Enti pubblici, è previsto l’accreditamento sulla contabilità speciale n. 30864 accesa presso la Banca d’Italia – Sezione Tesoreria di Bologna.
In tutti i casi (privati ed Enti pubblici) il versamento dovrà essere accompagnato dalla causale: Contributo per il terremoto 2012 in Emilia-Romagna.
- La Provincia di Modena
Interventi di solidarietà
codice Iban IT 52 M 02008 12930 000003398693
causale “terremoto maggio 2012″
- La Provincia di Ferrara
intestazione conto “Provincia di Ferrara per interventi di solidarietà”
codice: IBAN IT 67 Z 06155 13015 000003204155, con la causale: “terremoto maggio 2012”.
- Dalle UDI di Bologna e Provincia
ci comunicano che la Provincia non ha, per ora, attivato un conto apposito, per cui invitano a inviare eventuali contributi al conto della Regione. Avviseranno direttamente qualora la Provincia di Bologna dovesse agire in proprio in questo senso.
45500 per donare automaticamente 2 euro
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da UDI NAPOLI
Comunicato Stampa
Nella già drastica riduzione dei luoghi deputati al servizio di interruzione volontaria di gravidanza, l’Amministrazione del Secondo policlinico, presidio ospedaliero della Federico II di Napoli, ha sospeso gli interventi e chiuso le prenotazioni.
Si tratta di un’interruzione di pubblico servizio, in contrasto con le finalità di una legge dello Stato, la 194.
Una decisione inaccettabile, frutto della sostanziale deroga ad una responsabilità precisa: quella di prevenire il ricorso a pratiche clandestine, con particolare riguardo alla già difficile cittadinanza delle donne migranti.
Nel contesto regionale degli accorpamenti, con l’aumento delle distanze causato da queste per il trasferimento di interi reparti maternità, il secondo Policlinico, rimane il più noto ed affidabile presidio in materia di IVG nella Provincia e nella Regione. La sospensione del servizio e la prospettiva di una chiusura anche temporanea sono inaccettabili ed improponibili.
Il ricorso all’obiezione di coscienza assume nella nostra Regione livelli tali da indurre l’intelligenza che tale scelta da parte del personale medico possa costituire un elemento di incentivo alla carriera. Inoltre l’estensione di questa facoltà, estensione a dir poco fantasiosa ed al limite della legalità, al personale paramedico e ad altre figure presenti nei luoghi di cura, conferma che quest’anomalia tutta italiana (solo nel nostro paese i medici ospedalieri possono rifiutare di svolgere il servizio, ove presente nel settore d’impiego) assume la dimensione di una pratica vessatoria verso le pazienti. Più volte avviamo dovuto verificare quanto aperta fosse l’ostilità di certi ambienti sanitari verso la libertà femminile. Nelle aziende ospedaliere il ricorso massiccio all’obiezione non costituisce però valido motivo per sospende o addirittura negare il servizio, che va comunque garantito, per legge. Il personale disponibile va comunque reperito, al di là degli incoraggiamenti più o meno aperti verso questa pratica che rappresenta un vero e proprio danno per l’azienda ospedaliera, oltre che per le utenti.
L’UDI di Napoli e il comitato Legge 194 nello sporgere denuncia per interruzione di pubblico servizio verso l’amministrazione dell’ AOU Federico Secondo, e denuncia verso il Presidente Caldoro, in qualità di commissario alla Sanità per la disapplicazione diffusa della 194, si trovano a ripetere un atto che si rende ciclicamente necessario per l’imprevidenza e la negligenza, ormai usuali in Campania, di fronte ai diritti delle donne.
La Regione ha operato il rientro dal debito sanitario riducendo l’accesso alla salute delle donne anche in materia oncologica, oltre che per quanto riguarda la sfera materna. La nostra denuncia è l’ennesima per disservizi subiti dalle donne in momenti tra i più dolorosi della loro vita.
In assenza di un deciso e decisivo provvedimento per il ripristino ottimale del servizio, la denuncia verso l’amministrazione dell’AOU Federico II, sarà depositata presso la Procura di Napoli lunedì 19 Marzo dall’Avv. Maria Pia de Riso, in occasione della denuncia vs il Presidente Caldoro.
Stefania Cantatore e Simona Ricciardelli
(UDI e Comitato legge 194)
Napoli 16 Marzo 2012
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di Simona Toscano
Amo lo shopping. Entrare in un negozio e sentirsi un po’ più felice. Oh sì noi donne lo sappiamo bene. Il vestito, la borsa e le scarpe. Signori miei le scarpe. Ho un 34 e quindi avevo difficoltà notevoli a trovare scarpe. Per fortuna da qualche anno per le bambine fanno scarpe “da adulta”, quindi la scelta si amplia. Però, c’è sempre un però, molti negozi non sono accessibili. E tu che fai? “Trovi un altro più bello che problemi non ha”, parafrasando la Carrà. Ma perché esistono negozi inaccessibili se dalla legge 13 e D.P.R. 239 dell’89, alla legge 104/92 al D.P.R. 503/’96 e successive, si impara che i luoghi aperti al pubblico devono essere usufruibili da tutti? E per questo sono previsti controlli e sanzioni.
Non solo ospedali, ASL e centri di fisioterapia. È vero, frequento pure quelli al bisogno. Ma faccio shopping! Nonostante tutto ciò molti negozi di nuova apertura continuano a essere inaccessibili. Come fare? La soluzione sarebbe facile. Se i commercianti capissero che anche un disabile è consumatore cambierebbe tutto. “Psss, avvicina l’orecchio, ti devo confidare un segreto! Anch’io mangio, mi vesto e mi imbelletto!”. “Scandaloso vero? Eh si, hai ragione però è così! Sarò più chiara: se io avessi potuto, sarei entrata nel tuo negozio, magari lasciandoti 50 – 100 € che immagino schifo non facciano. Invece non posso entrare, peccato!”
Per ora i commercianti che non mi conoscono o storcono la bocca quando entro oppure parlo e loro guardano la persona che è con me. Peggio è se sono sola. Scene di panico in certi negozi, divertentissime da una certa angolazione. Il commesso che suda perché non sa come approcciarsi a me. Oppure quando chiedo un prodotto che non giudicano esser adatto a me. Perché c’è pure quello. L’altro giorno un commesso mi ha ripetuto 13 volte che stavo comprando slip “brasiliana”, slip che io avevo scelto proprio perché erano così. Ripeto io consumo, al commerciante di solito quello importa. O dovrebbe.
Oppure quando una volta in farmacia chiesi varie cose fra cui un contraccettivo, e volevano fare due conti perché sicuramente tutto era per me, ma quella cosa era di chi mi accompagnava. Se i commercianti pensassero al ritorno economico che può dare un negozio accessibile staremmo a cavallo.
E, per una come me che non vuole cedere al centro commerciale sarebbe una vittoria.
Roma, 12 marzo 2012
L’articolo 3 della Costituzione sancisce per ogni persona la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Prosegue con un obbligo e un vincolo del legislatore: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione, ecc…
Difficile trovare un settore che non abbia ricevuto una legislazione, ma molto facile trovare in ogni settore inadempienze.
Simona richiama la Legge n. 13 con il D.P.R. attuativo n. 239 dell’89, e successive: Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche. Regolano complessivamente l’accessibilità agli spazi fisici della città e degli edifici, con parametri per la progettazione, ristrutturazione e adattamento.
Le barriere architettoniche vanno dal gradino che impedisce l’accesso sia al marciapiede o al negozio, che al bagno per chi utilizza una carrozzina. Ma più in generale è qualsiasi impedimento che ostacoli una interrelazione tra persone e con l’ambiente. Ogni elemento fisico dello spazio e del costruito urbano che non permetta un utilizzo o una partecipazione piena a tutte le persone, deve essere rimosso o adattato. E dove manca va progettato il dispositivo mediatore che permetta o faciliti almeno in parte l’accessibilità e l’uso di servizi, spazi, edifici. Le barriere architettoniche di fatto costituiscono una limitazione di diritti e una discriminazione della persona fisica, cui di solito non si fa caso.
Accessibilità, adattabilità, visitabilità, sono i criteri normativi della legge del 1989, validi anche per l’edilizia privata. Dal 2001 le norme rientrano nel Testo Unico per l’edilizia n. 380. Sono soggette le nuove costruzioni e quelle in ristrutturazione.
Tre milioni in Italia le persone ostacolate dalle barriere e il 20% della popolazione nell’Unione Europea. Anche le mamme con carrozzina per esempio sono ostacolate dalle barriere, gli obesi oltre un certo limite, anziani con limitata mobilita e tutte le persone che non si possono avvalere della percezione sensoria nella giungla dei segni urbani.
Recentemente diverse Regioni (Marche 2010, Emilia Romagna 2010, Calabria 2011) hanno stanziato fondi per la domotica e la riqualificazione dell’edilizia con l’obiettivo dell’eliminazione delle barriere architettoniche.
Il Capitolo della Cattedrale di Grosseto, con patrocinio del Comune, emise lo scorso anno un concorso per idee per permettere l’accessibilità alla cattedrale, e così la Comunità Montana di Val Camonica per migliorare l’accessibilità motoria, sensoriale e percettiva nella visita al sito rupestre.
E a Reggio Emilia il tribunale ha stabilito che è un atto di discriminazione obbligare a vedere un film esclusivamente dalla prima fila per chi accede con carrozzina.
Qualcosa si muove, e qualcosa è irremovibilmente fermo.
Cara Simona, la cosa più bella sarebbe che semplicemente potessi accedere ai tuoi negozi preferiti e semplicemente i gestori facessero quello che è in fondo un piccolo adattamento, a loro perfino conveniente.
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Evento in collaborazione col Teatro Athena.
Riceviamo da Laura Cirella.
Tra il dire e il fare…
A proposito di “festa della donna”, tra riflessioni e celebrazioni, non può non cadere l’attenzione sul recente bando pubblicato a gennaio 2012 per la nuova erogazione dei “voucher per la conciliazione”.
