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Alma mater ma non per donne

L’articolo che segue è di Laura Testoni, scritto per Tropismi, blog d’informazione universitariaE’ un disegno-patchwork, con testi interessanti per quante volessero approfondire, sulla persistente cocciuta filtrazione sessista nei confronti delle donne in ambito universitario. La più antica università occidentale potrebbe invece chiamarsi Almus Pater Studiorum. E non si discosta la situazione degli altri atenei italiani.

Laura circa il suo campo d’interesse ci scrive: Per quanto riguarda il testo che ho scritto nasce dalla mia elaborazione sull’università, in particolare quella di Bologna e sulla deriva del c.d. Processo di Bologna. Un libro che ritengo molto valido e attorno a cui ho un progetto di pratica e studio in cantiere, insieme a colleghe e colleghi, è “Università Fertile. Una scommessa politica” di Anna Maria Piussi.

Finché lo Stato resta al penultimo posto in Europa come investimento nell’istruzione superiore, perversione incorregibile, finché la scure taglia più rami verdi che rami secchi, finché la creatività, l’eccellenza femminile non entra di diritto come struttura primaria paritaria anche nel numero negli organi di decisione – dal meno elevato al più elevato e non per quote-concessione di sopportazione -, il Processo di Bologna e tutto il suo vasto impianto, che pure ha avuto notevoli risultati, può ben dirsi alla deriva. A parte la crisi generale, non è un difetto tecnico ma una concezione intrisa di patria potestas. Poi vai a vedere e trovi cervelle italiane a dirigere centri di ricerca della massima importanza scientifica e tecnologica, ma in Europa o oltreoceano, non qui. Forse, più in là, ce ne potrà fare il punto Laura. Speriamo nell’Università Fertile.

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Una lettura del senso politico della creazione femminile anche all’università

Ateneo sempre più tabù per le donne. Si laureano in tante ma non vengono assunte. L’Università di Bologna in media con l’Italia: da 6 donne su 10 al momento della laurea, la presenza femminile passa ad un misero 20% tra i professori ordinari. Per usare le parole di Eugenia Lodini, ricercatrice dell’Università di Bologna, le ragazze sono in testa per iscrizioni, laurea, mobilità, master, ma a livello di dottorato comincia l’imbuto, la strada si restringe“.

Questo è quanto scriveva, a marzo 2012, Giovanni Stinco su Il Fatto Quotidiano (articolo integrale qui). Non c’è che dire, colpisce come la più antica università del mondo, quella di Bologna, sia anche all’origine del motto Alma Mater Studiorum. Ricordare questo, ad oggi, significa confermare il primato del paradosso, poiché la notizia della penalizzazione delle eccellenze femminili  contrasta con l’ispirazione all’autorevolezza materna che ha segnato e allegoricamente incarnato la nascita degli studi accademici: alma mater, “madre nutrice” che cura, che dona la parola, che fa passare amore dalla conoscenza.

alma_mater

Le radici fondative – ancor prima che simboliche – a quanto pare, sono state tradite a tal punto da rivelare gli immotivati ostacoli che le donne incontrerebbero nel periodo post laurea, soprattutto, rispetto alla possibilità di carriera interna all’UniBo. Statistiche poco incoraggianti, ma preziosissime, perché guardare alla posizione femminile nel mondo ci aiuta ad assumere una prospettiva realistica:

“Dati impressionanti che dimostrano, spiega Paola Govoni sempre dell’ateneo bolognese, la discriminazione a cui le donne sono sottoposte sul posto di lavoro universitario. Non solo una questione di ingiustizia sociale, ma anche un’enorme spreco di denaro pubblico. Milioni e milioni usati per formare migliaia di studiose che poi non riescono a fare carriera e a affermarsi nel mondo accademico. Insomma un disastro.

Il sistema accademico ancora a predominanza maschile e questo comporta un inevitabile impoverimento dello sguardo sul sapere e sulla parzialità della formazione. Tra potere e autorità, disciplina e dirigismo si perde troppo spesso quella carica di energia creativa, trasformativa, piena di significati trainati dal di più della differenza, non solo disciplinare, ma anche incarnata da individui sessuati. Perché nulla è “neutro”, nemmeno le illusioni o le ideologie. Ma quali sono le dinamiche che riescono a frenare la misura femminile?

Un fattore è la cooptazione: finché a decidere sulle nomine saranno gli uomini, ad essere scelti saranno altri uomini. Una tesi sostenuta dal progetto europeo Diva: Science in a different voice. Per i ricercatori del Diva i professori ordinari si comporterebbero involontariamente come circoli esclusivi “che lasciano fuori dalla stanza delle decisioni (carriere, finanziamenti, attribuzioni di responsabilità) le tanto brave colleghe”.

Non si tratta per forza di opposizioni di genere, potrebbe essere una comune impresa di donne e uomini che ragionano insieme sul buon governo della realtà universitaria che è da inserire nel più ampio progetto di rinegoziazione del contratto sociale. Il punto, in fin dei conti, è semplice: la questione della differenza sessuale, che cosa significhi essere uomini o donna, che cosa comporti che vi siano donne e uomini, che cosa sia cercare la felicità, la libertà o la verità essendo una donna oppure un uomo, tutto questo è divenuto urgente e anzi, è divenuto una realtà dell’esperienza (di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, in Donne e Uomini. Il significare della differenza, ed. V&P, 2010).

La presenza femminile all’università è ormai maggioritaria, così anche la qualità della presenza pubblica femminile che interroga la questione di “un vivere politicamente” consapevoli del primato delle relazioni e del cambiamento epocale che stiamo attraversando: dal momento la realtà si trasforma perché sono cambiate le donne e cambiano gli uomini, allora cambiano le leggi, cambia la cultura, cambia il rapporto che abbiamo con il mondo, perché “la storia non è soltanto storia di guerre, di patti internazionali, ma è la storia che tu fai modificando le tue condizioni di vita, modificando la cultura. Questo per noi significava modificare la storia.” (dal docufilm Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni)

L’imbuto che ferma la presenza femminile post laurea, nel lavoro e nell’ambito di dottorati accademici è imbarazzante e per questo tante sono in movimento: il fine di affrontare le barriere storiche e psicologiche. Evitando le coazioni, spostando lo sguardo.

Le donne sono cambiate. Gli uomini dovranno cambiare nonostante la paura che provano gli stessi di fronte a un mondo messo sottosopra dall’avanzare delle donne. C’è un’evidente crisi di autorità che indebolisce la politica e la democrazia” (Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica, ed. Il Saggiatore, 2009).

Proprio in un mondo dove la finanza sembra dettare le regole del sistema globale, non è ancora chiara la lezione in base alla quale il disimpiego e la sottovalutazione delle risorse, crea una vera disfunzione economica. Sempre su Il Fatto si legge:

Penalizzare le donne che lavorano nel mondo scientifico attraverso pratiche informali, ma non per questo meno efficaci, di discrezionalità nella cooptazione, è però incongruo rispetto alle ragioni stesse della ricerca e dell’eccellenza scientifica. Infatti – recita un rapporto di Rossella Palomba e Adele Menniti – impedire a studiose di qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza per il solo fatto di appartenere al genere femminile non solo discrimina le donne, ma penalizza l’innovazione”. Detto in altri termini peggiora e di molto i risultati scientifici del sistema universitario italiano. Per non parlare del costo di formazione di migliaia di donne che non riescono a fare carriera accademica perché discriminate. Sulla questione mancano ancora studi precisi, “ma lo spreco economico è enorme. Qualcuno – conclude Govoni – se ne sta finalmente rendendo conto”.

La politica femminile che non aspetta la “presa del potere” per cambiare le cose è già attiva sui vari fronti della realtà avendo imparato dall’esperienza: le donne hanno imparato la necessità di continuare a lavorare sul piano simbolico al di fuori dei circuiti convenzionali, in luoghi dove agire un’adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio” (Annarosa Buttarelli, in Il pensiero dell’esperienza, ed.Baldini e Castoldi, 2008).

Vero è che le donne hanno già intessuto una rete tra loro, ma devono farlo sempre di più: collaborare e contarsi ed insieme spingere indietro ogni prevaricazione. Ecco, il gioco da ragazze di cui scrive Marina Terragni e la pratica della relazione descritta da Maria-Milagros Rivera Garretas:

Un cambio di civiltà comparve improvvisamente, quasi spontaneamente, dove meno lo si aspettava. Consisteva nella presa di coscienza del fatto che le donne che avevi intorno sentivano il malessere che stavi sentendo tu e che credevi che nessun altro sentisse. Di modo che, una a una, di singola in singola, si intrecciò delicatamente tra molti corpi femminili un merletto enorme, incompiuto e libero che ci unì. Ci unì in innumerevoli relazioni duali: queste relazioni, allacciate in mille toni e spessori, formarono un movimento politico che ha attraversato molte delle barriere di senso che fino ad allora inceppavano la politica: barriere di classe, di nazionalità, di lingua, di età, di religione, di erudizione, di ricchezza”.

(in Donne in relazione, ed. Liguori, 2007)

Questo vale anche per l’università, infatti molte donne non si stanno solo battendo per ottenere quello che spetta loro, ma si stanno anche interrogando su una preliminare questione: vale ancora la pena scommettere su questa università? No, su questa no, ma su quella dove anche il discorso femminile verrà incluso sì. Con discorso femminile si intende il far entrare in un sistema chiuso e spesso violento – preteso universale – istanze diverse, tempi diversi, metodi diversi, per aprire una conflittualità ed un dibattito che porti alla rappresentazione vera, plurale della realtà.

L’intuizione coltivata, curata e fatta maturare è ciò che genera lo sviluppo. Questo è secondo me il paradigma femminile dello sviluppo, al di là del fatto che lo conducano uomini o donne. Non so dire se siano cause culturali o biologiche e genetiche ad orientare le donne al futuro, ma fermiamoci al dato di fatto: la donna è evidentemente attrezzata a immaginare e assumersi la responsabilità delle nuove generazioni; e anche della ‘generazione’ di nuove realtà economiche durature”.

(di Simona Beretta, in Le donne reggono il mondo, a cura di Beatrice Costa e Elena Sisti)

Questo vale per tutti gli ambiti, non solo per l’università. Molte stanno lavorando e facendo massa critica insieme, facendo eco per contaminare l’ordine già dato che deve essere rimesso in discussione, ben sapendo che la libertà non è fatta una volta per tutte, ma che va messa al mondo ogni giorno.

Scriveva Carla Lonzi, “il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, la fa esistere… Qualcuna doveva ben cominciare e la sensazione che mi portavo addosso era che o lo facevo io o nessuna mi avrebbe salvata. Ho operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero alla fine, dopo aver accettato di essere qualcuna che non sapevo”, infatti, la sfida, anche all’università, non è quella di “bruciarsi” rimanendo isolate – con un atteggiamento più o meno competitivo – fino al punto di burn out o omologandosi al modello di potere maschile, ma di relazionarsi con le altre che condividono quel senso di trasformazione che non può più aspettare.

Una sororità che va al di là di quote rosa e rivendicazioni, bensì che si fa spinta gioiosa verso nuovi orizzonti condivisi, che fa cittadinanza e che propone possibilità diverse, ragionando empaticamente su quanto è già stato fatto e su quanto si può fare per analizzare le statistiche e rilanciare con inventiva il proprio esserci costante, a patto che ci si assuma pienamente la responsabilità della propria partecipazione attiva:

Il maggior senso di cautela delle ragazze e delle donne può impedire loro di infrangere le regole e sfidare lo status quo durante gli anni della crescita. Di conseguenza, probabilmente non scopriranno che questo tipo di rischi, e per estensione ogni altro metodo non sancito per ottenere ciò che vogliono (come chiedere qualcosa che non sia stato offerto), può essere una strategia vincente”.

(Linda Babcock e Sara Laschever, Le donne non chiedono, ed. Il Sole24Ore, 2004).

Per mantenersi centrate si può guardare chi prima di noi ha lottato per spianarci la strada lasciandoci consigliare e spronare nel non rinunciare ad una postura all’altezza dei nostri desideri, senza mai dimenticare che “ciò che hai in mano, tienilo stretto; ciò che stai facendo, fallo e non tralasciarlo; ma con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa, vivace sul sentiero di una pensosa felicità, senza prestar fede nè consensi a chiunque voglia sviarti dalla tua determinazione” (Caterina d’Assisi).

Laura Testoni

(il titolo è ispirato al capitolo scritto dalla docente Remei Arnaus contenuto nel saggio “Università Fertile. Una scommessa politica”, ed. Rosenberg&Sellier, 2011: il mio corpo mi avvertiva che con una inquietudine sempre più presente, che aveva e ha a che vedere con la distanza tra la realtà vissuta e sentita e la ir-realtà dell’istituzione universitaria, sempre più patente e sempre meno estranea al mio desiderio di essere universitaria; desiderio che ho mantenuto vivo da quando sono entrata a lavorare lì per amore dello studio, della relazione educativa e della ricerca*).

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Il corpo delle donne in multiproprietà

 

 (vitadapoker.it – carte da gioco firmate Playboy)

Domenica 13 maggio adunata a Roma dei movimenti pro life. Il sindaco di Roma si offre con tutta la fascia tricolore al Movimento per la Vita.

Un’occhiata,  per informazione sull’evento, al sito Movimento per la vita italiano. Sono elencate 14 voci evidentemente fondamentali per lo stesso movimento, e così esplicitate:

Aborto:                                                sedici righe

Famiglia:                                             -

Cellule staminali:                             -

Clonazione:                                         -

Comitato Nazionale Bioetica:      -

Embrione:                                            -

Giornata per la vita:                        del 4 novembre 2011 per il 5 febbraio 2012, (Consiglio perm. dei Vescovi), nulla sul 13 maggio

Manipolazioni genetiche:              -

Metodi naturali:                                 -

Ru 486:                                                 16 righe, conclusioni in termini di business

Contraccezione:                                -

Eutanasia:                                            -

Fecondazione artificiale:               19 righe

Le pillole del giorno e dei 5 giorni dopo: 16 righe, con rimando alla pagina la nuova bugia EllaOne

A parte la concezione del feto come Persona fin dal primo nanosecondo, la donna è pensata come pertinenza istituzionale e confessionale, macchinario di produzione che ha bisogno di manutenzione ufficiale per la vita, corpo in comproprietà anzi multiproprietà con destinazione d’uso irreversibile.

