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Pari Opportunità DirCredito n. 39/2014

 

Riceviamo da Giovanna.

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BEFFA FEMMINICIDIO

Massimo Parlanti, reo confesso, è stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di carcere per aver assassinato la ex moglie Beatrice Ballerini, mia sorella.

Dall’Inps ho poi appreso che mentre i bambini di mia sorella, che noi stiamo accudendo, prendono il 40 per cento della pensione che spetta loro perché maturata dalla loro mamma, a lui – l’omicida – spetta l’altro 60 per cento, e ne avrà diritto a vita.

Questo accade perché non c’è un meccanismo automatico che prevede la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge, e così oltre la pensione, agli assassini spetta anche le eredità di chi ammazzano.

È inevitabile la sensazione di vivere in un paradosso.

La domanda a cui ancora oggi non riesco a dare risposta è: abbiamo una legge assurda e demenziale, fatta per i delinquenti, oppure semplicemente la giustizia, si scorda qualcosa, si distrae ulteriormente?

Vi prego rispondetemi e rispondete nel nome di tutte le donne ammazzate, il numero delle quali sta crescendo, e crescerà se non si arginano almeno le conseguenze nefaste di una giustizia paradossale.

È importane perchè il fenomeno cresce e questi massacri non devono diventare “appetibili” per chi con ragionamento contorto, è sull’orlo di una decisione.

Deve esserci un meccanismo automatico che preveda la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge. Questo è quello che chiedo nel nome di mia sorella e di tutte le donne uccise.

Grazie

Lorenzo Ballerini via Change.org

firma la petizione

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25 Aprile 2014

staffette biellesi in un dormitorio(Staffette biellesi in un dormitorio – foto da la LA RESISTENZA E LE DONNE, più sotto cit.) 

 

Sulle prime pagine dei grandi giornali nazionali campeggiano Renzi e l’ex Cavaliere, abbondano grandi pubblicità a tutta pagina di signore griffate. Meno di un sesto di pagina per Corsera su Resistenza e Costituzione. Il Fatto Q. nell’edizione emiliana pone il tema donne e Resistenza, qualche timido accenno su qualche altro giornale, una o due trattazioni soddisfacenti,  vetriolo e sarcasmo per la stampa gridata.
La Resistenza, come la Costituzione, è una coperta strattonata da più mani nel tentativo di coprirsi in esclusiva o di lacerarla o di farla scomparire.

Cos’è la Resistenza, il 25 Aprile?

Boh … festa … vacanza … du’ palle… E’ ben spiegato in una inchiestina tra i ragazzi di Tor Bella Monica, Piazza Bologna, Quartiere Prati, a Roma capitale, in mezza pagina del Fatto Quotidiano di oggi. Una tundra gelata su cui i nostri ragazzi sono stati abbandonati senza memoria civile.

 

RESISTENZA delle donne

L’UDI – Unione Donne in Italia – [fino al 2003 Unione Donne Italiane] ha la sua storia collegata alla Resistenza, anzi una nascita derivata. Poiché l’Associazione di fatto si forma a guerra appena conclusa, il 1° ottobre 1945, dall’unione delle donne dei Gruppi di Difesa della Donna sorti al nord nel novembre del ’43 e del Comitato per l’Unione Donne Italiane costituitosi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944. Formazioni che, parallelamente e in modi diversi, avevano lottato per la liberazione dagli oppressori e dalla miseria della guerra.
Il ruolo delle donne è stato di primo piano nell’organizzazione del fronte antifascista e antinazista… ma nella storiografia ufficiale le complesse e vaste operazioni delle donne vengono classificate come apporto laterale, complementare, non strutturale né fondamentale. Di conseguenza si è parlato di Resistenza taciuta.

noi donne gennaio '45(NOI DONNE-gennaio 1945)

Nemmeno i movimenti femministi nel complesso hanno sostenuto l’essenzialità e l’importanza dell’opera delle donne nella Resistenza, il cui  ruolo rimase semplice e obbligato sostegno di mariti e famiglia.

Alla Resistenza le donne approdarono inizialmente con una rapida o già presente costruzione intellettuale, oppure con semplicità e spontaneismo poi maturato in coscienza civile. Nel primo caso con una storia personale di antifascismo, nel secondo per solidarietà, dovere, patriottismo, a causa di violenze e lutti subiti o per buon senso.

Le donne agirono non solo per sostenere i propri padri, fratelli, mariti, compagni, figli, ma si mossero anche per una idea politica di libertà e giustizia che comprendeva il proprio percorso di emancipazione e di liberazione dai vincoli di una domesticità obbligata e forse soffocante e anche di indipendenza economica, basti ricordare la catena di massicci scioperi femminili nelle fabbriche.

... Il Calzaturificio Borri era diventato un simbolo, un punto di riferimento. Lì c’era la roccaforte delle donne. E i fascisti lo sapevano. Nel marzo del 1944 nella nostra fabbrica, la Borri, irruppe infatti una squadra delle brigate nere. Il fattaccio avvenne così. C’era il solito sciopero per le rivendicazioni economiche. Uno dei padroni aveva radunato tutti i dipendenti, donne e uomini, in uno stanzone al pianterreno della fabbrica, per convincerci a tornare a lavorare. Proprio mentre stava parlando, sono entrati correndo con i mitra spianati una ventina di fascisti della brigata nera. A quel punto noi donne abbiamo invitato i nostri uomini a tornare sul posto di lavoro. Avremmo incrociato noi le braccia. E avremmo preso noi la responsabilità dello sciopero. I fascisti non avrebbero osato prendersela con noi. E infatti non sapevano che cosa fare. Poi ne presero una, la Gemma Milani, e la portarono in carcere, nelle cantine della sede della brigata nera, in piazza Trento e Trieste.
La reazione delle donne della Borri però è stata immediata e ha colto di sorpresa anche gli stessi gerarchi fascisti. Siamo uscite dalla fabbrica in corteo, siamo andate a chiamare le donne delle altre fabbriche che erano in sciopero. Siamo andate tutte a gridare davanti alla caserma della brigata nera. A parlare con noi è uscito il segretario del Fascio, Mazzeranghi. Gli abbiamo detto che avremmo ricominciato a lavorare solo quando avrebbe rilasciato la nostra compagna. All’inizio non ne voleva proprio sapere. Poi invece abbiamo ottenuto che una delegazione di noi potesse far visita alla “prigioniera”. Dormiva sul pagliericcio ma stava bene. La pressione davanti alla casa della brigata nera e lo sciopero sono durati tre giorni. Alla fine Mazzeranghi l’ha lasciata andare ed è tornata in fabbrica.
Testimonianza di Giannina Tosi, Responsabile dei “Gruppi di Difesa della Donna”-Busto Arsizio

donne rimpiazzano  gli uomini nei posti di lavoro

(Le donne rimpiazzano gli uomini nei posti di lavoro – foto archivio l’Unità)

Gli uomini erano alle armi. I luoghi sociali, economici, produttivi, erano affidati ormai prevalentemente alle donne (malgrado il regime avesse curato l’immagine della donna fattrice), responsabilizzate nella gestione e nell’organizzazione di quasi tutto, dalla campagna alla città.

Sul fronte della rivolta di quello schieramento popolare chiamato Resistenza agirono trasversalmente donne di ogni estrazione sociale e credo politico ed età, borghesi ed operaie, contadine e casalinghe, benestanti e non abbienti, colte e meno colte.
Anche grazie a questa presenza varia di figure femminili la Resistenza ha avuto una connotazione di rivolta popolare armata ma anche di vasta struttura capillare, a differenza dei moti risorgimentali in cui operarono quasi esclusivamente grandi donne dell’aristocrazia e dei ceti elevati. Eppure, appena unificata l’Italia risorgimentale, alle dure repressioni sabaude ecco sorgere altre rivolte armate popolari, chiamate brigantaggio, dove le donne ebbero un ruolo analogo di rete protettiva e connettiva per i propri uomini, ma anche di guerriglia attiva: le brigantesse.

I dati riportati dalla fonte nazionale dell’ANPI registrano 35.000 partigiane, 20.000 patriote, di cui 4563 arrestate e torturate, 2900 fucilate, impiccate o cadute in combattimento, 2750 deportate, commissarie di guerra 512, medaglie d’oro 16, d’argento 17.
Ma molte non si fecero avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti. E di molte altre ai margini della lotta clandestina forse non si saprà mai.

La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazifascismo fu, dunque, ampia e si organizzò massimamente in un movimento aperto definito Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti per la Libertà, con 70.000 iscritte, la cui caratteristica era l’unione senza preclusioni, per una grave emergenza e un importante obiettivo da raggiungere.

I GDD, sono stati fondamentali sia per il ruolo organizzativo e logistico della Resistenza che per il sostegno psicologico e materiale ai combattenti, oltre che significativo anche nelle azioni di combattimento, ma come già detto, spesso taciuto e trascurato.

Scrive la storica Anna Bravo: “all’indomani dell’8 settembre 1943 quando migliaia di militari si sbandano sul territorio, a nutrirli, soccorrerli e vestirli in borghese sono le donne dando luogo ad una operazione di salvataggio senza precedenti“. La studiosa conferisce delle specificazioni alla Resistenza con aggettivi che sono in grado di mettere in risalto l’opera straordinaria delle donne.
Oltre alla resistenza armata, scrive di resistenza civile, di resistenza quotidiana, resistenza privata.

 

Resistenza armata – Il 25 aprile il pensiero va ai partigiani e alle partigiane, alla Resistenza combattuta con tutto l’equipaggiamento armato tra le montagne ma anche in città, con conflitti a fuoco come veri atti di guerra, agguati, incursioni, sabotaggi e immancabili atti eroici. E che vede circa 1.000 donne partigiane cadute in battaglia.

Non sono mancate le vendette e le esecuzioni sommarie anche della parte resistente, ma su questo la storiografia seria farà luce, non certo i compulsivi negazionismi o le saghe ritorsive in escalation.

“Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni.” (Lidia Beccaria Rolfi – Partigiana deportata nel primo gruppo di donne italiane smistate a Ravensbrück – da LA RESISTENZA E LE DONNE – La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Hélène Zago)

 

Resistenza civile – E’ la risposta della società tutta all’opressione nazifascista che “si serve non delle armi, ma di strumenti immateriali come il coraggio morale, la duttilità, l’astuzia, la simulazione e la dissimulazione”. ( A. Bravo).

Franca Lanzone –  anni 25 –  casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 – Il 1° ottobre 1943 si unisce alla Brigata «Colombo», Divisione «Gramsci », svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere -tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il 1° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani. (resistenzaitaliana.it).

 

Resistenza privata interna - Come saldezza mentale e morale contro la deriva della disperazione. (A.B.)

Franca Lanzone scrive:

Caro Mario, sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute. Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre. Franca. Cara mamma,  perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua Franca.

 

Resistenza quotidianaCome sforzo individuale e collettivo per far fronte allo sfacelo della guerra e all’emergenza. (A.B.)

“Erano le donne che dovevano provvedere ai vecchi, ai bambini e, quando potevano, lavoravano. Tieni conto che la guerra bruciava delle enormi risorse, per la popolazione civile c’era sempre meno roba. Mancavano indumenti, legna, carbone, alimenti, sapone… Ed erano sempre più cari! Il peso sulle donne era enorme … Se si veniva a sapere che qualcosa arrivava in qualche negozio, al di fuori della tessera, si andava lì e si facevano chilometri e chilometri per andare a prendere uova, farina, formaggio e fagioli. Io e mia mamma andavamo come tutti gli altri a cercare, a fare ore di coda e di contrattazione con i contadini; alla fine offrivamo in cambio gli orologi, le lenzuola, le stoviglie.Tutte le donne perdevano ore per rivoltare i cappotti e i vestiti, per ridurli da quelli degli adulti per darli ai bambini, per fare pantofole, calze. Io da allora ho sempre odiato le maglie mélange, perché mia mamma disfaceva maglie e poi metteva insieme il bianco e il blu, il bianco e il rosso… E io ho avuto sempre, per anni, queste maglie che adesso odio! La vita delle donne era una vita di tanto lavoro. Occorreva inventiva. Questa era la situazione che ha cambiato il ruolo della donne, ne ha creato la coscienza” (da LA RESISTENZA E LE DONNE,  La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Intervista a Rosetta Molinari di Hélène Zago).

 

Lettera di una diciassettenne

Carissimi, quando riceverete questo mio scritto sarò già lontana. Andrò a… e poi proseguirò per la montagna, andrò coi partigiani. Vi prego di perdonarmi se vi lascio, non pensate che faccia questo a cuor leggero, anch’io prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, è stata una vera lotta tra l’affetto e il dovere e finalmente questo ha vinto. Ha vinto quando ieri sera i fascisti hanno compiuto un altro delitto.
Quei morti mi hanno additato la via da seguire. E ti assicuro babbo che darò la parte migliore di me stessa per questa lotta, che ci condurrà alla vittoria finale. Sono pronta a dare anche la mia vita, se è necessario, come mi hai insegnato tu. Tu mi comprendi, e ne sono certa, e per questo ti prego di assicurare la mamma, che soffrirà molto per questo mio distacco.
Cara mamma una soia cosa ti dico, bisogna essere forti e devi pensare che tutti dobbiamo dare la nostra opera. Io non ho fatto altro che seguire l’esempio di tante mie compagne. Dimostriamo così agli sgherri fascisti cosa sanno fare le ragazze d’Italia. Per il loro ideale sanno affrontare tutte, anche la morte, col sorriso sulle labbra.
Tanti, tanti bacioni dalla vostra figlia Paola.
(Dagli archivi dell’UDI, Noi Donne – numero straordinario – Agosto 1944)

 

“Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi,  c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo … Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. Tina Anselmi.

 

Queste molteplici sfaccettature, sono in grado di dare il massimo valore all’opera delle donne che comprende tutte le forme di lotta: per la liberazione, ma anche per la sopravvivenza in quelle condizioni durissime. Nell’atto costitutivo dei GGD infatti vi sono punti fondativi come affermazione e rivendicazione di diritti che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro - non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati -possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte. Ecco l’UDI dove e perché nasce.

E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un  proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale.

Il fenomeno della partecipazione delle donne alla Resistenza non è un fatto secondario, di utile contorno quindi. Equivale ad un enorme corpo di ufficiali di collegamento senza il quale le operazioni di liberazione, pur tristi e dolorose, non potevano esplicarsi.
La storia come consuetudine del primato maschile ha sottaciuto pesantemente la portata della gestione e dell’organizzazione che le donne hanno avuto nei due anni di lotta per la liberazione dall’occupazione nazifascista.

Ma…

«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. “Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”». Così racconta Anna Maria Bruzzone in un suo testo.

“La fame, le rinunce, i sacrifici sono continuati per anni. E’ presto svanita l’illusione che con la libertà sarebbero arrivate presto giustizia sociale e benessere. La conquista dei diritti sanciti dalla Costituzione per molti anni è rimasta parola scritta e ci sono volute molte lotte perché quei principi si trasformassero in legge e da legge in realtà. Pensiamo alla parità nel lavoro: solo nel 1960 arrivano le leggi che permettono l’accesso delle donne a tutte le carriere o la parità nelle assunzioni e di retribuzione per lo stesso lavoro”. E così commenta Rosetta Molinari in una lunga intervista di Hélène Zago (cit.).

 

Ci auguriamo  un riconoscimento pieno e condiviso di quanto è dovuto a quelle donne. Per esempio, anche con il semplice aggiustamento dello stesso acronimo dell’ANPI, che pure riserva tanto spazio  all’operato delle donne nella Resistenza. Potrebbe essere rinominato ANPPIAssociazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia. Una simbologia doverosa.

UDIrc, 25 Aprile 2014

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Accordo di azione comune per la democrazia paritaria

 demoparitaria

                                              COMUNICATO

L’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria,

in vista della costituzione di un  nuovo Governo, ritiene essenziale che sia nominata una Ministra per le Pari opportunità che sia  in grado nel Consiglio dei Ministri di far sentire la voce delle donne e i problemi del nostro paese in un rapporto di interlocuzione anche con l’insieme dell’associazionismo femminile. Un punto di riferimento per le politiche di genere in questa fase in cui la crisi economica colpisce le donne doppiamente nella loro vita pubblica e privata. Non possono continuare a essere trascurati o ad avere politiche deboli o di pura facciata problemi quali la disoccupazione femminile, il precariato, in particolare delle giovani, la violenza contro le donne e il femminicidio che continua a colpire in forme gravi il nostro paese, la necessità di rappresentare le donne contro le distorsioni operate sui media, la carenza di servizi sociali dovuta alle ridotte risorse degli enti locali, l’esigenza di promuovere la parità della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali. Politiche che ci aspettiamo siano contemplate nel suo programma di governo e che dovranno impegnare tutti i ministri ma per le quali è importante avere una figura di stimolo e di coordinamento in una logica di mainstreaming. Sono molte le dimostrazioni di questa necessità che abbiamo avuto nel tempo, anche sulle politiche “generali” ma l’ennesima dimostrazione della necessità di una Ministra per le Pari Opportunità si è avuta di recente con le vicende derivanti dalla condanna di Strasburgo per la violazione del principio di parità nell’attribuzione del cognome alle figlie ed ai figli, cui ha fatto seguito un DDL approvato dal Consiglio dei ministri, lodevole per la tempestività, ma criticabile nei contenuti, del quale, peraltro, non si è avuto più notizia. Se non si provvederà al riguardo, la condanna avrà i suoi effetti e incombe anche un giudizio davanti alla Corte Costituzionale.