Si chiamano “azioni positive”, ovvero il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato. Queste azioni positive sono tanto più efficaci quante più donne riescono a coinvolgere e quanto più riescono ad abbracciare tutto l’universo dei lavori di cura affidati ancora oggi in prevalenza alle donne. Già la giunta precedente aveva proceduto nel 2008, all’erogazione di questi voucher con un medesimo bando ma, la giunta Scopelliti ha avuto la capacità di “affossare” anche questo prezioso strumento. Basta fare il vecchio gioco enigmistico delle differenze, scoprendo in tal modo quanto sarà limitata l’efficacia dei voucher previsti dall’attuale bando di questa giunta, e quanto potente e ad ampio raggio d’azione sia stato il precedente bando che ha elargito i voucher a circa 3.000 donne. Il bando pubblicato dall’attuale giunta non contempla tutti i lavori di cura di cui, nella nostra regione si occupano, quasi esclusivamente, le donne, avendo escluso la copertura di spesa per assistenza ad anziani e disabili che non siano figli (il precedente bando copriva i parenti e affini fino al III° grado per es. suoceri, cognati, zii, pronipoti e bisnonni anche acquisiti) i malati cronici non autosufficienti e i malati terminali (che il precedente bando copriva ugualmente entro il terzo grado). La cifra riconosciuta è assolutamente irrisoria (250,00 €) rispetto alla precedente (600,00 €). Ad ogni beneficiaria fu riconosciuta la consistente somma di € 6.000,00 per ogni familiare a carico. Inoltre l’erogazione non avverrà più con cadenza bimestrale (dunque 5 tranche per 10 mesi), come nel precedente voucher, ma solo in due tranches (al 5° e 10° mese). Vengono oggi escluse le disoccupate, a meno che non siano in attività di formazione, vanificando la ratio stessa del bando. Infatti la finalità è quella di “liberare tempo” a quelle donne che non hanno lavoro e non possono affidare i propri familiari alle cure di qualcun altro per mancanza di reddito e sono alla ricerca di un lavoro o vorrebbero frequentare un’attività formativa.
A proposito di badanti e baby sitter, il vecchio bando aveva avuto anche il grande merito di aver fatto emergere tutto il lavoro sommerso di queste figure indispensabili, generando un circolo virtuoso di donne che lavorano e che danno lavoro ad altre donne, con contratto regolare (grazie all’obbligo di rendicontare la spesa con busta paga e relativo bonifico o assegno – dunque con tracciabilità della spesa – e contratto registrato all’INPS, previsto dal bando precedente) e non più in nero! Scomparse dunque le baby sitter a domicilio: sono infatti riconosciute solo le spese per frequenza a servizi di prima infanzia (rette e servizi a pagamento per asili nido e servizi integrativi scuole materne, comprese quelle di baby sitting), e per figli fino a 3 anni, non più fino a 13 anni. Scoperte le differenze, riteniamo che l’intero bando debba essere sottoposto ad una revisione se vi è la reale intenzione da parte di questo governo regionale di rendere conciliabile il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia.
Laura Cirella
Di seguito schema di comparazione tra bando 2008 e bando 2012.
| Bando giunta Loiero maggio 2008 | Bando giunta Scopelliti 13/01/2012 | ||
| “Voucher di Conciliazione” | circa3.000 erogati | “Voucher di Conciliazione” | circa600 previsti |
| Ripartizione per province | Catanzaro: 18,57% | Ripartizione per province | nessuna |
| Cosenza: 36,31% | |||
| Crotone: 8,57% | |||
| Reggio Calabria: 27,92% | |||
| Vibo Valentia:8,63% | |||
| Beneficiari le donne, anche immigrate, che: | siano residenti o svolgano attività lavorativa in Calabria | Beneficiari donne italiane e straniere che: | Siano residenti, ovvero svolgano attività lavorativa/formativa in Calabria |
| siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, inoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione o una borsa Lavoro o disoccupateai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 181/2000 | Siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, ovveroinoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione | ||
| reddito familiare dichiarato non superiore a € 40.000,00 calcolato con il metodo ISEE | situazione economico-patrimoniale dichiarata non superiore a € 10.000,00 calcolata con il metodo ISEE | ||
| durata massima di | 10 mesi | durata massima di | 10 mesi |
| misura massima di | € 600,00 mensili | misura massima di | € 250,00 mensili |
| Per l’assistenza di | |||
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Quell’imprevisto della libertà femminile
GENTILE direttore ho accolto con convinzione il suggerimento che lei ha avanzato alle donne calabresi di dedicare la Giornata Internazione della Donna a Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, perché dimostra, da parte sua, un’attenzione particolare per quanto, in quest’ultimi anni, si muove nel mondo della ‘ndrangheta, che sta facendo i conti con l’imprevisto della libertà femminile. Pur facendo mia la sua proposta, mi permetta, però, di avanzare alcune osservazioni, per evitare alcuni rischi, che ho intravisto in alcuni interventi.
Queste tre donne non vanno separate da tutte le altre, non sono donne eccezionali, ma donne “comuni” in un mondo in cui la libertà femminile fa paura a tanti uomini, anche e ancor di più ai mafiosi. Vanno, pertanto, ricordate e riconosciute tutte le donne che con le loro scelte stanno erodendo sin dalle fondamenta la forza della ‘ndrangheta.
Mi riferisco a Tina Buccafusca, moglie del boss Panteleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la collaborazione con i magistrati, a Ilaria La Torre, ex moglie di Francesco Pesce, che sta testimoniando contro il marito al processo “All Inside”, alle sindache Elisabetta Tripodi di Rosarno e Carolina Girasole di Isola Capo Rizzuto, che quotidianamente difendono il loro desiderio di governare con libertà la propria Comunità. Mi riferisco ad Annamaria Molé e Roberta Bellocco, appartenenti a due delle più potenti famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro, studentesse del Liceo scientifico di Rosarno, che in un convegno sulla legalità hanno dato testimonianza del loro desiderio di essere libere di poter vivere la propria vita, nonostante il nome che portano.
Mi riferisco alla figlia di Lea Garofalo, Desirè che si è costituita parte civile contro il padre, in nome della madre. Mi riferisco ad Anna Maria Scarfò di Taurianova, che ha denunciato e mandato in carcere i suoi violentatori. Mi riferisco a tutte le donne che, in ogni luogo, a partire dalla casa, lottano quotidianamente per affermare la loro libertà. Mi riferisco alle donne che nelle scuole, frequentate anche dalle figlie dei mafiosi, insegnano alle più giovani l’autorizzazione ad essere libere, contribuendo così alla fine della ‘ndrangheta. Insomma, anche in Calabria c’è tutto un mondo femminile che sta cambiando, e Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo sono parte di esso.
Gli strumenti di queste donne, come di tutte quelle che hanno distrutto il patriarcato, togliendo ad esso la propria credibilità, sono la consapevolezza di sé e l’amore per la libertà propria e delle proprie figlie e figli. La loro non è “resistenza civile”, ma affermazione di sé e del proprio desiderio, a costo anche della propria vita. E questo, ne sono convinta, ha un valore molto più alto di mille manifestazioni. La vera lotta alla ‘ndrangheta, come lei stesso direttore ha scritto, è “ fatta di piccoli e grandi gesti quotidiani”. Molte donne, in questa regione, lo stanno facendo. La ‘ndrangheta che uccide le proprie donne perché l’”abbandonano” e la “tradiscono”, dopo che generazioni di donne, come la madre di Maria Concetta Cacciola o di Giuseppina Pesce, le hanno garantito omertà e complicità, non è diversa dai tanti uomini che ogni giorno, in ogni parte del mondo uccidono le donne (mogli, fidanzate, ex, figlie, sorelle), quando tentano di riappropriarsi della propria vita e li abbandonano.
Quello a cui stiamo assistendo è la fine del patriarcato mafioso. Alto è il prezzo che molte, troppe, stanno pagando. Separare Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo dalle loro simili, significa indebolire la forza delle loro scelte e le ragioni che le sostengono. Mi auguro che l’8 marzo non venga trasformato in una manifestazione di tutti contro la ‘ndrangheta. In prima linea troveremmo magari molti di quegli intellettuali e di quei docenti universitari, che saranno d’accordo con la sua proposta, pronti a firmare e a “partecipare” purché siano “visti”, che a Cosenza hanno disertato la “lezione” del procuratore Pignatone, che aveva capito la forza delle donne nella lotta alla ‘ndrangheta. Lei c’era a quella manifestazione e con lei c’erano non più di dieci docenti Unical.
Gentile direttore apprezzo la sua proposta e spero che venga lasciato alle donne, e solo alle donne, perché a loro appartiene l’8 marzo, di farla propria, nei modi in cui ognuna, individualmente o assieme ad altre, deciderà.
Franca Fortunato
Riceviamo da Franca una lettera aperta al direttore del Quotidiano della Calabria, giornale su cui scrive e su cui è stata pubblicata giorni fa.
E’ da un po’ che traboccano termini che celebrano la retorica dell’eroe. E non è in questo senso che va percepito il profondo mutamento che sta avvenendo in molte donne legate al mondo mafioso. Tante madri hanno ripudiato figli definiti ‘nfami che hanno deciso di collaborare con la giustizia, ma molte altre colpite nel profondo degli affetti e dei sentimenti hanno deciso di rompere ogni legame coi loro uomini mafiosi, con estremo coraggio e rischio.
Quando una donna viene colpita negli affetti più cari non ragiona più, non c’è omertà che tenga, racconta il pentito Calderone a Pino Arlacchi, (Dacia Maraini ne farà un testo teatrale: Mi chiamo Antonino Calderone).
L’esplosione dell’affettività ferita a morte è una delle componenti che spinge le donne a rompere i legami nel mondo mafioso. Ma bisogna riflettere che senza la spinta evolutiva dei movimenti delle donne verso l’emancipazione, sul piano della comunicazione sociale, e in particolare di quelle associazioni – in prevalenza femminili – che contrastano le mafie e che offrono sostegno alle donne vittime, il fenomeno della loro ribellione a un mondo chiuso e ferocemente patriarcale sarebbe impossibile. E’ anche il timore di essere fatta fuori comunque.
All’interno la donna è ritenuta inaffidabile e di proprietà. Ha solo compiti di servizio e di comunicazione con l’esterno, non deve discutere gli ordini. Affetti e sentimenti all’esterno sono vietati all’uomo del clan, la donna non deve chiedere mai, deve essere tenuta lontana e all’oscuro, se la donna sa qualcosa finisce che o la deve ammazzare lui o la deve far ammazzare da qualcun altro (Renate Siebert). Anche se nel tempo sono emerse donne al comando.