E a proposito di corpi, alla manifestazione erano presenti anche quelli in affitto. Dialogatori marcia per la vita, così chiamati, e reclutati dalla società Orienta spa a 35-40 euro netti per raccolta fondi da effettuare in occasione della marcia per la vita che si svolgerà nella mattina (orientativamente 9-13) del giorno 13-05-2012, che partirà da Colosseo per arrivare a Castel Sant’Angelo. Riportato il 4 maggio da lavoratorio.it  e molte altre agenzie web di offerte lavoro (infojobs.it, lavoro.studenti.it …).

Abbiamo visto questo annuncio su InfoJobs – hanno raccontato due studentesse fuori sede incontrate a via dei Fori imperiali – Sapevamo solo che si trattava di un lavoretto nel settore no profit. Abbiamo mandato il nostro curriculum e siamo state immediatamente contattate. (37 euro). Noi non siamo molto motivate, ma ci sono ragazze che stanno raccogliendo un mucchio di soldi. Ho visto io stessa un signore donare 50 euro”.  (Ambra Murè, paesesera.it, vedi anche 2012 attacco al corpo delle donne – Luisa Betti – ilmanifesto.it).

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Averla è facile. Chiedimi come. Ma la card-fidelity naturalmente! Tutte le commesse da circa un mese hanno appuntato sul petto, possibilmente con bel décolleté, una spilla-card su cui è detto come è facile averla, basta chiedere come, alla commessa ovviamente. La card, cosa penserete mai!

Promozione interna di marketing sessista che qualsiasi negozietto, pizzeria, o azienducola ha sfornato facendo a gara sempre più in questi anni, sullo stesso stile, da una periferia all’altra. Dai pannelli solari, ai salumi, alle bibite…

Ma qui il cartellone si anima, l’oggetto del desiderio è a distanza di un braccio, è il corpo vivente della commessa. Contenente e contenuto, significato e significante, insieme ed elemento dell’insieme sono finalmente riuniti e offerti nel vettore corporale vivo femminile. Di proprietà per concezione patriarcale o in affitto–vendita per marketing, il corpo femminile si rivela il motore centrale, una sorta di google personificato, per  catturare consumatori. Anche di quel corpo. Corpo-merce … dobbiamo stare lì col sorriso sulle labbra, sa dove li manderei se fossi fuori. Dovete essere come geishe, ci ha detto la direttrice… (Clarice)

Ci casca la Rinascente. Dalle nuvole. Rimango stupita, non ho ricevuto nessuna protesta da altre parti d’Italia. Mi sembra pretestuoso, sono una donna anch’io ma non mi sarebbe mai venuto in mente. Comunque se la direttrice di Firenze me lo chiederà non avrò niente in contrario a ripensarci. (ricordate fi.GA’  bevanda?)

E’ la responsabile marketing-comunicazione della Rinascente a rispondere così alle proteste sempre più forti, partite da Firenze. Prima una commessa del reparto cosmetici-profumeria, poi altre, che si sono sentite umiliate da risolini e sbavolini maschili, cui rispondere con obbligata nonchalance.

I giorni delle coccole rincarano la dose, sempre Rinascente. Altra spilla fidelity: tvtb (ti voglio tanto bene, stile sms), fondo fuxia, promozione da effettuare nei giorni delle coccole. Le commesse, seduttive, voce suadente, elargiscono consigli estetici e di stile, target di maggior successo quello maschile. Francesca: Sono i giorni in cui diamo consulenze su trucco, immagine, nodo alla cravatta … Ma il modo, la strizzatina d’occhio con cui ci viene fatto fare, e che dimostra come il badge non sia casuale… (La repubblica Fi 18/4/2012)

Vestito sexy nero attillato, minigonna, tacchi alti, capelli tirati, foulard fuxia, sorriso perenne.

Il corpo delle commesse è anche proprietà della Rinascente, proprietà estetica: obbligo di trucco, obbligo di look sexy, obbligo di carineria, obbligo di prestazione d’immagine, obbligo di seduzione. Ma anche proprietà fisica pro tempore, vista la facilità di dismissione di quel corpo con il licenziamento. La scheda individuale di valutazione è un ottimo deterrente, se si contesta la gerarchia commerciale interna che crede utile fondere le due immagini quella del marchio e del corpo-market delle donne in un solo vettore.

Ancora Francesca: Il badge è un messaggio subliminale, un’offesa, una violenza, un considerare la donna oggetto … Le ragazze con i contratti più recenti che hanno l’obbligatorietà del lavoro domenicale, circa la metà di noi, lavorano solo loro e tutte le 52 domeniche dell’anno. E non mi dite che, per i rapporti familiari e sociali, la domenica e il martedì sono la stessa cosa. Noi con il vecchio contratto le sostituiremmo a turno ma non ci vogliono perché costeremmo il 150 per cento di maggiorazione. Loro solo il 30: due euro l’ora netti in più, 16 in tutta la giornata … Non combattiamo contro le domeniche aperte. Ma allora ci vengano riconosciuti diritti e tutele come agli altri lavoratori delle urgenze, a cominciare dalla sanità. A livello economico e di turnazioni. (da zeroviolenzadonne.it) 

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San Marco di Castellabate. Un uomo fa giustizia da sé uccidendo a coltellate un altro uomo (sessantenne) che si era offerto di dare un passaggio fino a scuola alla figlia, e che aveva tentato di violentarla senza riuscirvi per la forte reazione ricevuta. Per un verso è ininfluente che l’uccisore sia tunisino, per un altro è lo stesso indicatore di una stessa lettura. Quella che riguarda, al di là di raptus, gelosia, rabbia, dolore chiavi di lettura prevalenti della cronaca mediatica, il senso maschile atavico, radicato, dell’essere proprietario e tutore del corpo femminile.

Il padre della quindicenne aveva già denunciato il fatto ai carabinieri e al pronto soccorso avevano rilevato, per fortuna, solo qualche escoriazione alla figlia. Ma qualche ora dopo è esploso lo strato profondo patriarcale millenario, la cultura della  vergogna e del disonore, il dovere della vendetta e del fare la guerra, della soluzione finale,  la risposta codificata tribale per il furto di una proprietà naturale esclusiva: moglie, figlia, sorella. Lo abbiamo anche studiato a scuola nell’Iliade.

Quello stesso strato da cui si è sentito ancora ricordare la pena di morte, come vendetta pubblica e collettiva, istituzionale, per l’avvenimento efferato di Brindisi.

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Dimissioni Sacconi

               

E’ passato qualche giorno dalla triste, infelice, barzelletta sulle donne-suore violentate meno una, detta da Sacconi, ministro della Repubblica, quello dei bastardi anni 70, chi è quel cretino che mi dà del fascista.

Doveva essere un argomento tecnico per giustificare i rappezzi della finanziaria.

Ma su, era solo ironia!

Ironia sulle donne-suore stuprate? Nel senso che a tutte è piaciuto, meno una che ha detto no e quindi è stata rispettata.

Senza parole, con un tuffo al cuore.

Ad oggi nel 2011 le vittime donne  sono 101, una ogni 2,47 giorni. La violenza sulle donne, che culmina nel femmicidio (suore o meno è ininfluente), è una cosa troppo seria, troppo grave per poter tollerare una qualsiasi frivola battuta sull’argomento. Ma qui non è soltanto questione di frivolezza, vi è l’abstract di una scuola di pensiero ben impartita e imparata che si è fatta sistema di governo e di affari con transazioni di corpi femminili. Ostentata, difesa ad oltranza dai giullari di corte, fatta passare per normalità perché l’italiano è così.

A partire da una iniziativa di Monica Lanfranco, le donne di puntoG 2011 propongono una mail bomging all’indirizzo di Sacconi:

segreteriaMinistroSacconi@lavoro.gov.it

con il seguente testo o personale:

CHIEDIAMO A GRAN VOCE E SENZA APPELLO NE’ SCUSE LE DIMISSIONI DI SACCONI DA UN MINISTERO DOVE NON CI RAPPRESENTA COME DONNE E COME LAVORATRICI.

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Donne e pubblicità, il caso italiano

 

(continua … vedi i post del 5 aprile più sotto …)

Sono le prime 8 slides delle 54 proiettate al Consumer’s Forum a Roma il 4 aprile  da Annamaria Testa. Sintetizzano quanto sia esteso e complesso il tema della pubblicità che utilizza il corpo e l’immagine della donna in modo improprio o offensivo o addirittura violento.

Senza un Codice Deontologico condiviso e la partecipazione/collaborazione delle donne, di tutti, è difficile uscirne. Ma qualcosa si sta muovendo. 

Annamaria Testa () è scrittrice, docente, autrice di famose pubblicità, si occupa di comunicazione e creatività e molto altro. Con sensibilità, ironia, intelligenza, ha dimostrato nelle sue opere come si possa lavorare in pubblicità senza ricorrere a scorciatoie di basso profilo. Sua ultima fatica La trama lucente, Rizzoli, robusto saggio sui labirinti della creatività. Un lavoro sistematico che si aggiunge ad altri in Italia, dove quel che manca, però, è un esteso retroterra di studi, e prima ancora, di consapevolezza diffusa e di discussione non frammentaria sull’argomento.

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Patologie pubblicitarie

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La ditta vende oli lubrificanti per motori. Donne e motori è lo stereotipo machista di sempre. Con una pigrizia e povertà abissali, grafici e committenti imboccano il primo vicolo a destra e la pubblicità è immediata. Umiliante dal punto di vista professionale.

E’ come usare solo cento parole di una lingua, cantare o suonare sempre lo stesso brano per un cantante o musicista, proporre sempre la stessa rigida tipologia e la stessa facciata per un architetto, mangiare ogni giorno spaghetti… Avere sempre gli stessi pensieri ossessivi: ho spento il gas, ho spento il gas, ho spento il gas… che in psichiatria è appunto il disturbo ossessivo-compulsivo.

Umiliante per le ragazze lubrificande, rappresentate abbracciate in effusioni finto-lesbo, mentre  appena sopra la testa da una lattina cola il liquido giallastro. In realtà guardano invitanti il maschio in arrivo, supposto perennemente homo erectus, al di qua del quadro-schermo.

Razzista, perché qui la donna è rappresentata come essere un gradino più in basso a cui si può fare tutto. Non è così? Allora mettiamoci il presidente della repubblica e il papa nella stessa funzione e se tale pubblicità non è offensiva, continuerà a non esserlo.

mail-action:        info@ceramicpowerliquid.com

al giurì IAP:        http://www.iap.it/it/modulo.htm

rilevata sulla rivista Moto Special, mar-apr 2011, produttore Nuovatec S.r.l.

approf: http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2011/03/25/due-per-te/

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Altra ditta (possiede due giornali) vende salumi. SalamePiccante… Effetti del piccante… Cosa potrebbe esserci di più piccante sul piccante? Ma una fellatio, è chiaro (dialetto: fella di salame)!

Ed ecco,  in primo piano due mani femminili abbronzate, unghie multicolore vecchio-stile-di-classe, cingere due natiche maschili abbronzate – il solco coperto da una striscia rossa col marchio - (se fossero femminili non verrebbe coperto), siamo a sud, salame calabrese.

E voilà. Effects of Calabria, Italian effects. Giusto, viste le cronache correnti.  E il claim in inglese tanto per mascherare rozzezza e insulsaggine. La ditta in fabula potrà essere all’avanguardia quanto a salame-lecchi, ma in retroguardia in termini di qualità e intelligenza pubblicitaria, intrappolata da un pezzo nella ragnatela di un sessismo stereotipo basso (vedi sud-Degenere e comunicazionedigenere ).

Alle donne si può fare di tutto e si può far fare di tutto, macchine da sesso, dispositivi usa e getta, si portano anche in un prato deserto con la scusa di andare a farfalle (sempre la stessa ditta): atroce, viste le notizie quotidiane di stupri violenze e uccisioni.

E pensare che si trovava su un pieghevole per un concorso internazionale nell’ambiente degli istituti alberghieri… dai diciotto anni in giù…

Purtroppo il vero obiettivo è l’impollinazione: più di 50 commenti in un solo sito in meno di 24 ore sotto una delle pubblicità di cui sopra.

Per una miniguida e per proteste vedi nostro post ()

mail-action:         info@dodaro.com

al giurì IAP:        http://www.iap.it/it/modulo.htm

fonte e dove è stata rilevata la pubblicità: http://www.dissapore.com/primo-piano/didascalizzami-questa-tour-operator-lewinsky/

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Donne, media, speranza

 … Anzi ho scritto un articolo in risposta ad una lettera accorata di Lorella che chiede a tutte le donne di fare qualcosa, di muoversi, di parlare, di esserci, di obbligare i partiti a darci delle risposte importanti, serie, sui temi della rappresentazione delle donne in televisione, nella pubblicità, sulla violenza contro le donne. Troppe donne uccise, violentate, quasi sempre dai mariti, dai conviventi, dagli exfidanzati. Lo leggi e mi dici che ne pensi?
E’ troppo triste. Vero, sacrosanto, ma non dai speranza così… devi dare una via di uscita, devi dare delle indicazioni per dire come fare per andare avanti per migliorare le cose.
Non ce l’ho la via d’uscita, non ce l’ho un messaggio, oggi sono solo sconsolata. È troppo brutto quello che accade, è troppo triste questa nostra società, c’è troppo sfacelo intorno, oggi sono solo desolata. Non vedo vie di uscita.
Allora non lo mandare. Lascia perdere. Non si può non dare la speranza del cambiamento.

Sono parole di Loredana Cornero, di tenero ricordo per la perdita del suo meraviglioso compagno, in un suo articolo su noi donne. Ma è lui che dice a lei non si può non dare la speranza del cambiamento.

Alle donne. A tutti. 

E Loredana al di là di un momento di scoramento che abbiamo, che abbiamo avuto, continua a lavorare per un debito sociale di speranza e d’amore. 

E tantissime altre. E noi.