Roma, 15 febbraio 2014

Le Firmatarie dell’Accordo

L’ UDI, in quanto parte dell’Accordo, è cofirmataria della lettera al presidente incaricato

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Lettera di Stefania

vanessa beecroft

(Corpi di donne – performance Vanessa Beecroft, Deitch Projects, NY 2009)

Nell’estate del 1999, per un’azione dell’UDI di Napoli e senza l’intervento dello IAP (Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria), fu fatta rimuovere una pubblicità affissa per promuovere Radio KissKiss che ritraeva una donna svestita con una radio in mezzo alle gambe. Si trattava di migliaia di manifesti formato 3×6. A chi accusava le promotrici di quell’azione di moralismo codino, furono spiegate le motivazioni: si trattava di un gesto politico contro immagini induttive di una cultura dello stupro che, a sua volta, implica la reificazione di corpi femminili inermi.

Altre pubblicità all’epoca, bastava scegliere, proponevano immagini di consumatrici gaudenti e totalmente sottomesse alle “esigenze familiari”. Si trattava degli “sterotipi di genere” complici della reazione attraverso il “braccio economico” alla messa in discussione, da parte delle donne, dei ruoli tradizionali. Era evidente, non solo per le femministe, ormai che il consumo e il potere politico erano in stretta relazione, e che il progetto di espansione della cosiddetta democrazia asessuata si sovrapponeva, o viceversa, al governo economico dei desideri. Le donne erano e sono, in questo schema di governo necessariamente le agenti di un consumo direzionato. Privarle, o rendere possibile che accada, della possibilità di accedere ad un reddito primario, fa parte del quadro programmatico di governo.

Un universo nel quale ovunque si accenda l’obiezione politica femminile si innesca una spropositata controffensiva non necessariamente violenta. Una reazione a volte di condiscendente aggiramento delle ragioni, a volte di proterva conferma di predominio maschile. Tant’è che in 15 anni mentre le azioni politiche delle donne, che l’Udi ha giustamente in parte significativa incarnato, si sono strutturate intorno alla teoria del femminicidio, le politiche economiche e governative hanno tenuto un contegno confermativo del patriarcato.

Il controllo sulla violenza espressa insita nella pubblicità e nella comunicazione in genere in questi anni è stata espressa unicamente dal movimento delle donne propriamente detto, tanto che cittadine e cittadini hanno preso a rivolgersi per esempio all’Udi per contrastare singole affissioni e campagne pubblicitarie.

Le pratiche si sono dovute adeguare alla crescente giusta intolleranza verso le immagini e le affermazioni più corrive, quindi individuare gli interlocutori istituzionali tenuti a far rispettare le norme europee in materia di messaggi pubblicitari.

La campagna delle Città Libere dalla pubblicità lesiva, il concorso Immagini Amiche, i protocolli stipulati in sede ministeriale con lo IAP, hanno segnato un riconoscimento della legittimità delle istanze politiche delle donne, ma solo apparentemente dei passi in avanti.

Cavilli di ordine burocratico e di competenza territoriale impedirebbero l’azione dei Comuni, ma in realtà costituiscono il pretesto delle amministrazioni nel compiacere imprenditori locali e grosse industrie “che danno lavoro” e sarebbero quindi al di sopra delle regole: cioè autorizzate ad un uso incrudelito delle immagini di donne e bambini.

Con l’avanzare della crisi il controllo femminile in ogni campo si mostra sempre più sgradito al potere, tanto che a partire dalla scomparsa del Ministero delle PP OO molte città hanno cancellato gli omologhi assessorati.

A seguito delle dichiarazioni e dei pochi provvedimenti pubblici contro il femminicidio, inteso nel suo reale senso di fenomenologia del controllo della libertà femminile, si può constatare che dopo brevi periodi di moderazione dei contenuti più evidentemente sessisti e violenti e proclamato riconoscimento dei diritti femminili, riemergono immutate e modernizzate le proposte di ruoli così detti tradizionali per le donne.

Il 2014 sembra essere l’anno della scomparsa del femminicidio omicidiario nelle cronache, ma anche della scomparsa dell’indignazione per la pedofilia e per gli stupri commessi sul suolo patrio. Va notata per esempio l’enfasi con la quale sono stati presentati i dati emersi da una statistica sulla “ammissibilità” delle pratiche sessuali sui minori: la maggioranza le tollera se non le approva. Se non altro per la risaputa estensione, e sommersione, del fenomeno, si tratta di fatto risaputo, eppure la notizia tiene banco quasi si volesse ritacitare lo sfruttamento di bambini e bambine, addossandone la responsabilità “al popolo”, elidendo ancora una volta la responsabilità pubblica nella produzione dei valori condivisi.

Quello che pare un banale episodio ovvero l’affissione di un manifesto poco differente da quello ritirato nel 2010, ritraente una modella nuda che stira i pantaloni di un maschio che attende in piedi e leggendo il giornale di poterli infilare, da una parte dimostra l’inefficacia non solo dello IAP, ma di tutti i protocolli stipulati per la tutela dalle immagini lesive della dignità femminile (nel sito dell’UDI si può leggere la vicenda del 2010, e si allega la lettera con la quale si denunciava la pubblicità).

Un movimento delle donne che condivise con gli uomini e con le maggiori rappresentanze della sinistra Italiana la propria indignazione verso un capo di governo, Berlusconi, dedito all’insulto verso le donne e implicato in affari che comprendono tra gli scambi anche quello di prestazioni sessuali a pagamento di minori, oggi sembra afasico di fronte alla prospettiva della sua riproposizione come negoziatore di riforme e progetti per lo sviluppo del Paese. Questo nonostante ratifica delle condanne per via giudiziaria.

Il silenzio delle donne, la loro muta ratifica della ragion di stato, solo in parte giustifica la riemersione di modelli opposti a quelli proposti dal femminismo, ma certamente lascia il segno del fallimento strategico di campagne politiche, anche quelle lanciate dall’UDI, private della loro radicalità originaria.

Oggi la riproposizione di un modello politico appartenente alla “classicità” del patriarcato offre un’infinità di argomenti che il movimento, ma anche l’UDI sembra non cogliere.

La lotta per la liberazione femminile è l’obiettivo per il quale reclamiamo il riconoscimento politico del movimento delle donne, ma il riconoscimento svuotato da quell’obiettivo è una contraddizione che va risolta. Il contrasto alla violenza culturale va sfilato da quei canali istituzionali che lo congelano e assorbono energie e risorse che andrebbero meglio usate.

Un primo passo che propongo è quello di chiedere la rescissione del protocollo tra IAP e governo denunciando nelle sedi istituzionali la connivenza complessiva dello stesso governo nella diffusione di immagini lesive ivi compreso l’infittimento dei rapporti con la persona Berlusconi a capo di un impero mediatico diffusore privilegiato di immagini lesive.

Stefania

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Discriminazione diretta, indiretta o strutturale, multipla

Dal Coordinamento Pari Opportunità dell’ Associazione sindacale DIRCREDITO

 

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Discriminazione

FAQ-PO n. 8

Nel mondo del lavoro le discriminazioni sono tante e a volte è difficile difendersi. La FAQ n. 8 aiuta a districarsi nella materia, perché spesso le discriminazioni sono sommerse, implicite, istituzionali, occulte, apparentemente neutre, ma soprattutto può accadere che manchi la consapevolezza dei propri diritti, o si abbia paura di ritorsioni, o semplicemente diffidenza verso le istituzioni di tutela.
La prevenzione e l’eliminazione delle discriminazioni non interessano soltanto le lavoratrici/lavoratori, ma anche e soprattutto le aziende, perché un buon ambiente di lavoro e un equo trattamento di tutto il personale accrescono motivazione, impegno e produttività.

• Cos’è la discriminazione? Discriminare significa distinguere, diversificare o differenziare fra persone, cose, casi o situazioni. La discriminazione acquista rilevanza giuridica quando causa un trattamento non paritario di una persona o un gruppo di persone, soltanto in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria.

• Quali sono le disposizioni legislative antidiscriminatorie? Art. 3 Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Al corpus della legislazione italiana (Statuto dei lavoratori, Pari Opportunità, Diritto dell’immigrato) si è sovrapposto il recepimento delle direttive comunitarie contro la discriminazione, in particolare 2000/43 e 2000/78.

• Quali sono i fattori di discriminazione? I possibili fattori di discriminazione sono infiniti, quelli riconosciuti dalla legge italiana sono: il genere, l’origine etnica, il credo (opinioni, fede, religione), l’orientamento sessuale, l’età, la disabilità fisica o psichica.

• La disparità di trattamento è sempre una discriminazione?
Solo quando è causata da un fattore discriminatorio, altrimenti può essere ammessa se si basa su un motivo oggettivo (qualifiche migliori o una maggiore esperienza professionale).

• Quali sono i comportamenti discriminatori?
La legge divide la discriminazione in diretta, indiretta o strutturale, multipla.

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Coordinamento DirCredito  / DirCredito Comunicazione

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Scaduto

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I BRONZI ADERISCONO

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25 NOVEMBRE 2013 / SCIOPERO DELLE DONNE

                                               disegno di UDIrc

Sciopero è la parola suggestiva – ma scomoda – che ha contaminato la nostra campagna politica contro il femminicidio in tutti questi mesi. “Come possiamo attuarlo?” ci avete chiesto, in decine e decine di mail. E come averne la copertura sindacale e l’agibilità senza incorrere in sanzioni e procedimenti disciplinari, o peggio ancora, in licenziamenti?

Care amiche, care compagne, car@ tutt@, per chiarezza è utile sapere che nessuno sciopero propriamente detto è stato proclamato da Cgil, Cisl e Uil.  Come esempio, citiamo dal sito della Cgil che, per lunedì prossimo 25 novembre “invita le lavoratrici e i lavoratori a partecipare alla Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nel quadro di una vasta e articolata mobilitazione nazionale, che vede i territori impegnati con iniziative sindacali unitarie fuori e dentro i luoghi di lavoro”. Nel frattempo, i sindacati di base Usi e Slai Cobas per il Sindacato di classe hanno invece indetto lo Sciopero. Ecco dove e come si articolerà: a Palermo, nella scuola, al Policlinico, nelle cooperative sociali; a Taranto tra le lavoratrici delle pulizie nelle scuole statali e degli appalti comunali, tra le operaie della Pasquinelli-Amiu; a Milano nelle scuole, tra le insegnanti precarie, all’ospedale San Paolo; a Bologna nelle scuole statali e comunali (in una, pur di non farsi carico del lavoro delle colleghe, sciopera anche il bidello!), tra le insegnanti di ruolo e precarie, nel Comune, nelle cooperative sociali, all’Ipercoop.

Un’altra buona notizia viene da Valbrembo (Bergamo), dove alla N&W Global Vending, oltre mille dipendenti e tra le maggiori realtà metalmeccaniche della provincia, è stato indetto uno “Sciopero delle Donne – 8 ore – intera giornata” per lunedì 25 novembre. Il volantino è comparso in bacheca mercoledì 20  e porta la firma della Rsu Fiom Cgil, precisando che lo sciopero è indetto per tutti, anche per i lavoratori. Siamo sicure di non sbagliarci: l’iniziativa non trova precedenti in nessun’altra fabbrica d’Italia.

Negli altri casi, come fare? Vi riportiamo ancora un esempio, viene dal comune di Pegognaga, in provincia di Mantova, che ha aderito al nostro Sciopero delle donne. Qui, studentesse, studenti e insegnanti delle terze classi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo di Pegognaga, dalle 12.15 e fino alle 12.30 scenderanno in piazza Matteotti , dove distribuiranno spillette simboliche realizzate nell’ambito di un progetto proposto dalla Commissione Pari Opportunità, sul tema della violenza contro le donne. Dunque, per un quarto d’ora, “sciopereranno” dalla scuola. Come chiamarlo altrimenti? Di queste manifestazioni più o meno organizzate, fuori dalle righe e dalle regole istituzionali, ce ne sono state segnalate a centinaia in tutta Italia (le trovate sul nostro sito http://www.scioperodelledonne.it/, in particolare nella sezione Città x Città).

Insomma, si può fare. E allora usciamo e fermiamoci nei luoghi di lavoro, garantiti e precari, usciamo di casa e dalle incombenze quotidiane di cura, assistenza e quant’altro (chiedendo anche agli uomini, almeno per quel giorno, di fare loro ciò che noi facciamo d’abitudine!). Facciamo pesare la nostra assenza e facciamo tutto questo in rosso, così che anche chi non potrà fermarsi neanche per dieci minuti darà un segnale visibile – con foulards, guanti, cappelli, giacche di quel colore – e di identità, come abbiamo voluto fare noi con le magliette disegnate da Anarkikka. Esponiamo ovunque drappi, tappeti, stoffe rosse: uniamo il paese con il filo rosso della forza e della protesta! Di tutto questo, poi, mandateci le foto così avremo un racconto collettivo del 25 novembre e chi vuole può partecipare al flashmob online organizzato dalle amiche e amici di Milano (http://www.funmob.com/).

Siamo sicure che anche per voi questo è solo l’inizio. Continuiamo a far crescere la rete dal basso, a diffondere e condividere l’idea. Da questo momento in poi, ogni anno sarà l’anno del countdown al rovescio: quanti anni dovranno passare ancora perché alle donne vengano pienamente riconosciuti diritti, autodeterminazione, libertà, dignità e rispetto? Fino a che non vedremo cambiamenti reali sarà Scio…però permanente. Nessuna celebrazione del 25 novembre potrà mai ridarci indietro le nostre sorelle uccise, e neanche quelle mutilate nei genitali, o stuprate in guerra, o violentate, o percosse, o semplicemente lasciate morire. Possiamo però far sì che non passino sotto silenzio. Abbiamo una grande occasione, usiamola. E abbiamo questo tempo, insieme alle nostre teste e alla nostra passione. Usiamo tutto questo per arrivare prima possibile ad una giornata completa di Sciopero. Facciamolo noi, tutte le donne, perché per noi non lo farà nessuno!

Un abbraccio scioperante,   Adriana, Barbara e Tiziana

[vedi anche: http://udireggiocalabria.wordpress.com/2013/11/02/sciopero-delle-donne-25-novembre-2013/ ]

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Lido Comunale di Reggio Calabria – Conferenza dei Servizi per il recupero dell’area

foto lido reggioLido Comunale di Reggio Calabria – foto aerea anni ’50

L’UDI, Unione Donne in Italia di RC, come soggetto portatore di “interesse diffuso” (art. 9 L. 241/90), partecipa giorno 17 ottobre alla Conferenza dei Servizi relativa al Progetto di recupero dell’area del Lido Comunale Genoese Zerbi di Reggio Calabria. Presenti al tavolo di discussione il progettista ing. G. Arena, rappresentanti delle Istituzioni e delle Associazioni cittadine.

Relazione.

La città di Reggio C. è interessata da una serie di progetti di riqualificazione urbana. Un gran bene se riqualificassero in modo congruo e compiuto la città sotto il profilo formale, funzionale e della vita abitativa delle persone, cui continuano a mancare servizi primari. Al contrario gli interventi urbanistici e architettonici si stanno allineando con nonchalance su una tendenza progettuale che rompe col contesto, con la storia, con la misura umana. Così l’architettura sta perdendo i suoi linguaggi in relazione ai luoghi. Questo operare, forte di una visione pretenziosa e insieme indifferente, finisce per essere paradossalmente omologante. Un vuoto pneumatico dove non si sentono i suoni e i racconti che le forme urbane portano con sé.

Il progetto Arena, peraltro accurato, non rientra in maniera compiuta in questo quadro, ma smantellando quasi interamente l’area balneare del Lido Comunale la priva di memoria e singolarità, evidentemente non ravvisate. Distrugge un costruito, frutto di scelte progettuali di acuta sensibilità, sia stato Nervi il progettista o altri. Un impianto progettuale che ha regalato a diverse generazioni una fruizione dei luoghi densa di emozioni.

Il Lido di Reggio dagli anni venti è stato il centro della vita mondana estiva, come a Venezia che mantiene tuttora la disposizione lineare delle tende-gazebo, ma dove per costruire il nuovo Palazzo del Cinema si è abbattuta con zelo, tra l’altro, la storica pineta del Lido. 132 pini secolari sotto i quali si sono registrate storiche passeggiate di star del cinema e intellettuali … persi gli alberi è rimasto ora un grande buco per l’insostenibilità del progetto faraonico, nonostante le ordinanze governative apposite per eludere i piani regolatori.

lido rc anni20Lido di Reggio C. anni ’20

Oggi stanno sorgendo in tutta la penisola comitati antiabusi che rappresentano l’unica possibilità per difendere le ragioni e il vissuto dei luoghi. A Vicenza per es. nel quartiere storico sorgono edifici a picco sui due fiumi che la attraversano, con totale indifferenza ai regolamenti, con pericoli per la vita di persone e ambiente. C’è assoluto bisogno di controllare il patrimonio storico e paesaggistico collettivo.

A Reggio come in altre città l’incalzare di smantellamenti e riqualificazioni spesso sortisce il risultato di una flessione culturale e di qualità di vita.

Il tempo stringe, presto dovremo fare i conti con la sostenibilità, la bioarchitettura e il pensiero ecologico.

Il progetto definitivo di risanamento del Lido Comunale, redatto sulla base del preliminare e aggiudicato con bando di gara all’ing. Giuseppe Arena, desta sicuramente delle perplessità.