Ma… è venuto il momento di comunicare in proprio con l’esterno e di porsi delle domande. Non è più disposta a trascorrere la sua vita in un buio labirinto dove è stata assegnata prima dal destino e poi dagli uomini del clan.
Ecco quell’imprevisto della libertà femminile. Ed ecco il senso del manifesto per l’8 Marzo che l’UDI dedica a tutte le donne e ai loro diritti, per la costruzione del futuro. E, d’accordo con Franca, a tutte le donne che decidono di vivere la libertà della propria persona nei diritti, soprattutto quelli da recuperare, che spezzano catene umilianti e rischiano la propria vita.
ONCOLOGIA AL CIACCIO UNA REALTA’ DA TENERE STRETTA
LEGGO su questo giornale che, ancora una volta, c’è chi pensa di chiudere il Centro oncologico Pugliese-Ciaccio per “fonderlo” con l’università. Ci aveva provato l’ex governatore del centrosinistra Agazio Loiero con un colpo di mano, alla vigilia delle elezioni amministrative, suscitando l’indignazione e la disapprovazione generale.
Oggi ci riprova il governatore del centrodestra, Giuseppe Scopelliti, che, per non essere da meno del suo collega che l’ha preceduto, non solo ha sottoscritto un accordo con il Rettore dell’università per cancellare il Centro, ma ha già deciso che al suo posto sorgerà un Centro di riabilitazione. Chi come me da anni è costretta a frequentare quel luogo per essere curata, seguita, sempre con la speranza nel cuore della guarigione, sa cosa significa trovarsi all’improvviso di fronte a una tale decisione, che sconvolge la tua vita senza che nessuno te ne abbia chiesto il permesso. Nella “sfortuna” mi sono sentita sempre “fortunata” perché ho potuto curarmi nella mia città, restando accanto ai miei cari. Mi sono sentita “fortunata” che in questa città ci fosse un dottore come il dottore Molica e la sua equipe, che avevano lavorato per prepararmi un luogo accogliente, umano, sereno e di altissima professionalità, con tecnologie e protocolli di cura avanzati. Mi sono sentita “fortunata” di aver ricevuto le stesse cure che avrei avuto in qualsiasi Centro d’eccellenza d’Italia. La mia “fortuna” è stata di aver trovato in quel luogo l’essenziale per chi si affida alle mani di medici ed infermiere/i.
Vi ho trovato uomini e donne, preparati/e professionalmente e umanamente, che mi hanno permesso di affrontare la chemio con serenità e di continuare ad andare ai controlli periodici con la speranza nel cuore e la tranquillità che li avrei sempre trovati in quel luogo. Ora questa certezza e questa serenità Scopelliti e il rettore dell’università, un signore che neppure conosco, hanno deciso di togliermele. Con il loro accordo gli interessi di chi hanno fatto? Non certo i miei e quelli delle tante ammalate e ammalati del Centro. Non so se la città si ribellerà ancora una volta, come un anno fa, ma mi colpisce il silenzio che oggi regna sulla vicenda, anche da parte delle attuali amministrazioni locali, pronte a gridare allo scandalo se a decidere di chiudere il Centro è l’avversario politico e zitti se lo decide il governatore amico.
Mi colpisce il silenzio di colui che un anno fa, da rappresentante sindacale insieme ad altri, creò un Comitato in difesa del Ciaccio contro quella che definì una “beffa”, ed oggi da consigliere del centrodestra e presidente della Commissione urbanistica non dice una parola. I governanti amici non si criticano, si lusingano, si applaudono e un giorno si e uno pure si lodano, per quello che fanno, come sta capitando in questa regione. In questa città si sta permettendo al governatore Scopelliti di cancellare un Centro di eccellenza, di distruggere professionalità e vite umane a favore di una Fondazione, che ancora non si sa bene neppure cosa sia. E intanto la città si impoverisce, nell’indifferenza generale, rendendo la vita ad ammalate e ammalati ancora più difficile e triste. Il dottore Molica e la sua equipe hanno dato tanto in questi anni a questa città. Ora tocca alla città ricambiare con riconoscenza e gratitudine, mettendo da parte tutte le appartenenze, con la consapevolezza che quel Centro va difeso e protetto, perché non si può consentire a nessuno di distruggere un bene comune.
Franca Fortunato
[Quotidiano della Calabria/14.11.2011]
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RIFLESSIONI POSTCONGRESSUALI
Al XV° Congresso UDI abbiamo partecipato in tre, appartenenti a UDI le Orme di Reggio Calabria. Una partecipazione che abbiamo il piacere di definire storica, al di là degli avvenimenti.
Supero la descrizione analitica dei fatti, che pure ho annotato con precisione. Mi soffermerò su qualche riflessione che si è imposta dopo l’esperienza delle due giornate e mezza di Congresso, che per altro deve ancora portare a termine i lavori.
L’UDI della Cappella Farnese è apparsa spaccata. La frattura ha insieme connotazione generazionale e di appartenenza. Generazionale perché il gruppo di donne frazionante è delle trentenni-quarantenni. Di appartenenza perché con ogni evidenza è legato al gruppo dirigente che ha coltivato la scuola politica.
E’ certo una stupidaggine competere tra generazioni anziane e giovani, opporre una chiusura laddove si dovrebbe in primo luogo trasmettere e ricevere da una parte e dall’altra. Ma non è una stupidaggine pensare che esista un conflitto generazionale, di contesti. Nei termini, oggi, in cui non è mai esistito.
Una certa generazione iperprotetta affettivamente, e quindi anche fragile, educata in assenza di limiti e divieti, complici forti modelli mediatici, cresciuta in un mondo in cui il rispetto cede allo sberleffo e il linguaggio ad un fraseggio meccanico e insolente dovrà pur dare il suo saggio comportamentale pubblico e manifestare il suo stile appena arriva ad esercitare un potere o manifestarne il desiderio. In questo blob-contesto le anziane e gli anziani non servono, impacciano, rallentano. Sono la morte del dinamismo muscolare e mediatico attuale, l’anti-bellezza. Meritano le parodie pubbliche mortificanti di certi programmi televisivi.
E’ così anche nell’UDI si è avvertito un vento che alita tratti del modello appena descritto. Sberleffi di basso profilo che è bene non amplificare. Non ho sentito o letto nessuna sdegnarsi dall’interno, anzi: una sfilza di mi piace su Facebook.
Un pedigree preteso e ostentato, l’irrisione o disprezzo aperto verso le diverse, le avversarie, le incontinenti, nasconde una scorza di intolleranza. E ancora: Ci riprenderemo l’UDI … ci organizzeremo… riuniamoci a Roma … se la vedranno con noi … la mia UDI … A poche ore dal termine della seduta congressuale.
Rottamatrici al contrario, sicure che non serve un ricambio dopo dieci anni di stessa conduzione, sicure che la linea seguita non sia discutibile, e soprattutto sbagliando sulla proprietà, perché l’UDI non è di nessuna. Bisogna solo lavorare in sorellanza e solidarietà anche nel dissenso.
E’ bene ricordare che UDI nazionale è solo un’indicazione funzionale-geografica e non di struttura, giacché la struttura UDI è federativa, senza gerarchie e assolutamente aperta in autogoverno dove le funzioni direttive sono delegate e non autonome e sovrastanti. L’attività della funzione delegata è sottoposta, dice lo Statuto, a verifica annuale dietro relazione scritta, a garanzia di derive decisioniste o peggio autoritarie. Se ci sono malumori o contestazioni, basta confrontarsi, discuterne senza separatismi udichesiamo, nel migliore-peggiore stile partitico. E dileggio pubblico, intollerabile.
Da questo punto di vista avremmo voluto che i lavori congressuali piuttosto che alle autocelebrazioni si fossero protratti fino a notte alta sul raccontare e raccontarsi della politica presente e futura dell’UDI. Politica dell’UDI in una accezione grande e integrale, non di scuola politica intimista dell’UDI.
Qualcuna tempo fa scrisse: non vi spaventate signori uomini se noi donne andremo al potere, perché penseremo prima al vostro bene e poi al nostro come siamo state abituate a fare da sempre … La oriento verso la politica dell’UDI che non può che pensare in termini di benefici per tutte, ma in primo luogo per le nuove generazioni, qualunque sia la reggenza. Meraviglia non poco invece la rivendicazione delle 30-40enni arroccate attorno ad una figura direttiva che ha rappresentato forse per loro un riferimento imprescindibile o perfino materno, ma che si è rivelato ad altre centralista e mono-dirigenziale. La successione di una carica, l’agone politico, può comportare scontri e confronti, consensi e dissensi, ma l’alternanza è da considerare un inevitabile giusto ancoraggio democratico. Soprattutto quando i tempi lunghi e le ambizioni fanno diventare la conduzione una monocrazia manifesta o larvata. La competizione può essere fortemente liberatoria, ma non mai saccheggiatrice ed offensiva. A meno che il berlusconismo sia una metastasi talmente indistinguibile da esserne portatrici sane.
L’UDI ha creato in questi anni diverse campagne difficili e importanti che hanno impegnato tante donne e richiamato molte all’Associazione. Di questo non possiamo che essere fiere, tutte. Ma spingiamoci oltre. Chiediamoci se e quanto siamo riuscite a incidere, e se c’è stato un cambiamento di mentalità nella società grazie alle nostre campagne, o un risvolto legislativo; quali strategie di comunicazione che non siano casalinghe o dilettantesche abbiamo adottato o dovre(m)mo adottare, se la nostra ottica non sia sociologicamente povera, fino dove abbiamo osato, dove non abbiamo osato, quale la ricaduta politica nella vita delle donne.
“Celandosi dietro la maschera dell’efficienza – scrive U. Galimberti, riportandolo da da J Hillman – il potere ottiene da un lato l’ubbidienza dei subordinati, inducendo in loro un pensiero a breve scadenza, per cui non si guarda più intorno e in avanti e a lungo termine sui valori di fondo della vita con conseguente atrofizzazione dei sentimenti … e il semplice fare trova la sua giustificazione indipendentemente da ciò che si fa.”