Forse abbiamo sbagliato a non aspettarci un Gheddafi di carta.   

A Catanzaro all’Istituto Comprensivo, tutti gli allievi e le allieve  di una classe – terza media soltanto – si rifiutano di andare in gita scolastica perché un loro compagno viene discriminato. La dirigente (sì, aimè donna) non lo aveva autorizzato a partecipare alla gita perché portatore della sindrome di Down ().

E’ bellissimo. E’ la speranza. 

Se no il 13 a che serve?

***

 

“La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, gli anziani e i minori”.

Donne e media in Italia: intervista a Loredana Cornero

(Pubblicato da La redazione Donne di oggi
il 22/11/2010 – www.alfemminile.com ()

© Loredana Cornero
  
Veline, letterine, troniste e, ultime arrivate, velone. Per ogni età, in Italia i media hanno costruito uno stereotipo all’interno del quale rinchiudere le donne italiane. Stereotipi  favoriti da una cultura che si ispira soprattutto alle immagini da televisione e gossip. Un mondo in cui l’apparire prevale sull’essere.
Ma in Italia, c’è una coscienza critica che si sta facendo lentamente strada, grazie all’azione di giornaliste, scrittrici, filosofe, ma anche di donne normali che lottano, nel loro piccolo, per proteggere la propria femminilità dai modelli che i media impongono violentemente. Donne come Loredana Cornero*.
Abbiamo discusso con lei cercando di capire come costruire una nuova immagine prevalente per le donne italiane, più vera e rispettosa.
 
* Rai, Relazioni Istituzionali e Internazionali
Segretaria Generale Comunità Radiotelevisiva Italofona
Presidente Gruppo Donne COPEAM (Permanent Conference of Mediterranean Audiovisual Operators)
  
Attualmente quali sono gli stereotipi femminili prevalenti in Italia?
Gli stereotipi prevalenti oggi in Italia sono quelli veicolati in particolar modo dalla televisione e dalla pubblicità che usano il corpo delle donne come oggetto. Una delle caratteristiche principali che definiscono la cultura della comunicazione attuale è espressa dalla evidente forzatura che viene esercitata nella rappresentazione di genere.
La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali interessa ormai diversi media. Ma questo non diminuisce le responsabilità della televisione. Quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.
 
Esistono delle leggi che proteggano le donne nella rappresentazione mediatica delle donne?
Proprio in questo periodo la Rai sta firmando un nuovo contratto di servizio all’interno del quale sono state inserite, a fronte di una grande campagna e di numerose pressioni di vari gruppi di donne che da tempo lavorano su questi temi, molte clausole per migliorare la rappresentazione femminile in televisione, lavorare per il superamento degli stereotipi e aumentare i modelli femminili rappresentati in televisione. Non dimenticando di aprire spazi informativi sul ruolo e la presenza delle donne nella nostra società e sulla lotta alla violenza sulle donne. Ovviamente bisognerà vigilare affinché tutto questo non rimanga solo sulla carta.
 
Ci può dare la sua opinione sui “corpi femminili” nella nostra società?
Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quante siano in Italia le giovani donne tra i 20 e i 30 anni e quale percentuale sia quella che ci viene presentata come la quasi totalità delle aspiranti veline. Credo che sia l’ora di dire chiaramente che ci sono giovani donne che studiano, che da grandi vogliono diventare astronaute o missionarie, bibliotecarie o Segretarie Generali dell’ONU; giovani donne che lavorano con successo e professionalità in posti anche di rilevo, ma di cui nessuno o quasi nessuno parla. Ed è quindi alle giovani donne che credo sia importante rivolgersi, a quante si interessano a questi argomenti, a quante sono disponibili a farsi carico di un tema che ci riguarda tutte e in maniera così fondamentale.

E’ la cultura o la politica responsabile dell’immagine delle donne nei media?

Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali ma è anche vero che non è essa ad inventarli né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. L’Italia, lo confermano le statistiche, è al sessantaduesimo posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni. E con il suo 17,3% di donne a Montecitorio e il 13,7% al Senato, e’ ben lontana dalla maggior parte dei Paesi scandinavi dove la presenza di donne nelle istituzioni supera abbondantemente il 30% e, nel caso della Svezia, e’ al 47,3%. Anche i dati relativi all’informazione televisiva segnano il passo nella nostra televisione. Prendendo spunto dai primi risultati del GMMP 2010 (Global Media Monitoring Project) i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, ma nei servizi di politica la 3% e in quelli di economia allo 0%. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo il 22% dei soggetti delle notizie sono donne per scendere al 7% nel ruolo di esperte. Ci sono però dei casi in cui le donne superano gli uomini. Sono per esempio il 48% quando vengono raccontate come vittime, contro il 15% degli uomini. E per il 23% vengono identificate con il loro ruolo familiare contro il 6% degli uomini.
 
Come si può migliorare? Ci può dare degli esempi positivi?
Credo, anzi sono certa, che migliorare sia possibile, anzi si debba. In Italia stanno nascendo e lavorando proprio sulla rappresentazione femminile nei media moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente in Italia. Un esempio è senza dubbio il grande successo che ha avuto il documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” che partito in sordina sul web è diventato un po’ il simbolo di questo cambiamento. E poi l’associazione “Donne e media” e la costituzione del gruppo “Parie dispare” che si sono mosse proprio per una diversa rappresentazione femminile sui media, Francesca e Cristina Comencini che, insieme ad altre artiste ed intellettuali hanno realizzato uno spettacolo teatrale dal titolo “Libere”. Con il Gruppo Donne della COPEAM stiamo organizzando per settembre la presentazione in anteprima nazionale dei dati del GMMP, giunto alla sua quarta edizione sulla rappresentazione delle donne nell’informazione e anche del toolkit “Screening Gender” finalmente tradotto anche in italiano, per dotare tutte noi anche di uno strumento concreto che ci aiuti nella formazione, perché crediamo che sia giusta la denuncia, importante la ricerca, ma che ci debba essere anche un momento formativo per le/gli operatrici/ori del mondo della comunicazione per creare un argine ad una rappresentazione femminile nei media che lede la dignità delle donne e ne sottrae la realtà e preoccupate per la crescente quantità di episodi di violenza contro le donne in Italia.
 
Ci può fare alcuni esempi?
Alcuni spettacoli televisivi, usano ragazze giovani, belle e magre come arredamento della scena, senza che abbiano un ruolo o la possibilità di fare alcunché. Molte pubblicità utilizzano il corpo delle donne, spesso discinto, per lanciare nuovi prodotti.
L’ammiccamento e la volgarità sono spesso presenti. D’altra parte ci dicono con frequenza quotidiana su giornali e tv che le ragazze italiane da grandi vogliono fare le veline, che è la loro massima aspirazione, che di studiare non hanno voglia, ma soprattutto dato che sono belle e giovani, non ne hanno alcun bisogno.
Ovviamente non è così nella realtà.

Qual è l’effetto di questi stereotipi?
La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse, che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, e in particolar modo i minori. E guardando anche a questo va sottolineato che in genere l’immagine delle donne che la televisione propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. L’effetto è travolgente soprattutto sulle giovani generazioni. Ragazze ma anche ragazzi, prendono ad esempio le giovani che vedono in TV e cercano di diventare come loro, diminuendo così la loro autostima, il rispetto verso se stesse e spesso rasentando la malattia, come l’anoressia o la bulimia. Inoltre l’esempio che arriva da queste ragazze usate in pubblicità ed in televisione come puro arredamento arriva anche ai bambini, ai ragazzi che identificano il loro immaginario femminile in quelle espressioni costruendo un’immagine distorta di tutto il genere femminile.

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Lettera di Laura su quello che non è semplicemente uno “scandalo sessuale”

Sono indignata oggi, lo sono nel profondo. Sono certa che lo siamo tutte. Quello che si sta consumando nel nostro paese in questi mesi è forse il peggiore delitto culturale nella storia d’Italia, e si sta consumando proprio su noi donne. E ciò che rende questo delitto tra i peggiori è l’escalation assurda di questi anni, questo di oggi è il frutto estremo e amaro di un ventennio in cui, lentamente, sub liminalmente, sottilmente e furbescamente, la cattiva politica, il potere e diversi uomini che, con cattiva politica e potere, hanno costruito il proprio consenso, hanno attaccato il concetto stesso di dignità umana calpestando ripetutamente diritti, conquiste, sacrifici.

Oggi, noi donne, perdiamo una battaglia culturale.

La perdiamo di fronte agli occhi del resto del mondo che ci guarda inebetito, la perdiamo di fronte alle nuove generazioni, di fronte all’Italia stessa che non merita, ne sono certa, questa classe politica.

Sono indignata dai linguaggi, dalle parole, dal modo orrendo di stigmatizzare uno scandalo che non è semplicemente uno “scandalo sessuale”, dai sorrisi ammiccanti di fronte alle notizie che ricoprono i giornali, i sorrisi e le barzellette di fronte a notizie agghiaccianti, di fronte a un uso delle parole sempre più violento, sempre più irrispettoso e sbracato.

Oggi perdiamo una battaglia lunga un cinquantennio e oltre e che per un attimo ci eravamo illuse di aver vinto e che subito dopo invece, in una controffensiva senza pari, ci ha disarmato del tutto e ci sta annientando giorno dopo giorno.

Ho riletto la riflessione breve pubblicata da Udi Nazionale, mi inquieta perché dice “noi donne Udi” e dentro quel Noi ci dovrei stare anche io. Una riflessione che richiama alla “responsabilità femminile”, che sostanzialmente rimprovera le donne di aver  voluto sì l’autodeterminazione ma in fondo di non essere sufficientemente responsabili. Certo, care “noi donne Udi”, so bene che Ruby Rubacuori e le sue amiche non rappresentano il mio essere donna, so bene di essere diametralmente differente da loro. Non ho bisogno di prendere le distanze da loro e, vi dirò di più, care “noi donne Udi”, non lo voglio nemmeno.

Non cedo a questa provocazione, troppo facile dire che ci sono delle donne cattive ed altre buone, delle donne responsabili altre meno responsabili. No, oggi è calpestata la dignità dell’intero genere femminile.

Sono arrabbiata con Ruby ma, permettetemi, lo sono decisamente di più con quell’uomo ottantenne che ha abusato di lei, delle sue fragilità, della sua giovane età, della sua situazione drammatica e della sua vita sbandata. Sono arrabbiata con Noemi, Nicole e le altre come loro, ma lo sono ancora di più con i loro genitori, con le loro madri e i loro padri che le “spronano verso il successo”. Sono arrabbiata con Alessandra che sognava di fare la meteorina e ci è riuscita, probabilmente vendendo il suo corpo. A chi? A uomini. Uomini potenti (ma cosa è il potere?…), con tanti soldi e con una buona dose di depravazione. Ecco con loro, con questi uomini, sono molto più arrabbiata, sono furente.

Sono arrabbiata di più con chi questo modello sub-culturale fatto di sesso, soldi, potere, mercificazione l’ha costruito negli anni e lo ha fatto scientificamente, con l’intento reale di sfornare nuove generazioni le cui aspirazioni potessero essere queste, andare a cena di illustri potenti, calcare un palco seminuda o anche diventare onorevole e parlamentare ma pur sempre con labbra e seno rifatti, corpi fintamente perfetti e stili di vita all’insegna dell’eccesso credendo che sia questa la vita.

Sono arrabbiata anche con me stessa e con noi donne che, invece, questo modello sub-culturale abbiamo imparato a riconoscerlo e a distanziarcene, magari anche ad additarlo e a criticarlo senza renderci conto, però, che mentre noi isolavamo un fenomeno, uno schifoso fenomeno, questa stessa società isolava noi relegandoci a una minoranza (o una maggioranza?) poco rumorosa. E così adesso abbiamo difficoltà noi stesse a riconoscerci e rimaniamo fortemente inadeguate di fronte a un pensiero forte traviato (ma pur sempre un pensiero forte) senza essere in grado di contrapporne uno che possa almeno tenerne testa. In questo sì, siamo state irresponsabili o semplicemente non ci siamo riuscite. Non siamo riuscite a rielaborare il nostro pensiero in una società che cambiava velocissimamente e che si riempiva di innumerevoli nuove contraddizioni, prima di tutto economiche e sociali. E forse oggi, quelle stesse contraddizioni restate irrisolte sono il terreno fertile dove si consumano scelte a nostro giudizio immorali (e lo sono!) per cui se hai 25 anni e una laurea in tasca puoi comunque fare leva sul tuo bel sorriso (se ne hai uno) e sperare che un uomo ricco e potente ti sposi o ti sistemi. Ecco dove siamo state irresponsabili e forse continuiamo ad esserlo. Nel non riuscire a progettare alternative plausibili, fossero anche delle speranze, nel non provarci nemmeno! Anzi, ci siamo allontanate anche dalla politica e dall’impegno perché non siamo state in grado di superare le nostre delusioni per riscattarci, o comunque abbiamo preso le distanze con superficialità anche dai partiti o dall’impegno istituzionale, dagli strumenti della democrazia, senza renderci conto che stavamo continuando a delegare. Abbiamo smarrito persino l’aspirazione a un’egemonia culturale che potesse essere fatta di principi e valori sani, di progetti virtuosi per vite piene. E conseguentemente abbiamo perso gli strumenti, abbiamo iniziato a “far cultura” per il nostro stesso gusto e continuiamo a perdere ancora oggi la dimensione sociale di noi stesse. Anzi, oggi sono costretta a leggere che “noi donne Udi” e chissà quante altre prendono le distanze dalle donne che non rappresentano il genere femminile così come si dovrebbe, ma non una parola contro chi ha usato le donne, chi le ha violentate nel corpo e nell’anima, ripetutamente e negli anni, arrivando a modificarle e a trasformarle, e lo ha fatto con tutti gli strumenti che aveva a disposizione.

Care “noi donne Udi”, di fronte a questo scatafascio culturale, vi appellate alla responsabilità delle donne che non sanno “amministrare” la propria autodeterminazione e che sperperano il proprio corpo o che imboccano scorciatoie senza nemmeno fermarvi un attimo a pensare: ma lo hanno scelto consapevolmente e se sì in base a quale sistema culturale di riferimento? E chi lo ha creato questo sistema di riferimento? Chi lo ha voluto e avallato?

