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Pari Opportunità DirCredito n. 39/2014

 

Riceviamo da Giovanna.

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BEFFA FEMMINICIDIO

Massimo Parlanti, reo confesso, è stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di carcere per aver assassinato la ex moglie Beatrice Ballerini, mia sorella.

Dall’Inps ho poi appreso che mentre i bambini di mia sorella, che noi stiamo accudendo, prendono il 40 per cento della pensione che spetta loro perché maturata dalla loro mamma, a lui – l’omicida – spetta l’altro 60 per cento, e ne avrà diritto a vita.

Questo accade perché non c’è un meccanismo automatico che prevede la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge, e così oltre la pensione, agli assassini spetta anche le eredità di chi ammazzano.

È inevitabile la sensazione di vivere in un paradosso.

La domanda a cui ancora oggi non riesco a dare risposta è: abbiamo una legge assurda e demenziale, fatta per i delinquenti, oppure semplicemente la giustizia, si scorda qualcosa, si distrae ulteriormente?

Vi prego rispondetemi e rispondete nel nome di tutte le donne ammazzate, il numero delle quali sta crescendo, e crescerà se non si arginano almeno le conseguenze nefaste di una giustizia paradossale.

È importane perchè il fenomeno cresce e questi massacri non devono diventare “appetibili” per chi con ragionamento contorto, è sull’orlo di una decisione.

Deve esserci un meccanismo automatico che preveda la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge. Questo è quello che chiedo nel nome di mia sorella e di tutte le donne uccise.

Grazie

Lorenzo Ballerini via Change.org

firma la petizione

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25 Aprile 2014

staffette biellesi in un dormitorio(Staffette biellesi in un dormitorio – foto da la LA RESISTENZA E LE DONNE, più sotto cit.) 

 

Sulle prime pagine dei grandi giornali nazionali campeggiano Renzi e l’ex Cavaliere, abbondano grandi pubblicità a tutta pagina di signore griffate. Meno di un sesto di pagina per Corsera su Resistenza e Costituzione. Il Fatto Q. nell’edizione emiliana pone il tema donne e Resistenza, qualche timido accenno su qualche altro giornale, una o due trattazioni soddisfacenti,  vetriolo e sarcasmo per la stampa gridata.
La Resistenza, come la Costituzione, è una coperta strattonata da più mani nel tentativo di coprirsi in esclusiva o di lacerarla o di farla scomparire.

Cos’è la Resistenza, il 25 Aprile?

Boh … festa … vacanza … du’ palle… E’ ben spiegato in una inchiestina tra i ragazzi di Tor Bella Monica, Piazza Bologna, Quartiere Prati, a Roma capitale, in mezza pagina del Fatto Quotidiano di oggi. Una tundra gelata su cui i nostri ragazzi sono stati abbandonati senza memoria civile.

 

RESISTENZA delle donne

L’UDI – Unione Donne in Italia – [fino al 2003 Unione Donne Italiane] ha la sua storia collegata alla Resistenza, anzi una nascita derivata. Poiché l’Associazione di fatto si forma a guerra appena conclusa, il 1° ottobre 1945, dall’unione delle donne dei Gruppi di Difesa della Donna sorti al nord nel novembre del ’43 e del Comitato per l’Unione Donne Italiane costituitosi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944. Formazioni che, parallelamente e in modi diversi, avevano lottato per la liberazione dagli oppressori e dalla miseria della guerra.
Il ruolo delle donne è stato di primo piano nell’organizzazione del fronte antifascista e antinazista… ma nella storiografia ufficiale le complesse e vaste operazioni delle donne vengono classificate come apporto laterale, complementare, non strutturale né fondamentale. Di conseguenza si è parlato di Resistenza taciuta.

noi donne gennaio '45(NOI DONNE-gennaio 1945)

Nemmeno i movimenti femministi nel complesso hanno sostenuto l’essenzialità e l’importanza dell’opera delle donne nella Resistenza, il cui  ruolo rimase semplice e obbligato sostegno di mariti e famiglia.