Questo sguardo lungo che poi è anche capacità di autocritica, lungimiranza e valutazione degli effetti, manca, ma è necessario. Altrimenti rischiamo di girare in tondo, ma intorno a noi stesse in slanci autoreferenziali, pur in una laboriosa efficienza …
E nonostante le varie iniziative, l’UDI appare a me e a molte, in una situazione di isolamento e ombra. Nei giorni di Congresso, evitando fanatismi, e controproducenti defezioni, avremmo potuto o dovuto azzerare arroccamenti intorno ai propri assunti, cariche acquisite, prestigi, attaccamenti sentimentali e altro, discutere e concordare. Ridisegnare la politica piuttosto che acquiescere nell’impolitica generale. Ma, nell’assenza di una progettazione oculata dei tempi, poco spazio si è dedicato a discussione e proposte. E consequenziale è stato il rinvio ad una assemblea ristretta delle elezioni di rappresentanze e organismi statutari, che dovrebbero invece essere espresse da un consesso il più possibile allargato. Questo è motivo di preoccupazione.
Non è scaturito dal Congresso chi e cosa sarà l’UDI di domani né di quest’oggi così difficile e involutivo per le donne, quali saranno i nostri obiettivi principali, quali le strategie, quali gli interlocutori … E dunque non si è parlato di POLITICA delle donne. Forse l’abbiamo fatta seduta stante in un modo sui generis, con un personale che un tempo si diceva fosse politico, ma con altri sensi. D’altra parte ci eravamo assuefatte in questi due anni di attività territoriale reggina nell’ambito UDI ad uno stile dirigenziale che si opponeva fortemente ad un rapporto dialettico con le figure politiche e istituzionali tradizionali, partiti, sindacati, ecc. e ad iniziative che presupponevano contatti e convergenze pur nella assoluta autonomia, con le stesse forze, per serie necessità territoriali.
Nella stessa sala congressuale si è negato l’intervento a donne di partito che avevano chiesto di intervenire. Il Congresso è una specie di ecumene dove il dire e l’ascoltare per decidere-fare contempla la presenza anche di personalità non allineate e di diversi orientamenti culturali e politici. La pregiudiziale del rifiuto di ascolto in quanto donna di partito è insensata e offensiva. Perché non riconosce primariamente il soggetto donna ma l’appartenenza, come dire tu non puoi parlare in quanto prete, tu in quanto proveniente da Bufalonia e così via. In una struttura orizzontale aperta è impensabile. E’ giustificato solo per gravi connotazioni: rappresentanza o propaganda di idee o forme politiche razziste o violente. La donna politica fa la passerella? Si dissuade e si controbatte. Fa propaganda? Si contesta. La si inchioda alle sue responsabilità in quanto donna e in quanto politica. Basta avere sicurezza di pensiero o costruirsela, perché l’avversario si affronta per ordinarietà, se non lo si teme.
L’UDI ha scelto di guardarsi sia all’esterno che al suo interno dalle influenze di potere, per una consapevole indipendenza. Sembra un controsenso poi, che voglia rifuggire da forme di potere che possano limitarla dall’esterno, ma non sappia riconoscerne i lineamenti all’interno.
Oggi il potere è diventato più subdolo, più mascherato, più nascosto, ma proprio per questo più pervasivo, fino a permeare il nostro inconscio, al punto di farci apparire ovvia quella che in realtà è una sua imposizione. Per rendercene conto dobbiamo domandarci se abbiamo del potere un concetto troppo grossolano al punto da non riconoscerlo proprio là dove ci assedia. Il potere non si presenta mai come tale, ma indossa sempre i panni del prestigio, dell’ambizione, dell’ascendente, della reputazione, della persuasione, del carisma, della decisione, del veto, del controllo, e dietro queste maschere non è facile riconoscere le due leve su cui si fonda: il controllo assoluto delle nostre condizioni di vita e la massima efficienza delle prestazioni che ci sono richieste. (U. Galimberti, I miti del potere).
Questa metodologia di analisi l’abbiamo sempre applicata per scoprire e riconoscere gli attributi e le forme del patriarcato, ma deve valere anche per riconoscere quelle che potrebbero essere delle forme circolari di dolce matriarcato organizzativo al nostro interno.
E a proposito della rotazione dell’incarico alla delegata, da una mail inviata in risposta ad una interlocutrice:
… due o tre anni, il tempo di disegnare e completare un progetto, così nessuna si affeziona troppo all’arredamento e non mette su casa, da cui poi è doloroso sloggiare. In nessuna struttura aperta/orizzontale d’altro canto è pensabile per principio che una figura direttiva possa alloggiare per altrettanti anni [già dieci], che sarebbe una contraddizione nei termini. La struttura orizzontale è multiverso, abbiamone il coraggio. Ma un’altra contraddizione in questo senso è non accorgersi di sostituire i contenuti e i valori che deve esprimere la base associativa che li affida alla delegata, con quelli che la delegata e il suo gruppo autonomamente propone. Non è una questione di persona, ma di metodo … e si eviti di dire demagogicamente che si vuole tornare sotto l’ascella del partito. I semplicismi viaggiano più velocemente e non aiutano a capire. Non solo, ma una volta consolidati è difficile smontarli. Se si continua a parlare di golpe, allora forse ci sono le pasdaran. Basta, per favore …
Aggiungo:
ho visto due donne, figure storiche, grandi donne dell’UDI allontanarsi in silenzio, sole, a chiusura del Congresso. Mi aspettavo un crocicchio di ragazze a salutarle ringraziandole per quello che hanno fatto anche e soprattutto per tutte loro, nella storia delle impegnative campagne per i diritti e la Liberazione. Indipendentemente dagli schieramenti. O Vasco Rossi merita di più?
Donne che a settanta-ottanta anni ancora affrontano un viaggio faticoso per essere testimoni di un Congresso. Che si adoperano ancora attivamente per l’UDI e con uno stile modesto ed elegante che non contraddistingue invece le frondiste contestatarie. Ringraziamole queste donne. Le nostre Madres de Plaza de Mayo. Sono rimaste in poche. Un brutto giorno ci mancheranno, spero lontanissimo. Ci verranno a mancare le loro voci che vengono da lontano, altisonanti o modeste, sempre fiere, coraggiose. E sapienti. Abbiamo da imparare ancora, perché una indiscutibile intelligenza non basta da sola ad afferrare il senso profondo delle cose. Non precludiamoci la possibilità di crescere anche ascoltando chi ha molto da trasmettere attraverso l’elaborazione del suo pensiero e la preziosa ruggine degli anni. Saremmo meno libere oggi senza il loro impegno.
Queste note escono a distanza dalle polemiche, spero sopite, e a distanza dalla conclusione dei lavori congressuali di dicembre, nella speranza di una coraggiosa assunzione di consapevolezza in ogni senso.
Sono rimasti agli atti congressuali il documento propositivo preparato da UDI RC e una mozione politica, l’unica presentata, riguardante i rapporti con le realtà politiche e associative [DOCUMENTO_UDI_Rc-XV_CONGRESSO].
L’abstract di seguito per chi non avesse il tempo o la voglia di leggere integralmente il documento.
marsia
[dall'abstract DOCUMENTO_UDI_Rc-XV° CONGRESSO_ab]
In Calabria, e non soltanto, le metastasi mafiose invadono il territorio con progressione geometrica. Le donne ribelli pagano con la vita. Suicidate, con l’acido. La situazione è gravissima ma sottopelle. Occorre dunque accettare di essere coinvolte, perché contro una dittatura sommersa non sono ammissibili né distinguo, né tattiche astensionistiche né pretese di dirigismo o leadership nei confronti di altre forze.
Anche … Per questo oggi forse la questione chiave è se lottare per la causa delle donne o invece puntare ad una più ampia rivoluzione (Cecilia Zecchinelli). Perché rischiamo di circoscrivere le nostre lotte ad una scaletta ristretta di categoria.
La parità nelle istituzioni, il 50E50, è un obiettivo di giustizia che va perseguito. Ma forse non basta, il discorso della parità – è scritto nel documento sul lavoro sottosopra_ManifestoLavoro - fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più. Laddove le donne hanno raggiunto l’obiettivo paritario (Svezia, Norvegia, ecc.) permangono non solo disparità sociali, anche se attenuate, ma perfino un maschilismo-patriarcato latente che fa ostruzionismo. Ricordiamo anche che i paesi nordici sono ai primi posti per quanto riguarda gli stupri in Europa. ….
E la vita sociale, dappertutto, è diventata un incubo. Viviamo tra ansie, frustrazioni, ingiustizie. Un disastro di cui noi donne abbiamo la massima consapevolezza, perché forse le più colpite, anche se spesso partecipi.
Occorre una rivoluzione del Sistema di produzione e di Potere. Occorre proporre nuove regole che scaturiscano finalmente anche dalla nostra concezione, quella femminile, di patria, guerra, stato, famiglia, lavoro … Ma, piegate a leggi economiche che ci fanno entrare in competizione tra di noi, invece di imparare a conoscerci, ammirarci e collaborare, spinte dal mito dell’efficienza a trascurare il nostro vissuto emotivo, difficilmente esprimeremo i nostri punti di vista in difformità da quelli acquisiti di matrice maschile, se non si cambia paradigma. Se non si impone una visione filosofica del mondo, una concezione del sociale non più solo come mercato, ma come luogo dello stare insieme e del cooperare. Come ambiente vissuto di relazioni e affetti.
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![udi[2]](http://udireggiocalabria.files.wordpress.com/2011/11/udi21.gif?w=500)
Un giorno le Donne dell’UDI hanno incominciato a conoscersi e a parlarsi, quelle di tutta Italia, quelle che erano state indotte a pensare di essere incompatibili, quelle che hanno scoperto che non era vietato, come sembrava, parlarsi. E, tra loro, molte si sono conosciute e riconosciute. Sono diventate, con la collaborazione e lo scambio di idee e pareri, intellettualmente nazionali davvero, senza recinti. Così, avendo anche lavorato insieme, nonostante le difficoltà, si sono create relazioni umane e politiche.