Allora io vi dico che siete voi delle irresponsabili, lo siete gravemente e io prendo le distanze da quel “noi” e mi indigno ancora di più. State facendo il loro gioco, il gioco degli uomini e di chi ora avrà un motivo in più per dire che le giovani donne d’oggi sono disposte a tutto per ottenere ciò che credono di volere. Additiamo “le donne del Presidente” ma non additiamo il Presidente o almeno ciò che la sua persona disgustosamente rappresenta. E’ inconcepibile!

Non può essere quella la riflessione da compiere né quella il punto dal quale ripartire. No, non è da un’ipotetica irresponsabilità delle donne a saper gestire il proprio corpo che dobbiamo ripartire. Semmai dall’irresponsabilità di alcuni uomini a rivestire ruoli istituzionali importanti e a gestire il potere e il corpo delle donne a proprio uso e consumo e da un’incapacità, quella sì anche femminile (ma non solo), a saper confutare questo modello culturale con forza.

Cordialmente

Laura Cirella

 

Artemisia Gentileschi

Susanna e i Vecchioni, 1610, collezione Schönborn, Pommersfelden

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Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne

Dal blog di Loredana Lipperini:

L’Istat ci dice che nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Una lettrice, via mail, mi chiede un commento.
Temo che non andrà nella direzione prevista, anche perchè sto riflettendo, amaramente, sulle madri: mi ha sempre preoccupata la santificazione della figura materna che avviene, anche e persino soprattutto, per mano e mente femminile. Mi ha turbato, ieri, leggere una nota dove una mamma blogger, parlando di Vieni via con me, scriveva che avrebbe preferito  che “a parlare sulla battuta dei gay fosse stata una donna: perchè noi siamo le madri, noi donne ci dovevamo sentire offese, noi che partoriamo ed educhiamo”.
Noi siamo anche altro. Ed educhiamo in due, madri e padri. Idealizzare la maternità, pensare che tracci un recinto dorato attorno al femminile, è spaventosamente pericoloso. Perchè in nome della presunta “naturalità” del materno – contro cui si scaglia, giustamente, la Badinter – diventa consequenziale pensare alla donna solo in quanto madre, alla faccia delle scelte personali. Secondo, perchè, come sottolineavo qualche post fa,  la forsennata ricerca della  perfezione  personale dei figli (e gli altri si arrangino) ha fatto e sta facendo, ora, in questo momento, disastri. Se la cornice che imprigiona questo paese è la paura, quanto conta in questo frame  l’ossessione delle madri per la sicurezza? Non si è manifestata in ogni modo, negli anni recentissimi e non ancora trascorsi, quando i bambini d’Italia sembravano e sembrano assediati da ogni pericolo, dai pedofili ai Gormiti?
Quindi, tornando ai dati Istat: c’è un’assenza di sostegno da parte dello Stato, e lo sappiamo fin troppo bene e sarebbe ora di muoversi in proposito, e c’è una questione, al solito, di modelli. Ma qualche strumento in più per decifrarli dovremmo averlo, ora. E anche qualche strumento in più per dire, semplicemente, che una famiglia non è composta soltanto da una donna.

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La violenza alle donne nella comunicazione: iniziativa UDI per il 26 novembre

Venerdì 26 novembre, dalle ore 16.00, presso la Sala della Biblioteca del Palazzo della Provincia (Piazza Italia), l’UDI (Unione Donne In Italia)“Le Orme” di Reggio Calabria proporrà un incontro–dibattito sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere”, in occasione del 25 novembre Giornata Internazionale contro la violenza alle donne.

Stiamo assistendo  ad una crescita vertiginosa del potere dei mass media che influenza il nostro modo di essere e di pensare. La televisione, i giornali, la pubblicità forniscono quotidianamente immagini accattivanti della realtà, poco corrispondenti al vero e dal significato fuorviante. Le immagini che ogni giorno vengono veicolate dai mezzi di comunicazione banalizzano il ruolo delle donne, lo privano di autorevolezza e lo intrappolano in stereotipi logori e svilenti. Le donne, nella loro quotidianità di madri, lavoratrici, studiose… stanno sempre più scomparendo dai media per essere sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante, private della loro stessa identità.

Anche la politica, si è adeguata a questo nuovo codice di comunicazione utilizzando un immaginario falsato delle donne per continuare ad esercitare, invece, un potere esclusivamente maschile e per nulla rispettoso della parità di genere.

Parità che richiede per la sua compiutezza un intervento formale anche sulla lingua, attraverso cui si esprime il nostro vissuto. Le parole che usiamo sono spesso escludenti rispetto al femminile e una sorta di automatismo nell’uso non ci permette di ravvisare i retaggi culturali discriminatori che contengono.

Parlare, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, di una nuova comunicazione di genere ovvero di una nuova lingua rispettosa dell’identità femminile appare fondamentale e irrinunciabile. C’è una forma di violenza sottile, a volte palese altre volte subliminale, che passa attraverso le nostre televisioni, nei talk show pomeridiani o nei cartelloni pubblicitari per strada o nelle nuove strategie di marketing. Questa violenza è ancor più pericolosa perché si insinua lentamente e profondamente nelle consuetudini di vita, nei comportamenti, nei costumi, nelle convinzioni.

Avremo il piacere di discutere di questi temi con Giovanna Vingelli, docente Women’s studies all’Università della Calabria, Katia Colica, giornalista e autrice del libro “Il tacco di Dio”, Franca Fortunato, docente di filosofia e giornalista, Monica Francioso, già docente di letteratura italiana all’Università di Londra e Dublino e Angela Pellicanò, pittrice.

L’incontro riferirà anche del percorso che l’UDI Unione Donne in Italia sta svolgendo con la campagna nazionale “Immagini Amiche” concentrata sul linguaggio e le immagini dei mass media e della pubblicità in generale nell’Italia dei nostri tempi. A moderare il dibattito e relazionare sulla campagna “Immagini Amiche” sarà Marsia Modola, responsabile dell’UDI Le Orme di Reggio Calabria.

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Nuoce gravemente alla salute

Nella speranza che la parte dell’Italia indignata dalle ultime berlusconate, esternazioni omofobe annesse, sia maggioritaria; nella speranza che quella stessa parte d’Italia, un minuto prima di entrare dentro la prossima cabina elettorale, non scelga di abdicare il proprio cervello alla demenza mediatica imperante scegliendo quantomeno con ragionevolezza, è triste constatare come la nocività del singolo spesso sia contagiosa. “Meglio guardare le belle ragazze che essere gay”: l’esternazione è spregevole, omofoba, discriminatoria. Però chissà quanti uomini, sentendola, hanno reagito a tali parole con il ghigno beffardo di soddisfazione. Qualcuno, pochi mi auguro, si sarà detto “Bravo Silvio! Diglielo tu quanto sei virile!”. Parlare alla pancia delle persone è uno stratagemma facile e subdolo ma, non me ne vogliano gli uomini, è altrettanto facile fare breccia nel loro orgoglio virile! Temo, purtroppo, che anche molte donne abbiano sorriso ugualmente. Saranno state le stesse che, sentita la notizia che il Presidente del Consiglio ha a cuore le sorti di una diciassettenne pagata 7.000 euro per fargli “compagnia”, abbiano esclamato “Troia lei!” piuttosto che “Schifoso lui…”, rimuovendo automaticamente il dettaglio, che però fa la differenza, che Ruby, anzi, Karima aveva soli 17 anni fino a ieri e dormiva sulle panchine, prima di finire ad Arcore. Poi c’è stato chi, tantissimi, preso dall’indignazione e, sono certa, nella buona fede, ha inteso parafrasare Berlusconi. Si sono susseguiti in un tamtam via web i “Meglio Gay che Berlusconi; meglio gay che sporcaccione; meglio gay che malato di mente; meglio gay che pedofilo; meglio gay che la peggiore cosa del mondo…” e via dicendo. Un pò senza rendersi conto, narcotizzati ormai dal linguaggio, che il gioco alla rovescia risulta ugualmente omofobo, ugualmente discriminatorio, ugualmente irragionevole. Perchè “gay” non è una condizione scelta, non è una categoria sociale, non è un dare o avere, non è nemmeno una tendenza sessuale o una moda, non è una qualità migliore o peggiore di un essere umano. E’ appunto un essere umano. Oggi anche queste declinazioni sono nei nostri vocabolari e purtroppo non ne usciranno più facilmente. Oggi è toccato ai gay…come altre volte…come alle donne. Perchè le “veline” nelle liste elettorali hanno consentito a molti, troppi, di umiliare tutte le donne impegnate in politica, di bollarle facilmente come facili e stupide. Perchè una che è stata dodici mesi con il seno al vento, scelta da uomini a ricoprire l’incarico di Ministro della Repubblica, ha permesso di svilire un concetto così fine e indispensabile per una democrazia o anche solo per la civiltà che è quello delle “pari opportunità per tutti”, pari diritti, pari dignità. Non so se Berlusconi sia davvero un uomo malato, ma noi siamo ammalati da tempo.

Laura Cirella

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Regolamento polizia Castellammare

 

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La nube tossica

La scorsa domenica pomeriggio duemila automobili, provenienti dalla provincia, in gita sul luogo o sul set dell’assassinio di Sarah.

Sabrina dice del padre: ci ha preso in giro per 42 giorni.

L’amica di Sabrina: Sabrina mi ha preso in giro.

La madre di Sabrina forse …

E ultim’ora, il padre in quel momento dormiva…

E’ un’ottima infilata adesso per dimostrare quanto perfide e malefiche sono le donne di quella casa, intorno al pover’uomo … per quanto la scialuppa della seminfermità era già nella linea della difesa. Per Sabrina, se risulteranno responsabilità nel concorso o nell’atto dell’assassinio, nessuna pietà e attenuante. In quanto donna. Nella mente collettiva rivive lo stereotipo della donna diabolica, un serpente per ogni capello, la vera dominatrice di casa. Un lussureggiante plastico è riapparso per celebrare la liturgia sul topos del delitto, con i modellini delle auto appartenenti ai componenti del gruppo famigliare. [...]

La misoginia di default su fb e l’accanimento del processo mediatico stanno apparecchiando.

 

La storia di un padre e di una figlia dentro un mulino bianco: da leggere [...].

 

Il ragazzo Alessio ventenne che con un pugno ha ucciso Maricica, infermiera rumena, un bambino, viene arrestato ma i suoi amici e addirittura fan – un centinaio, non cinque sei – insultano i carabinieri e ne gridano la liberazione. Nel senso che sì, la donna sarà morta, ma lui non voleva e poi era rumena  (… uccidine un’altra!) e attaccabrighe. Lui è dei nostri. La madre del ragazzo definisce Maricica troppo sicura di sé.

Uno ius universale condiviso nel mettere a tacere le donne, specie se sveglie, riporta di volta in volta all’ordine estremo le malcapitate. E una orrenda telenovela a puntate quotidiane ci racconta con ogni dettaglio come, dove, ma quasi mai un perché profondo.

Se il fatto fosse invertito, Alessio un rumeno, e Maricica una mamma italiana con un bambino, sicuramente una vibrazione eroica di ordine pubblico ci sommergerebbe assieme a grandi costituzioni di parti civili.

 

Il delitto nella realtà prevede già il copione televisivo e l’auto-contemplazione in una specie di second life fotogenica nel film mediatico.

 

Una vita ha valore secondo il cognome. Secondo il colore della pelle. Secondo la nazionalità e l’etnia, secondo se chi la porta è maschio o femmina, secondo se è amico o no, secondo se è giovane o vecchio, secondo se è ricco o povero, secondo che si chiami Mike Bongiorno o Domenico.

 

 

Visioni dal gusto funereo in un Caffè di Torino, quasi una preparazione alla dissezione anatomica. Per chi ricorda Rembrandt l’accostamento è fulmineo.

Imbarazzo delle modelle che si prestano a fare da nudo vassoio, contenitore inerte nel senso anche dell’immagine inanimata, morta. Imbarazzo degli avventori che fingono disinvoltura. In realtà risulta una seriosa e ridicola omologia di quell’attenzione che i presenti nel quadro prestano alla lezione dell’anatomo-patologo seicentesco dottor Tulp.

 

foto La Stampa 15/10/2010 [...]

Su ogni tavolo dove giacciono le modelle-vassoio un cartello avvisa: Si richiede educazione e rispetto per il lavoro delle modelle.

Per il lavoro delle modelle, sì, per le donne che possono essere anche modelle, no. Donne → modelle → lavoro: si richiede rispetto solo per quest’ultimo. Strane dieresi.

[segnala allo IAP: Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (vedi post del 28 aprile)

http://www.iap.it/it/messaggi.htm

aggiornamento:

http://www.facebook.com/event...

luogo: info@caffedelprogresso.it ]

 

 

E Boffo dopo essersi fatto dimettere dalla direzione dell’Avvenire dai vescovi, dagli stessi viene ora nominato direttore della loro TV. Doppia riabilitazione.

 

Una piccola morale di convenienza sta diventando una nube tossica enorme formatasi da sfiatatoi ben precisi. Un’antropologia piccolissimo-borghese confeziona insaccati di emozioni pensieri comportamenti moduli e modalità da interiorizzare.

 

Ci eravamo interrogate dieci giorni fa: a chi toccherà nelle prossime ore, nei prossimi giorni?

Intanto sappiamo, un anno dopo, di Lea Garofalo uccisa e sciolta nell’acido per aver avuto il coraggio di ribellarsi alle cosche di ‘ndrangheta.

Santina, Kamila, Anna, Anna Maria, Anna Maria e Eva, Paola … la barbarie delle violenze e delle esecuzioni familiari è come un flusso a regime, non puntiforme, ma equidistribuito: Treviglio, Catania, Alessandria, Caltanissetta, San Nicandro, Cagliari, Milano, Firenze, Roma … Senza dubbio nessuna città o cittadina è o verrà risparmiata alla violenza maschile che, fino alla noia, sappiamo esplode per grandissima parte in famiglia. Ed è una cultura.