Alla Resistenza le donne approdarono inizialmente con una rapida o già presente costruzione intellettuale, oppure con semplicità e spontaneismo poi maturato in coscienza civile. Nel primo caso con una storia personale di antifascismo, nel secondo per solidarietà, dovere, patriottismo, a causa di violenze e lutti subiti o per buon senso.

Le donne agirono non solo per sostenere i propri padri, fratelli, mariti, compagni, figli, ma si mossero anche per una idea politica di libertà e giustizia che comprendeva il proprio percorso di emancipazione e di liberazione dai vincoli di una domesticità obbligata e forse soffocante e anche di indipendenza economica, basti ricordare la catena di massicci scioperi femminili nelle fabbriche.

... Il Calzaturificio Borri era diventato un simbolo, un punto di riferimento. Lì c’era la roccaforte delle donne. E i fascisti lo sapevano. Nel marzo del 1944 nella nostra fabbrica, la Borri, irruppe infatti una squadra delle brigate nere. Il fattaccio avvenne così. C’era il solito sciopero per le rivendicazioni economiche. Uno dei padroni aveva radunato tutti i dipendenti, donne e uomini, in uno stanzone al pianterreno della fabbrica, per convincerci a tornare a lavorare. Proprio mentre stava parlando, sono entrati correndo con i mitra spianati una ventina di fascisti della brigata nera. A quel punto noi donne abbiamo invitato i nostri uomini a tornare sul posto di lavoro. Avremmo incrociato noi le braccia. E avremmo preso noi la responsabilità dello sciopero. I fascisti non avrebbero osato prendersela con noi. E infatti non sapevano che cosa fare. Poi ne presero una, la Gemma Milani, e la portarono in carcere, nelle cantine della sede della brigata nera, in piazza Trento e Trieste.
La reazione delle donne della Borri però è stata immediata e ha colto di sorpresa anche gli stessi gerarchi fascisti. Siamo uscite dalla fabbrica in corteo, siamo andate a chiamare le donne delle altre fabbriche che erano in sciopero. Siamo andate tutte a gridare davanti alla caserma della brigata nera. A parlare con noi è uscito il segretario del Fascio, Mazzeranghi. Gli abbiamo detto che avremmo ricominciato a lavorare solo quando avrebbe rilasciato la nostra compagna. All’inizio non ne voleva proprio sapere. Poi invece abbiamo ottenuto che una delegazione di noi potesse far visita alla “prigioniera”. Dormiva sul pagliericcio ma stava bene. La pressione davanti alla casa della brigata nera e lo sciopero sono durati tre giorni. Alla fine Mazzeranghi l’ha lasciata andare ed è tornata in fabbrica.
Testimonianza di Giannina Tosi, Responsabile dei “Gruppi di Difesa della Donna”-Busto Arsizio

donne rimpiazzano  gli uomini nei posti di lavoro

(Le donne rimpiazzano gli uomini nei posti di lavoro – foto archivio l’Unità)

Gli uomini erano alle armi. I luoghi sociali, economici, produttivi, erano affidati ormai prevalentemente alle donne (malgrado il regime avesse curato l’immagine della donna fattrice), responsabilizzate nella gestione e nell’organizzazione di quasi tutto, dalla campagna alla città.

Sul fronte della rivolta di quello schieramento popolare chiamato Resistenza agirono trasversalmente donne di ogni estrazione sociale e credo politico ed età, borghesi ed operaie, contadine e casalinghe, benestanti e non abbienti, colte e meno colte.
Anche grazie a questa presenza varia di figure femminili la Resistenza ha avuto una connotazione di rivolta popolare armata ma anche di vasta struttura capillare, a differenza dei moti risorgimentali in cui operarono quasi esclusivamente grandi donne dell’aristocrazia e dei ceti elevati. Eppure, appena unificata l’Italia risorgimentale, alle dure repressioni sabaude ecco sorgere altre rivolte armate popolari, chiamate brigantaggio, dove le donne ebbero un ruolo analogo di rete protettiva e connettiva per i propri uomini, ma anche di guerriglia attiva: le brigantesse.