Questi gli obiettivi all’art. 3 del Bando di gara:

1) Riqualificazione della struttura balneare esistente

2) Recupero e rifunzionalizzazione della Torre Nervi

E all’art. 1.2 del Disciplinare di gara sono espressamente delimitati i caratteri della progettazione definitiva:

L’intervento prevede in particolare il restauro conservativo dell’area e dei manufatti esistenti. Le eventuali demolizioni dovranno essere limitate alle superfetazioni o ad elementi dequalificanti del complesso balneare, assicurando il mantenimento della continuità paesaggistica e architettonica con la struttura esistente, con la Torre Nervi, quale elemento qualificante dell’intera area, e con l’Arena Lido.

Tali prescrizioni erano state concordate in occasione del Tavolo tecnico tra gli Enti preposti e con la Soprintendenza per la disamina del progetto preliminare, e recepite poi come sopra nel Disciplinare di gara.

Per contro il progetto Arena demolisce la quasi totalità dell’intero complesso balneare con le seguenti considerazioni del progettista durante la Conferenza dei Servizi:

              1.       Il complesso dequalifica l’area, giustificate quindi le demolizioni;

             2.       l’insieme costruito delle cabine costituisce diaframma tra la spiaggia e la passeggiata bassa e impedisce la relazione aperta tra mare e città;

             3.       il tratto della promenade che sormonta il secondo livello delle cabine è inutile perché sostituito dalla passeggiata sulla via marina bassa, oltre che essere in stato di abbandono e risultare tronco e poco fruibile;           

             4.       la passeggiata bassa di via marina si interrompe a causa delle strutture del vecchio lido che quindi vanno abbattute per inserire il prosieguo della via nel progetto del Waterfront;            

             5.       la struttura balneare ha bisogno di essere modernizzata, ha un impianto particolare che non riprende i moduli tipici.

 

  •  Il progettista, in modo unilaterale e considerando molto elastiche le prescrizioni del bando, ha ritenuto dequalificante la totalità dell’intero complesso balneare, esclusa la Torre e qualche altro dettaglio, sulla base semplicistica dello stato di degrado e abbandono generale.

Vi è di fatto invece, nell’idea originaria, una qualità compositiva e funzionale rilevante e individua, non direttamente richiamata nel progetto preliminare, e totalmente ignorata anzi sparita nel progetto definitivo, con conseguente soluzione in contrasto con le metodologie di recupero e conservazione dettate dal bando e dai vincoli esistenti. Questo insieme si costituisce come un carattere primario dell’area e del costruito sia dal punto di vista morfologico che funzionale e, considerato come bene ambientale-paesaggistico, non dovrebbe subire nessuna pesante azione di alterazione, tantomeno di distruzione.

  • Demolire le cabine balneari e ridisporre le stesse a pettine è operazione che spezza il continuum a falce, il vettore che seguendo la curva litorale è fortemente scandito dal ritmo serrato delle aperture delle cabine e ha il suo focus proprio nella Rotonda. Alcune foto aeree d’epoca lo visualizzano in modo spettacolare. Le disposizioni delle cabine, dal primo impianto e nella loro successiva evoluzione storica, seguono generalmente la configurazione planimetrica lineare a falce strettamente legata all’ansa del litorale, e col mare di fronte. Solo per un breve periodo la loro disposizione è raggruppata secondo linee perpendicolari alla battigia, di cui resta traccia al lato nord.

Rispettare e riqualificare la poligonale lineare delle cabine nella disposizione attuale da una parte osserva le prescrizioni del Disciplinare e travalica le sottintese indicazioni di scarso valore ambientale, dall’altra ha il senso della continuità storica resa efficiente.

Operando un salto di registro, la disposizione dei due bracci con la sua estesa forza espressiva ricorda schemi tipologici cui appartengono anche il colonnato del Bernini a S. Pietro o Piazza S. Francesco a Napoli… Come una cupola su una piazza, la Rotonda segna un asse di simmetria (anche se non rigida) e i due bracci si allargano sulla costa idealmente abbracciando il mare. Sostenere che le cabine non hanno né un valore monumentale, né paesaggistico, sarebbe giustificabile solo vedendole staccate dall’insieme. Fanno parte Invece di una idea progettuale complessiva che non si può rendere monca.

Smantellare la sequenza ritmica lineare delle cabine e riorganizzarle a pettine è come se al colonnato di Bernini togliessimo le trabeazioni e lasciassimo le colonne binate, ma slegate e senza il loro vettore unificante ellittico.

La nuova disposizione modulare ripetitiva a pettine, rimanda a modelli di sfruttamento intensivo del suolo, a fini turistici sia di massa che d’alto bordo, e come immagine innesca quella traiettoria definita del “divertimentificio” che toglie territorialità, non ha anima, apolide e iperbolica, non esprime l’immaginario storico sedimentato, non a caso ritrovabile a Miami come a Rimini o Camaiore, modelli accettati acriticamente.

La smazzata di cabine della nuova disposizione metterebbe la via marina bassa in relazione con il paesaggio del mare e della spiaggia? Sarebbe proprio un belvedere? O piuttosto un disturbante impatto visivo nel quale i segmenti plissettati dei tettucci fanno da base allo stesso specchio di mare? I vecchi casotti del Lido come si vede dalle foto storiche erano provvisti di tende a mo’ di verande che si costituivano come una gradevole frangia. Certo, elemento relativo a quell’epoca, ma formavano una estesa unità ritmica scenografica, acquistando qualità architettonica.

Nel progetto, le pensiline ad arco che ornano le facciate delle cabine con l’intenzione di abbellirle non escono da un convenzionale motivo di villetta cui verrebbe affidato compito qualificante.

Togliendo alle cabine il fronte mare se ne perde il pieno godimento con un effetto di insieme edilizio ordinario. E la totale demolizione non è giustificata nemmeno dalla capacità ricettiva che rimane pressoché invariata dalle 716 attuali alle 724 di progetto. Le opere di demolizione incidono inoltre per un quarto dell’intero costo.

rito Marinai d'Italiadalla Promenade, i marnai dell’Ass. Marinai d’Italia assistono al lancio in mare di una corona durante la commemorazione annuale Vittime del mare 

  • Con le cabine sparisce anche la contestuale Promenade, storica passeggiata al secondo livello delle cabine cui si accede dalla Rotonda, e nei tempi recenti anche dalla passerella del piazzale. La Promenade è un elemento del complesso che riveste un certo pregio estetico-funzionale ormai storico e che interpreta il forte segno paesaggistico.

Dal punto di vista funzionale include in tutta la sua estensione anche compiti di collegamento di servizio sia in orizzontale che in verticale.

Togliere la storica passeggiata sopraelevata significa togliere una emozione ai cittadini e ai visitatori. Quella passeggiata è un percorso percettivo che ha valenza di tracciato iconico per molti eventi e funzioni attrattive, in grado di offrire grandi stimoli e un rapporto sensibile di piena spazialità con il mare. E’ stato detto: la Promenade è un budello, si entra, ma non si esce. Non è un buon motivo per abbatterla, piuttosto si può creare una nuova uscita-entrata, mettendo insieme innovazione e conservazione. Rendere accessibile la Promenade anche sul lato sud, alla prima rotonda, permetterebbe il percorso completo, e non ad imbocco obbligato, con una vista sul mare senza nessuna di quelle barriere che il progettista paventa e per le quali demolisce. Non è paragonabile la vista totale quasi sospesa sull’acqua dalla Promenade con la vista radente della passeggiata bassa dimezzata dai parapetti pieni e dai tetti sottoposti a cosmesi delle serial-cabine ricostruite.

  • L’ingresso attuale del Lido dalla parte della città, con la cancellata e il giardino, perderanno la loro connotazione. Varcato l’ingresso non si può non cogliere la citazione dell’antico spazio “interno” mediterraneo, mantenuto anche dalla civiltà araba, dalla casa a corte al peristilium romano, qui leggero ed elegante triportico rivisto con una lontana eco razionalista. Anche questa parte: demolita per dare continuità alla passeggiata bassa che si collegherà al Waterfront.

La perdita in estetica e memoria è eccessiva rispetto ad un guadagno di continuità di una strada che successivamente si pensa di far rientrare nel progetto estremo di Zaha Adid & Ass. (100 MLN di euro) che culminerà in un faraonico museo competitivo dell’attuale M. Nazionale, con una struttura e una forma chiusa in disaccordo con l’aperta solarità di Reggio mediterranea. Per inciso, la quota del piano su cui sorgerà il nuovo Museo è di 5 m s. l. m. e a pochi metri di distanza dalla riva, dove, sommovimenti marini, onde anomale, potrebbero arrecare danni irreversibili. Strane disattenzioni progettuali. Per nessun motivo e per nessun arco di tempo possiamo mettere a rischio il patrimonio dei beni culturali-ambientali che abbiamo ereditato e che abbiamo il dovere di trasmettere.

  • Se la struttura balneare ha bisogno di essere modernizzata, occorre intendersi sul concetto di modernità e bellezza in architettura. Oggi la modernità non può che essere sostenibile. Non distrugge ma interpreta sviluppando o ricercando le potenzialità esistenti. Anche la bellezza è un linguaggio appreso che si riferisce a qualcosa che si è già sedimentato in noi e con cui si confronta. Qualcosa che mette in rapporto, indefinibile e irrazionale, ciò che è interiore con ciò che è già configurato, ciò che è esperienza con ciò che è immaginato.

Gli oggetti qualsiasi possono subire svariate operazioni di restyling per il divertimento dell’occhio, fatta salva la funzione, ma l’architettura porta con sé una radice di civiltà, propria di ogni popolo, di piccolo o grande  territorio, trascina veri e propri legami antropologici tra manufatto e fruizione che vanno salvaguardati, altrimenti è soltanto puro esercizio creativo al pari delle creazioni di moda. La cosiddetta Bigness, l’architettura estrema cui si ispirano oggi molti architetti, a Pechino come a Londra, rifiuta il tessuto preesistente, il contesto, rivendica assoluta libertà creativa senza condizioni, e getta un colpo di spugna su tutta la storia delle civiltà, compromettendo in modo irreversibile l’intero ecosistema urbano in spregio a soluzioni più economiche e sostenibili. Questo orientamento è molto discutibile e criticato in tutti i consessi internazionali. Eppure a Reggio pare stia prendendo piede e si vanno inventando forme e spazialità aliene, fuori contesto. La corsa competitiva spinge a farci sentire goffamente riconosciuti a livello internazionale. Zaha Hadid non sembra essere partita da tipologie e contesti che interpretano i segni locali.

I manufatti di Reggio originali e manutenuti con la loro cifra originale potranno essere attrattivi per il turismo molto di più di un manufatto replicato in altre parti del mondo. Tempo fa fu fatta una esposizione museale all’aperto lungo il Corso Garibaldi. Una idea per avvicinare alla sua storia la città e suggerire un percorso turistico diverso oltre a quello aeroporto-museo-bronzi-aeroporto.

Il progetto in discussione ha ricevuto parere negativo dalla Soprintendenza. E per due ragioni: non aver rispettato le prescrizioni di bando, e non aver considerato, in modo arbitrario e unilaterale, il valore ambientale della quasi totalità dell’esistente demolendolo.

Lo sversamento di liquame fognario nel mare dal torrente Caserta al limite del Lido è poi un dato di fatto, concreto e mai risolto: se il mare non è balneabile, come ufficialmente è stato quest’anno il litorale cittadino, il tutto risulta un eden sognato senza accesso.

UDIrc

lido comunale Reggio C. foto satelltecomplesso del Lido comunale con la Torre Nervi

lido rc2la Torre e la Promenade

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OBSESSION JAZZ / UNESCO / UDIrc

UDIrc –  UNIONE DONNE in ITALIA

dalla parte di chi non ha voce

OBSESSION JAZZ II edizione / UNESCO-ECOJAZZ a Reggio Calabria

il 30 APRILE in piazza ITALIA h 18.00

 

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Misteri sanitari

Una lettera da Nella Garganese, presidente del Tribunale del malato di Reggio Calabria, e iscritta UDIrc, profonda conoscitrice dei misteri sanitari locali e non solo.

(…)

Come tu ben sai ho avuto un incontro con l’on. Rosy Bindi alla quale ho espresso le mie perplessità sulla conduzione dei servizio sanitario in Calabria.

La legge che determina il SSN è una di quelle più complete e belle fra le esistenti in Europa, solo che, demandando alle Regioni senza controlli, ogni Regione decide come meglio crede.
Ti porto un esempio su tutti: fra le patologie riconosciute dal SSN abbiamo 2.500 patologie riguardanti il campo delle MALATTIE RARE, però ogni Regione determina quale prendere in carica dal punto di vista di assistenza farmaceutica, cosìcché alcune Regioni ne riconoscono 50 mentre la nostra solo 2, il che significa che molti reclamano perchè ad esempio in Piemonte viene riconosciuta la malattia e non da noi.

Mi chiedo se questo è Servizio Nazionale oppure chiedevo alla Bindi, con la quale abbiamo concordato in pieno, che i Servizi Sanitari delle Regioni devono essere messi sotto controllo continuo perché il cambio frequente di politiche determina quasi sempre delle discrepanze enormi.
La mia conoscenza dei Servizi Sanitari è vecchia, ho visto cambiare colori alla Regione Calabria e conseguentemente teste in ogni dove, l’unica vera preoccupazione è stata sempre quella di nominare dirigenti, sottodirigenti, vassalli, valvassini e valvassori.

Un’altra cosa che ti dirò è che, ad esempio, noi rispetto alle altre Regioni non abbiamo nelle Aziende la Carta dei servizi, per cui il povero Cittadino Calabrese è costretto a vagare nel nulla e ad accontentarsi di “ciò che si dice e ciò che non si dice”.

Mi fermo qui, perché le cose sono talmente tante che potrei scrivere un romanzo…
Nella Garganese

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Premio Immagini Amiche 2013

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Si conclude a Milano la III edizione Premio Immagini Amiche promosso dall’UDI – Unione Donne in Italia –  sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, col concorso dell’Ufficio d’Informazione in Italia del Parlamento Europeo  e in collaborazione con la Commissione Europea, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ed il Comune di Milano.

1 Marzo 2013 / ore 17.00 / Palazzo Marino – Sala Alessi

Piazza della Scala 2 – Milano

Al termine aperitivo: Palazzo Reale – Sala Otto Colonne, Piazza del Duomo 12

PREMIAZIONE IMMAGINI AMICHE

Conduce: Barbara Stefanelli, Vicedirettrice Corriere della Sera

con la partecipazione di: Eva Cantarella, Lella Costa

Categorie:

PROGRAMMI TELEVISIVI / Finalisti Premio Giuria: Invasioni Barbariche, 8 e mezzo, Tg2 / Premio del voto popolare

PUBBLICITA’ TELEVISIVA: / Finalisti Premio Giuria: Continental, Enel, Geox / Premio del voto popolare

PUBBLICITA’ SU AFFISSIONI / Finalisti Premio Giuria: Coop, Femminile Reale, Leroy Merlin / Premio del voto popolare

WEB / Finalisti Premio Giuria: A casa non si torna, Nuovo e utile, Calendario “Donne Italiane/ Premio del voto popolare

MENZIONE SPECIALE SCUOLA / Finalisti Premio Giuria: Scuola Elementare Galileo Galilei di Pistoia, Liceo Scientifico G. B. Benedetti di venezia, Istituto Vaccarini di Catania

MENZIONE SPECIALE COMUNE / Finalisti Premio Giuria: Enna, Milano, Reggio Emilia

Intervengono alla premiazione

le Parlamentari europee: Cristiana Muscardini e Patrizia Toia

La Giuria

Il Comitato d’Onore

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Tesseramento UDI 2013

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Tessera UDI 2013

Qualunque cosa desideri nella vita, sai che devi cercarla, lavorare per ottenerla o lavorare per crearla. Ogni tua passione o desiderio che non danneggi nessuna cosa o persona è un tuo diritto. Ma è anche la tua libertà. Nessun’altra persona o gruppo deve impedirtelo, nessuna sovrastruttura autoritaria o condizione materiale ostacolarti. Senza diritti non si può esercitare una scelta, quindi non c’è libertà, in casa, sul lavoro, ovunque. Soprattutto la scelta della libertà del nostro corpo che non può essere espropriato e offeso. Nell’UDI sono i nostri principi, mantenendo ogni donna la sua diversità e la sua ricchezza.

L’Unione Donne in Italia rappresenta concretamente una grande forza libertaria indipendente, che si autofinanzia, orientata sulla carta costituzionale e sui diritti universali, non come categoria ma come parte paritaria della specie che esprime altre visioni del mondo e alternative, mai necessarie quanto oggi, per ciò che ci viene ancora negato e per le continue sottrazioni di diritti e spazi di libertà.

Ogni tua proposta potrà entrare nella dialettica complessiva di pensiero e operatività. Tutto quello che fai per te lo fai per tutte, e tutte le altre per te.
Abbiamo il diritto ma anche il dovere di intervenire nella trasformazione della società, nella sua grave crisi di rappresentanza e di rappresentazione. Non per concessione. E possiamo farlo con fantasia, e gioia di vivere. Semplicemente perché le donne sono in grado di farlo. (S. Morace)
Iscriviti all’UDI, ti aspettiamo!