 

 

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Il cetriolo dovrà sparire

Letizia Ciancio
Resp. Comunicazione
Direttivo Corrente Rosa

ci comunica:

far togliere dalle strade una pubblicità che ci offende tutte si può fare
in seguito alla sua denuncia e delle altre allo IAP

la pubblicità della ragazza col cetriolo in mano della campagna Sisley “let it flow” è stata ritenuta offensiva e non conforme al codice di Autodisciplina Pubblicitaria. 

 

Continuiamo a denunciare secondo le indicazioni del nostro post del 28 settembre!

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Compleanno UDI

Il 2 ottobre di 65 anni fa nasceva l’UDI.

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Un’eccezione in televisione

La puntata di domenica 26 settembre di Presa Diretta intitolata “Senza Donne” può essere un’utile risposta a chi ancora (e ce ne sono) si affatichi ad affermare che la “lotta” per le pari opportunità non abbia ragione di esistere nel 2010 nel mondo occidentale.

Fra l’altro, particolarmente apprezzabile è stata la conclusione della puntata, con un servizio sulla pubblicità sessista, inserita dopo un excursus generale sulle discriminazioni delle donne sul posto di lavoro. Il nesso così stabilito coglie un punto: c’è un legame strutturale tra tutte le problematiche di genere – dalla “colpa” della maternità allo sfruttamento del corpo femminile e connessa umiliazione delle donne – come se tutte scaturissero da un’unico centro gravitazionale culturale comune. Questo legame strutturale spesso non è colto e l’averlo messo sia pur indirettamente in luce è, a mio avviso, importante.

Ovviamente, nulla di esaustivo/esauriente, i problemi cosiddetti di genere sono parecchi e la trasmissione com’è naturale non ne ha evidenziata che una parte. Tuttavia, benché siano state avanzate diverse critiche alla trasmissione, per esempio al titolo della puntata, ecc, si tratta di una eccezione da salutare positivamente nel panorama televisivo italiano. Di solito, infatti, si parla di donne e di problemi connessi all’essere donne in Italia, nei salotti semplificazionisti che promuovono stereotipi, facili dicotomie, sintesi brutali, effetti strappalacrime, e insomma complessivamente utili solo a rafforzare la base ideologica contro cui l’UDI e non solo lotta da tempo.

In questo panorama, dunque, è da salutare positivamente un reportage che racconti concretamente di cosa, fra l’altro, parliamo, quando usiamo i termini ormai retorici “pari opportunità”. Ma non vogliamo trascrivere i contenuti della puntata, che è visibile qui:

Presa Diretta – Senza Donne, 26/9/2010

Infine, segnaliamo una riflessione sull’inopportunità dell’uso del termine “tutela” quando si parla di diritti delle donne, reperibile qui.

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Il disco rotto della pubblicità offensiva e sessista

La campagna Immagini Amiche è sempre in corso. E intanto è tutto un frenetico proliferare come in una mitosi cellulare 2, 4, 8, 16, 32, 64… Sempre donna a pezzi o intera sdraiata in attesa, magari con oggetti collaterali stretti in mano, ma soprattutto in bocca.

Sembra un Rinascimento. Dello Stupidario.

Da qualche settimana è apparsa una “nuova” campagna autunno-inverno di un noto marchio e noto fotografo, recidivo, con una collezione “pensata per parlare il linguaggio dei giovani” amanti dello streetwear, della vita, del sesso e del divertimento.

Viene spontaneo dare qualche titolo  ai ritagli tratti dagli originali:

esonda da una lavatrice (dopo il ciclo)

cetriolata1

cetriolata2

del leccare

eccomi

avanti un altro

Bellissime, che male c’è…, se ci togliete pure le belle ragazze che ci resta…, è solo un belvedere… queste le impressioni più comuni. In realtà l’immagine e l’intento incalzano il desiderio di una prestazione sessuale occasionale purché la donna sia del tipo classificato. In una delle immagini la modella sdraiata di schiena, su una moto, con lo sguardo e col corpo si offre. Il capolinea è quello dell’utilizzazione finale, sessuale. In nome del marchio e sotto il suo occhio da grande fratello. Alla modella vengono fatte assumere mille pose che devono risultare inviti più o meno ammiccanti o espliciti, così l’immaginario virtuale, evidentemente solo maschile, è costantemente autoalimentato. La funzione è paradigmatica e la modella è tutte le donne. Un disastro di inconsapevolezza per le generazioni in età evolutiva dei generi.

Pezzi di donna o donne intere sdraiate servono per vendere una tegola un nastro adesivo una biro una cuccia per fido un asciuga-pipì (solo lei è incontinente) uno yogurt per eliminare il gonfiore (solo lei soffre di meteorismo) un coltello per tagliare l’aria…

Ti assumo ma a concorso anatomico, devi sfilare e mostrarci lato A lato B lato C…, poi può darsi che ti chiamerò, ma non credere ti potrò sostituire quando voglio. Un  padroncino di bar aveva messo in palio un posto di cameriera in cambio della stima tecnica corporea.

Ci siamo appena sorbite l’irrisione e la mortificazione delle anziane, le velone (dietro compenso di 250.000 euro), e la grande fiera annuale della valutazione anatomica, per 3300 kg di carne circa in posa con gambetta avanti (dietro compenso della corona di reginetta d’Italia, premi, auto in regalo e contratti).

Il controllo assoluto mediatico sui corpi delle donne avanza forsennatamente e si fa canone pubblico cui sottostare, pena irrisione e vergogna per non appartenere allo schedario. E’ la cancellazione del corpo stesso come vissuto affettivo. Per installare autocrazie basta oggi utilizzare – pensano – feromoni visual-sessuali femminili, efficaci anche sul sesso portatore – pensano -.

Una ditta asciugaumido che vende salviettine-umidificate-struccanti-detergenti-assorbentti-salvaslip-toglismalto-mettitutto-toglitutto è anche molto prodiga per valorizzare il patrimonio d’uso e guardonistico dell’umanità (in senso letterale). Mette in palio 6000 euro con un’estrazione se comprate i suoi prodotti, per rifarvi, di sopra avanti e di sotto dietro, nel caso non rispondeste ai canoni indicati dalla loro pubblicità o del catalogo pubblico dominante. Sexy mostruosità labiali, zigomi presi a pugni, tette fatte con lo stampino come la nonna faceva i biscotti perfettamente rotondi  pressando col bordo del bicchiere.

Il linguaggio, il claim, è quello di lui-utilizzatore nei confronti di lei-mantenuta, come veniva chiamata tempo fa lei-amante se economicamente non autosufficiente.

(non è censura, è soltanto oscurato il marchio asciugaumido)

Proteste direttamente a:

Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria

http://www.iap.it/it/messaggi.htm

compilando il modulo on line, indicando prodotto e produttore e il motivo per cui la pubblicità si reputa lesiva:

http://www.sisley.com/portal/web/sisley/campaign-ai2010?startpage=WOMAN&area=CAMPAIGN

http://www.sweetwipes.com/index.php/concorso

Le proteste all’IAP solitamente hanno buon esito. Agire per via associativa o personale principalmente attraverso l’IAP, ma anche direttamente nei confronti del produttore:

paoletti@sisley.com

***

Portala in un prato deserto con la scusa di “andare a farfalle” …

Un vero e proprio incitamento allo stupro riportato da:

***

Per un’autodifesa personale e collettiva rinnoviamo l’invito a tenere alta l’attenzione e a sostenere la campagna nazionale contro la comunicazione sessista e offensiva promossa dall’UDI seguendo alcune indicazioni (vale anche per qualsiasi altra ritenuta offensiva verso qualsiasi soggetto):

  • ogni donna iscritta o no all’UDI se rileva una pubblicità ritenuta offensiva della dignità e del corpo della donna può comunicare con noi inviandoci una foto o descriverla segnalando il luogo;
  • può direttamente segnalare allo IAP  on line compilando il modulo e fornendo materiali e indicazioni via mail o fax.
  • Conviene non diffondere o pubblicare se non qualche indicazione indispensabile tra immagine-testo-marchio per non moltiplicare gli effetti deleteri e offensivi e per non fare ulteriore pubblicità gratis che molte volte è il vero obiettivo. Viene prevista infatti l’amplificazione automatica di ritorno, e della visibilità durante il percorso per impollinazione e inquilinismo;
  • contemporaneamente è bene inviare proteste direttamente al produttore minacciando di boicottare il prodotto e di fare pubblicità negativa presso tutta la cerchia dei propri amici e conoscenti, nonché la denuncia al Giurì della pubblicità.
  • Evitare di taggare e linkare, non segnalare alla grande stampa, scambiare solo nella propria cerchia a meno di non farne un saggio di analisi. E vero che a volte per la grande forza di suggestione del linguaggio visivo, una cosa è descrivere o immaginare, altra cosa è vedere e far vedere. Nessun moralismo, si tratta di contrastare prammaticamente e con efficacia un fenomeno deleterio galoppante (qualsiasi impresina se ne inventa una) che disgrega pezzi di società.

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“Non è un paese per vecchie”

Facciamo pubblicità a un libro (Non è un paese per vecchie, di Loredana Lipperini, Feltrinelli) che tratta un tema fastidioso ancorché trascurato in un paese che dovrebbe considerarlo tra le priorità. La terza età o “le vecchie”. In Italia da tempo oggetto di stereotipi denigratori in chiave ridicolistica.

Un esempio locale? L’iniziativa “A spasso coi nonni” promossa dal Comune di Reggio Calabria – in sé lodevole, senz’altro. Ma sono gli schemi comunicativi a preoccupare. Il bus che accompagna gli/le anziani/e sfoggia una foto con la scritta cubitale che ammanta un sottotesto di sfottò e, diciamolo, discriminazione potenziale. Perché? Innanzitutto “a spasso” è una locuzione comunemente associata agli animali domestici, che molto difficilmente sarebbe stata applicata a un target giovanile o adulto ma non anziano (“a spasso coi giovani”?); infine soprattutto il termine nonni, che costituisce solo una parte della popolazione anziana, viene esteso e fatto valere per tutte le persone over 65, anche quelle, si suppone, senza figli né nipoti, oppure questa fascia di persone viene esclusa dalla possibilità di fruire del servizio? Come al solito: il linguaggio sedimenta modelli e stereotipi rivelativi dell’immaginario collettivo e del senso comune. Cioè, in ultima istanza, delle sottili dinamiche di potere.

Dopo questa parentesi, segue l’articolo che l’autrice del libro ha pubblicato sul suo blog. Lipperini è l’autrice di un altro testo importante: Ancora dalla parte delle bambine che oggi, insieme alla pubblicazione di “Non è un paese per vecchie”, esce dopo 3 anni in versione tascabile.

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Non è un paese per vecchie nasce durante il giro di presentazioni di Ancora dalla parte delle bambine: tante, come sapete (centoventi). Nasce in un tardo pomeriggio d’inverno, presso la Feltrinelli di Bari, quando una signora, dal fondo della sala, si alza e mi chiede quando mi sarei occupata delle altre. Non le piccole, non le giovanissime: le vecchie. In quegli stessi giorni, nella metropolitana di Roma (già, la fatidica linea B), imperversava una campagna pubblicitaria anti-burocrazia. Nella locandina si raffigurava una vecchia signora disegnata secondo lo stereotipo- creduto morto – della zitella: vezzoso cappellino rosa con veletta, labbra a cuore, occhialini a farfalla. Le guance erano coperte di timbri e bolli. Lo slogan era “Ammazza la vecchia”.
Non è un paese per vecchie nasce con non pochi timori: parlare di infanzia chiama alla tenerezza e all’empatia. Parlare di vecchiaia suscita ripugnanza e orrore. La stessa parola “vecchiaia” è pronunciata di malavoglia: il saggio di Simone de Beauvoir, La Vieillesse, è stato tradotto in italiano con La terza età. Eppure, l’emergenza che riguarda i vecchi, e soprattutto le vecchie, è gravissima. Siamo il paese con più anziani: ma i nostri pensionati sono i più poveri d’Europa, e i meno assistiti. Siamo il paese gerontocrate e gerontofilo: questa, almeno, è l’immagine che viene fornita. Ma quanti sono i “vecchi” che davvero hanno potere, soldi, ricchezza? Quanti, rispetto all’esercito che è sotto la soglia di povertà?
Nel libro, ho cercato di raccontarlo: e di raccontare anche come, analogamente a quanto è avvenuto e avviene per le bambine, sia l’immaginario a fornire l’alibi a una pesantissima falla sociale. Molto semplicemente, l’Italia non si occupa delle fasce deboli: l’infanzia e la vecchiaia ricevono assistenza e accudimento solo grazie al volontariato delle donne. Da anni. Molto semplicemente, le narrazioni che riguardano la vecchiaia, oggi, sono falsate rispetto alla realtà.
C’è altro: perchè all’interno di un’emergenza anagrafica ne esiste un’altra, di genere: perchè le vecchie sono più povere dei vecchi, meno tollerate, più discriminate. Anzi: espulse. La vecchiaia femminile non gode neppure dei canonici attributi di saggezza ed esperienza. Per questo, alle donne è proibito invecchiare: devono, finchè è possibile, fingere di vedere nello specchio un’immagine diversa da quella reale, o i frammenti di quello specchio le distruggeranno, riservando per loro l’unico ruolo possibile. Quello della nonna. O, grazie a Mediaset, della Velona.
C’è altro ancora: perchè rifiutare la vecchiaia (nulla invecchia più, neanche gli oggetti) significa rifiutare la morte. E di morte è proibito parlare.  Io ho cercato di farlo.
Questo, in sintesi, è il percorso di due anni: Non è un paese per vecchie esce oggi, e da questo momento, come si suol dire, non mi appartiene più. Devo però dire almeno due grazie, fra i molti: uno è allo scrittore che mi ha regalato un capitolo (riguarda la morte, e riguarda la musica: metal, in particolare), ovvero D’ Andrea G.L.. E uno è al commentarium: ritroverete qualche brano delle discussioni fatte qui in questi due anni. Poca cosa, al confronto di tutti gli stimoli che mi avete dato.
Grazie, di cuore.