I dati riportati dalla fonte nazionale dell’ANPI registrano 35.000 partigiane, 20.000 patriote, di cui 4563 arrestate e torturate, 2900 fucilate, impiccate o cadute in combattimento, 2750 deportate, commissarie di guerra 512, medaglie d’oro 16, d’argento 17.
Ma molte non si fecero avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti. E di molte altre ai margini della lotta clandestina forse non si saprà mai.

La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazifascismo fu, dunque, ampia e si organizzò massimamente in un movimento aperto definito Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti per la Libertà, con 70.000 iscritte, la cui caratteristica era l’unione senza preclusioni, per una grave emergenza e un importante obiettivo da raggiungere.

I GDD, sono stati fondamentali sia per il ruolo organizzativo e logistico della Resistenza che per il sostegno psicologico e materiale ai combattenti, oltre che significativo anche nelle azioni di combattimento, ma come già detto, spesso taciuto e trascurato.

Scrive la storica Anna Bravo: “all’indomani dell’8 settembre 1943 quando migliaia di militari si sbandano sul territorio, a nutrirli, soccorrerli e vestirli in borghese sono le donne dando luogo ad una operazione di salvataggio senza precedenti“. La studiosa conferisce delle specificazioni alla Resistenza con aggettivi che sono in grado di mettere in risalto l’opera straordinaria delle donne.
Oltre alla resistenza armata, scrive di resistenza civile, di resistenza quotidiana, resistenza privata.

 

Resistenza armata – Il 25 aprile il pensiero va ai partigiani e alle partigiane, alla Resistenza combattuta con tutto l’equipaggiamento armato tra le montagne ma anche in città, con conflitti a fuoco come veri atti di guerra, agguati, incursioni, sabotaggi e immancabili atti eroici. E che vede circa 1.000 donne partigiane cadute in battaglia.

Non sono mancate le vendette e le esecuzioni sommarie anche della parte resistente, ma su questo la storiografia seria farà luce, non certo i compulsivi negazionismi o le saghe ritorsive in escalation.

“Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni.” (Lidia Beccaria Rolfi – Partigiana deportata nel primo gruppo di donne italiane smistate a Ravensbrück – da LA RESISTENZA E LE DONNE – La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Hélène Zago)

 

Resistenza civile – E’ la risposta della società tutta all’opressione nazifascista che “si serve non delle armi, ma di strumenti immateriali come il coraggio morale, la duttilità, l’astuzia, la simulazione e la dissimulazione”. ( A. Bravo).

Franca Lanzone –  anni 25 –  casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 – Il 1° ottobre 1943 si unisce alla Brigata «Colombo», Divisione «Gramsci », svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere -tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il 1° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani. (resistenzaitaliana.it).

 

Resistenza privata interna - Come saldezza mentale e morale contro la deriva della disperazione. (A.B.)

Franca Lanzone scrive:

Caro Mario, sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute. Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre. Franca. Cara mamma,  perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua Franca.

 

Resistenza quotidianaCome sforzo individuale e collettivo per far fronte allo sfacelo della guerra e all’emergenza. (A.B.)