Ricordo di aver ricevuto, un giorno, una telefonata in cui mi si chiedevano i nomi di tutte le donne che avevano svolto il ruolo di garanti nella storia dell’UDI, ma chi me lo chiedeva voleva qualcosa di più, non la risposta che avrebbe potuto trovare in un archivio, voleva innanzitutto uno scambio, e così scatenò la mia curiosità. Trovai nomi e persone, narrazioni e storie, e ritrovai anche donne che avevo conosciuto e perso di vista. La mia prima interlocutrice sparì, ho scoperto poi nel tempo che è fatta un po’ così, a fasi alterne. Ormai la comunicazione era avviata e andava avanti, che lo volessimo o no. Così ho scoperto donne di grande valore e generosità, vere maestre, quelle che ti offrono senza imporre, e poi altre donne che hanno scoperto insieme a me che la fiducia è reciproca e non si costruisce, arriva e basta.
Tutte queste donne ormai si conoscono e parlano tra loro, la comunicazione si allarga e l’UDI è cambiata in modo irreversibile. Si è creata una relazione che prima era come “bloccata” da pregiudizi e stereotipi forse, ma soprattutto da una specie di “paura”, come un’idea nata non so da dove, per cui non era “carino” e opportuno comunicare con le altre.
“Paura”, l’ho sempre chiamata così, perché anch’io, che per natura non ne avrei avuta, sentivo che c’era qualcosa come un invisibile ma pesante lenzuolo che ricopriva le nostre riunioni e le nostre relazioni. Non era mancanza di fiducia, ma proprio “paura di non essere o di non essere abbastanza UDI”. Essere UDI, ognuna declina questo strano verbo a modo suo. Ho ben chiaro che non si è l’UDI, ma che si aderisce all’UDI, una associazione di donne che ha iscritte, associate, tutte diverse tra loro e che hanno ognuna la propria storia, ogni donna che arriva, non importa quando, è una bella scommessa ed è prima di tutto se stessa.
Ho sentito spesso parlare di “prassi dell’UDI” quasi sempre con una accezione giudicante e restrittiva. Poiché la spiegazione non è certamente nello statuto, mi sono informata, e non ci sono risposte. La praxis è azione, dovrebbe essere un complesso di attività che si propone una trasformazione dell’organizzazione sociale. Oppure procedure a cui ci si conforma, che si seguono come dogmi. Nel tempo ho potuto comprendere e credo che “prassi” siano quei paletti che alcune, ma non tutte possono spostare.
L’UDI è cambiata da quando molte delle donne che ne fanno parte si sono scoperte a vicenda, e questo sta, lentamente ma costantemente, facendo cadere “la paura”.
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E’ L’ANNUNCIO DELLA MORTE DELLA SUA CHIESA
SU QUESTO giornale leggo che a San Giovanni in Fiore c’ è un certo don Emilio Salatino, parroco della chiesa di Santa Lucia, che ogni volta che nel locale ospedale c’è una donna che sceglie di non portare a termine la gravidanza, lui suona le campane a morto e lo fa fuori dagli orari usuali dei funerali, forse per attirare di più l’attenzione sulla donna che ha abortito, esponendola così a pubblico ludibrio.
Non conosco quest’uomo, questo novello inquisitore che pensa di avere l’autorità di giudicare, condannare e punire, come se fosse Dio in terra, ma sono certa che le donne di quel paese, a me noto per la sua storia di lotte e battaglie di civiltà e di progresso, sapranno rispondere alla sua arroganza misogina, che non ha nulla di cristiano e di evangelico.
Quest’uomo non ha ancora capito di essere solo un uomo, nient’altro che un uomo, l’essere prete non gli dà niente di più e niente di meno di un qualsiasi uomo. Nessun uomo ha più l’autorità di giudicare e condannare la scelta di una donna di abortire, né di stabilire quello che una donna deve o non deve fare. Anche i preti sono soggetti al riconoscimento d’autorità da parte delle donne, senza nascondersi dietro il divino, che non ha niente a che vedere con le loro scelte, i loro giudizi e pregiudizi.
Sono finiti i tempi in cui la parola maschile era autorità per una donna. L’autorità un uomo, se la vuole, se la deve conquistare nel rapporto e nella relazione, nel rispetto e nell’amore.
Quando, gli uomini di chiesa, come don Emilio, si convinceranno di essere uomini, nient’altro che uomini?
Quando abbandoneranno arroganza e supponenza nel parlare di cose che non conoscono e non capiscono, rifugiandosi dietro ideologie che generano violenza?
La storia è piena della violenza ideologica. Usare le campane di una chiesa per annunciare a tutti che da qualche parte una donna ha abortito, non è certamente segno di amore cristiano. Fare la guerra alle donne non è certamente segno di pace, per chi predica la pace. Quel suono di campane non è meno violento della distruzione, da parte di giovani uomini violenti, della statua della Madonna a Roma il 15 ottobre. Calpestare la dignità e la libertà di una donna ed esporla a pubblico ludibrio non è meno violento di quel gesto iconoclasta che, ne sono certa, anche don Emilio ha condannato. Ma quei violenti saranno pure figli di qualcuno?
Il suono di quelle campane non è altro che una delle troppe manifestazioni di miseria maschile di cui siamo testimoni in quest’epoca. Non ci sono parole che possano giustificare la violenza, come ogni altra, di quelle campane. Di fronte al suono a morto di quelle campane ogni altro sentimento, che non sia di sdegno e di rabbia, ammutolisce e la violenza ha il sopravvento. Non mi sembra il massimo per chi dovrebbe praticare e non solo predicare la nonviolenza.
Tacciano le campane e si lasci parlare la lingua dell’amore. Ma non credo che quel prete, nel suo furore ideologico, voglia questo. Così non credo che, in questa occasione, serva argomentare quanto noi donne scriviamo da anni sull’aborto, che è uno scacco, una violenza che subiamo sul nostro corpo, e non un diritto, sulla legge 194 che tutela la salute della donna solo negli ospedali pubblici, lasciando il reato di aborto fuori da quelle strutture, sulla libertà di ogni donna di scegliere se, quando, come e con chi diventare madre.
Quando un prete fa suonare le campane a morto contro una donna, il suo gesto parla da sé e mostra tutta la miseria umana e spirituale di cui è capace. Quel prete non si accorge che, in realtà, sta annunciando la morte della sua chiesa.
Franca Fortunato (articolo sul Quotidiano della Calabria, 20/10/2011)
Non c’è limite alla fantasia punitiva. Una volta le donne ritenute capaci di maleficio venivano bruciate vive nelle pubbliche piazze. Oggi additate al pubblico disprezzo dalle campane se sofferenti di un disagio che è e deve rimanere privatissimo, nell’intimo segreto del proprio corpo (e della propria cartella clinica). Nella dis-logica opposta il parroco dovrebbe andare in giro e intercettare … chi ha concepito, per suonare le campane a festa. Non è nuovo a scampanate fuori ordinanza. Nel 2005 vi fu una certa eco sulla stampa, don Salatino tuonò dal pulpito contro il diavolo venuto da Torino. Fu durante la campagna elettorale comunale, il filosofo Gianni Vattimo (torinese di nascita, da piccolo botte dai compagni perché parlava calabrese, padre originario di Cetraro) era stato proposto come candidato a sindaco di San Giovanni in Fiore dal gruppo di intellettuali intorno alla Voce di Fiore, agguerrito giornale locale on-line.
di ner*
“Vedi Gianpaolo – trascrizione del quotidiano la Repubblica estratta dagli atti dell’inchiesta – ora al massimo dovremmo averne due a testa. Perché ora voglio che anche tu abbia le tue, se no io mi sento sempre in debito. Tu porta per te e io porto le mie. Poi ce le prestiamo. Insomma, la patonza deve girare“.
Già, la patonza è quella cosa lì. E deve girare.
Cioè la carne-moneta di femmina.
Un ministero della patonza non è male. Perché è muto o perlomeno silenzioso, si fanno solo fatti.
Donne a metri cubi, promosse a merce di stato, e senza tacchi per favore.
Governate e scelte a tempo perso dalla satiriasi di stato, dalla filiera della patonza.
-Pass prego!
-Patonza di stato!
-Si accomodi!
Sulla riva del fiume stiamo aspettando il cadavere (politico, please) dell’erettopode.
Non avendo avuto il coraggio di una rivolta per tempo, non armata.
Il corpo politico è in cancrena. Il corpo sociale è sfregiato. Quello istituzionale in mano alle gang e ai prenditori. Quello delle donne è mio e lo gestisco io.
Sì, però ce lo passiamo.
Chi non vuole va depennata, menata, al limite proprio eliminata (ogni due giorni e mezzo, una).
Gheddafi sta per essere eliminato da una rivolta armata ormai difficile da fermare.
Berlusconi dalle metastasi socio-politiche-affaristiche da lui stesso inventate.
Belusconi assediato da se stesso.
Gheddafi assediato e basta.
L’uno ha bungato l’altro
Berlusconi: non mi dimetto. Non mi vergogno.
Gheddafi: non mi arrendo.
E non si è mai vergognato.
L’uno ha qualcosa di strano in testa.
L’altro pure.
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Riceviamo da SNOQ di Reggio Calabria.
ciao a tutti
A REGGIO CALABRIA – LUNGOMARE FALCOMATA’
la SFILATA DELL’INDIGNAZIONE
Stasera abbiamo voluto cambiare !!!
Abbiamo voluto partecipare pure noi, donne normali, donne professioniste, madri,
sorelle, spose, attiviste, lavoratrici, coscienti e responsabili, cittadine e
persone… Abbiamo voluto sfilare nel luogo pubblico per eccellenza della nostra
città, divenuto palcoscenico di Balletti, Feste e Eventi TV dove solo MISS
internazionali e MISS mediterranee rappresentano la città nel suo Modello Reggio
!!!
Ma è la sfilata dell’indignazione che
rappresentiamo da cittadine di Reggio Calabria e per farlo non spendiamo né i
soldi della Regione amica né quella di cofinanziamenti europei per la cultura
Mediterranea!
Di questo Mediterraneo
vorremmo godere da una città civile, sobria e impegnata a rialzare la testa
prima che scoprire le sue gambe!
Ci sentiamo offese ancora di più sapendoci donne del Sud , che soffrono
per il 40% della loro inoccupazione, che non possono garantire il futuro ai
propri figli in una terra dimenticata, che non hanno i minimi servizi di qualità
della vita nel quotidiano in questa città di nessuno e dei soliti furbi che occupano
la politica come se fosse casa propria.