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La politica trash e le strane iniziative di un dittatore misogino in Italia

Già sconcertate per l’”amicizia” promossa da Berlusconi col dittatore Gheddafi, assistiamo a questo festival della misoginia più kitsch – mascherata dalle solite buone intenzioni, la “lectio magistralis” – con una preoccupazione segnata da incredulità per il senso di normalità con cui è stata trasmessa dai media, come se si trattasse di ordinaria informazione, e non fosse clamorosa l’istituzionalità che ammanta l’iniziativa di legittimità e credibilità. Il leader libico, anzitutto, si fa scortare da amazzoni perché a suo avviso più fedeli al capo, ovvero più brave a sottomettersi (secondo testuali parole), quindi vuole insegnare l’Islam a donne avvenenti, accuratamente preselezionate, ed ecco questa sfilata pacchiano-misogina, con imbarazzanti punti di sovrapposizione con gli ultimi prodotti trash della televisione, di donne imbellettate, ben dotate e “parate a festa”, raggiungere il dittatore dalle cui labbra penderanno a pagamento.

D’altronde, tutto questo è perfettamente coerente con l’ideologia berlusconiana della femmina come “pupazzo con le tette” in balìa del maschio virile.

Segue  un articolo critico di Francesco Merlo pubblicato su Repubblica sull’ultimo exploit di Gheddafi in Italia.

Oca con Corano

ANCHE ieri c’era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell’avanspettacolo, l’omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d’onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l’ultimo tocco di brillantina al primo attore.

È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia.

Nessun’altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace - e lo diciamo sinceramente – anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell’eccesso, nella vanità, nel vagheggiare l’epica dell’immortalità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare.

Di nuovo ieri Gheddafi si è esibito davanti a 500 ragazze, reclutate da un’agenzia di hostess, che hanno ascoltato i suoi gorgoglii gutturali tradotti da un interprete, le solite banalità sulla teologia e sulla libertà delle donne in Libia, il Corano regalato proprio come Berlusconi regala “L’amore vince sempre sull’odio”, quel libro agiografico e sepolcrale edito da Mondadori. È fuffa senza interesse anche per gli islamici ma è roba confezionata per andare in onda nella televisione di Tripoli. Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta. Addirittura, con la regia dell’amico Berlusconi, tre di queste donne ieri si sono subito convertite, a gloria della mascolinità petrolchimica libica: “Italiane, convertitevi. Venite a Tripoli e sposate i miei uomini”.
E di nuovo ci mortifica tutta questa organizzazione, il cerimoniale approntato dalla nostra diplomazia, con Gheddafi serio ed assorto che suggella la fulminea conversione di tre italiane libere e belle: un gesto di compunzione, gli occhi chiusi per un attimo, il capo piegato come un officiante sul calice. “L’Islam deve diventare la religione di tutta l’Europa” ha osato dire nella capitale del cattolicesimo, mentre l’Europa (con l’America) si mobilita per salvare la vita di una donna che rischia la lapidazione per avere fatto un figlio fuori dal matrimonio. Certo, l’Islam non è tutto fanatismo ma nello sguardo di Gheddafi c’è condensata la sua lunga vita di dittatore, di stratega del terrorismo, di tiranno che dal 1° settembre del 1969 opprime il suo popolo.

Ebbene, è a lui che oggi Berlusconi di nuovo bacerà la mano, come ha già fatto a Tripoli. Berlusconi, lasciandosi andare con i suoi amici fidati, ha più volte detto di invidiare Muammar perché comanda e non ha lacci, non combatte con il giornalismo del proprio paese, non ha bisogno di fare leggi ad personam ma gli basta un solo editto tribale, non ha né Fini né Napolitano, non ha neppure bisogno di pagare le donne… È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell’avanspettacolo, al revival di Petrolini: “Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul”.

E infatti ogni volta che Berlusconi va a Tripoli Gheddafi fa di tutto per stupirlo con gli effetti speciali del potere assoluto, gli fa indossare la galabìa e lo fa assistere alle parate militari delle amazzoni, organizza il caravanserraglio di Mercedes piene di farina, orzo e datteri da distribuire agli affamati recitando il ruolo del salvatore, proprio come Berlusconi all’Aquila… E ha pure imposto nei passaporti libici la foto di Berlusconi. Se lo porta nel deserto di notte per mostrargli la magia del freddo glaciale, tutti e due ad aspettare l’alba e il sole che torni ad arroventare la tenda. E ogni volta alla tv libica il viso di Berlusconi diventa in dissolvenza il viso di Gheddafi, e va in onda Berlusconi contrito nel museo degli orrori commessi dagli italiani, e c’è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna…

Gheddafi a Roma fa quello che vuole non soltanto in cambio delle galere e dei campi di concentramento dove la polizia libica trattiene gli africani che vorrebbero fuggire verso l’Italia, e non solo perché i due fanno affari privati, come da tempo sospetta la stampa internazionale, e ora anche italiana. Il punto è che Berlusconi gli mette a disposizione tutto quello di cui ha bisogno l’eccentricità beduina perché con Gheddafi ha un patto antropologico. È una somiglianza tra capi che la storia conosce già, sono identità che finiscono con il confondersi: Trujllo e Franco, Pinochet e Videla, Ceausescu ed Enver Hoxha, Pol Pot e Kim il Sung… Non è l’ideologia a renderli somiglianti ma l’idea del potere, quello stesso che oggi lega Berlusconi e Gheddafi, Berlusconi e Chavez, Berlusconi e Putin. Ecco cosa offende e degrada l’Italia: l’Asse internazionale della Satrapia.

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Educazione alla discriminazione

Ero andata a prendere mio figlio all’asilo come al solito fermandomi alcuni minuti in mezzo ai bambini, tra una chiacchiera e l’altra con la maestra, in attesa che fosse pronto per andarcene. Quel giorno ho assistito a una scena che mi ha raggelata. Due maschietti, di 3 o 4 anni, avevano preso fra i giochi dei piccoli passeggini col bambolotto sopra, iniziando a cullarli. Al che la maestra li ha ripresi dicendo “posate immediatamente i passeggini, le femminucce giocano coi passeggini non i maschietti! Andate a prendere le costruzioni“. Non ho osato dire nulla, poiché ci trovavamo di fronte ai bambini, ma soprattutto perché non sapevo con quali parole avrei potuto farle capire che stava trasmettendo un messaggio pericoloso, che ha radici antiche, e che ha a che fare con dinamiche di dominio nella forma della rigida costruzione dei ruoli di genere. Non sapevo con che parole riassumerle concetti che solo dopo un lungo percorso critico io stessa sono arrivata a comprendere, temevo che non avrebbe capito, non avrei potuto che semplificare un discorso che va affrontato di petto e a un tempo con profondità. Come dirle che stava riproponendo, col suo potere educativo, lo stereotipo della cura materna per la femmina e quello dell’operatività per il maschio? Lo stereotipo per cui il privato è femminile mentre il pubblico, quindi il potere, è maschile?

Le bambine che hanno ascoltato il rimbrotto della maestra, come potranno liberarsi di questi retaggi, e un giorno pensarsi come operative e talentuose, se hanno sin dall’infanzia visto alimentare dentro di sé lo schema della madre che cura i figlioletti? E i maschietti, come potranno un giorno non vedere nella cura familiare qualcosa di radicalmente estraneo al loro raggio d’azione, alla loro identità? Come meravigliarsi allora, se questo è lo schema educativo ricorrente, se gli uomini così spesso relegano le donne alla sola cura familiare, rifiutandosi di pensarsi come cooperativi in essa? Come meravigliarsi allora, se molte donne non riescono a realizzarsi nel mondo del lavoro, o ad operare in politica, o a non sentirsi psicologicamente schiacciate da ruoli coatti di genere?

Benché lì per lì non abbia detto nulla, quella scena mi ha fatto a lungo riflettere, e ho pensato che il campo d’intervento per le donne attiviste dell’UDI e del mondo dell’associazionismo debba necessariamente includere anche quello dell’informazione e della sensibilizzazione sui pericoli educativi contenuti in alcuni messaggi che le educatrici e gli educatori, e che le madri e i padri trasmettono ai bambini, dando la spalla così ai messaggi che i media quotidianamente trasmettono sui ruoli di genere – nell’infanzia come nella vita adulta. Nella nostra agenda dobbiamo includere anche questo: formazione, informazione, sensibilizzazione a educatori/educatrici e mamme e papà. Nei tanti corsi di “pari opportunità” promossi ovunque con insospettabile solerzia temo che il tema della educazione alla discriminazione, cioè della trasmissione di stereotipi sessisti che diventeranno discriminazione negli approcci pedagogici, non sia neanche sospettato da corsisti/e e formatori/formatrici.

Il problema, cioè, ha un’importanza cruciale e su di esso bisognerebbe agire direttamente. Le istituzioni non lo considerano lontanamente, perché le istituzioni sono fatte da persone, e le persone spesso non si accorgono dei rischi annidati nella normale prassi educativa e comunicativa.

Avrei voluto dire alla maestra che il potere che ha in mano è capace di creare tante cose buone, ma che può avere anche effetti devastanti, non solo in termini psichici, ma anche in termini politici e sociali. La valenza politica e sociale dell’educazione non viene considerata in genere che un discorso astratto o ozioso. Si trascura che le radici delle storture che attanagliano la società affondano in quei momenti decisivi dell’infanzia, in cui pendevamo dalle labbra degli adulti, e in cui gli adulti forse non prendevano con la dovuta serietà o consapevolezza il potere che esercitavano su di noi.

In un’altra occasione, vidi una mia conoscente riprendere suo figlio, di 4 anni, che giocava ad andare al supermercato con le buste della spesa, in questi termini “ma no, posa quelle buste! le femmine fanno la spesa, non i maschi!”. Lo stereotipo si diffonde capillarmente, quotidianamente, a tutti i livelli del vivere sociale. A partire dalla visione quotidiana di scene di normale discriminazione, presso i genitori, ai contenuti di esplicito incoraggiamento da parte di essi ad incarnare ruoli di genere prestabiliti, passando per i media, la comunicazione pubblicitaria, i luoghi comuni su questi ruoli che diventano immaginario collettivo e dunque introiettati, replicati da ciascuno, fino alle strategiche deleterie divisioni dei giochi in tutti i Toys Store del mondo (le barbie e le pistole, le pentoline e le spade, il passeggino e le costruzioni, il rosa e il blu), le bambine e i bambini vengono accompagnati per tutta la vita in un percorso di rigida differenziazione, che, alla fine, spiega tutte le discriminazioni che ne derivano.

E’ infatti necessario, anzitutto, vedere questi nessi, per riconoscere l’importanza e l’urgenza di operare per cambiare la mentalità, in primis presso quegli adulti che hanno potere sui bambini e sulle bambine: se esiste una campagna ossessiva contro l’aborto, è perché le donne vengono viste e apprezzate solo come madri. Se le donne continuano a scarseggiare in termini quantitativi in contesti scientifici è perché imparano che devono desiderare di essere madri, mentre i maschi, loro sì, sono bravi in matematica. Se le donne spesso non riescono a conciliare famiglia e lavoro, mentre gli uomini sì, è perché esse sono prima di tutto madri, mentre gli uomini sono prima di tutto uomini, e poi eventualmente padri, dato che così è stato insegnato loro sin da piccoli, come nell’esempio dell’asilo. E potremmo continuare con altri infiniti ed estenuanti “se”…

Ma non solo. C’è l’altro lato della medaglia. Le donne, oltre che madri, sono nell’immaginario collettivo anche sgualdrine, o persone sciocche dalle funzionalità, oltre che riproduttive – come nel caso delle madri-, anche seduttive. Ce lo insegna ogni giorno la pubblicità. La campagna Immagini Amiche che stiamo portando avanti la denuncia e cerca un rimedio. E l’infanzia non è esente dalla trasmissione anche di questo stereotipo. Come si scrive sul blog Comunicazione di Genere nei media è riscontrabile l’erotizzazione del corpo femminile delle bambine:

Se la pedopornografia è un reato, perchè l’erotizzazione dei bambini è permessa?

Non possiamo considerare dannose pure queste immagini? Immagini che violano l’infanzia, che impongono di essere adulti  precocemente e di essere sessualmente appetibili.

Alle bambine in particolare è richiesto di essere sexy, di assomigliare alle madri, quelle stesse madri che poi vengono vilipese dalle pubblicità e televisione e ridotte a mero oggetto sessuale.

Sul blog viene lanciata una campagna “Libera Infanzia” di cui si può leggere nel link, e che appoggiamo.

La violenza sulle donne si compie anche su questo fronte: quello dell’educazione alla discriminazione attraverso la trasmissione di stereotipi sessisti.

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Le mie madri

Riproponiamo un pezzo scritto e interpretato da Nada Malanima, Le mie madri, inserito come ghost track nell’album Tutto l’amore che mi manca (2004). Un pezzo straordinario, di feroce poesia, sulla madre plurale. Non una madre, ma tante madri in una, dagli infiniti volti e sfumature, una proiezione, un sogno, un bisogno, e realtà inafferrata. Con intensità radicale restituisce all’archetipo per eccellenza di tutti i tempi, la madre, la sua essenza inappropriabile, il suo essere gioco di specchi, la sua ricchezza inesauribile e anche assurda. La rappresentazione è violentemente aperta, uno sfogo che contiene amore e disperazione, fusi insieme: sembra un urlo che parte dritto dall’inconscio. Surclassando ogni stereotipo che ha inchiodato la figura della madre, nella storia, alla figura monolitica della donna devota, un po’ madonna. La madre è anche l’oggetto di una ricerca spasmodica, un punto interrogativo dell’identità, è quel chi sei e dove sei che dinamicamente le riconosce la potenza relazionale, umana, affettiva e identitaria. Il canto, a volte strozzato, a volte trascinato, a volte urlante ed altre supplichevole, e ancora stridente, procede paradossalmente in modo armonioso a un tempo spezzando la melodia, in un impetuoso incalzare febbrile, proprio come la musica che lo accompagna.

Segue il testo e il pezzo che abbiamo trovato su youtube: vi consigliamo di leggere e/o ascoltare con attenzione, per apprezzarne fino in fondo la profondità poetica.