“Erano le donne che dovevano provvedere ai vecchi, ai bambini e, quando potevano, lavoravano. Tieni conto che la guerra bruciava delle enormi risorse, per la popolazione civile c’era sempre meno roba. Mancavano indumenti, legna, carbone, alimenti, sapone… Ed erano sempre più cari! Il peso sulle donne era enorme … Se si veniva a sapere che qualcosa arrivava in qualche negozio, al di fuori della tessera, si andava lì e si facevano chilometri e chilometri per andare a prendere uova, farina, formaggio e fagioli. Io e mia mamma andavamo come tutti gli altri a cercare, a fare ore di coda e di contrattazione con i contadini; alla fine offrivamo in cambio gli orologi, le lenzuola, le stoviglie.Tutte le donne perdevano ore per rivoltare i cappotti e i vestiti, per ridurli da quelli degli adulti per darli ai bambini, per fare pantofole, calze. Io da allora ho sempre odiato le maglie mélange, perché mia mamma disfaceva maglie e poi metteva insieme il bianco e il blu, il bianco e il rosso… E io ho avuto sempre, per anni, queste maglie che adesso odio! La vita delle donne era una vita di tanto lavoro. Occorreva inventiva. Questa era la situazione che ha cambiato il ruolo della donne, ne ha creato la coscienza” (da LA RESISTENZA E LE DONNE,  La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Intervista a Rosetta Molinari di Hélène Zago).

 

Lettera di una diciassettenne

Carissimi, quando riceverete questo mio scritto sarò già lontana. Andrò a… e poi proseguirò per la montagna, andrò coi partigiani. Vi prego di perdonarmi se vi lascio, non pensate che faccia questo a cuor leggero, anch’io prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, è stata una vera lotta tra l’affetto e il dovere e finalmente questo ha vinto. Ha vinto quando ieri sera i fascisti hanno compiuto un altro delitto.
Quei morti mi hanno additato la via da seguire. E ti assicuro babbo che darò la parte migliore di me stessa per questa lotta, che ci condurrà alla vittoria finale. Sono pronta a dare anche la mia vita, se è necessario, come mi hai insegnato tu. Tu mi comprendi, e ne sono certa, e per questo ti prego di assicurare la mamma, che soffrirà molto per questo mio distacco.
Cara mamma una soia cosa ti dico, bisogna essere forti e devi pensare che tutti dobbiamo dare la nostra opera. Io non ho fatto altro che seguire l’esempio di tante mie compagne. Dimostriamo così agli sgherri fascisti cosa sanno fare le ragazze d’Italia. Per il loro ideale sanno affrontare tutte, anche la morte, col sorriso sulle labbra.
Tanti, tanti bacioni dalla vostra figlia Paola.
(Dagli archivi dell’UDI, Noi Donne – numero straordinario – Agosto 1944)

 

“Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi,  c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo … Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. Tina Anselmi.

 

Queste molteplici sfaccettature, sono in grado di dare il massimo valore all’opera delle donne che comprende tutte le forme di lotta: per la liberazione, ma anche per la sopravvivenza in quelle condizioni durissime. Nell’atto costitutivo dei GGD infatti vi sono punti fondativi come affermazione e rivendicazione di diritti che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro - non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati -possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte. Ecco l’UDI dove e perché nasce.

E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un  proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale.

Il fenomeno della partecipazione delle donne alla Resistenza non è un fatto secondario, di utile contorno quindi. Equivale ad un enorme corpo di ufficiali di collegamento senza il quale le operazioni di liberazione, pur tristi e dolorose, non potevano esplicarsi.
La storia come consuetudine del primato maschile ha sottaciuto pesantemente la portata della gestione e dell’organizzazione che le donne hanno avuto nei due anni di lotta per la liberazione dall’occupazione nazifascista.

Ma…

«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. “Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”». Così racconta Anna Maria Bruzzone in un suo testo.

“La fame, le rinunce, i sacrifici sono continuati per anni. E’ presto svanita l’illusione che con la libertà sarebbero arrivate presto giustizia sociale e benessere. La conquista dei diritti sanciti dalla Costituzione per molti anni è rimasta parola scritta e ci sono volute molte lotte perché quei principi si trasformassero in legge e da legge in realtà. Pensiamo alla parità nel lavoro: solo nel 1960 arrivano le leggi che permettono l’accesso delle donne a tutte le carriere o la parità nelle assunzioni e di retribuzione per lo stesso lavoro”. E così commenta Rosetta Molinari in una lunga intervista di Hélène Zago (cit.).