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auguri 2013

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da UDIrc

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Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne -femminicidio

 

Oggi, alle ore 12 alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, si è tenuta una conferenza stampa di presentazione della

Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio

per chiedere alle istituzioni e al governo di verificare fin da subito l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, e l’immediata revisione del Piano stesso insieme al coordinamento promotore di questa Convenzione che ritiene fondamentale

- sia ratificata immediatamente la Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica, e siano ottemperate le raccomandazioni conclusive rivolte all’Italia dal Comitato CEDAW del 2011 e dalla Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne del 2012;

- sia costruito e rafforzato il sistema di servizi pubblici e convenzionati sul territorio a partire dai centri antiviolenza;

- sia garantita la formazione di tutti i soggetti che lavorano, nei vari settori, con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere;

- sia vietato, in caso di separazione e affido dei minori, nei casi di violenza domestica agita sulle donne e assistita o subita dai figli, l’affido condiviso e che venga applicato come prassi l’affido esclusivo al genitore non violento; sia vietato l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale (PAS) in ambito processuale ed extraprocessuale; e non sia consentito l’utilizzo di tecniche di mediazione familiare in ambito processuale e da assistenti sociali.

- vi siano interventi tempestivi a difesa dell’incolumità delle donne che denunciano violenze in conformità agli obblighi derivanti allo Stato dagli accordi internazionali ed in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani in materia di violenza sulle donne;

- sia stabilita una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale, da parte dei diversi servizi coinvolti con la loro rielaborazione e la pubblicazione da parte dell’ISTAT;

- vengano rese comunicanti le banche dati delle forze dell’ordine;

- si adottino corsi di formazione su violenza di genere – femminicidio per i giornalisti che già svolgono la professione nelle redazioni e per chi si appresta a svolgerla (scuole di giornalismo e master);

- vengano rivolte campagne di sensibilizzazione nazionali e locali a contrasto della violenza maschile sulle donne rivolte a tutta la popolazione e in particolare agli uomini;

- nella scuole e nelle università, la didattica contenga anche gli argomenti della discriminazione e la violenza di genere, e che in particolare sia fatta attenzione all’adozione di libri di testo che non veicolino pregiudizi di genere nel linguaggio e nei contenuti.

  • La proposta politica è unitaria, aperta all’adesione e alla sottoscrizione di altre realtà nazionali, locali, e alle singole persone che vorranno dare sostegno alla Convenzione;
  • La Convenzione promuove nella settimana del 25 novembre una serie di incontri e mobilitazioni; e invita le Istituzioni nazionali e locali a un confronto aperto;
  • in particolare chiede al Presidente del consiglio Mario Monti e ai suoi Ministri di incontrare il coordinamento della Convenzione.

Promotrici della Convenzione:

UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

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mediterranea

 

Udi Catania – settembre 2012 – speciale Tunisia

Donne in Tunisia: in prima linea per difendere i loro diritti e la democrazia contro le derive oscurantiste e violente che minacciano la ‘primavera tunisina’ – la minaccia viene da gruppi salafiti, minoritari ma aggressivi che in varie località del Paese attaccano gli artisti, le donne, l’università, la modernizzazione. Debole la risposta del governo guidato dal partito islamista moderato Ennahda.

Da settimane le donne tunisine sono impegnate su più fronti.

Mediterranea_Speciale_Tunisia_settembre_2012

 

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Modello Reggio CC

Cosa insegna a una donna il caso FALLARA?

di Franca Fortunato

ORSOLA Fallara, la dirigente più potente del Comune di Reggio Calabria sotto il governo dell’ex sindaco Giuseppe Scopelliti, la sera del 15 dicembre 2010 “vaga per la città, arriva al porto, spegne la macchina, si ferma qualche minuto. Qui avrebbe deciso di farla finita. Ingerisce l’acido. Poi chiama i carabinieri con il cellulare e chiede aiuto. Una pattuglia arriva in pochi minuti. Ed è in ospedale prima di notte”, dove morirà due giorni dopo. Così raccontano Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano, e Gianluca Ursini, giornalista dell’Unità, nel loro libro “Il caso Fallara – Storia del “modello Reggio” e del suo tragico epilogo”. Come tante/i – suppongo – non ho creduto al suicidio di Orsola Fallara ma – secondo i due autori che si rifanno alle conclusioni della Procura che ha archiviato il caso – si è trattato proprio di un suicidio, anche se alcuni punti oscuri restano.

Bene, accettiamo il fatto che Orsola Fallara si sia suicidata e allora la domanda è perché l’abbia fatto. Perché temeva di essere arrestata? Perché temeva di non reggere emotivamente all’accusa di aver sottratto denaro illegittimamente alle casse pubbliche? Perché lasciata sola e isolata dai suoi “amici” politici? Per non denunciare nessuno? Lei, come dirigente dell’ufficio Finanze e Tributi – ci dicono Baldessarro e Ursini – “era depositaria di mille segreti, era lei che amministrava tutti i flussi di denaro in entrata ed uscita, che autorizzava pagamenti d’ogni genere” e su quei flussi si è costruito il “modello Reggio” che l’ex sindaco, Giuseppe Scopelliti, divenuto governatore della Calabria, disse voler esportare in tutta la Calabria, tanto ne andava (ne va ancora?) fiero.

La magistratura, la Corte dei Conti, gli ispettori del ministero delle Finanze, prima che l’opposizione politica e i due giornalisti, hanno squarciato il velo di quel modello, costruito su una gestione del denaro della collettività a dir poco “allegra”, irresponsabile, clientelare, quando non illegale. Orsola Fallara, insieme al sindaco, è stata protagonista convinta di quel “modello”. Un modello fatto di distribuzione a pioggia di denaro pubblico, di incarichi e lauti compensi a avvocati, professionisti e tecnici. E intanto la città sprofondava nei debiti. Che cosa ha lasciato veramente il “modello Reggio” alla città è presto detto: un debito di oltre 170 milioni di euro.

Sarà la magistratura e i tribunali ad accertarne gli eventuali reati. Restano le responsabilità politiche di coloro che erano al governo della città, a partire dal sindaco, Giuseppe Scopelliti, rinviato a giudizio per “abuso d’ufficio” e “falso in atto pubblico”. Non si può parlare di Orsola Fallara, come donna pubblica, senza parlare del sistema di potere che sta dietro il “modello Reggio”, in quanto lei, da emancipata qual’era, ne è stata, per scelta consapevole, parte organica e protagonista attiva.

Che cosa insegna a una donna, come me, la sua storia? E’ stata una donna devota, fedele, sino alla fine, a colui che lei definiva “l’unico politico con la P maiuscola che riconosco”. Non ha mai denunciato o richiamato alla proprie responsabilità chi con lei ha governato il Comune per dieci anni. Si è assunta tutte le colpe. Si è fatta compagna in politica di un uomo che non ha esitato a smentirla, a prenderne le distanze, almeno pubblicamente, salvo poi, a rinvio a giudizio avvenuto, invocarla come la sola che avrebbe potuto discolparlo. Una donna che cosa ha da perdere o da guadagnare quando perde la sua libertà e la sua autonomia? Cosa ha da perdere o guadagnare nel seguire con devozione estrema un uomo nei suoi sogni di potenza, facendoli diventare propri? Ha da perdere tutto, anche la vita. Ha da guadagnare solo potere e denaro. Ecco cosa mi insegna Orsola Fallara con il suo suicidio. Dopo di lei, nessuna donna può dire che non lo sapeva.

***

[Le conclusioni degli Ispettori ministeriali nella loro relazione]

Conclusioni
Dall’esame dei comportamenti esaminati sono state evidenziate una serie di problematiche afferenti le materie oggetto di indagine.
Per ciò che riguarda la situazione contabile dell’ente, sono state rilevate pesanti irregolarità, consistenti nella mancata imputazione di oneri agli esercizi di competenza e nella conservazione tra i residui attivi di crediti non supportati da titolo giuridico.
Inoltre, sono stati adottati artifici contabili al fine di occultare la reale situazione finanziaria dell’ente.
Tali irregolarità hanno comportato l‟esposizione di un risultato di amministrazione nettamente migliore di quello reale, celando, in realtà, un disavanzo di amministrazione, al 31.12.09, superiore ai 140 milioni di euro. Nell‟anno 2010 la situazione finanziaria dell‟ente è ulteriormente peggiorata, portando il disavanzo ad oltre 160 milioni di euro.
Si ribadisce, anche in questa sede, che i risultati esposti debbono necessariamente essere considerati approssimati per difetto.
Anche in relazione all‟utilizzo delle risorse di cassa sono state rilevate pesanti irregolarità, che hanno portato l’ente ad utilizzare le risorse vincolate e l’anticipazione di tesoreria in violazione alle previsioni del TUEL.
Le irregolarità riscontrate hanno prodotto effetti anche in relazione alle disposizioni relative al patto di stabilità.
Relativamente all‟anno 2007, l’ente ha comunicato dati palesemente errati, al solo fine di far figurare il rispetto dei limiti imposti dalle norme di riferimento, che, in realtà, erano stati abbondantemente superati.
Le irregolarità contabili, inoltre, hanno consentito all’ente di far figurare il rispetto del patto di stabilità per gli anni 2008 e 2010, che, in realtà, è stato violato.
Non avendo rilevato il mancato rispetto del patto di stabilità, l’ente non ha rispettato le sanzioni previste per gli enti inadempienti, consistenti, essenzialmente, nell’impossibilità di effettuare assunzioni di  personale e di far ricorso all’indebitamento.
In merito a quest’ultimo argomento, nell‟anno 2006 l’ente ha posto in essere un’operazione di ristrutturazione, della quale, peraltro, non è stato possibile valutare la convenienza economica, finalizzata a rinviare nel tempo gli oneri del debito.
Inoltre ha fatto ricorso, con la medesima finalità, ad una serie di contratti di interest rate swap. In conseguenza degli stessi l’ente ha  sinora  ottenuto benefici finanziari, con la prospettiva di dover sostenere nel futuro, in base alle attuali tendenze evolutive dei mercati finanziari, spese di ammontare superiore.
L’esame delle posizioni debitorie accese presso la Cassa Depositi e Prestiti ha, poi, consentito di rilevare come non sempre l‟indebitamento sia stato utilizzato per il
finanziamento di spese d’investimento, in violazione del principio dettato dall’art. 119, comma 6, della Costituzione.
L’esame delle problematiche concernenti il personale ha evidenziato  numerose criticità, sia per ciò che riguarda la costituzione dei fondi per il trattamento accessorio che il loro utilizzo.
Vanno inoltre riviste le modalità di utilizzo delle progressioni orizzontali, che non risultano conformi alla normativa di riferimento.
Anche relativamente alla  gestione del personale  dirigente sono state rilevate numerose problematiche, in particolare per ciò che riguarda le risorse inserite nel fondo per il trattamento accessorio.
E’ stata, inoltre, riscontrata l’erogazione di somme, in violazione del principio di onnicomprensività della retribuzione, sia al personale dirigente che al personale del comparto.
Quest’ultima problematica impone una profonda revisione dei comportamenti gestionali, finalizzata a riportare le procedure  amministrative nell’ambito della regolarità. In  particolare, si segnala come qualsiasi incarico svolto nell’interesse dell’ente rientri nel normale rapporto di lavoro intercorrente tra le parti, senza che possa in alcun caso dar luogo all’erogazione di compensi non previsti dai contratti collettivi nazionali.
Ulteriori irregolarità sono state rilevate in relazione al conferimento degli incanchi dirigenziali a tempo determinato. I dirigenti sono slati individuati in assenza di una specifica procedura selettiva debitamente pubblicizzata ed in numero superiore ai limiti previsti dall’art. 19, comma 6, del D.Lgs. n. 165/01.
Roma. 19.08.11

I Dirigenti dei Servizi Ispettivi di Finanza Pubblica

dott. Giovanni Logoteto / dott. Vito Tatò

(foto UDIrc)

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Rispetto e amore in pochi minuti

 

Rispetto e amore in pochi minuti, per mezzo di una macchina e con vantaggi sociali e ambientali. Peccato che VicRoads non sia di casa da noi. E’ una Corporation con compiti governativi, una sorta di ANAS, nel piccolo stato australiano di Victoria. Si occupa di strade e ambiente, ma tra le finalità e i suoi obiettivi mescola strani concetti eversivi ed è contemplato che non si possano costruire strade o fare manutenzione o ricostruire o… senza tenere in conto per esempio di:

  • garantire la libertà dalla discriminazione, molestie e mobbing
  • utilizzare le opinioni degli altri per migliorare i risultati
  • prendere decisioni e fornire consigli in merito e senza pregiudizi, incoerenza, favoritismo o interesse personale
  • agire abbastanza obiettivamente considerando tutti i fatti pertinenti e criteri fair
  • attuare i programmi e le politiche di governo equamente
  • prendere decisioni e fornire consulenza in coerenza con i diritti umani
  • attivamente attuare, promuovere e sostenere i diritti umani

Non male. Sembra la politica, come piacerebbe (e dovrà accadere), condivisa con le donne come modello globale.

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Comunicato stampa UDI sulla legge 194/’78

Comunicato Stampa
La Corte Costituzionale ribadisce che siamo persone!
Salva la legge 194 sull’IVG
La Corte costituzionale ha comunicato che la questione di costituzionalità della legge 194 sollevata dal giudice di Spoleto è “manifestamente inammissibile”. Questa decisione segna un punto importante nella difesa dei diritti delle donne. Un punto a favore della civiltà del diritto contro l’oscurantismo.

La Corte ha ritenuto di non dover neanche prendere in considerazione le argomentazioni speciose e strumentali che il giudice spoletino aveva utilizzato per sostenere l’incostituzionalità della legge. Questo giudice dimenticava che la Corte aveva già definito, 37 anni fa, superiore l’interesse di chi è già persona rispetto al feto.

Il valore di chi “è già persona”!
Questa infatti è l’espressione utilizzata nella sentenza della Corte costituzionale del ’75 che ha fatto scuola e che ha aperto la strada proprio all’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Vi si legge: “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”.
Chissà perché per tanti sia così difficile capire un principio tanto semplice.
Proprio i precedenti pronunciamenti della Corte sui nodi che il ricorso sollevava: quello del presunto “contrasto” fra i diritti dell’embrione e quelli della donna ci facevano ben sperare. La decisione della Corte presa in camera di consiglio e in modo molto rapido ha dimostrato ancora una volta di essere la Corte un organo di garanzia costituzionale capace di far vivere i diritti sanciti dalla nostra Carta e capace anche di bilanciare i diritti della donne con altri diritti.
Ogni giorno in Italia la legge 194 è sotto attacco di fondamentalisti e opportunisti.
Oggi quest’ultimo attacco alla 194 è stato per fortuna respinto, ma altri ne verranno: il movimento cosiddetto “per la Vita” con la V maiuscola, che ignora che le donne sono persone vive e non contenitori, è sul piede di guerra e sappiamo che i tentativi di svuotare di fatto la legge continueranno.

Sappiamo anche che le donne non rinunceranno mai a difendere il loro diritto all’autodeterminazione perché sulla procreazione la prima e l’ultima parola deve essere la nostra!

Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org

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Fannullone chi?

Mollato nelle acque di Venezia

Aspetta, aspetta chi era…?

Una ragazza componente della Rete Precarie/i della Pubblica Amministrazione voleva fargli una domanda (Covegno innovazione, ricerca, tecnologia e giovani), ne ebbe in risposta: siete l’Italia peggiore e scappò come indemoniato davanti all’acquasanta.

… Esonerato al Comune di Venezia per … assenteismo

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2 Giugno 2012

Nel 1946 è nata la Repubblica.
Nel 1946 le donne italiane esercitano per la prima volta il diritto di voto.
Nel 2012, dopo 66 anni, le donne italiane stanno ancora combattendo per la democrazia paritaria. Nonostante la Costituzione. L’art.1della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro …” Se la guardiamo come donne, l’Italia è una repubblica incompiutamente democratica: infatti noi sappiamo che oggi è molto difficile esigere il lavoro come diritto, e non solo a causa della crisi.
Da sempre le possibilità lavorative delle donne sono state notevolmente inferiori a quelle degli uomini. Oggi in numero minore sono le occupate, in numero maggiore le disoccupate e si ingrossano continuamente le fila delle inattive. Le donne più giovani sono maggiormente vittime di una precarietà che si protrae nel tempo condizionando la facoltà di scegliere liberamente e consapevolmente la loro vita. Le donne di ogni età sono oberate anche a causa della mancanza di servizi e sostegni adeguati, a cui devono supplire occupandosi di bambini, anziani, disabili e malati.

In questo periodo alle donne è stato tolto molto (dall’innalzamento dell’età pensionabile ai mancati investimenti promessi per i servizi e le politiche di conciliazione e condivisione) senza contropartite. Se la nazione reggerà a questa crisi sarà grazie alle donne che mettono responsabilmente a disposizione le loro energie e risorse nell’ economia e nella cura. Dalla famiglia alle reti informali le donne sorreggono e sostituiscono un welfare debole e frantumato, a macchia di leopardo, come è quello italiano. Lo sappiamo dall’esperienza delle nostre vite e ce lo confermano le statistiche nazionali.

L’UDI – Unione Donne in Italia è stata protagonista fin dal 1944 delle principali battaglie condotte in questo paese per il diritto di voto e il diritto al lavoro delle donne, per i diritti delle donne nel lavoro, nonché per un modello di produzione che riconoscesse la differenza femminile nel lavoro: un modello a misura di donna e, come tale, a misura di tutti.

L’UDI richiama l’attenzione di uomini e donne sulla contraddizione profonda tra i diritti faticosamente conquistati e l’esigibilità di questi diritti, sulla differenza tra la responsabilità sempre esercitata dalle donne e l’irresponsabilità di chi dovrebbe attuare la Costituzione con interventi politici concreti tenendo conto che la Repubblica è costituita da uomini e da donne.
Perché il 2 giugno possa essere la festa di tutti e DI TUTTE.