Non siamo Miss Simpatia né Miss Italia all’Estero, né Miss Diana,
siamo “SIGNORE” troppo attente per farsi
sfuggire che questa nostra città non si occupa dei nostri bisogni quotidiani,
della sicurezza sociale nell’igiene e nel decoro della città al centro come
nelle periferie, del riconoscimento e delle tutela dei bambini, dei giovani in
strutture pubbliche, asili, scuole, luoghi di aggregazioni capaci di rispondere
da paese civile; della dignità del lavoro e delle competenze nel merito, della
politica del welfare e del disagio
senza i vecchi trucchi di palazzo !
Delle Miss la nostra città non ha
alcun bisogno prioritario, quelle risorse e regalìe del Governo Regionale le
avremmo gradite in altri capitoli di spesa del bilancio. Sfilare a 150 cm da
terra su palchi dopo salotti e kermesse è offensivo per una città come
Reggio Calabria che vive la sua peggiore
stagione civile e legale.
Noi donne di SNOQ di Reggio Calabria
sfiliamo “con i piedi per terra”, lo facciamo con “le fasce delle priorità “
sperando che l’indignazione aggreghi la voglia di dire BASTA, questa è la nostra città!
Se non ora quando?
SNOQ REGGIO
CALABRIA
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Riceviamo dal Centro Roberta Lanzino di Cosenza e pubblichiamo.
COMUNICATO STAMPA
E’ con l’immagine di Francesco Bisceglia con la bianca veste, sulle scale del Tribunale di Cosenza che urla rivolgendosi minacciosamente alle suore, esortandole a vergognarsi e a pentirsi, che oggi 6 Luglio 2011 alle ore 14 vogliamo commentare la sentenza.
Con la soddisfazione di chi ha creduto nelle verità denunciate dalla suora affermiamo che è stata resa giustizia e la sentenza di condanna a 9 anni e 3 mesi a Francesco Bisceglia e 6 anni e tre mesi ad Antonio Gaudio deve necessariamente contribuire a restituire equilibrio e misura ad una città tutta che durante questi lunghi 5 anni troppe volte ha abusato della dignità della religiosa e di quanti a lei si sono affiancati per sostenerla.
In primo luogo noi, donne del Centro antiviolenza “Roberta Lanzino”, che abbiamo vissuto il difficile percorso giudiziario al suo fianco subendo l’onta dei media e di una comunità ancorata alla figura istrionica e narcisistica di un uomo che ancora oggi, a sentenza emessa, ha continuato ad offendere. Su questo continueremo a vigilare attente a che ad altre donne non accada quello che è già accaduto, pronte a prevenire e a denunciare qualsiasi altro atto lesivo della nostra dignità.
Oggi si scrive una pagina importante per la giustizia italiana: il Tribunale di Cosenza ha aperto una fase nuova che impone ad una città arroccata, durante questi anni, a facili giudizi assolutori in nome della virtuosità e dell’opera meritoria a sostegno dei più deboli, che di certo non riducono né scalfiscono la gravità dei fatti per i quali Bisceglia è stato condannato.
Accogliendo con soddisfazione la sentenza non ci esimiamo dal riflettere sul fatto che la ricerca di legalità sia emersa all’interno di un’aula di Tribunale più di quanto non abbia saputo esprimere la società civile cosentina e la stampa.
Cosenza, 6 Luglio 2011 Centro antiviolenza “Roberta Lanzino”
Vergognatevi tutti, magistrati, suore e preti, perché è stato condannato un innocente. Avete infangato un sacerdote onesto. È la pagina più dolorosa mai scritta dalla magistratura di Cosenza.
Nei miei confronti è stata commessa un’enorme ingiustizia. Tutti dovranno pentirsi un giorno per quanto mi è stato fatto. Hanno trionfato la menzogna e la calunnia. Pentitevi tutti perchè per tutti voi un giorno, per il male che mi avete fatto, si spalancheranno le porte dell’inferno. Non è giusto condannare un innocente.
E’ quanto aveva gridato dopo la sentenza, malgrado testimonianze e riscontri (vedi dossier), l’ex frate dei Minimi Francesco Bisceglia, conosciuto come padre Fedele.
La suora vittima della violenza sessuale, dal canto suo ha solo commentato: Grazie, attendevo questo momento da anni.
La condanna riguarda cinque atti di violenza sessuale nei confronti di una suora e altre donne, compiuti individualmente e in gruppo.
[fonti: Corsera 7/7/'11 - 25/1/'06 - Dossier]
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Tra le mille e una possibilità di invenzioni creative per un messaggio sulla comunicazione politico-sociale riguardante il PD cosa ti scelgono?
Una cravatta sollevata dal vento sulla camicia di un young businessman. Senza testa.
Un paio di gambe di donna che il vento scopre sollevando i lembi di un vestitino rosa fuxia.
Che noia ancora una volta osservare tanta piattezza, vedere ridotto a un meccanismo, a un dispositivo come fosse una leva, un tema di comunicazione politica, leggero e robusto insieme, come vento e cambiamento. I distributori automatici di bibite si impegnano di più.
Noia di doversi ripetere ogni volta, noia di sentire voci arrabbiate, noia di sentire voci plaudenti persino dei versanti opposti al PD: viva le minigonne al vento. Ferrara docet.
Non c’entra Marylin Monroe della moglie in vacanza, non c’entra Kelly LeBrock della signora in rosso. Non c’entra fischia il vento, infuria la bufera… Celebri icone invocate a difesa, come citazioni. Qualcuno ha detto ma non vedete che sono gambe maschili …
Molto molto più semplice.
Scrivete su un database da cui i pubblicitari comprano le foto, per esempio istockphoto (imput di Giovanna Cosenza), due sole keywords: vento+cravatta.
Al primo click, alla prima pagina, in quarta/sesta posizione, trovate un
young businessman smiling at camera with blowing necktie. Good business in action!
Il pubblicitario compone. Tramite l’opzione rifletti di photoshop ruota la figura sul suo asse verticale e quindi la cravatta verso destra, fa salire il busto e taglia la testa al povero young businessman (se dovesse ricordare camicia e cravatta di Bersani…). Il fondo è già bianco, non c’è problema. Seguono simbolo PD e scritte su claim Cambia il vento. Fatto!
Desolante.
Ora scrivete, visto che vi trovate, sullo stesso stock photo search altre due keywords (precise però): vento+gambe.
Anche qui, al primo click, alla prima pagina, in quarantesima posizione trovate delle
sexy girl’s legs with pink skirt that’s blowing in the wind. Solo le gambe, ballerine fuxia ai piedi, stessa tinta del vestitino che due mani trattengono perché una folata di vento lo solleva.
Per la verità entrando nel portfolio dell’autore della foto, alla prima pagina, troverete la figura intera della sexy girl: portrait of an attractive young woman in a bright dress in the wind. Non c’è però abbastanza vento e abbastanza gambe. Un posto più in là la stessa ragazza, brunette in the car, si volta a guardarci seduta al volante. Non c’è proprio vento.
Il pubblicitario compone. Con lo stesso tool rifletti di photoshop ruota la mezza figura sull’asse verticale, e quindi le gambe verso sinistra. Non c’è bisogno di altro. Seguono simbolo PD e scritte: Cambia il vento.
Fatto! Desolante.
Ancora un oggetto da vendere. Con messaggio-clou attaccato preferibilmente a due gambe femminili visto che c’è vento e il vestitino per anemometro.
Quelle non sono mica gambe da velina ha specificato il responsabile comunicazione della Festa Democratica.
Le fonti teoriche in realtà risalgono al 1938: Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, canta trio Lescano, poi Quartetto Cetra…:
… ma due gambe un po’ nervose
ti faranno innamorar.
Saran belli gli occhi neri,
saran belli gli occhi blu,
ma le gambe, ma le gambe
sono belle ancor di più …

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Io non ho paura di nessuno. Be’ con grandi protezioni alle spalle si può dire. Manal al Sharif ha sfidato, come donna, il potere non certo femminile in Arabia Saudita, senza salvaguardie di nessun genere. E con lei tutte le donne per una delle azioni più comuni: guidare l’auto, vietata per loro in quel paese.
Manal è una delle organizzatrici via web della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne, campagna che data fin dal 1991, quando furono bloccate in massa, ad oggi senza alcun esito. E di nuovo in massa al volante, ma non concentrate, oggi 17 giugno le donne saudite sfidano il regno con una protesta ufficiale. E’ pur sempre una sfida anche se con qualche precauzione: velate in modo rituale, preferibilmente accompagnate da un uomo per facilitare il rilascio se fermate, una bandierina nazionale ben esposta a lato cruscotto, una dichiarazione di fedeltà al regno per evitare accuse di sovversione e naturalmente il simbolo della Campagna.
Manal era stata trattenuta in arresto per nove giorni, perché attivista, per aver guidato e pubblicato il video, per aver invitato alla guida in massa alla data del 17 giugno. Al rilascio, in un comunicato sul giornale al Hayat, Manal riconosce però di aver fatto un errore, dichiara di rinunciare agli obiettivi della campagna e si dice impegnata ad ascoltare solo Allah e il suo paese. E’ facile immaginare con quali argomenti o sistemi di persuasione minacciati o addirittura attuati da parte degli addetti ai lavori.
Nel regno saudita di re Abdullah le donne possono essere solo accompagnate in auto da uomini, parenti o amici, o avere l’autista. E così che una donna manager viene violentata dal suo autista dopo essersi diretto in una zona industriale isolata della città santa di Medina e averla minacciata con la pistola (…).
Il vento del web è inarrestabile dal nord-Africa per le rivoluzioni, all’Italia per acqua e nucleare, all’Arabia Saudita per la patente alle donne …
Innumerevoli i canali sul web dedicati o a sostegno dell’iniziativa per Manal al Sharif: HonkforSaudiWomen, Io guido con Manal, I drive with Manal, Saudi Women Revolution …
NON LASCIAMOLE SOLE!
Da D La Repubblica del 15/6/2011
Nell’industria cinematografica e nell’editoria americana, solo il 3% delle decisioni è preso dal gentil sesso. Sono i risultati della ricerca sul sito di Forbes per il 2010. Ecco tutti i dettagli.