 

Ci auguriamo  un riconoscimento pieno e condiviso di quanto è dovuto a quelle donne. Per esempio, anche con il semplice aggiustamento dello stesso acronimo dell’ANPI, che pure riserva tanto spazio  all’operato delle donne nella Resistenza. Potrebbe essere rinominato ANPPIAssociazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia. Una simbologia doverosa.

UDIrc, 25 Aprile 2014

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Accordo di azione comune per la democrazia paritaria

 demoparitaria

                                              COMUNICATO

L’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria,

in vista della costituzione di un  nuovo Governo, ritiene essenziale che sia nominata una Ministra per le Pari opportunità che sia  in grado nel Consiglio dei Ministri di far sentire la voce delle donne e i problemi del nostro paese in un rapporto di interlocuzione anche con l’insieme dell’associazionismo femminile. Un punto di riferimento per le politiche di genere in questa fase in cui la crisi economica colpisce le donne doppiamente nella loro vita pubblica e privata. Non possono continuare a essere trascurati o ad avere politiche deboli o di pura facciata problemi quali la disoccupazione femminile, il precariato, in particolare delle giovani, la violenza contro le donne e il femminicidio che continua a colpire in forme gravi il nostro paese, la necessità di rappresentare le donne contro le distorsioni operate sui media, la carenza di servizi sociali dovuta alle ridotte risorse degli enti locali, l’esigenza di promuovere la parità della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali. Politiche che ci aspettiamo siano contemplate nel suo programma di governo e che dovranno impegnare tutti i ministri ma per le quali è importante avere una figura di stimolo e di coordinamento in una logica di mainstreaming. Sono molte le dimostrazioni di questa necessità che abbiamo avuto nel tempo, anche sulle politiche “generali” ma l’ennesima dimostrazione della necessità di una Ministra per le Pari Opportunità si è avuta di recente con le vicende derivanti dalla condanna di Strasburgo per la violazione del principio di parità nell’attribuzione del cognome alle figlie ed ai figli, cui ha fatto seguito un DDL approvato dal Consiglio dei ministri, lodevole per la tempestività, ma criticabile nei contenuti, del quale, peraltro, non si è avuto più notizia. Se non si provvederà al riguardo, la condanna avrà i suoi effetti e incombe anche un giudizio davanti alla Corte Costituzionale.

Roma, 15 febbraio 2014

Le Firmatarie dell’Accordo

L’ UDI, in quanto parte dell’Accordo, è cofirmataria della lettera al presidente incaricato

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Lettera di Stefania

vanessa beecroft

(Corpi di donne – performance Vanessa Beecroft, Deitch Projects, NY 2009)

Nell’estate del 1999, per un’azione dell’UDI di Napoli e senza l’intervento dello IAP (Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria), fu fatta rimuovere una pubblicità affissa per promuovere Radio KissKiss che ritraeva una donna svestita con una radio in mezzo alle gambe. Si trattava di migliaia di manifesti formato 3×6. A chi accusava le promotrici di quell’azione di moralismo codino, furono spiegate le motivazioni: si trattava di un gesto politico contro immagini induttive di una cultura dello stupro che, a sua volta, implica la reificazione di corpi femminili inermi.

Altre pubblicità all’epoca, bastava scegliere, proponevano immagini di consumatrici gaudenti e totalmente sottomesse alle “esigenze familiari”. Si trattava degli “sterotipi di genere” complici della reazione attraverso il “braccio economico” alla messa in discussione, da parte delle donne, dei ruoli tradizionali. Era evidente, non solo per le femministe, ormai che il consumo e il potere politico erano in stretta relazione, e che il progetto di espansione della cosiddetta democrazia asessuata si sovrapponeva, o viceversa, al governo economico dei desideri. Le donne erano e sono, in questo schema di governo necessariamente le agenti di un consumo direzionato. Privarle, o rendere possibile che accada, della possibilità di accedere ad un reddito primario, fa parte del quadro programmatico di governo.