Vittoria Tola Grazia Dell’Oste

***

Le scosse continuano in Emilia, migliaia di persone scaraventate all’istante in mezzo alla strada. Capannoni crollati come castelli di carte da gioco. Nomi e cose da non dire. La retorica dei soccorsi, le raccolte per sms che non si sa se arrivano e come arrivano. Le cricche in agguato, c’è chi ride, ora di nascosto. La militarizzazione, la frammentazione, la dispersione del territorio: L’Aquila è stata, è una brutta pagina. Occorre fare presto, fare tutto, perché gli stessi luoghi siano protagonisti della loro ricostruzione. Basterebbe il costo di un paio di F-35.  

E la Repubblica con la ruota del pavone imperterrita festeggia. Mostra i muscoli, il muso duro, tutto l’apparato potenziale che può togliere la vita in massa.

Repubblica che ancora si autocelebra in un cliché guerriero, zelante nel dare di sé una immagine primaria collegata con la guerra, di difesa o di offesa che sia.

Repubblica fondata sul lavoro ma che il lavoro non lo cura, che considera tutte le persone uguali e di pari dignità, ma poi di fatto ne trascura una parte. Quella parte che è più sottopagata, che sostiene un welfare sommerso, ostacolata nel percorso di lavoro, a cui si nega il pieno diritto del proprio corpo, anzi un corpo su cui si applica un diritto proprietario d’intesa, individuale e istituzionale.

Le donne cadono come mosche, quattro in 48 ore, uccise da mariti compagni fidanzati padri figli. I media continuano imperterriti a non voler vedere. Descrivono il set, i particolari, la pettinatura, il dramma della gelosia, nessuno se lo aspettava… Noi costrette come sisife a ripetere le stesse cose, peggio a non ripeterle.   

Un atto di coraggio, di verità per dire finalmente basta a qualcosa di insostenibile non arriva! Se non da noi, dal basso.

Festa della Repubblica sarebbe del senso civico, della legalità, della solidarietà, della fratellanza della sorellanza, della dignità, del rispetto verso la metà ab-negata. Festa della Costituzione per cui ha senso la Repubblica, festa di popolo libero perché è la Repubblica in ogni suo organismo a garantire la libertà di ogni persona. Ma la Repubblica siamo noi.

***

Udinazionale comunica:

- La Regione Emilia-Romagna

ha attivato una raccolta fondi rivolta a quanti – privati ed Enti pubblici – desiderano versare un contributo per far fronte ai costi del terremoto che ha colpito le province di Modena, Ferrara e Bologna.

Per i privati le possibilità sono le seguenti:

- versamento sul c/c postale n. 367409 intestato a: Regione Emilia-Romagna – Presidente della Giunta Regionale – Viale Aldo Moro, 52 – 40127 Bologna;

- bonifico bancario alla Unicredit Banca Spa Agenzia Bologna Indipendenza – Bologna, IBAN coordinate bancarie internazionali: IT – 42 – I – 02008 – 02450 – 000003010203;

- versamento diretto presso tutte le Agenzie Unicredit Banca Spa sul conto di Tesoreria 1 abbinato al codice filiale 3182.

Per quanto riguarda invece gli Enti pubblici, è previsto l’accreditamento sulla contabilità speciale n. 30864 accesa presso la Banca d’Italia – Sezione Tesoreria di Bologna.

In tutti i casi (privati ed Enti pubblici) il versamento dovrà essere accompagnato dalla causale: Contributo per il terremoto 2012 in Emilia-Romagna.

- La Provincia di Modena

Interventi di solidarietà
codice Iban IT 52 M 02008 12930 000003398693
causale “terremoto maggio 2012″

- La Provincia di Ferrara

intestazione conto “Provincia di Ferrara per interventi di solidarietà”

codice: IBAN IT 67 Z 06155 13015 000003204155, con la causale: “terremoto maggio 2012”.

- Dalle UDI di Bologna e Provincia

ci comunicano che la Provincia non ha, per ora, attivato un conto apposito, per cui invitano a inviare eventuali contributi al conto della Regione. Avviseranno direttamente qualora la Provincia di Bologna dovesse agire in proprio in questo senso.

45500 per donare automaticamente 2 euro

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da UDI NAPOLI

Comunicato Stampa

Nella già drastica riduzione dei luoghi deputati al servizio di interruzione volontaria di gravidanza, l’Amministrazione del  Secondo policlinico, presidio ospedaliero della Federico II di Napoli, ha sospeso gli interventi e chiuso le prenotazioni.

Si tratta di un’interruzione di pubblico servizio, in contrasto con le finalità di una legge dello Stato, la 194.

Una decisione inaccettabile, frutto della sostanziale  deroga ad una responsabilità precisa: quella di prevenire il ricorso a pratiche clandestine,  con particolare riguardo  alla già difficile cittadinanza delle donne migranti.

Nel contesto regionale degli accorpamenti, con l’aumento delle distanze causato da queste per il trasferimento di interi reparti maternità, il secondo Policlinico, rimane il più noto ed affidabile presidio in materia di IVG nella Provincia e nella Regione. La sospensione del servizio e la prospettiva di una chiusura anche temporanea sono inaccettabili ed improponibili.

Il ricorso all’obiezione di coscienza assume nella nostra Regione livelli tali da indurre  l’intelligenza che tale scelta da parte del personale medico possa costituire un elemento di incentivo alla carriera. Inoltre l’estensione di questa facoltà, estensione a dir poco fantasiosa ed al limite della legalità, al personale paramedico e ad altre figure presenti nei luoghi di cura, conferma che quest’anomalia tutta italiana (solo nel nostro paese i medici ospedalieri possono rifiutare di svolgere  il servizio, ove presente nel settore d’impiego) assume la dimensione di una pratica vessatoria verso le pazienti. Più volte avviamo dovuto verificare quanto aperta fosse l’ostilità di certi ambienti sanitari verso la libertà femminile. Nelle aziende ospedaliere il ricorso massiccio all’obiezione non costituisce però valido motivo per sospende o addirittura negare il servizio, che va comunque garantito, per legge. Il personale disponibile va comunque reperito, al di là degli incoraggiamenti più o meno aperti verso questa pratica che rappresenta un vero e proprio danno per l’azienda ospedaliera, oltre che per le utenti.

L’UDI di Napoli e il comitato Legge 194 nello sporgere denuncia per interruzione di pubblico servizio verso l’amministrazione dell’ AOU Federico Secondo, e denuncia verso il Presidente Caldoro, in qualità di commissario alla Sanità per la disapplicazione diffusa della 194, si trovano a ripetere un atto che si rende ciclicamente necessario per l’imprevidenza e la negligenza, ormai usuali in Campania, di fronte ai diritti delle donne.

La Regione ha operato il rientro dal debito sanitario riducendo l’accesso alla salute delle donne anche in materia oncologica, oltre che per quanto riguarda la sfera materna. La nostra denuncia è l’ennesima per disservizi subiti dalle donne in momenti tra i più dolorosi della loro vita.

In assenza di un deciso e decisivo provvedimento per il ripristino ottimale del servizio, la denuncia verso l’amministrazione dell’AOU Federico II, sarà depositata presso la Procura di Napoli lunedì 19 Marzo dall’Avv. Maria Pia de Riso, in occasione della denuncia vs il Presidente Caldoro.

                                    Stefania Cantatore  e Simona Ricciardelli

                                               (UDI e Comitato legge 194)

 Napoli 16 Marzo 2012

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Barriere barriere barriere

                    

Veramente mi chiamo Simona! Commercianti fatemi entrare, amo lo shopping!

di Simona Toscano

Amo lo shopping. Entrare in un negozio e sentirsi un po’ più felice. Oh sì noi donne lo sappiamo bene. Il vestito, la borsa e le scarpe. Signori miei le scarpe. Ho un 34 e quindi avevo difficoltà notevoli a trovare scarpe. Per fortuna da qualche anno per le bambine fanno scarpe “da adulta”, quindi la scelta si amplia. Però, c’è sempre un però, molti negozi non sono accessibili. E tu che fai? “Trovi un altro più bello che problemi non ha”, parafrasando la Carrà. Ma perché esistono negozi inaccessibili se dalla legge 13 e D.P.R. 239 dell’89, alla legge 104/92 al D.P.R. 503/’96 e successive, si impara che i luoghi aperti al pubblico devono essere usufruibili da tutti? E per questo sono previsti controlli e sanzioni.

Non solo ospedali, ASL e centri di fisioterapia. È vero, frequento pure quelli al bisogno. Ma faccio shopping! Nonostante tutto ciò molti negozi di nuova apertura continuano a essere inaccessibili. Come fare? La soluzione sarebbe facile. Se i commercianti capissero che anche un disabile è consumatore cambierebbe tutto. “Psss, avvicina l’orecchio, ti devo confidare un segreto! Anch’io mangio, mi vesto e mi imbelletto!”. “Scandaloso vero? Eh si, hai ragione però è così! Sarò più chiara: se io avessi potuto, sarei entrata nel tuo negozio, magari lasciandoti 50 – 100 € che immagino schifo non facciano. Invece non posso entrare, peccato!”
Per ora i commercianti che non mi conoscono o storcono la bocca quando entro oppure parlo e loro guardano la persona che è con me. Peggio è se sono sola. Scene di panico in certi negozi, divertentissime da una certa angolazione. Il commesso che suda perché non sa come approcciarsi a me. Oppure quando chiedo un prodotto che non giudicano esser adatto a me. Perché c’è pure quello. L’altro giorno un commesso mi ha ripetuto 13 volte che stavo comprando slip “brasiliana”, slip che io avevo scelto proprio perché erano così. Ripeto io consumo, al commerciante di solito quello importa. O dovrebbe.
Oppure quando una volta in farmacia chiesi varie cose fra cui un contraccettivo, e volevano fare due conti perché sicuramente tutto era per me, ma quella cosa era di chi mi accompagnava. Se i commercianti pensassero al ritorno economico che può dare un negozio accessibile staremmo a cavallo.
E, per una come me che non vuole cedere al centro commerciale sarebbe una vittoria.

Roma, 12 marzo 2012

***

L’articolo 3 della Costituzione sancisce per ogni persona la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Prosegue con un obbligo e un vincolo del legislatore: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione, ecc…

Difficile trovare un settore che non abbia ricevuto una legislazione, ma molto facile trovare in ogni settore inadempienze.

Simona richiama la Legge n. 13 con il D.P.R. attuativo n. 239 dell’89, e successive: Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche. Regolano complessivamente l’accessibilità agli spazi fisici della città e degli edifici, con parametri per la progettazione, ristrutturazione e adattamento.

Le barriere architettoniche vanno dal gradino che impedisce l’accesso sia al marciapiede o al negozio, che al bagno per chi utilizza una carrozzina. Ma più in generale è qualsiasi impedimento che ostacoli una interrelazione tra persone e con l’ambiente. Ogni elemento fisico dello spazio e del costruito urbano che non permetta un utilizzo o una partecipazione piena a tutte le persone, deve essere rimosso o adattato. E dove manca va progettato il dispositivo mediatore che permetta o faciliti almeno in parte l’accessibilità e l’uso di servizi, spazi, edifici. Le barriere architettoniche di fatto costituiscono una limitazione di diritti e una discriminazione della persona fisica, cui di solito non si fa caso.

Accessibilità, adattabilità, visitabilità, sono i criteri normativi della legge del 1989, validi anche per l’edilizia privata. Dal 2001 le norme rientrano nel Testo Unico per l’edilizia n. 380. Sono soggette le nuove costruzioni e quelle in ristrutturazione.

Tre milioni in Italia le persone ostacolate dalle barriere e il 20% della popolazione nell’Unione Europea. Anche le mamme con carrozzina per esempio sono ostacolate dalle barriere, gli obesi oltre un certo limite, anziani con limitata mobilita e tutte le persone che non si possono avvalere della percezione sensoria nella giungla dei segni urbani.

Recentemente diverse Regioni (Marche 2010, Emilia Romagna 2010, Calabria 2011) hanno stanziato fondi per la domotica e la riqualificazione dell’edilizia con l’obiettivo dell’eliminazione delle barriere architettoniche.

Il Capitolo della Cattedrale di Grosseto, con patrocinio del Comune, emise lo scorso anno un concorso per idee per permettere l’accessibilità alla cattedrale, e così la Comunità Montana di Val Camonica per migliorare l’accessibilità motoria, sensoriale e percettiva nella visita al sito rupestre.

E a Reggio Emilia il tribunale ha stabilito che è un atto di discriminazione obbligare a vedere un film esclusivamente dalla prima fila per chi accede con carrozzina.

Qualcosa si muove, e qualcosa è irremovibilmente fermo.

Cara Simona, la cosa più bella sarebbe che semplicemente potessi accedere ai tuoi negozi preferiti e semplicemente i gestori facessero quello che è in fondo un piccolo adattamento, a loro perfino conveniente.

ner*

 

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Per l’Otto Marzo / UDI RC

Evento in collaborazione col Teatro Athena.

***

Riceviamo da Laura Cirella.

Tra il dire e il fare… 

A proposito di “festa della donna”, tra riflessioni e celebrazioni, non può non cadere l’attenzione sul recente bando pubblicato a gennaio 2012 per la nuova erogazione dei “voucher per la conciliazione”.

Si chiamano “azioni positive”, ovvero il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato. Queste azioni positive sono tanto più efficaci quante più donne riescono a coinvolgere e quanto più riescono ad abbracciare tutto l’universo dei lavori di cura affidati ancora oggi in prevalenza alle donne. Già la giunta precedente aveva proceduto nel 2008, all’erogazione di questi voucher con un medesimo bando ma, la giunta Scopelliti ha avuto la capacità di “affossare” anche questo prezioso strumento. Basta fare il vecchio gioco enigmistico delle differenze, scoprendo in tal modo quanto sarà limitata l’efficacia dei voucher previsti dall’attuale bando di questa giunta, e quanto potente e ad ampio raggio d’azione sia stato il precedente bando che ha elargito i voucher a circa 3.000 donne. Il bando pubblicato dall’attuale giunta non contempla tutti i lavori di cura di cui, nella nostra regione si occupano, quasi esclusivamente, le donne, avendo escluso la copertura di spesa per assistenza ad anziani e disabili che non siano figli (il precedente bando copriva i parenti e affini fino al III° grado per es. suoceri, cognati, zii, pronipoti e bisnonni anche acquisiti) i malati cronici non autosufficienti e i malati terminali (che il precedente bando copriva ugualmente entro il terzo grado). La cifra riconosciuta è assolutamente irrisoria (250,00 €) rispetto alla precedente (600,00 €). Ad ogni beneficiaria fu riconosciuta la consistente somma di € 6.000,00 per ogni familiare a carico. Inoltre l’erogazione non avverrà più con cadenza bimestrale (dunque 5 tranche per 10 mesi), come nel precedente voucher, ma solo in due tranches (al 5° e 10° mese).  Vengono oggi escluse le disoccupate, a meno che non siano in attività di formazione, vanificando la ratio stessa del bando. Infatti la finalità è quella di  “liberare tempo” a quelle donne che non hanno lavoro e non possono affidare i propri familiari alle cure di qualcun altro per mancanza di reddito e sono alla ricerca di un lavoro o vorrebbero frequentare un’attività formativa.

A proposito di badanti e baby sitter, il vecchio bando aveva avuto anche il grande merito di aver fatto emergere tutto il lavoro sommerso di queste figure indispensabili, generando un circolo virtuoso di donne che lavorano e che danno lavoro ad altre donne, con contratto regolare (grazie all’obbligo di rendicontare la spesa con busta paga e relativo bonifico o assegno – dunque con tracciabilità della spesa – e contratto registrato all’INPS, previsto dal bando precedente) e non più in nero! Scomparse dunque le baby sitter a domicilio: sono infatti riconosciute solo le spese per frequenza a servizi di prima infanzia (rette e servizi a pagamento per asili nido e servizi integrativi scuole materne, comprese quelle di baby sitting), e per figli fino a 3 anni, non più fino a 13 anni. Scoperte le differenze, riteniamo che l’intero bando debba essere sottoposto ad una revisione se vi è la reale intenzione da parte di questo governo regionale di rendere conciliabile il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia.

Laura Cirella

Di seguito schema di comparazione tra bando 2008 e bando 2012.

Bando giunta Loiero maggio 2008 Bando giunta Scopelliti 13/01/2012
“Voucher di Conciliazione” circa3.000 erogati “Voucher di Conciliazione” circa600 previsti
Ripartizione per province Catanzaro: 18,57% Ripartizione per province nessuna
Cosenza: 36,31%
Crotone: 8,57%
Reggio Calabria: 27,92%
Vibo Valentia:8,63%
Beneficiari le donne, anche immigrate, che: siano residenti o svolgano attività lavorativa in Calabria Beneficiari donne italiane e straniere che: Siano residenti, ovvero svolgano attività lavorativa/formativa in Calabria
siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, inoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione o una borsa Lavoro o disoccupateai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 181/2000 Siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, ovveroinoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione
reddito familiare dichiarato non superiore a € 40.000,00 calcolato con il metodo ISEE situazione economico-patrimoniale dichiarata non superiore a € 10.000,00 calcolata con il metodo ISEE
durata massima di 10 mesi durata massima di 10 mesi
misura massima di € 600,00 mensili misura massima di € 250,00 mensili
Per l’assistenza di

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Otto Marzo 2012

 (foto Olicom s.p.a.)