LE MIE MADRI
Madre di sasso, madre diversa
pensaci tu
madre di legno, madre ingegno
madre assassina, madre bambina
abbracciami tu, abbracciami di più
Madre di fango, madre d’amore
madre coraggio, madre di gesso
madre abbracciami tu, abbracciami di più
Abbracciami forte da farmi sentire sbricciolare le ossa
abbracciami tanto da non sentire più il pianto
la fatica del giorno, un giorno che aspetto
Madre d’inverno, madre di giorno
madre di tutti, madre dei pazzi
abbracciami forte, abbracciami tu
Abbracciami tanto da non sentire più niente
spezza questo corpo
Madre di notte, madre amante
madre distante, madre perduta
madre voluta, madre madre madre
Madre di tutte le madri
abbracciami forte per spezzare il dolore
per capire le cose
che non so non so non so non so
Madre perfetta, madre di turno
madre che cerco, madre che voglio
che non ho avuto, che ho perduto
Abbracciami forte, più forte più forte
da non sentire più
e leggera volare sull’unico cielo
sulle lacrime della mia felicità
Madre ritrovata, madre un po’ scaduta
madre invecchiata, madre impazzita
madre madre madre
Madre tutta d’un pezzo
madre senza sesso
madre lungo la strada
madre senza una preghiera
madre stringimi forte, forte forte più forte
più forte di più
che ho bisogno di questo momento
ed è per questo madre, madre che ti cerco
Madre dentro il buio
madre nella città
madre nella mia testa
madre dove si va?
Madre madre
Madre che a volte
non ha voglia di aprirmi le porte
madre che non sai niente di me
non sai niente di me
e non so perché
perché io voglio che mi stringi forte
anche se non c’è più l’età
di farsi accarezzare, di farsi consolare
cullare, raccontare una storia dolce dolce
che mi fa leggera volare sull’unico cielo
sulle lacrime della mia felicità
Madre amore, madre amore
amore solo per errore
madre in ginocchio
madre che sa tutto
madre che prega adesso
anche se ha un cuore di sasso
e non sa aiutare
non sa da che parte cominciare
Madre, madre che non hai fede
madre che non mi crede
madre che non ha sete, non ha più sete
e io voglio ancora accarezzare la pelle dura
come questa notte che ho aperto le porte
ho spalancato il mio cuore
non ho fatto un errore
o per errore
Madre madre madre
madre piegata che mi sputi dentro un occhio
madre, madre che mi fai paura
madre terra, madre dura
io mi stringo le ginocchia
in un angolo bastante di meno
e sono contenta, torno bambina
non c’è niente che adesso faccia bene
come questo andare indietro, indietro
Madre che canti, madre che mi addormenti
madre che ti lamenti sempre
che non hai i denti
madre che non mi capisci
madre che non mi capisci
madre che ti ama, madre che ti ama
Madre madre, madre del vento
madre che mi accompagna nella mia tempesta
madre che non sei qui
madre dove sei, io lo so che ci sei
e sei sempre con me ogni giorno che passa
ogni anno di più
sono vecchia adesso e tu sei qui con me
sei più vecchia di me, sei vecchia come me
sei bella come te
ora sei calma
madre madre che non sai che fare
per farmi sentire l’amore
madre che non capisci più
come fare a entrare nel mio cuore
madre che fai mille sbagli
madre del mare quando mi sento annegare
madre tu sai nuotare

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Per un’economia femminile

Troviamo su fb che a sua volta cita ipsnoticias una interessante intervista a Rose Maria Muraro. Molti spunti, suscettibili anche di qualche obiezione, in ogni caso gli argomenti sono cruciali e anche l’approccio. L’obiezione principale è: perché relegare ancora una volta le donne nel rango della cura? Benché trasformare una condanna storica in riscatto di genere possa essere segno di pragmatismo e operatività, resta problematico riproporre lo schema storico della cura come caratterizzante in quanto tale il genere femminile.

Intervista  del  quotidiano IPS a  Rose Maria Muraro madre del femminismo brasiliano, autrice di 35 libri. Muraro si mantiene produttiva e combattiva con i suoi 79 anni ed ha annunciato una nuova opera per il 2011 con proposte per un’economia di cooperazione e solidarietà che recupera valori come il baratto e incorpora una prospettiva di genere per lo sviluppo.

E’ nata quasi cieca e solamente a 66 anni grazie ad un intervento chirurgico è riuscita ad ottenere la vista.

Ma la sua menomazione  non le ha impedito di studiare Fisica ed Economia, sposata da 23 anni ha cinque figli, di dare  impulso al femminismo brasiliano e  di opporsi  alla dittatura militare che ha governato il paese dal 1964 al 1985. Né ha ostacolato il ruolo di divulgatora della Teologia della Liberazione attraverso “Vozes” rivista cattolica che ha co-diretto con il teologo Leonardo Boff.

IPS:  Come spiega che le donne pur avendo un grado di istruzione maggiore a quello degli uomini, guadagnano di meno e patiscano la disoccupazione?

RMM: Qualcosa sta migliorando e le donne guadagnano  circa il 90% di quello che guadagnano gli uomini. Un grande ostacolo è la scarsa rappresentanza femminile nelle legislature nazionali, degli Stati e a livello locale. Le donne tendono a votare per gli uomini. Abbiamo bisogno di campagne per il voto alle donne.

IPS: Perché le donne non riescono a farsi eleggere pur rappresentando la maggioranza dell’elettorato?

RMM: Grazie al pregiudizio interiorizzato che le donne sono esseri inferiori. Abbiamo ancora una maggioranza di donne conservatrici, che difendono il patriarcato e considerano l’uomo più adatto a governare. E visto che sembrerebbe più ‘naturale’ che gli uomini abbiano più probabilità di essere eletti, i partiti danno ad essi più risorse. Le candidate quindi hanno meno visibilità e meno risorse economiche in campagna elettorale. Abbiamo avuto però una rivoluzione con la pillola abortiva. Quarant’anni fa vi erano solo il 5% di donne parlamentari, oggi il doppio. Il Brasile è uno dei paesi con il più basso indice di rappresentanza, lontano dal 50% dei paesi del Nord Europa, ma stiamo cercando di migliorarlo grazie al lavoro  femminista.

IPS: In Brasile è stata stabilita una quota femminile del 30% nelle candidature dei partiti. Non crede che questo aiuti una maggiore partecipazione?

RMM: Molto poco, perché i partiti non si conformano e l’assenza di autostima alle donne giudicate inferiori,  fa si che essa rimanga inapplicata. Poi, c’è il problema delle candidate “arancia”figlie, mogli, sorelle dei candidati più conosciuti  che si succedono. E’ un meccanismo perverso.

IPS: Non è in contraddizione con la superiorità scolastica e l’istruzione universitaria delle donne?

RMM: La scolarizzazione da sola non basta. E’ necessaria un’educazione specifica di genere. Che non si dividano i giocattoli per le femminucce e per i maschietti, che i ragazzi e le ragazze pratichino lo stesso sport e non le le bambole per le bambine e il calcio per i maschietti. Dobbiamo cambiare l’educazione sessista.

IPS: Però l’insegnamento  è in mano alle donne, le donne dominano nella docenza.

RMM: Fisicamente non culturalmente. E’ necessario formare insegnanti per l’educazione di genere. Bisogna allora cambiare i libri. Il vocabolario è impregnato di sessismo, la grammatica è diretta all’uomo e potete immaginare com’è la mentalità delle persone. Il compito è enorme e richiede generazioni  perché il cambiamento è più profondo e quindi più lento.  E’ da trent’anni che lotto solitaria ed isolata. Adesso la società mi riconosce. C’è stato il progresso, ma non la vittoria, perché questa parola interiorizza la competitività maschile.

IPS: Lei collega la parità tra i sessi al cambiamento dell’economia. Perché?

RMM: Si, perché l’economia è ancora di sesso maschile. Il che significa il dominio e la concorrenza, la matematica del successo, la massimizzazione degli utili. La visione delle donne è all’opposto, collaborazione, sviluppo di un’economia di solidarietà, il successo della persona e non gli utili.

IPS:  Come si concretizza l’economia al femminile?

RMM: Con il microcredito ad esempio, che è destinato ai poveri e alle donne indigenti. Nell’esperienza dell’economia solidale con monete complementari.

L’economia di ‘cura’ (bambini, anziani, malati) è nettamente al femminile e poco valorizzata sul mercato. Le donne  secondo le Nazioni Unite, rappresentano il 90% delle badanti. La donna al potere cambia la natura del denaro. E’ quello che spiego nel libro “Reiventare il capitale monetario”, che dovrebbe essere pubblicato nella prima metà del 2011.

IPS: Lei ha anche scritto ” Dialogo per il futuro” assieme all’economista americano Hazel Henderson, dove propone di cambiare le misure e il concetto del Pil

RMM: Il Pil racconta la ricchezza e il gioco dei soldi e  le risorse che si perdono, per esempio il petrolio, viene esportato e non è rinnovabile. Non tiene conto dell’ inquinamento,della deforestazione, del degrado del territorio. La distruzione della specie umana è

dovuta all’uomo che ha promosso il super-consumo e non  paga per  l’inquinamento.

IPS:  Il femminismo coinvolge altra scienza e tecnologia?

RMM: Si, le donne hanno un diverso modo di fare scienza, una scienza collaborativa, una scienza per la , per la distribuzione a tutt* ,mai patentaria come quella di Craig Venter (biologo americano che ha guidato il progetto privato sul genoma umano).

Perché? Perché si fa carico del feto, nutre il neonato, si prende cura di tutti.

Altri dati delle Nazioni Unite indicano che è femminile l’80% della militanza ecologista ; 90% quella contro la militarizzazione ;70% contro la povertà.

Fonte: http://ipsnoticias.net/notaasp?idnews=96159

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Contrordine, non è il caldo

 

Avendo appena letto l’articolo di Veneziani su  il Giornale () faccio velocemente alcune considerazioni sulle sue tre tesi-obiezioni, che posso definire altrettanto comode per lui (loro):

  • La prima obiezione elementare è che la società era infinitamente più maschilista negli anni Settanta quando il femminismo era più virulento, mentre delitti di questo genere con questa impressionante sequenza, si vedono invece quarant’anni dopo, quando molte di quelle rivendicazioni che all’epoca sconcertavano, sono diventate ormai orizzonte comune.

Certo, all’epoca del femminismo anni 70 certe rivendicazioni o comportamenti liberatori, sconcertavano il maschio, e non solo, ma allo stesso modo di come poteva sconcertare, per strada o a teatro, la rappresentazione provocatoria e al limite della morale corrente di un “Living Theatre”. Si guardava, lo si apprezzava o si criticava, ci si sconcertava non poco, si rifletteva, ma finiva lì, poi tutti a casa a ricoprire i ruoli di sempre, per niente intimiditi o condizionati. Non capisce Veneziani che proprio perché quelle rivendicazioni stanno giustamente e faticosamente diventando orizzonte comune non possono più solo sconcertare, ma suscitano rabbia, ribellione rifiuto per impotentia reprimendi. Ormai Le donne sono più esplicite nelle richieste, socialmente più interattive, meno disposte a sopportare in silenzio e per amore del S-signore.

  • La seconda è che non si considera affatto, per ovvie ragioni ideologiche tipiche del politically correct, che un’influenza di questa brutalizzazione dei rapporti semmai è venuta dalla presenza nella nostra società di immigrati provenienti da mondi che non sono affatto portati a riconoscere diritti alle donne; la forza dell’emulazione non è da trascurare e non sono pochi i casi di violenze alle donne da parte di immigrati, anche se non sta bene dirlo. 

Pura mistificazione. O non conosce i dati statistici relativi e la loro interpretazione sociologica [Italia, dati 2009]: nel 70% dei casi i femicidi avvengono tra le mura domestiche e ad opera dei mariti (36%), fidanzati-amanti-partner (18%), ex mariti-amanti-partner (9%), figlio (8%), fratello (3%), padre (2%). Gli uccisori sono Italiani per il 76%. Scaricare sull’immigrato che uccide (il musulmano: la figlia per motivi religiosi, il marocchino, il rumeno: per stupro e uccisione, ecc.) la brutalizzazione dei rapporti corrisponde a sostenere l’enfatizzazione di media e politiche governative che continuano a mascherare la vera emergenza della violenza, quella dell’ambito domestico, tutto mulino bianco. Pur rientrando in quel panorama androcentrico di sopraffazione diffuso su tutto il pianeta, l’incidenza delle uccisioni di donne da parte degli immigrati fa parte di quel contesto di vita miserevole in cui vivono sovente gli immigrati, non è un indicatore di struttura, e i casi restano minoritari.

  • Ma la terza e più importante considerazione è che l’uccisione della donna, nella gran parte dei casi, non è l’affermazione di un predominio ma di una disperazione, non è il segno della podestà maschile ma della sua impotenza, non indica possesso ma abbandono, non è maschilismo ma terrore della solitudine.
    Se dovessi tentare una formula riassuntiva per spiegare questa catena di delitti direi: è la sindrome del bambino perduto che si vendica perchè crolla il suo mondo e la sua nutrice.

Tre parole giuste, poi delira. E’ una distorta, dannosa, interpretazione sentimental-letteraria, ma non la sociologia dei numeri. E’ vero. Il maschio, eterno figlio, vede e cerca la madre dappertutto. Da un rapporto affettivo con una donna richiede tutta la dedizione, lo spirito di sacrificio, l’amore straripante ed eterno che ha conosciuto nel rapporto materno, spesso totalizzante.

Da qui, l’infantilismo maschile, molti maschi non crescono mai.  Attaccati al gioco infantile, centrati sui propri desideri, ma questi difetti vengono fatti ricadere sulle donne il cui ruolo è troppo accresciuto. Il virile maschio  si trova solo in mare aperto dopo aver affidato alla donna il ruolo di barca, di skipper, e di bussola (ma non avendoglielo mai riconosciuto) e di domestica  -  si dimentica Veneziani anche di aggiungere.