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Inquietante l’analogia tra l’episodio cardine del film Quando soffia il vento, uscito nel 1986, e la duplice tragedia tsunami-nucleare di Fukushima. Un’onda d’aria e un’onda d’acqua apocalittiche.
Nel lungometraggio animato moglie e marito, non più giovani, vivono serenamente in pensione isolati in campagna, nel Sussex inglese. La loro vita scorre con dolce monotonia, ancora teneri e poetici, qualche reazione vivace, le notizie alla radio e televisione. E’ in corso la guerra fredda, le massime potenze minacciano il mondo con la bomba nucleare.
I due, che si danno del Micio e Micia, sono assolutamente inconsapevoli delle conseguenze di una possibile guerra moderna rispetto a quella ultima mondiale da loro vissuta. Il manuale di sopravvivenza per la famiglia distribuito dal governo è l’unico aiuto tragicomico.
La testata nucleare parte davvero.
I governi non dicono tutto ai cittadini, hanno il vizio planetario di rassicurare omettendo, nascondendo, dicendo bugie. La struggente impotenza di Micio e Micia è conseguenza della ingenua fiducia nell’azione governativa (aspetteranno soccorsi che non arriveranno mai), metafora di una non consapevole partecipazione dei cittadini alle scelte fondamentali della vita collettiva.
Il cortometraggio diretto da Jimmy Murakami, colonna sonora Roger Waters (Pink Floid), Hugh Cornwell e David Bowie, 190 mila disegni a passo uno su modellini fotografati, fu sostenuto da GreenPeace.
Tsunami Nucleare è appena uscito ieri, edito da manifestolibri, autore Pio d’Emilia che da trent’anni abita in Giappone, corrispondente per Sky Tg24 e il manifesto.
Il disastro di Fukushima – un misto di menzogne, omissioni arroganza e sciatteria – ci sta confermando, per l’ennesima volta, che l’energia nuckeare non è sicura, scrive nella prefazione.
Ma il volume oltre all’appassionato reportage del disastro (ho cercato di evitare… ogni forzatura, ogni gratuito allarmismo), con foto e un’analisi di come i media siano stati reticenti, include un illuminante inedito della scrittrice Randy Taguchi: Ecco come è nata la scelta nucleare del Giappone.
Taguchi racconta come sia stato possibile che il Giappone, dopo la distruzione di Hiroschima e Nagasaki tramite bomba H americana, abbia potuto optare per l’adozione delle centrali energetiche nucleari.
Nel ’54 grande impressione provocò nel paese la contaminazione del peschereccio Daigo fukuryū a causa dell’esperimento nucleare USA sull’atollo di Bikini, non annunciato, che doveva anzi rimanere segreto.
Il peschereccio alla pesca nelle acque dei dintorni dell’atollo fu sorpreso dall’onda d’urto dell’esplosione e dietro l’innegabile evidenza gli USA dovettero ammettere.
Ebbene, all’incirca un anno e tre mesi dopo la sciagura del Daigo fukuryū maru, il Giappoone e gli Stati Uniti stipularono a Washington un accordo di cooperazione nucleare.
Come? Pressioni, creazioni di lobby, manipolazioni mediatiche.
Chi? … Shōriki Matsutarō, uomo politico e soprattutto proprietario e direttore dello Yomiuri Shibun, uno dei principali quotidiani nazionali. Si tratta inoltre del fondatore della prima emittente televisiva privata, la NTV…
Un copione conosciuto.
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Da chi è moralista e bacchettone di professione ti senti dire che sei tu moralista e bacchettona, da chi stenta a leggere e scrivere ti senti dire che sei tu che non sai leggere e scrivere. E dopo aver ben visto, ascoltato e capito un assunto fatto col corpo e con la bocca ti senti dire che hai travisato tutto, della serie lì l’avrò detto, ma qui lo nego e quindi non l’ho detto. E dopo che tutti hanno visto che hai ricevuto un calcio ti senti dire che sei tu che hai dato un calcio.
A parte i calci all’indietro reali del noto ministro, a Matrix nella puntata che ha mandato in onda Il Corpo delle donne 2, 24 febbraio, praticamente chi ha pestato i piedi accusa il pestato di pestaggio. Ricci e il suo staff inizia un piano di guerra contro i giornali progressisti (principalmente il gruppo Repubblica-l’Espresso) e un piano di discredito nei confronti di Lorella Zanardo. Fino alla spedizione di un commando-troupe di Striscia la Notizia.
Undici di sera del 10 maggio, Lorella esce dalla Libreria delle donne a Milano, sta per tornare a casa in bici, nessuno in giro. A sorpresa dall’auto che l’attende scendono in tre, faro e telecamera, e Elena che comincia a mitragliare parole a Lorella. Elena si dice felice di aver fatto la velina (termine ormai accolto dall’Accademia della Crusca) e si sente offesa dal suo documentario.
I limpidi 25 minuti del documentario Il corpo delle donne realizzato da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, visto ormai da più di tre milioni e mezzo di persone, risultano un atomo rispetto alle galassie televisive imperanti, eppure ha dato fastidio, dà fastidio. Il corpo delle donne 2 è riconfezionato da Ricci, nel tentativo di stornare e ritorcere la critica di mercificazione del corpo della donna. Non è sopportabile vedersi sporcare un medagliere da una Lorella Zanardo. Si adotta la marcatura psicologica: ogni occasione è buona per ridicolizzare, in realtà svilire la persona (subrettismo, gattamorta) e il lavoro di Zanardo, ma anche di altre giornaliste e scrittrici sgradite (per es. Loredana Lipperini, mistificatrice).
Io l’ho conosciuto Ricci: un vero maniaco, uno che si lega al dito qualsiasi cosa e te la fa pagare anche dopo 50 anni, se può, dice un blogger (…).
Antonio Ricci, guru dell’ironia dell’Italia da bere, dall’alto del suo sterminato curricolo, scivola. E picchia, basta leggere Barbie Nadeau su Newsweek, denunciata per diffamazione aggravata.
Utilizzare la seduzione dell’apparenza come trasgressione libertaria. E traghettare quanto può servire per il molto utile e il molto dilettevole. Questo è il problema. Altrimenti ci si può divertire sulla discronìa e sul fuori-catalogo del corpo delle velone.
Striscia la notizia ha vestito un po’ più le ragazze-veline, ora le fa anche parlare, ma rimangono fondamentalmente (importantissime per Ricci) un’attrazione dinamica maschile. L’ufficio stampa di Striscia invoca: A Lorella Zanardo, che sostiene nelle scuole, nei convegni e in televisione che da 23 anni le Veline si inginocchiano davanti a due anziani solo per permettere alle telecamere di poter frugare tra le gambe, chiediamo di mostrare almeno un’immagine che provi le sue affermazioni.
Basta fare un salto su Google, o sull’archivio di casa, il campionario è sterminato.
Voilà: (…) (da Lipperini)
La gioia degli Italiani: (…)
Basta.
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UDI RC aderisce
***
da UDI Catania
Le nostre ragioni in piazza
Siamo legate alle donne del sindacato da pratiche, condivisioni e confronti vivaci.
Il sindacato è cambiato in questi anni, anche a causa di campagne condivise: dalla difesa delle leggi sulla maternità, le battaglie per la rappresentanza e la lotta contro il femminicidio.
Se le parole d’ordine “non ci assomigliano in tutto” ci sentiamo libere di rappresentarci nello sciopero del 6 maggio, sapendo che la nostra presenza e condivisone sarà vissuta da noi e dalle donne del sindacato come una parte del “lievito femminista” che rimpastiamo permanentemente nel cibo della democrazia.
Senza le donne non esiste né democrazia né giustizia sociale, e noi ci saremo insieme alle donne alle quali chiediamo di aderire allo sciopero, ognuna dalla sua condizione.
L’inoccupazione femminile, una vera piaga in Sicilia, risulta argomento marginale anche in campagna elettorale. La precarietà femminile, che spesso porta il peso delle molestie ricattatorie, viene trattata come se fosse “precarietà e basta”. Eppure sono le precarie a contribuire alla difesa dei servizi dei quali non possono godere.
Il lievito femminista nel nostro sguardo è quell’altra critica che ci ha fatte crescere insieme e che ci fa essere in piazza anche quando le ragioni ci sembrano lontane.
Ma domani le ragioni saranno quelle di tutte:
delle pensionate indispensabili al sostegno della condizione giovanile, delle lavoratrici licenziate, delle giovani “dell’occupazione dinamica” che non lascia tempo per la vita,
delle inoccupate sottoposte al superlavoro per sostituire il reddito, delle donne del sapere, di tutte le età, schiacciate su un’idea di economia senza cultura.
Noi ci saremo nominando la mafia, che proprio oggi sentiamo nominare poco, in questa triste campagna elettorale, perché sappiamo che essa non è la causa di tutti i nostri mali, ma che è l’approdo di ogni disonesto che inquina la nostra vita e che immobilizza le nostre energie.
Lo strapotere della camorra è grande, perché ogni imprenditore disonesto, ogni politico affarista, ogni uomo che scambia favori in cambio “di donne come merce” presto o tardi avrà bisogno della mafia. E la mafia lo accoglierà a braccia aperte.
Invitiamo tutte ad essere in piazza per i diritti, contro la politica che lascia l’economia nelle mani dei prepotenti e dei disonesti in doppio petto
UDI. Unione Donne in Italia
Stefania Cantatore per UDI Catania
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Fra le molte foto che ricordano la data del 25 aprile 1945, questa è straordinaria per quello che ci trasmette.
Racconta la festa di popolo, la gioia per essersi finalmente in quei giorni liberati dalla dittatura nazi-fascista. I corpi soprattutto di donne, bambini e bambine, coprono, quasi cancellano la macchina di guerra di cui spunta minacciosa e terribile la bocca di fuoco. Una macchina allora dolorosamente necessaria per la liberazione. Ecco vorremmo idealmente poter leggere in una trasposizione temporale futura e universale: che quella gioia avesse potuto cancellare per sempre sopraffazioni e strumenti di morte. E che le macchine di guerra non fossero più necessarie.