 

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Otto marzo e donne suicidate

 

Quell’imprevisto della libertà femminile

GENTILE  direttore ho accolto con convinzione il suggerimento che lei ha avanzato alle donne calabresi di dedicare la Giornata Internazione della Donna a Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, perché dimostra, da parte sua, un’attenzione particolare per quanto, in quest’ultimi anni, si muove nel mondo della ‘ndrangheta, che sta facendo i conti con l’imprevisto della libertà femminile. Pur facendo mia la sua proposta, mi permetta, però, di avanzare alcune osservazioni, per evitare alcuni rischi, che ho intravisto in alcuni interventi.

Queste tre donne non vanno separate da tutte le altre, non sono donne eccezionali, ma donne “comuni” in un mondo in cui la libertà femminile fa paura a tanti uomini, anche e ancor di più ai mafiosi. Vanno, pertanto, ricordate e riconosciute tutte le donne che con le loro scelte stanno erodendo sin dalle  fondamenta la forza della ‘ndrangheta.

Mi riferisco a Tina Buccafusca,  moglie del boss Panteleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la collaborazione con i magistrati, a Ilaria La Torre, ex moglie di Francesco Pesce, che sta testimoniando contro il marito al processo “All Inside”, alle sindache Elisabetta Tripodi  di Rosarno e Carolina Girasole di Isola Capo Rizzuto, che quotidianamente difendono il loro desiderio di governare con libertà la propria Comunità. Mi riferisco ad Annamaria Molé e Roberta Bellocco, appartenenti a due delle più potenti famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro, studentesse del Liceo scientifico di Rosarno, che in un convegno sulla legalità hanno dato testimonianza del loro desiderio di essere libere di poter vivere la propria vita, nonostante il nome che portano.                        

Mi riferisco alla figlia di Lea Garofalo, Desirè che si è costituita parte civile contro il padre, in nome della madre. Mi riferisco ad Anna Maria Scarfò di Taurianova, che ha denunciato e mandato in carcere i suoi violentatori. Mi riferisco a tutte le donne che, in ogni luogo, a partire dalla casa, lottano quotidianamente per affermare la loro libertà. Mi riferisco alle donne che nelle scuole, frequentate anche dalle figlie dei mafiosi, insegnano alle più giovani l’autorizzazione ad essere  libere, contribuendo così alla fine della ‘ndrangheta. Insomma, anche in Calabria c’è tutto un mondo femminile che sta cambiando, e Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo sono parte di esso. 

Gli strumenti di queste donne, come di tutte quelle che hanno distrutto il patriarcato, togliendo ad esso la propria credibilità, sono la consapevolezza di sé e l’amore per la libertà propria  e delle proprie figlie e figli. La loro non è “resistenza civile”, ma affermazione di sé e del proprio desiderio, a costo anche della propria vita. E questo, ne sono convinta, ha un valore molto più alto di mille manifestazioni. La vera lotta alla ‘ndrangheta, come lei stesso direttore ha scritto, è “ fatta di piccoli e grandi gesti quotidiani”. Molte donne, in  questa regione, lo stanno facendo. La ‘ndrangheta che uccide le proprie donne perché l’”abbandonano” e la “tradiscono”, dopo che generazioni di donne, come la madre di Maria Concetta Cacciola o di Giuseppina Pesce, le hanno garantito omertà e complicità, non è  diversa dai tanti uomini che ogni giorno, in ogni parte del mondo uccidono le donne (mogli, fidanzate, ex, figlie, sorelle), quando tentano di riappropriarsi della propria vita e li abbandonano.

Quello a cui stiamo assistendo è la fine del patriarcato mafioso. Alto è il prezzo che molte, troppe, stanno pagando. Separare Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola  e Lea Garofalo dalle loro simili, significa indebolire la forza delle loro scelte e le ragioni che le sostengono. Mi auguro che l’8 marzo non venga trasformato in una manifestazione di tutti contro la ‘ndrangheta. In prima linea troveremmo magari molti di quegli intellettuali e di quei docenti universitari, che saranno d’accordo con la sua proposta, pronti a firmare e a “partecipare” purché siano “visti”, che a Cosenza hanno disertato la “lezione” del procuratore Pignatone, che aveva capito la forza delle donne nella lotta alla ‘ndrangheta. Lei c’era a quella manifestazione e con lei c’erano non più di dieci docenti Unical. 

Gentile direttore apprezzo la sua proposta e spero che venga lasciato alle donne, e solo alle donne, perché a loro appartiene l’8 marzo, di farla propria, nei modi in cui ognuna, individualmente o assieme ad altre, deciderà.

Franca Fortunato

***

Riceviamo da Franca una lettera aperta al direttore del Quotidiano della Calabria, giornale su cui scrive e su cui è stata pubblicata giorni fa.

E’ da un po’ che traboccano termini che celebrano la retorica dell’eroe. E non è in questo senso che va percepito il profondo mutamento che sta avvenendo in molte donne legate al mondo mafioso. Tante madri hanno ripudiato figli definiti ‘nfami che hanno deciso di collaborare con la giustizia, ma molte altre colpite nel profondo degli affetti e dei sentimenti hanno deciso di rompere ogni legame coi loro uomini mafiosi, con estremo coraggio e rischio.

Quando una donna viene colpita negli affetti più cari non ragiona più, non c’è omertà che tenga, racconta il pentito Calderone a Pino Arlacchi, (Dacia Maraini ne farà un testo teatrale: Mi chiamo Antonino Calderone).   

L’esplosione dell’affettività ferita a morte è una delle componenti che spinge  le donne a rompere i legami nel mondo mafioso. Ma bisogna riflettere che senza la spinta evolutiva dei movimenti delle donne verso l’emancipazione, sul piano della comunicazione sociale, e in particolare di quelle associazioni – in prevalenza femminili – che contrastano le mafie e che offrono sostegno alle donne vittime, il fenomeno della loro ribellione a un mondo chiuso e ferocemente patriarcale sarebbe impossibile. E’ anche il timore di essere fatta fuori comunque.

All’interno la donna è ritenuta inaffidabile e di proprietà. Ha solo compiti di servizio e di comunicazione con l’esterno, non deve discutere gli ordini. Affetti e sentimenti all’esterno sono vietati all’uomo del clan, la donna non deve chiedere mai, deve essere tenuta lontana e all’oscuro, se la donna sa qualcosa finisce che o la deve ammazzare lui o la deve far ammazzare da qualcun altro (Renate Siebert). Anche se nel tempo sono emerse donne al comando.

Ma… è venuto il momento di comunicare in proprio con l’esterno e di porsi delle domande. Non è più disposta a trascorrere la sua vita in un buio labirinto dove è stata assegnata prima dal destino e poi dagli uomini del clan.

Ecco quell’imprevisto della libertà femminile. Ed ecco il senso del manifesto per l’8 Marzo che l’UDI dedica a tutte le donne e ai loro diritti, per la costruzione del futuro. E, d’accordo con Franca, a tutte le donne che decidono di vivere la libertà della propria persona nei diritti, soprattutto quelli da recuperare, che spezzano catene umilianti e rischiano la propria vita. 

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Un bene comune

ONCOLOGIA AL CIACCIO UNA REALTA’ DA TENERE STRETTA

LEGGO su questo giornale che, ancora una volta, c’è chi pensa di chiudere il Centro oncologico Pugliese-Ciaccio per “fonderlo” con l’università. Ci aveva provato l’ex governatore del centrosinistra Agazio Loiero con un colpo di mano, alla vigilia delle elezioni amministrative, suscitando l’indignazione e la disapprovazione generale.

Oggi ci riprova il governatore del centrodestra, Giuseppe Scopelliti, che, per non essere da meno del suo collega che l’ha preceduto, non solo ha sottoscritto un accordo con il Rettore dell’università per cancellare il Centro, ma ha già deciso che al suo posto sorgerà un Centro di riabilitazione. Chi come me da anni è costretta a frequentare quel luogo per essere curata, seguita, sempre con la speranza nel cuore della guarigione, sa cosa significa trovarsi all’improvviso di fronte a una tale decisione, che sconvolge la tua vita senza che nessuno te ne abbia chiesto il permesso. Nella “sfortuna” mi sono sentita sempre “fortunata” perché ho potuto curarmi nella mia città, restando accanto ai miei cari. Mi sono sentita “fortunata” che in questa città ci fosse un dottore come il dottore Molica e la sua equipe, che avevano lavorato per prepararmi un luogo accogliente, umano, sereno e di altissima professionalità, con tecnologie e protocolli di cura avanzati. Mi sono sentita “fortunata” di aver ricevuto le stesse cure che avrei avuto in qualsiasi Centro d’eccellenza d’Italia. La mia “fortuna” è stata di aver trovato in quel luogo l’essenziale per chi si affida alle mani di medici ed infermiere/i.

Vi ho trovato uomini e donne, preparati/e professionalmente e umanamente, che mi hanno permesso di affrontare la chemio con serenità e di continuare ad andare ai controlli periodici con la speranza nel cuore e la tranquillità che li avrei sempre trovati in quel luogo. Ora questa certezza e questa serenità Scopelliti e il rettore dell’università, un signore che neppure conosco, hanno deciso di togliermele. Con il loro accordo gli interessi di chi hanno fatto? Non certo i miei e quelli delle tante ammalate e ammalati del Centro. Non so se la città si ribellerà ancora una volta, come un anno fa, ma mi colpisce il silenzio che oggi regna sulla vicenda, anche da parte delle attuali amministrazioni locali, pronte a gridare allo scandalo se a decidere di chiudere il Centro è l’avversario politico e zitti se lo decide il governatore amico.

Mi colpisce il silenzio di colui che un anno fa, da rappresentante sindacale insieme ad altri, creò un Comitato in difesa del Ciaccio contro quella che definì una “beffa”, ed oggi da consigliere del centrodestra e presidente della Commissione urbanistica non dice una parola. I governanti amici non si criticano, si lusingano, si applaudono e un giorno si e uno pure si lodano, per quello che fanno, come sta capitando in questa regione. In questa città si sta permettendo al governatore Scopelliti di cancellare un Centro di eccellenza, di distruggere professionalità e vite umane a favore di una Fondazione, che ancora non si sa bene neppure cosa sia. E intanto la città si impoverisce, nell’indifferenza generale, rendendo la vita ad ammalate e ammalati ancora più difficile e triste. Il dottore Molica e la sua equipe hanno dato tanto in questi anni a questa città. Ora tocca alla città ricambiare con riconoscenza e gratitudine, mettendo da parte tutte le appartenenze, con la consapevolezza che quel Centro va difeso e protetto, perché non si può consentire a nessuno di distruggere un bene comune.

Franca Fortunato

[Quotidiano della Calabria/14.11.2011]

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XV° Congresso UDI – Bologna

 

RIFLESSIONI POSTCONGRESSUALI

Al XV° Congresso UDI abbiamo partecipato in tre, appartenenti a UDI le Orme di Reggio Calabria. Una partecipazione che abbiamo il piacere di definire storica, al di là degli avvenimenti. 

Supero la descrizione analitica dei fatti, che pure ho annotato con precisione. Mi soffermerò su qualche riflessione che si è imposta dopo l’esperienza delle due giornate e mezza di Congresso, che per altro deve ancora portare a termine i lavori.

L’UDI della Cappella Farnese è apparsa spaccata. La frattura ha insieme connotazione generazionale e di appartenenza. Generazionale perché il gruppo di donne frazionante è delle trentenni-quarantenni. Di appartenenza perché con ogni evidenza è legato al gruppo dirigente che ha coltivato la scuola politica.

E’ certo una stupidaggine competere tra generazioni anziane e giovani, opporre una chiusura laddove si dovrebbe in primo luogo trasmettere e ricevere da una parte e dall’altra. Ma non è una stupidaggine pensare che esista un conflitto generazionale, di contesti. Nei termini, oggi, in cui non è mai esistito.

Una certa generazione iperprotetta affettivamente, e quindi anche fragile, educata in assenza di limiti e divieti, complici forti modelli mediatici, cresciuta in un mondo in cui il rispetto cede allo sberleffo e il linguaggio ad un fraseggio meccanico e insolente dovrà pur dare il suo saggio comportamentale pubblico e manifestare il suo stile appena arriva ad esercitare un potere o manifestarne il desiderio. In questo blob-contesto le anziane e gli anziani non servono, impacciano, rallentano. Sono la morte del dinamismo muscolare e mediatico attuale, l’anti-bellezza. Meritano le parodie pubbliche mortificanti di certi programmi televisivi.

E’ così anche nell’UDI si è avvertito un vento che alita tratti del modello appena descritto. Sberleffi di basso profilo che è bene non amplificare. Non ho sentito o letto nessuna sdegnarsi dall’interno, anzi: una sfilza di mi piace su Facebook.

Un pedigree preteso e ostentato, l’irrisione o disprezzo aperto verso le diverse, le avversarie, le incontinenti, nasconde una scorza di intolleranza. E ancora: Ci riprenderemo l’UDI ci organizzeremoriuniamoci a Roma se la vedranno con noila mia UDI … A poche ore dal termine della seduta congressuale.

Rottamatrici al contrario, sicure che non serve un ricambio dopo dieci anni di stessa conduzione, sicure che la linea seguita non sia discutibile, e soprattutto sbagliando sulla proprietà, perché l’UDI non è di nessuna. Bisogna solo lavorare in sorellanza e solidarietà anche nel dissenso.

E’ bene ricordare che UDI nazionale è solo un’indicazione funzionale-geografica e non di struttura, giacché la struttura UDI è federativa, senza gerarchie e assolutamente aperta in autogoverno dove le funzioni direttive sono delegate e non autonome e sovrastanti. L’attività della funzione delegata è sottoposta, dice lo Statuto, a verifica annuale dietro relazione scritta, a garanzia di derive decisioniste o peggio autoritarie. Se ci sono malumori o contestazioni, basta confrontarsi, discuterne senza separatismi udichesiamo, nel migliore-peggiore stile partitico. E dileggio pubblico, intollerabile.

Da questo punto di vista avremmo voluto che i lavori congressuali piuttosto che alle autocelebrazioni si fossero protratti fino a notte alta sul raccontare e raccontarsi della politica presente e futura dell’UDI. Politica dell’UDI in una accezione grande e integrale, non di scuola politica intimista dell’UDI.

Qualcuna tempo fa scrisse: non vi spaventate signori uomini se noi donne andremo al potere, perché penseremo prima al vostro bene e poi al nostro come siamo state abituate a fare da sempre … La oriento verso la politica dell’UDI che non può che pensare in termini di benefici per tutte, ma in primo luogo per le nuove generazioni, qualunque sia la reggenza. Meraviglia non poco invece la rivendicazione delle 30-40enni arroccate attorno ad una figura direttiva che ha rappresentato forse per loro un riferimento imprescindibile o perfino materno, ma che si è rivelato ad altre centralista e mono-dirigenziale. La successione di una carica, l’agone politico, può comportare scontri e confronti, consensi e dissensi, ma l’alternanza è da considerare un inevitabile giusto ancoraggio democratico. Soprattutto quando i tempi lunghi e le ambizioni fanno diventare la conduzione una monocrazia manifesta o larvata. La competizione può essere fortemente liberatoria, ma non mai saccheggiatrice ed offensiva. A meno che il berlusconismo sia una metastasi talmente indistinguibile da esserne portatrici sane.

L’UDI ha creato in questi anni diverse campagne difficili e importanti che hanno impegnato tante donne e richiamato molte all’Associazione. Di questo non possiamo che essere fiere, tutte. Ma spingiamoci oltre. Chiediamoci se e quanto siamo riuscite a incidere, e se c’è stato un cambiamento di mentalità nella società grazie alle nostre campagne, o un risvolto legislativo; quali strategie di comunicazione che non siano casalinghe o dilettantesche abbiamo adottato o dovre(m)mo adottare, se la nostra ottica non sia sociologicamente povera, fino dove abbiamo osato, dove non abbiamo osato, quale la ricaduta politica nella vita delle donne.

Celandosi dietro la maschera dell’efficienza – scrive U. Galimberti, riportandolo da da J Hillman – il potere ottiene da un lato l’ubbidienza dei subordinati, inducendo in loro un pensiero a breve scadenza, per cui non si guarda più intorno e in avanti e a lungo termine sui valori di fondo della vita con conseguente atrofizzazione dei sentimenti … e il semplice fare trova la sua giustificazione indipendentemente da ciò che si fa.”

Questo sguardo lungo che poi è anche capacità di autocritica, lungimiranza e valutazione degli effetti, manca, ma è necessario. Altrimenti rischiamo di girare in tondo, ma intorno a noi stesse in slanci autoreferenziali, pur in una laboriosa efficienza …

E nonostante le varie iniziative, l’UDI appare a me e a molte, in una situazione di isolamento e ombra. Nei giorni di Congresso, evitando fanatismi, e controproducenti  defezioni, avremmo potuto o dovuto azzerare arroccamenti intorno ai propri assunti, cariche acquisite, prestigi, attaccamenti sentimentali e altro, discutere e concordare. Ridisegnare la politica piuttosto che acquiescere nell’impolitica generale. Ma, nell’assenza di una progettazione oculata dei tempi, poco spazio si è dedicato a discussione e proposte. E consequenziale è stato il rinvio ad una assemblea ristretta delle elezioni di rappresentanze e organismi statutari, che dovrebbero invece essere espresse da un consesso il più possibile allargato. Questo è motivo di preoccupazione.