Un universo nel quale ovunque si accenda l’obiezione politica femminile si innesca una spropositata controffensiva non necessariamente violenta. Una reazione a volte di condiscendente aggiramento delle ragioni, a volte di proterva conferma di predominio maschile. Tant’è che in 15 anni mentre le azioni politiche delle donne, che l’Udi ha giustamente in parte significativa incarnato, si sono strutturate intorno alla teoria del femminicidio, le politiche economiche e governative hanno tenuto un contegno confermativo del patriarcato.

Il controllo sulla violenza espressa insita nella pubblicità e nella comunicazione in genere in questi anni è stata espressa unicamente dal movimento delle donne propriamente detto, tanto che cittadine e cittadini hanno preso a rivolgersi per esempio all’Udi per contrastare singole affissioni e campagne pubblicitarie.

Le pratiche si sono dovute adeguare alla crescente giusta intolleranza verso le immagini e le affermazioni più corrive, quindi individuare gli interlocutori istituzionali tenuti a far rispettare le norme europee in materia di messaggi pubblicitari.

La campagna delle Città Libere dalla pubblicità lesiva, il concorso Immagini Amiche, i protocolli stipulati in sede ministeriale con lo IAP, hanno segnato un riconoscimento della legittimità delle istanze politiche delle donne, ma solo apparentemente dei passi in avanti.

Cavilli di ordine burocratico e di competenza territoriale impedirebbero l’azione dei Comuni, ma in realtà costituiscono il pretesto delle amministrazioni nel compiacere imprenditori locali e grosse industrie “che danno lavoro” e sarebbero quindi al di sopra delle regole: cioè autorizzate ad un uso incrudelito delle immagini di donne e bambini.

Con l’avanzare della crisi il controllo femminile in ogni campo si mostra sempre più sgradito al potere, tanto che a partire dalla scomparsa del Ministero delle PP OO molte città hanno cancellato gli omologhi assessorati.

A seguito delle dichiarazioni e dei pochi provvedimenti pubblici contro il femminicidio, inteso nel suo reale senso di fenomenologia del controllo della libertà femminile, si può constatare che dopo brevi periodi di moderazione dei contenuti più evidentemente sessisti e violenti e proclamato riconoscimento dei diritti femminili, riemergono immutate e modernizzate le proposte di ruoli così detti tradizionali per le donne.

Il 2014 sembra essere l’anno della scomparsa del femminicidio omicidiario nelle cronache, ma anche della scomparsa dell’indignazione per la pedofilia e per gli stupri commessi sul suolo patrio. Va notata per esempio l’enfasi con la quale sono stati presentati i dati emersi da una statistica sulla “ammissibilità” delle pratiche sessuali sui minori: la maggioranza le tollera se non le approva. Se non altro per la risaputa estensione, e sommersione, del fenomeno, si tratta di fatto risaputo, eppure la notizia tiene banco quasi si volesse ritacitare lo sfruttamento di bambini e bambine, addossandone la responsabilità “al popolo”, elidendo ancora una volta la responsabilità pubblica nella produzione dei valori condivisi.

Quello che pare un banale episodio ovvero l’affissione di un manifesto poco differente da quello ritirato nel 2010, ritraente una modella nuda che stira i pantaloni di un maschio che attende in piedi e leggendo il giornale di poterli infilare, da una parte dimostra l’inefficacia non solo dello IAP, ma di tutti i protocolli stipulati per la tutela dalle immagini lesive della dignità femminile (nel sito dell’UDI si può leggere la vicenda del 2010, e si allega la lettera con la quale si denunciava la pubblicità).