La partecipazione diretta delle donne alla Resistenza viene calcolata intorno a 130.000 tra partigiane combattenti, staffette, gruppi di difesa. E dai gruppi di difesa della donna (GDD) ha origine la nostra UDI.
Il lavoro e il carico delle donne resta come sempre nascosto. E nascosto rimane il contributo delle donne per la Liberazione, soprattutto quello logistico clandestino, non quantificabile, se si pensa alla trama capillare delle comunicazioni e di collegamento sostenuta tra formazioni combattenti, operaie, contadine e tutto il fronte antifascista. Madri, mogli, figlie, fidanzate, amiche …
Uccise in azioni o fucilate 638, 1890 deportate in Germania, ma ben 4633 quelle arrestate, torturate, condannate e con immancabile stupro.
Arrivano segnali che inquietano e intristiscono, ormai debordano. Sono il frutto di sdoganamenti e starnazzi quotidiani che tendono a cancellare questa memoria. La nostra consapevolezza deve porvi rimedio.



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Succede a Roma, 14 Aprile 2011
Appuntamento alle 10 davanti al Consultorio di Via dei Lincei con le Donne e le Associazioni dell’Assemblea Permanente contro la proposta Tarzia.
Siamo partite, eravamo tante, quasi tutte, con le nostre scatole variopinte e ammonitrici che rappresentavano simbolicamente le prime 80.000 firme a sostegno del ritiro della irricevibile proposta di legge.
Il corteo ha raggiunto la sede della Regione attraversando Via Cristoforo Colombo e bloccando per un po’ anche il traffico ….. che non ha protestato, affascinato dalla musica della Banda e dalla danza di bravissime giovani donne e incuriosito dai nostri scatoloni tenuti alti nel passaggio. Giunte a destinazione abbiamo richiesto, come precedentemente annunciato, di incontrare la Presidente Renata Polverini per consegnare a lei le firme.
Polverini non ci ha ricevute. Abbiamo intanto consegnato due leggiadre e simboliche scatole rosa all’Assessore Forte, che era uscito a parlare con noi, che le ha prese in carico, e “in braccio”.
La mobilitazione continua …. e continua la raccolta delle firme, fino al ritiro della proposta di legge Tarzia che è il nostro obiettivo, che è l’obiettivo dell’Assemblea Permanente delle Donne
Su questa pagina (in: La legge Tarzia non parla di noi) anche per firmare on-line e per scaricare i moduli raccolta firme in cartaceo.
L’attacco all’autodeterminazione delle donne e delle loro conquiste, che si va consumando da troppo tempo e con tutti i mezzi, saldamente in mano alla confraternita maschile, che volutamente non chiamo patriarcato, è sempre più evidente.
Sapevamo, e lo abbiamo detto, che nel Lazio la questione dei consultori sarebbe stata emblematica ed anche un banco di prova per una strategia nazionale. La rivista Noi Donne nel numero di Settembre dedicò uno speciale alla vicenda del Lazio e ogni mese parla della situazione dei consultori nelle varie regioni.
L’attacco alle donne, la palese volontà di riportarci indietro e di farci tacere, la riduzione a oggetto della nostra immagine, neanche più solo fisica ormai, il tentativo continuo di sostituire la dignità del soggetto politico Donna reiterando astutamente in sua vece la parola “famiglia” sono un ulteriore tentativo di depotenziamento della nostra Carta Costituzionale.
I messaggi, diretti e indiretti, che passano attraverso il collo di bottiglia imposto dalla comunicazione di massa, sempre saldamente in mani maschili, sono parte integrante della strategia, sempre più evidente, mirata a moderare e ridimensionare la metà di tutto che ci appartiene per diritto di cittadinanza.
Per questo noi ci siamo e ci saremo sempre, ovunque potremo.
Carla Cantatore, UDI Monteverde
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di ner*
Gli ultimi due post da Gaza di Vittorio Arrigoni, Vik, sul suo blog fermo al 13,
http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Concludeva sempre le sue corrispondenze e i suoi articoli dettagliatissimi con Stay Human, Restiamo Umani. Appassionato e vibrante nella sua missione di cooperante pacifista appena due giorni fa, e ieri cancellato per sempre con una fulminea esecuzione. Il suo blog è ora muto, ma nella sua pagina fb sono riprese le corrispondenze da Gaza ad opera di amici e d’accordo con la famiglia. Si concludono ancora con Stay Human.
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4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame (vedi foto). Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel. Dall’inizio dell’assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi. E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza. I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni. Restiamo Umani Vik da Gaza city |
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guerrilla radio dixit – permalink |
13/04/2011 |
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Silvio Berlusconi oggi: “faremo in modo di impedire la partenza della Freedom Flotilla per Gaza.” Secondo quanto riferisce la radio israeliana secondo Berlusconi la missione della Flotilla non lavorerebbe in supporto alla pace nella regione. Proponendo dei negoziati da tenersi in Sicilia (nelle tenute di Vittorio Mangano?), il premier “bunga bunga” ha ricordato per l’ennesima volta che Israele è l’unico paese mediorientale amico dell’Occidente, e che dovrebbe entrare a far parte dell’Unione Europea. Berlusconi spinge per l’adesione d’Israele alla Comunità Europea, e contemporaneamente farà cacciare l’Italia al più presto. Vi prego, ditemi che è la solita barzelletta… Stay Human Vik da Gaza city *** Il governo di Hamas comunica che gli esecutori dell’uccisione sono stati catturati e apparterrebbero “a una scheggia impazzita di salafiti”. Ma è ancora impossibile conoscere con esattezza le motivazioni e il contesto. Qualche giorno prima, dal suo blog, riportava la notizia dello scandalo che Muhammad Dahlan (12/04/2011), dei leader di Fatah, passasse armi da Israele a Gheddafi come tramite. E ancora le armi vietate (11/04/2011) dai trattati internazionali, ma utilizzate da Israele, la continua escalation di violenza: … Comunico loro che il portavoce dell’esercito israeliano dopo le molte vittime civili di questi due giorni ha espresso il suo dispiacere, ma allo stesso tempo ha accusato Hamas di utilizzare i civili come scudi umani. Nidal e Maheer quasi non si trattengono sulle sedie. Nidal: “hanno apparecchiature così sofisticate da riuscire dal cielo a leggere l’ora sul display del tuo orologio, e come è possibile che abbiano commesso un errore così marchiano da bombardare un cortile di una casa dove alcune donne stendevano dei panni?” … Ma c’è dell’altro su un’altro fronte. da Linkontro: Non molto tempo fa, in un’intervista a Radio Popolare, Vittorio Arrigoni aveva raccontato di considerare il giorno più bello della sua vita il 25 agosto 2008, quando, insieme a un manipolo di pacifisti a bordo di due pescherecci, era riuscito a violare il blocco navale israeliano e ad arrivare a Gaza, trovando sulla banchina l’accoglienza entusiasta di migliaia di palestinesi. Se gli attivisti dell’International Solidarity Movement sono considerati eroi dai palestinesi, al contrario per altri sono nemici da eliminare. Fummo tra i primi a denunciare, nel gennaio 2009, che l’organizzazione americana Stop the ISM sul suo sito pubblicava l’indirizzo dei volontari dell’International Solidarity Movement presenti a Gaza per “consentire alle forze armate israeliane di eliminarli”. Secondo Stop the ISM, l’International Solidarity Movement va considerato come parte di Hamas e lo stesso Vittorio Arrigoni, che prestava assistenza sulle ambulanze per il soccorso dei feriti, era considerato l’obiettivo numero 1: “#1 ISM TARGET FOR THE ISRAELI AIR FORCE AND IDF GROUND TROOPS: ARRIGONI”. *** Insomma troppo scomodo, troppo umano.
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Catania, lunedì 18 Aprile. Alla Facoltà di Scienze della Formazione, Aula Magna, si terrà la 2a Edizione Stop Femminicidio Lezioni di Ateneo.
FEMMINICIDIO E CULTURE
Ne parlano: Liana Maria Daher, docente di Sociologa generale e Metodologia della ricerca sociale, e Adriana Laudani docente di Teorie della comunicazione (di Udi Cat.).
Organizzano: la Cattedra di sociologia della devianza con la Cattedra di sociologia giuridica, il Comitato Pari Opportunità di Ateneo, l’UDI Catania tramite la responsabile Giovanna Crivelli.
Il Comitato Pari Opportunità, in collaborazione con l’UDI di Catania, prende spunto dagli argomenti discussi nel ciclo di lezioni sia per riflettere sulla condizione femminile, sulle discriminazioni e le violenze di cui esse sono ancora fatte oggetto, sia per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne.
L’edizione del 2011, ricca di eventi e incontri culturali, prevede un ciclo di lezioni tenute dai docenti dell’Ateneo che si svolgeranno nelle diverse facoltà tra aprile e novembre.
L’iniziativa rende visibile e concreta l’adesione del Comitato Pari Opportunità ad una campagna di denuncia fatta propria dalla società civile siciliana. (da unict.it).
(continua … vedi i post del 5 aprile più sotto …)
Sono le prime 8 slides delle 54 proiettate al Consumer’s Forum a Roma il 4 aprile da Annamaria Testa. Sintetizzano quanto sia esteso e complesso il tema della pubblicità che utilizza il corpo e l’immagine della donna in modo improprio o offensivo o addirittura violento.
Senza un Codice Deontologico condiviso e la partecipazione/collaborazione delle donne, di tutti, è difficile uscirne. Ma qualcosa si sta muovendo.
Annamaria Testa (…) è scrittrice, docente, autrice di famose pubblicità, si occupa di comunicazione e creatività e molto altro. Con sensibilità, ironia, intelligenza, ha dimostrato nelle sue opere come si possa lavorare in pubblicità senza ricorrere a scorciatoie di basso profilo. Sua ultima fatica La trama lucente, Rizzoli, robusto saggio sui labirinti della creatività. Un lavoro sistematico che si aggiunge ad altri in Italia, dove quel che manca, però, è un esteso retroterra di studi, e prima ancora, di consapevolezza diffusa e di discussione non frammentaria sull’argomento.
promosso dal Comitato Pari o Dispare (…).
promosso dall’Adci, Art Director Club Italiano (…).
Intervista a Massimo Guastini, presidente dell’Adci, e Annamaria Testa, esperta di comunicazione.
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