Non è scaturito dal Congresso chi e cosa sarà l’UDI di domani né di quest’oggi così difficile e involutivo per le donne, quali saranno i nostri obiettivi principali, quali le strategie, quali gli interlocutori … E dunque  non si è parlato di POLITICA delle donne. Forse l’abbiamo fatta seduta stante in un modo sui generis, con un personale che un tempo si diceva fosse politico, ma con altri sensi. D’altra parte ci eravamo assuefatte in questi due anni di attività territoriale reggina nell’ambito UDI ad uno stile dirigenziale che si opponeva fortemente ad un rapporto dialettico con le figure politiche e istituzionali tradizionali, partiti, sindacati, ecc. e ad iniziative che presupponevano contatti e convergenze pur nella assoluta autonomia, con le stesse forze, per serie necessità territoriali.

Nella stessa sala congressuale si è negato l’intervento a donne di partito che avevano chiesto di intervenire. Il Congresso è una specie di ecumene dove il dire e l’ascoltare per decidere-fare contempla la presenza anche di personalità non allineate e di diversi orientamenti culturali e politici. La pregiudiziale del rifiuto di ascolto in quanto donna di partito è insensata e offensiva. Perché non riconosce primariamente il soggetto donna ma l’appartenenza, come dire tu non puoi parlare in quanto prete, tu in quanto proveniente da Bufalonia e così via. In una struttura orizzontale aperta è impensabile. E’ giustificato solo per gravi connotazioni: rappresentanza o propaganda di idee o forme politiche razziste o violente. La donna politica fa la passerella? Si dissuade e si controbatte. Fa propaganda? Si contesta. La si inchioda alle sue responsabilità in quanto donna e in quanto politica. Basta avere sicurezza di pensiero o costruirsela, perché l’avversario si affronta per ordinarietà, se non lo si teme. 

L’UDI ha scelto di guardarsi sia all’esterno che al suo interno dalle influenze di potere, per una consapevole indipendenza. Sembra un controsenso poi, che voglia rifuggire da forme di potere che possano limitarla dall’esterno, ma non sappia riconoscerne i lineamenti all’interno.

Oggi il potere è diventato più subdolo, più mascherato, più nascosto, ma proprio per questo più pervasivo, fino a permeare il nostro inconscio, al punto di farci apparire ovvia quella che in realtà è una sua imposizione. Per rendercene conto dobbiamo domandarci se abbiamo del potere un concetto troppo grossolano al punto da non riconoscerlo proprio là dove ci assedia. Il potere non si presenta mai come tale, ma indossa sempre i panni del prestigio, dell’ambizione, dell’ascendente, della reputazione, della persuasione, del carisma, della decisione, del veto, del controllo, e dietro queste maschere non è facile riconoscere le due leve su cui si fonda: il controllo assoluto delle nostre condizioni di vita e la massima efficienza delle prestazioni che ci sono richieste. (U. Galimberti, I miti del potere).

Questa metodologia di analisi l’abbiamo sempre applicata per scoprire e riconoscere gli attributi e le forme del patriarcato, ma deve valere anche per riconoscere quelle che potrebbero essere delle forme circolari di dolce matriarcato organizzativo al nostro interno.

E a proposito della rotazione dell’incarico alla delegata, da una mail inviata in risposta ad una interlocutrice:

due o tre anni, il tempo di disegnare e completare un progetto, così nessuna si affeziona troppo all’arredamento e non mette su casa, da cui poi è doloroso sloggiare. In nessuna struttura aperta/orizzontale d’altro canto è pensabile per principio che una figura direttiva possa alloggiare per altrettanti anni [già dieci], che sarebbe una contraddizione nei termini. La struttura orizzontale è multiverso, abbiamone il coraggio. Ma un’altra contraddizione in questo senso è non accorgersi di sostituire i contenuti e i valori che deve esprimere la base associativa che li affida alla delegata, con quelli che la delegata e il suo gruppo autonomamente propone. Non è una questione di persona, ma di metodo … e si eviti di dire  demagogicamente che si vuole tornare sotto l’ascella del partito. I semplicismi viaggiano più velocemente e non aiutano a capire. Non solo, ma una volta consolidati è difficile smontarli. Se si continua a parlare di golpe, allora forse ci sono le pasdaran. Basta, per favore …

Aggiungo:

ho visto due donne, figure storiche, grandi donne dell’UDI allontanarsi in silenzio, sole, a chiusura del Congresso. Mi aspettavo un crocicchio di ragazze a salutarle ringraziandole per quello che hanno fatto anche e soprattutto per tutte loro, nella storia delle impegnative campagne per i diritti e la Liberazione. Indipendentemente dagli schieramenti. O Vasco Rossi merita di più?

Donne che a settanta-ottanta anni ancora affrontano un viaggio faticoso per essere testimoni di un Congresso. Che si adoperano ancora attivamente per l’UDI e con uno stile modesto ed elegante che non contraddistingue invece le frondiste contestatarie. Ringraziamole queste donne. Le nostre Madres de Plaza de Mayo. Sono rimaste in poche. Un brutto giorno ci mancheranno, spero lontanissimo. Ci verranno a mancare le loro voci che vengono da lontano, altisonanti o modeste, sempre fiere, coraggiose. E sapienti. Abbiamo da imparare ancora, perché una indiscutibile intelligenza  non basta da sola ad afferrare il senso profondo delle cose. Non precludiamoci la possibilità di crescere anche ascoltando chi ha molto da trasmettere attraverso l’elaborazione del suo pensiero e la preziosa ruggine degli anni. Saremmo meno libere oggi senza il loro impegno.

Queste note escono a distanza dalle polemiche, spero sopite, e a distanza dalla conclusione dei lavori congressuali di dicembre, nella speranza di una coraggiosa assunzione di consapevolezza in ogni senso.

Sono rimasti agli atti congressuali il documento propositivo preparato da UDI RC e una mozione politica, l’unica presentata, riguardante i rapporti con le realtà politiche e associative [DOCUMENTO_UDI_Rc-XV_CONGRESSO].

L’abstract di seguito per chi non avesse il tempo o la voglia di leggere integralmente il documento.

marsia

***

 [dall'abstract DOCUMENTO_UDI_Rc-XV° CONGRESSO_ab]

 

In Calabria, e non soltanto, le metastasi mafiose invadono il territorio con progressione geometrica. Le donne ribelli pagano con la vita. Suicidate, con l’acido. La situazione è gravissima ma sottopelle. Occorre dunque accettare di essere coinvolte, perché contro una dittatura sommersa non sono ammissibili né distinguo, né tattiche astensionistiche né pretese di dirigismo o leadership nei confronti di altre forze.

Anche … Per questo oggi forse la questione chiave è se lottare per la causa delle donne o invece puntare ad una più ampia rivoluzione (Cecilia Zecchinelli). Perché rischiamo di circoscrivere  le nostre lotte ad una scaletta ristretta di categoria.

La parità nelle istituzioni, il 50E50, è un obiettivo di giustizia che va perseguito. Ma forse non basta, il discorso della parità – è scritto nel  documento sul lavoro sottosopra_ManifestoLavoro - fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più. Laddove le donne hanno raggiunto l’obiettivo paritario (Svezia, Norvegia, ecc.) permangono non solo disparità sociali, anche se attenuate, ma perfino un maschilismo-patriarcato latente che fa ostruzionismo. Ricordiamo anche che i paesi nordici sono ai primi posti per quanto riguarda gli stupri in Europa. ….

E la vita sociale, dappertutto, è diventata un incubo. Viviamo tra ansie, frustrazioni, ingiustizie. Un disastro di cui noi donne abbiamo la massima consapevolezza, perché forse le più colpite, anche se spesso partecipi.

Occorre una rivoluzione del Sistema di produzione e di Potere. Occorre  proporre nuove regole che scaturiscano finalmente anche dalla nostra concezione, quella femminile, di patria, guerra, stato, famiglia, lavoro … Ma, piegate a leggi economiche che ci fanno entrare in competizione tra di noi, invece di imparare a conoscerci, ammirarci e collaborare, spinte dal mito dell’efficienza a trascurare il nostro vissuto emotivo, difficilmente esprimeremo i nostri punti di vista in difformità da quelli acquisiti di matrice maschile, se non si cambia paradigma. Se non si impone una visione filosofica del mondo, una concezione del sociale non più solo come mercato, ma come luogo dello stare insieme e del cooperare. Come ambiente vissuto di relazioni e affetti.

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ITALIA, ore 21,47

 

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Quel dramma di Barletta

altra faccia della globalizzazione

IL 3 OTTOBRE al centro di Barletta crollava una palazzina, uccidendo cinque giovani donne, di cui una adolescente. Quattro di loro, Matilde, Giovanna, Antonella e Tina, erano operaie, che per 4 euro al giorno lavoravano, dalle 8 alle 14 ore, a seconda delle commesse, nell’opificio, ubicato nello scantinato della palazzina stessa, e una, Maria, era la figlia quattordicenne dei titolari del “maglificio”.

E’ passato un mese da allora e la città non le ha dimenticate, né il Presidente, Giorgio Napolitano, che il 4 novembre sarà a Barletta per ricordarle. Anch’io non le ho dimenticate e sono qui a chiedermi ancora il perché della loro morte, il senso del loro lavoro e di quel crollo. Io credo che le due questioni siano le facce di una stessa medaglia, che si chiama dottrina neoliberista e mercificazione della vita. La crisi economica, che stiamo attraversando, e che altri hanno attraversato prima di noi, è crisi di quel modello di capitalismo neoliberista che ha fatto del decentramento e polverizzazione della produzione, del lavoro nero, del sottosalario e del basso costo del lavoro, la sua bibbia, per arricchirsi ed espandersi globalmente.

Ovunque nel mondo ci sono donne, come quelle di Barletta, che lavorano per 3 o 4 euro all’ora, per un numero di ore indefinito. Ovunque, nel capitalismo globalizzato, ci sono richiedenti, come quello di Barletta, che accettano commesse alle condizioni dei committenti.

Chi sono gli sfruttati, chi gli sfruttatori?  Ho pensato molto a quelle donne e alla loro scelta di lavorare a quelle condizioni per poter sopravvivere, e ogni volta ai miei occhi si imponeva l’immagine dei loro giovani volti sorridenti, pubblicata su tutti i giornali. Volti di donne libere non di schiave, nonostante le condizioni di necessità. Si può essere libere nella necessità? Si, rispondo.  E’ quello che mi ha insegnato prima di tutto mia madre. Lei faceva la sarta, era molto brava, e quando lasciava la sua casa per andare a lavorare in quella delle “signore”, sue “clienti”, la sera tornava sempre più tardi. Io mi arrabbiavo, mi indignavo perché si faceva sfruttare. Lei mi rispondeva sempre che era vero, che le signore non erano mai contente, ma non si sentiva una sfruttata, perché stava bene in quelle case dove  parlava, comunicava, si relazionava alle altre e il lavoro non le pesava, il tempo passava velocemente. Io mi arrabbiavo per lei e credo che è stata quella esperienza che ha fatto, poi, di me una comunista. Volevo riscattare mia madre.

Oggi, che ho imparato a riconoscere la libertà di una donna, capisco la risposta di mia madre e il comportamento di quei familiari delle operaie di Barletta, che non hanno avuto alcuna parola di odio o di condanna per quel datore di lavoro, che non considerano un sfruttatore. Capisco anche Mariangela, l’unica operaia sopravvissuta, la cui prima preoccupazione è stata: <Quando esco dall’ospedale devo cercarmi subito un altro lavoro, ho tre figli e l’affitto da pagare>.  Mia madre non si sentiva una sfruttata, le operaie di Barletta neppure, anche se, sicuramente sognavano un lavoro migliore e un guadagno maggiore. Con questo non voglio dire che il lavoro nero, il sottosalario, frutto di un capitalismo globale avido, che nel Sud ha molte volte anche il volto delle organizzazioni mafiose, non si debbano combattere. Lo si faccia, ma non per liberare le donne, ma per liberare il mondo dalla cupidigia del denaro e del guadagno.

Da chi riceveva le commesse il loro datore di lavoro? Chi era la casa matrigna? Su quali scaffali, in quale vetrina di quale boutique finivano le loro tute e con quale prezzo?  Sono queste le domande a cui dobbiamo rispondere per sapere chi sono gli sfruttati e chi gli sfruttatori. Il crollo della palazzina è l’altra faccia di questo mondo globalizzato, le cui città, in mano alla speculazione e alla cementificazione, hanno smarrito il senso della cura e della responsabilità verso l’altra/o, verso le cittadine e i cittadini.

Franca Fortunato

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Un giorno le Donne dell’UDI

Un giorno le Donne dell’UDI hanno incominciato a conoscersi e a parlarsi, quelle di tutta Italia, quelle che erano state indotte a pensare di essere incompatibili, quelle che hanno scoperto che non era vietato, come sembrava, parlarsi. E, tra loro, molte si sono conosciute e riconosciute. Sono diventate, con la collaborazione e lo scambio di idee e pareri,  intellettualmente nazionali davvero, senza recinti. Così, avendo anche lavorato insieme, nonostante le difficoltà, si sono create relazioni umane e politiche.

Ricordo di aver ricevuto, un giorno, una telefonata in cui mi si chiedevano i nomi di tutte le donne che avevano svolto il ruolo di garanti  nella storia dell’UDI, ma chi me lo chiedeva voleva qualcosa di più, non la risposta che avrebbe potuto trovare in un archivio, voleva innanzitutto uno scambio, e così scatenò la mia curiosità. Trovai nomi e persone, narrazioni e storie, e ritrovai anche donne che avevo conosciuto e perso di vista. La mia prima interlocutrice sparì, ho scoperto poi nel tempo che è fatta un po’ così, a fasi alterne. Ormai la comunicazione era avviata e andava avanti, che lo volessimo o no. Così ho scoperto donne di grande valore e generosità, vere maestre, quelle che ti offrono senza imporre, e poi altre donne che hanno scoperto insieme a me che la fiducia è reciproca e non si costruisce, arriva e basta.

Tutte queste donne ormai si conoscono e parlano tra loro, la comunicazione si allarga e l’UDI è cambiata in modo irreversibile. Si è creata una relazione  che prima era come “bloccata” da pregiudizi e stereotipi forse, ma soprattutto da una specie di “paura”, come un’idea nata non so da dove, per cui non era “carino” e opportuno comunicare  con le altre.

“Paura”, l’ho sempre chiamata così, perché anch’io, che per natura non ne avrei avuta, sentivo che c’era qualcosa come un invisibile ma pesante lenzuolo che ricopriva le nostre riunioni e le nostre relazioni. Non era mancanza di fiducia, ma proprio “paura di non essere  o di non essere abbastanza UDI”. Essere UDI, ognuna declina questo strano verbo a modo suo. Ho ben chiaro che non si è l’UDI, ma che si aderisce all’UDI, una associazione di donne che ha iscritte, associate, tutte diverse tra loro e che hanno ognuna la propria storia, ogni donna che arriva, non importa quando, è una bella scommessa ed è prima di tutto se stessa.

Ho sentito spesso parlare di “prassi dell’UDI” quasi sempre con una accezione giudicante e restrittiva. Poiché la spiegazione non è certamente nello statuto, mi sono informata, e non ci sono risposte.  La praxis è azione, dovrebbe essere un complesso di attività che si propone una trasformazione dell’organizzazione sociale. Oppure procedure a cui ci si conforma, che si seguono come dogmi. Nel tempo ho potuto comprendere e credo che “prassi” siano quei paletti che alcune, ma non tutte possono spostare.

L’UDI è cambiata da quando molte delle donne  che ne fanno parte si sono scoperte a vicenda, e questo sta, lentamente ma costantemente, facendo cadere “la paura”.

Gemma

   

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Campane contro 194

E’ L’ANNUNCIO DELLA MORTE DELLA SUA CHIESA

SU QUESTO giornale leggo che a San Giovanni in Fiore c’ è un certo don Emilio Salatino, parroco della chiesa di Santa Lucia, che ogni volta che nel locale ospedale c’è una donna che sceglie di non portare a termine la gravidanza, lui suona le campane a morto e lo fa fuori dagli orari usuali dei funerali, forse per attirare di più l’attenzione sulla donna che ha abortito, esponendola così a pubblico ludibrio.

Non conosco quest’uomo, questo novello inquisitore che pensa di avere l’autorità di giudicare, condannare e punire, come se fosse Dio in terra, ma sono certa che le donne di quel paese, a me noto per la sua storia di lotte e battaglie di civiltà e di progresso, sapranno rispondere alla sua arroganza misogina, che non ha nulla di cristiano e di evangelico.

Quest’uomo non ha ancora capito di essere solo un uomo, nient’altro che un uomo, l’essere prete non gli dà niente di più e niente di meno di un qualsiasi uomo. Nessun uomo ha più l’autorità  di giudicare e condannare la scelta di una donna di abortire, né di stabilire quello che una donna deve o non deve fare. Anche i preti sono soggetti al riconoscimento d’autorità da parte delle donne, senza nascondersi dietro il divino, che non ha niente a che vedere con le loro scelte, i loro giudizi e pregiudizi.

Sono finiti i tempi in cui la parola maschile era autorità per una donna. L’autorità un uomo, se la vuole, se la deve conquistare nel rapporto e nella relazione, nel rispetto e nell’amore.

Quando, gli uomini di chiesa, come don Emilio, si convinceranno di essere uomini, nient’altro che uomini?

Quando abbandoneranno arroganza e supponenza nel parlare di cose che non conoscono e non capiscono, rifugiandosi dietro ideologie che generano violenza?