Un movimento delle donne che condivise con gli uomini e con le maggiori rappresentanze della sinistra Italiana la propria indignazione verso un capo di governo, Berlusconi, dedito all’insulto verso le donne e implicato in affari che comprendono tra gli scambi anche quello di prestazioni sessuali a pagamento di minori, oggi sembra afasico di fronte alla prospettiva della sua riproposizione come negoziatore di riforme e progetti per lo sviluppo del Paese. Questo nonostante ratifica delle condanne per via giudiziaria.

Il silenzio delle donne, la loro muta ratifica della ragion di stato, solo in parte giustifica la riemersione di modelli opposti a quelli proposti dal femminismo, ma certamente lascia il segno del fallimento strategico di campagne politiche, anche quelle lanciate dall’UDI, private della loro radicalità originaria.

Oggi la riproposizione di un modello politico appartenente alla “classicità” del patriarcato offre un’infinità di argomenti che il movimento, ma anche l’UDI sembra non cogliere.

La lotta per la liberazione femminile è l’obiettivo per il quale reclamiamo il riconoscimento politico del movimento delle donne, ma il riconoscimento svuotato da quell’obiettivo è una contraddizione che va risolta. Il contrasto alla violenza culturale va sfilato da quei canali istituzionali che lo congelano e assorbono energie e risorse che andrebbero meglio usate.

Un primo passo che propongo è quello di chiedere la rescissione del protocollo tra IAP e governo denunciando nelle sedi istituzionali la connivenza complessiva dello stesso governo nella diffusione di immagini lesive ivi compreso l’infittimento dei rapporti con la persona Berlusconi a capo di un impero mediatico diffusore privilegiato di immagini lesive.

Stefania

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Discriminazione diretta, indiretta o strutturale, multipla

Dal Coordinamento Pari Opportunità dell’ Associazione sindacale DIRCREDITO

 

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Discriminazione

FAQ-PO n. 8

Nel mondo del lavoro le discriminazioni sono tante e a volte è difficile difendersi. La FAQ n. 8 aiuta a districarsi nella materia, perché spesso le discriminazioni sono sommerse, implicite, istituzionali, occulte, apparentemente neutre, ma soprattutto può accadere che manchi la consapevolezza dei propri diritti, o si abbia paura di ritorsioni, o semplicemente diffidenza verso le istituzioni di tutela.
La prevenzione e l’eliminazione delle discriminazioni non interessano soltanto le lavoratrici/lavoratori, ma anche e soprattutto le aziende, perché un buon ambiente di lavoro e un equo trattamento di tutto il personale accrescono motivazione, impegno e produttività.

• Cos’è la discriminazione? Discriminare significa distinguere, diversificare o differenziare fra persone, cose, casi o situazioni. La discriminazione acquista rilevanza giuridica quando causa un trattamento non paritario di una persona o un gruppo di persone, soltanto in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria.

• Quali sono le disposizioni legislative antidiscriminatorie? Art. 3 Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Al corpus della legislazione italiana (Statuto dei lavoratori, Pari Opportunità, Diritto dell’immigrato) si è sovrapposto il recepimento delle direttive comunitarie contro la discriminazione, in particolare 2000/43 e 2000/78.

• Quali sono i fattori di discriminazione? I possibili fattori di discriminazione sono infiniti, quelli riconosciuti dalla legge italiana sono: il genere, l’origine etnica, il credo (opinioni, fede, religione), l’orientamento sessuale, l’età, la disabilità fisica o psichica.

• La disparità di trattamento è sempre una discriminazione?
Solo quando è causata da un fattore discriminatorio, altrimenti può essere ammessa se si basa su un motivo oggettivo (qualifiche migliori o una maggiore esperienza professionale).

• Quali sono i comportamenti discriminatori?
La legge divide la discriminazione in diretta, indiretta o strutturale, multipla.

continua … Pubblicazione_gennaio

Coordinamento DirCredito  / DirCredito Comunicazione

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Scaduto

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