La storia è piena della violenza ideologica. Usare le campane di una chiesa per annunciare a tutti che da qualche parte una donna ha abortito, non è certamente segno di amore cristiano. Fare la guerra alle donne non è certamente segno di pace, per chi predica la pace. Quel suono di campane non è meno violento della distruzione,  da parte di giovani uomini violenti, della statua della Madonna a Roma il 15 ottobre. Calpestare la dignità e la libertà di una donna ed esporla a pubblico ludibrio non è meno violento di quel gesto iconoclasta che, ne sono certa, anche don Emilio ha condannato. Ma quei violenti saranno pure figli di qualcuno?

Il suono di quelle campane non è altro che una delle troppe manifestazioni di miseria maschile di cui siamo testimoni in quest’epoca. Non ci sono parole che possano giustificare la violenza, come ogni altra, di quelle campane. Di fronte al suono a morto di quelle campane  ogni altro sentimento, che non sia di sdegno e di rabbia, ammutolisce e la violenza ha il sopravvento. Non mi sembra il massimo per chi dovrebbe praticare e non solo predicare la nonviolenza.

Tacciano le campane e si lasci parlare la lingua dell’amore. Ma non credo che quel prete, nel suo furore ideologico, voglia questo. Così non credo che, in questa occasione, serva argomentare quanto noi donne scriviamo da anni sull’aborto, che è uno scacco, una violenza che subiamo sul nostro corpo, e non un diritto, sulla legge 194 che tutela la salute della donna solo negli ospedali pubblici, lasciando il reato di aborto fuori da quelle strutture, sulla libertà di ogni donna di scegliere se, quando, come e con chi diventare madre.

Quando un prete fa suonare le campane a morto contro una donna, il suo gesto parla da sé e mostra tutta la miseria umana e spirituale di cui è capace. Quel prete non si accorge che, in realtà, sta annunciando la morte della sua chiesa.

Franca Fortunato        (articolo sul Quotidiano della Calabria, 20/10/2011)

*** 

Non c’è limite alla fantasia punitiva. Una volta le donne ritenute capaci di maleficio venivano bruciate vive nelle pubbliche piazze. Oggi additate al pubblico disprezzo dalle campane se sofferenti di un disagio che è e deve rimanere privatissimo, nell’intimo segreto del proprio corpo (e della propria cartella clinica). Nella dis-logica opposta il parroco dovrebbe andare in giro e intercettare … chi ha concepito, per suonare le campane a festa. Non è nuovo a scampanate fuori ordinanza. Nel 2005 vi fu una certa eco sulla stampa, don Salatino tuonò dal pulpito contro il diavolo venuto da Torino. Fu durante la campagna elettorale comunale, il filosofo Gianni Vattimo (torinese di nascita, da piccolo botte dai compagni perché parlava calabrese, padre originario di Cetraro) era stato proposto come candidato a sindaco di San Giovanni in Fiore dal gruppo di intellettuali intorno alla Voce di Fiore, agguerrito giornale locale on-line.  

 

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Senza tacchi per favore, grazie!

di ner*

Vedi Gianpaolo – trascrizione del quotidiano la Repubblica estratta dagli atti dell’inchiesta – ora al massimo dovremmo averne due a testa. Perché ora voglio che anche tu abbia le tue, se no io mi sento sempre in debito. Tu porta per te e io porto le mie. Poi ce le prestiamo. Insomma, la patonza deve girare“.

Già, la patonza è quella cosa lì. E deve girare.

Cioè la carne-moneta di femmina.

Un ministero della patonza non è male. Perché è muto o perlomeno silenzioso, si fanno solo fatti.

Donne a metri cubi, promosse a merce di stato, e senza tacchi per favore.

Governate e scelte a tempo perso dalla satiriasi di stato, dalla filiera della patonza.

-Pass prego!

-Patonza di stato!

-Si accomodi!

 

Sulla riva del fiume stiamo aspettando il cadavere (politico, please) dell’erettopode.

Non avendo avuto il coraggio di una rivolta per tempo, non armata.

Il corpo politico è in cancrena. Il corpo sociale è sfregiato. Quello istituzionale in mano alle gang e ai prenditori. Quello delle donne è mio e lo gestisco io.

Sì, però ce lo passiamo.

Chi non vuole va depennata, menata, al limite proprio eliminata (ogni due giorni e mezzo, una).

 

Gheddafi sta per essere eliminato da una rivolta armata ormai difficile da fermare.

Berlusconi dalle metastasi socio-politiche-affaristiche da lui stesso inventate.

Belusconi assediato da se stesso.

Gheddafi assediato e basta.

L’uno ha bungato l’altro

Berlusconi: non mi dimetto. Non mi vergogno.

Gheddafi: non  mi arrendo.

E non si è mai vergognato.

L’uno ha qualcosa di strano in testa.

L’altro pure.

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SNOQ Reggio Calabria

Riceviamo da SNOQ di Reggio Calabria.

ciao a tutti

questo è il volantino che abbiamo preparato… stasera sul lungomare Falcomatà alle 19.00 ci ritroveremo per dare un piccolo segno della nostra lotta che continua… non ci fermerà di certo l’estate… il movimento non va in vacanza!!!!
MI RACCOMANDO TUTTI SUL LUNGOMARE ACCANTO AL PALCO DELLE MISS ALLE 19.00 ESATTE.. NON MANCATE!!!!!!!!!!!!
DOMENICA 31 LUGLIO 2011 ore 19.00

A REGGIO CALABRIA – LUNGOMARE FALCOMATA’

la SFILATA DELL’INDIGNAZIONE

Stasera abbiamo voluto cambiare !!!
Abbiamo voluto partecipare pure noi, donne normali, donne professioniste, madri,
sorelle, spose, attiviste, lavoratrici, coscienti e responsabili, cittadine e
persone… Abbiamo voluto sfilare nel luogo pubblico per eccellenza della nostra
città, divenuto palcoscenico di Balletti, Feste e Eventi TV dove solo MISS
internazionali e MISS mediterranee rappresentano la città nel suo Modello Reggio
!!!

Ma è la sfilata dell’indignazione che
rappresentiamo da cittadine di Reggio Calabria e per farlo non spendiamo né i
soldi della Regione amica né quella di cofinanziamenti europei per la cultura
Mediterranea!

Di questo Mediterraneo
vorremmo godere da una città civile, sobria e impegnata a rialzare la testa
prima che scoprire le sue gambe!

Ci sentiamo offese ancora di più sapendoci donne del Sud , che soffrono
per il 40% della loro inoccupazione, che non possono garantire il futuro ai
propri figli in una terra dimenticata, che non hanno i minimi servizi di qualità
della vita nel quotidiano in questa città di nessuno e dei soliti furbi che occupano
la politica come se fosse casa propria.

Non siamo Miss Simpatia né Miss Italia all’Estero, né Miss Diana,

siamo “SIGNORE” troppo attente per farsi
sfuggire che questa nostra città non si occupa dei nostri bisogni quotidiani,
della sicurezza sociale nell’igiene e nel decoro della città al centro come
nelle periferie, del riconoscimento e delle tutela dei bambini, dei giovani in
strutture pubbliche, asili, scuole, luoghi di aggregazioni capaci di rispondere
da paese civile; della dignità del lavoro e delle competenze nel merito, della
politica del welfare e del disagio

senza i vecchi trucchi di palazzo !

Delle Miss la nostra città non ha
alcun bisogno prioritario, quelle risorse e regalìe del Governo Regionale le
avremmo gradite in altri capitoli di spesa del bilancio. Sfilare a 150 cm da
terra su palchi dopo salotti e kermesse è offensivo per una città come

Reggio Calabria che vive la sua peggiore
stagione civile e legale.

Noi donne di SNOQ di Reggio Calabria
sfiliamo “con i piedi per terra”, lo facciamo con “le fasce delle priorità “
sperando che l’indignazione aggreghi la voglia di dire BASTA, questa è la nostra città!

Se non ora quando?

SNOQ REGGIO
CALABRIA

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Centro Roberta Lanzino su condanna all’ex frate Bisceglia

Riceviamo dal Centro Roberta Lanzino di Cosenza e pubblichiamo.

COMUNICATO STAMPA

E’ con l’immagine di Francesco Bisceglia con la bianca veste, sulle scale del Tribunale di Cosenza che urla rivolgendosi minacciosamente alle suore, esortandole a vergognarsi e a pentirsi, che oggi 6 Luglio 2011 alle ore 14 vogliamo commentare la sentenza.

Con la soddisfazione di chi ha creduto nelle verità denunciate dalla suora affermiamo che è stata resa giustizia e la sentenza di condanna a 9 anni e 3 mesi a Francesco  Bisceglia e 6 anni e tre mesi ad Antonio Gaudio deve necessariamente contribuire a restituire equilibrio e misura ad una città tutta che durante questi lunghi 5 anni troppe volte ha abusato della dignità della religiosa e di quanti a lei si sono affiancati per sostenerla.

In primo luogo noi, donne del Centro antiviolenza “Roberta Lanzino”, che abbiamo vissuto il difficile percorso giudiziario al suo fianco subendo l’onta dei media e di una comunità ancorata alla figura istrionica e narcisistica di un uomo che ancora oggi, a sentenza emessa, ha continuato ad offendere. Su questo continueremo a vigilare attente a che ad altre donne non accada quello che è già accaduto, pronte a prevenire e a denunciare qualsiasi altro atto lesivo della nostra dignità.

Oggi si scrive una pagina importante per la giustizia italiana: il Tribunale di Cosenza ha aperto una fase nuova che impone ad una città arroccata, durante questi anni, a facili giudizi assolutori in nome della virtuosità e dell’opera meritoria a sostegno dei più deboli,  che di certo non riducono né scalfiscono la gravità dei fatti per i quali Bisceglia è stato condannato.

Accogliendo con soddisfazione la sentenza non ci esimiamo dal riflettere sul fatto che la ricerca di legalità sia emersa all’interno di un’aula di Tribunale più di quanto non abbia saputo esprimere la società civile cosentina e la stampa.

Cosenza, 6 Luglio 2011                         Centro antiviolenza “Roberta Lanzino”

***

Vergognatevi tutti, magistrati, suore e preti, perché è stato condannato un innocente. Avete infangato un sacerdote onesto. È la pagina più dolorosa mai scritta dalla magistratura di Cosenza.

Nei miei confronti è stata commessa un’enorme ingiustizia. Tutti dovranno pentirsi un giorno per quanto mi è stato fatto. Hanno trionfato la menzogna e la calunnia. Pentitevi tutti perchè per tutti voi un giorno, per il male che mi avete fatto, si spalancheranno le porte dell’inferno. Non è giusto condannare un innocente.

E’ quanto aveva gridato dopo la sentenza, malgrado testimonianze e riscontri (vedi dossier), l’ex frate dei Minimi Francesco Bisceglia, conosciuto come padre Fedele. 

La suora vittima della violenza sessuale, dal canto suo ha solo commentato: Grazie, attendevo questo momento da anni.

La condanna riguarda cinque atti di violenza sessuale nei confronti di una suora e altre donne, compiuti individualmente e in gruppo. 

[fonti: Corsera 7/7/'11  - 25/1/'06Dossier]

 

 

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Bavaglio

 Agcom: non censurare internet!

 
195,572 hanno mandato un messaggio. Abbiamo superato i 100.000! Aiutaci ad arrivare a 200,000
L’Autorità per le comunicazioni, un organo di nomina politica, sta per votare un meccanismo che potrebbe perfino portare alla chiusura di qualunque sito internet straniero – da Wikileaks a Youtube ad Avaaz! – in modo arbitrario e senza alcun controllo giudiziario. Gli esperti hanno già denunciato l’incostituzionalità della regolamentazione, ma soltanto una valanga di proteste dell’opinione pubblica può fermare questo nuovo assalto alle nostre libertà democratiche.

Inondiamo i membri dell’Autorità di messaggi per chiedere di respingere la regolamentazione e preservare così il nostro diritto ad accedere all’informazione su internet. Agisci ora e inoltra l’appello a tutti!
 
di corsa su:
AVAAZ.org: The World in Action

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Ma le gambe-mbe

 Businessman in action

female legs 

Tra le mille e una possibilità di invenzioni creative per un messaggio sulla comunicazione politico-sociale riguardante il PD cosa ti scelgono?

Una cravatta sollevata dal vento sulla camicia di un young businessman. Senza testa.

Un paio di gambe di donna che il vento scopre sollevando i lembi di un vestitino rosa fuxia.

Che noia ancora una volta osservare tanta piattezza, vedere ridotto a un meccanismo, a un dispositivo come fosse una leva, un tema di comunicazione politica, leggero e robusto insieme, come vento e cambiamento. I distributori automatici di bibite si impegnano di più.

Noia di doversi ripetere ogni volta, noia di sentire voci arrabbiate, noia di sentire voci plaudenti persino dei versanti opposti al PD: viva le minigonne al vento. Ferrara docet.

Non c’entra Marylin Monroe della moglie in vacanza, non c’entra Kelly LeBrock della signora in rosso. Non c’entra fischia il vento, infuria la bufera… Celebri icone invocate a difesa, come  citazioni. Qualcuno ha detto ma non vedete che sono gambe maschili …

Molto molto più semplice.

Scrivete su un database da cui i pubblicitari comprano le foto, per esempio istockphoto (imput di Giovanna Cosenza), due sole keywords: vento+cravatta.

Al primo click, alla prima pagina, in quarta/sesta posizione, trovate un  

young businessman smiling at camera with blowing necktie. Good business in action!

Il pubblicitario compone. Tramite l’opzione rifletti di photoshop ruota la figura sul suo asse verticale e quindi la cravatta verso destra, fa salire il busto e taglia la testa al povero young businessman (se dovesse ricordare camicia e cravatta di Bersani…). Il fondo è già bianco, non c’è problema. Seguono simbolo PD e scritte su claim Cambia il vento. Fatto!

Desolante.

Ora scrivete, visto che vi trovate, sullo stesso stock photo search altre due keywords (precise però): vento+gambe.

Anche qui, al primo click, alla prima pagina, in quarantesima posizione trovate delle

sexy girl’s legs with pink skirt that’s blowing in the wind. Solo le gambe, ballerine fuxia ai piedi, stessa tinta del vestitino che due mani trattengono perché una folata di vento lo solleva.

Per la verità entrando nel portfolio dell’autore della foto, alla prima pagina, troverete la figura intera della sexy girl: portrait of an attractive young woman in a bright dress in the wind. Non c’è però abbastanza vento e abbastanza gambe. Un posto più in là la stessa ragazza, brunette in the car, si volta a guardarci  seduta al volante. Non c’è proprio vento.

Il pubblicitario compone. Con lo stesso tool rifletti di photoshop ruota la mezza figura sull’asse verticale, e quindi le gambe verso sinistra. Non c’è bisogno di altro. Seguono simbolo PD e scritte: Cambia il vento.

Fatto! Desolante.

Ancora un oggetto da vendere. Con messaggio-clou attaccato preferibilmente a due gambe femminili visto che c’è vento e il vestitino per anemometro.

Quelle non sono mica gambe da velina ha specificato il responsabile comunicazione della Festa Democratica. 

Le fonti teoriche in realtà risalgono al 1938: Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, canta trio Lescano, poi Quartetto Cetra…:

… ma due gambe un po’ nervose
ti faranno innamorar.
Saran belli gli occhi neri,
saran belli gli occhi blu,
ma le gambe, ma le gambe
sono belle ancor di più …

 

        

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Manal e le altre

Io non ho paura di nessuno. Be’ con grandi protezioni alle spalle si può dire. Manal al Sharif ha sfidato, come donna, il potere non certo femminile in Arabia Saudita, senza salvaguardie di nessun genere. E con lei tutte le donne per una delle azioni più comuni: guidare l’auto, vietata per loro in quel paese.

Manal è una delle organizzatrici via web della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne, campagna che data fin dal 1991, quando furono bloccate in massa, ad oggi senza alcun esito. E di nuovo in massa al volante, ma non concentrate, oggi 17 giugno le donne  saudite sfidano il regno con una protesta ufficiale. E’ pur sempre una sfida anche se con qualche precauzione: velate in modo rituale, preferibilmente accompagnate da un uomo per facilitare il rilascio se fermate, una bandierina nazionale ben esposta a lato cruscotto, una dichiarazione di fedeltà al regno per evitare accuse di sovversione e naturalmente il simbolo della Campagna.

Manal era stata trattenuta in arresto per nove giorni, perché attivista, per aver guidato e pubblicato il video, per aver invitato alla guida in massa alla data del 17 giugno. Al rilascio, in un comunicato sul giornale al Hayat, Manal riconosce però di aver fatto un errore, dichiara di rinunciare agli obiettivi della campagna e si dice impegnata ad ascoltare solo Allah e il suo paese. E’ facile immaginare con quali argomenti o sistemi di persuasione minacciati o addirittura attuati da parte degli addetti ai lavori.

Nel regno saudita di re Abdullah le donne possono essere solo accompagnate in auto da uomini, parenti o amici, o avere l’autista. E così che una donna manager viene violentata dal suo autista dopo essersi diretto in una zona industriale isolata della città santa di Medina e averla minacciata con la pistola ().    

Il vento del web è inarrestabile dal nord-Africa per le rivoluzioni, all’Italia per acqua e nucleare, all’Arabia Saudita per la patente alle donne …

Innumerevoli i canali sul web dedicati o a sostegno dell’iniziativa per Manal al Sharif: HonkforSaudiWomen, Io guido con Manal, I drive with ManalSaudi Women Revolution 

NON LASCIAMOLE SOLE!

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