Il vero movente delle uccisioni secondo Veneziani è dunque l’infantilismo e la fragilità ad esso collegata.  Se  ciò fosse vero varrebbe anche per le donne, quando si trovano nelle stesse situazioni (certo non immuni da infantilismo e fragilità): statisticamente dovremmo avere più o meno le stesse percentuali di crimine.  E’ come dire che l’arrogante è un timido e la timidezza è un salvacondotto. Peccato però che dietro questa fragilità finalmente riconosciuta anche come infantilismo, c’è dietro tutta una storia di conflitti risolti esclusivamente con la forza bruta. Alla quale l’uomo non può rinunciare se è povero di altri mezzi risolutori, e perché perderebbe qualsiasi connotazione di superiorità. La storia attuale e passata del potere maschile, tenuto sempre saldamente fra le mani, dimostra l’incapacità di reggere in altro modo il confronto e la convivenza con l’altro genere. La donna vive la disperazione di cui parla Veneziani come un estremo sentimento, dal quale ha più probabilità di uscire. L’uomo la subisce come un annullamento, una sconfitta.  La gerarchia, il comando, la sfida, il duello, la guerra, la soluzione finale, erano - e sono - il codice di vita di questo tipo d’uomo. E con questo codice e il suo referente linguistico risponde tragicamente alla volontà di non sottomissione da parte della donna.

 

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Schedatura partorienti

Riportiamo l’appello-manifesto della Casa Internazionale delle Donne  di Roma che dal 12 luglio è in stato di agitazione permanente. Lanciamo un segnale di allarme a tutte le donne che condividono sdegno e preoccupazione per un momento storico molto grave in cui vediamo umiliata la notra dignità e a rischio i nostri diritti. In particolare per l’inquietante proposta di schedatura delle madri partorienti, in via preventiva, in quanto possibili criminali infanticide.

Casa Internazionale delle Donne

Palazzo del Buon Pastore • Via della Lungara, 19, Roma

LUNEDI’ 12 LUGLIO ore 18,00
alla Casa Internazionale delle Donne

Stiamo vivendo un momento di pesante attacco all’autodeterminazione delle donne.
L’immagine delle donne sui media televisivi è quotidianamente svilita

D’altra parte si moltiplicano le iniziative per controllare la vita delle donne e il loro corpo. Non si vuole l’introduzione della Ru 486, la pillola che permette l’aborto farmacologico, perché le donne debbano essere sottoposte alla chirurgia, quando hanno bisogno di fare un aborto, per punizione. Ma che paese è quello in cui si pensa che la chirurgia possa essere una punizione o un deterrente?

Si presenta una proposta di Legge sui Consultori in cui si dice che le donne dovranno chiedere l’interruzione della gravidanza presso le associazioni familiari, e firmare un verbale quando rifiutano di tenere la gravidanza, anche solo per dare in adozione il figlio. Nella stessa proposta di legge, la soggettività delle donne e la loro libertà di scelta è completamente cancellata e viene sostituita con la difesa della famiglia e dei suoi “valori etici”, con il riconoscimento della centralità dei consultori privati: uno spostamento culturale gravissimo, che contraddice il senso della istituzione stessa dei consultori e il compito basilare di garanzia della salute delle donne.

Si presenta una proposta di schedatura per le donne in gravidanza, per valutare la loro pericolosità per il neonato, in modo da controllarle, quando si sa che sono eventi imprevedibili con questi mezzi, e che solo il sostegno e l’aiuto dopo il parto possono prevenire queste tragedie della solitudine.

E d’altra parte nessuno pensa a schedare gli uomini per il rischio violenza, quando vengono uccise più di 120 donne all’anno, in questo paese, per lo più all’interno della famiglia.

E’ indispensabile una ripresa di attività politica da parte delle donne, per difendere i diritti civili di cui sono titolari; è urgente una iniziativa diffusa che possa fermare questo attacco violento alla nostra libertà.

Dichiariamo lo stato di agitazione permanente. Tutti i lunedì, alla Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, dalle ore 18,00 “Comitato per affermare la nostra autodeterminazione e per la difesa dei diritti delle donne” per organizzare manifestazioni e altre proteste.

Venite sulla pagina di facebook della Casa Internazionale delle donne per proporre iniziative e conoscere quelle in atto. Organizzate assemblee e riunioni nei posti di lavoro, noi vi metteremo a disposizione il materiale.
Casa Internazionale delle Donne,
Consulta dei Consultori, Ass. Vita di Donna

Per informazioni
Segreteria: Tel 06.68401720 – Fax 06.68401726
cciddonne@tiscali.it
info@vitadidonna.it
consultaconsultoriroma@hotmail.it

per approfondire:

http://www.casainternazionaledelledonne.org/


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Lo spot dell’UDI di Reggio contro la comunicazione sessista

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NOTTE ROSA-PUBBLICITA’ SESSISTA A RICCIONE

Riceviamo e immettiamo.

E’ una pubblicità “faccia di bronzo” (pubblicitari e committenti) che come al solito ci strumentalizza e ci offende. L’analisi che segue è uno smontaggio e rimontaggio di pezzi di comunicazione, dove l’arrampico sui vetri per farla ingoiare (o darla a bere)  è esilarante o  tragicomica.  Grazie ner*

Quando la pubblicità è cattiva maestra, vecchia, (auto)spacciata per nuovissima e … si vende

di ner* 

Si tratta di una pubblicità apparsa a Riccione e dintorni che annuncia una Notte rosa a base di fi.GA’ e bOmbOIOni, ovvero …OIO…, organizzata da un’associazione locale.  Non è quello che pensate perché c’è l’accento sulla A (a parte il grafismo fallico), o meglio sì è quello, però è una cosa simpatica: “si è voluto fraintendere lo spirito ludico e goliardico” come recita un comunicato stampa dell’associazione organizzatrice. Buttate i vocabolari e il repertorio che avete in testa perché quello che sentite o vedete significano un’altra cosa, a parte che la regola è: qui lo dico e qui lo nego, oppure è colpa vostra che fraintendete sempre o non capite mai, fondamenti della comunicazione attuale. Anatomo-visualizzazione e incarnazione del complicato concetto multivalente sarà una ben scelta grande sorella, attrazione rimorchiante della nottata …

Andiamo con ordine. L’associazione affigge la pubblicità per la grande notte, che non passa inosservata ovviamente. Cominciano le segnalazioni e le proteste, donne offese, offesa per la donna considerata solo fi.GA’: ma questi sono matti, c’è perfino il patrocinio della Provincia e del Comune con tanto di logo … La Provincia diffida e nega il patrocinio: hanno affisso senza autorizzazione e senza sottoporre il progetto. Comunicato stampa dell’associazione: “la leggerezza dell’inserimento del logo della Provincia, del Comune e de la Notte Rosa, in assenza di una previa autorizzazione formale degli enti preposti, è avvenuta in totale buonafede, ritenendo sottinteso il patrocinio dei suddetti enti …”, inoltre l’associazione chiarisce che non ha ricevuto né riceverà alcun contributo da parte della Provincia per l’evento. Prosegue il comunicato precisando che essendo l’associazione formata “da sei donne e tre uomini, è da escludere a priori qualsiasi forma e volontà di discriminazione e/o svilimento sessuale nei confronti del sesso femminile”.

Immediatamente però il comunicato ammette: “effettivamente abbiamo giocato con le parole, ma durante la serata del 3 luglio, così come pubblicizzato nel manifesto incriminato, verranno distribuiti gratuitamente la bevanda di nome fi.-GA’ (con l’accento sulla A) e i bomboloni rosa”. Segue la precisazione, quasi risentita  rispetto a quanto riportato dalla stampa, “la bibita non è un energizzante bensì un semplice succo di frutta analcolico”.

Se si è capito bene: basta un accento e quello che pensate non è più quello, anzi è quello però durante la serata verranno distribuiti bomboloni e bibita gratuitamente. A titolo di … risarcimento, la forza testuale delle parole farebbe capire.

Per quelle o quelli che hanno protestato o protesteranno segue tirata d’orecchie, con attribuzione di scarso comprendonio per non riuscire a capire lo splendore dell’iniziativa, e di malizia e volgarità per andare oltre lettura: “ la malizia e la volgarità è negli occhi di chi la “legge” e di chi la vuol vedere a tutti i costi”. Massima che ha del vero ma che in questo caso è utilizzata con molto manico.

Chiaro? Volgari siete voi o siamo noi che ravvisiamo l’ennesima riduzione della figura e del corpo delle donne a una parte anatomica di servizio, e tutto questo ogni volta che serve per vendere un’acquetta zuccherata.

In un blog che esalta la genialità di marketing di questa bevanda e riporta l’evento, vi sono 4 commenti e Leonardo dice:

Ahhhh, ti ricordi ? che schifezza … e i promoter che la caldeggiavano facendo finta di niente del nome  

Giulia, appena più sotto:

io nella mia beata ignoranza questo cartellone la’vevo (sic)  visto, ma mica avevo capito di cosa si parlasse. Ho smeplicemente (sic) pensato all’ennesima tettona attira gente, ma per cosa chi lo sa…

Facciamo una visita al sito dell’acquetta zuccherata.

Volto di ragazza con la mano appoggiata alla tempia, fili di capelli su mezzo volto e bacio d’aria al primo nanosecondo, occhio allentato forse per la notte, espressione neutra ma che vuol dire ti stavo aspettando. Infatti tra il marchio a sinistra e il grande primo piano della bottiglietta c’è l’invito a impulsi: Vuoi entrare nel mondo fi.GA’? L’accento sulla A è molto grande e colorato a scanso equivoci e viene ripetuto a grossi goccioloni sulla bottiglietta bianca, anzi diventa il segno grafico iterativo delle collezioni nelle pagine successive. Come a dire occhio all’accento! … è la chiave. E’ un segno dinamico nell’ambivalenza delle letture di suggestione: c’è ma sai anche che non c’è, appare e scompare secondo la sequenza di lettura percettiva indotta o di ritorno (gli esperti della comunicazione subliminale lo definirebbero anche segno glandoide-falloide e … altro). Più sotto di lato: forum Entra (pulsante anch’esso, lettera per lettera, e dinamico per suggerire l’entrata, la marcatura nera e il contesto conferiscono una valenza appropriata). Il mezzo ananas con ciuffetto sopra non mi dite che vi è scappato …

Una spruzzata di francesismo come tocco di finezza d’altri tempi: Oui c’est pour moi (oggi i francesi dicono più volentieri merde!). Il tutto immerso in un bagno di colore rosa intenso che si manterrà per le pagine successive. A riciclo continuo per tutto il tempo della visita una voce femminile canta una canzone francese. Indovinate …  La vie en rose, orchestrazione intimo-sentimentale.

Dunque ora è chiaro come la parte anatomica sia stata francesizzata. Il lemma con tutto l’immaginario di trascinamento, secondo loro, de-volgarizzato. Basta un’interpunzione e un accento.

E’ chiaro che i materiali sono ben studiati e manipolati in ogni particolare per raggiungere il target prefissato. Una pubblicità fallita può essere un disastro finanziario e d’immagine. Dunque bisogna presupporre che sia stata studiata per tempo e con molta attenzione. “Niente di quello che vedete è casuale, ma neanche un capello, tutto è studiato, disegnato, approvato, selezionato” dice Ico Gasparri che da vent’anni studia e fotografa la mega pubblicità di strada.

In parole semplici, lo schemino del Brand Image (al maschile) e del target (al maschile) che i pubblicitari (al maschile) devono tradurre con musica parole immagini è:

bibita + feste, pub, discoteca, notte, estate. La nuit est femme.

E cosa si va a trovare quando sabato o domenica notte si va in discoteca o a feste, se la nuit est femme? … la … la…  Perfetto. Lavorateci sopra, ha detto il committente.

“Spesso questi sono i trucchi dei marchi minori “ dice Vincenzo Guggino, segretario dell’Istituto di Autocontrollo per la Pubblicità (Repubblica 27/6/’10), “oggi si è più attenti a certi messaggi che offendono le donne. La pubblicità deve essere per sua natura seduttiva ma si deve mantenere al di qua del limite pur frequentandolo”. Il limite è pur sempre di un territorio maschile sessista dove a volte c’è nebbia e si individuano poco le sagome ideogrammatiche, a volte tutto è perfettamente individuabile e scotta  sotto un sole a picco.

Una scuola di pensiero del settore “sostiene che l’immagine di marca è “latente” nella mente delle persone e che il nostro compito (Socrate lo avrebbe chiamato maieutico) è “tirarla fuori” (G. Livraghi).

Ma c’è chi tira il peggio del peggio su una piattaforma di cinica predeterminazione o di grande ignoranza delle implicazioni.

Invece nelle pagine successive, così se la cantano e se la suonano.

Voci: La bibita funzionale. Domande frequenti. L’idea virus. La nuit est femme: le feste. La dolce vita

Vengono decantate le caratteristiche della bevanda, tonica, ma che non ha effetto stimolante né eccitante. Ci tiene il profilo di presentazione a sottolineare che il packaging è molto glamour e si è avvalso, per la parte grafica, di due fra i migliori designer giapponesi del momento.

Alle Domande più frequenti si dice che la bibita non si trova in giro o nei supermercati, ma nei “locali serali” e più glamour.

Auto-domanda clou con finto candore in un mare di ipocrisia en rose: Ma il nome poi! Ci sembra un po’ volgare  e inventato per far colpo (?). Della serie metto le mani avanti e ti trovo la pezza, ti imbocco, a scuola nei giudizi si leggeva “se guidato si orienta” …

Auto-risposta. In verità il nome è nato per caso … Fiori di Guaranà … troppo lungo e scontato … allora abbiamo deciso di abbreviarlo … fi.GU’ (fandonia: a questo stadio l’accento non è giustificato) … non ancora soddisfacente e interessante … Allora con un piccolo stratagemma abbiamo unito la primo (sic) e l’ultima lettera di “Fiori” (fi), con la prima e l’ultima di “Guaranà” (ga). Risultato “fi.GÀ” (l’accento sulla A). Suonava bene, era corto ma …

Tanta dovizia di passaggi … toh ma guarda giocando a mosca cieca ci siamo imbattuti in questa originalissima contrazione. E che sarà? Ma già …, oddio come l’avrebbero percepito i consumatori … Volgare, trash … figuriamoci le battute. Poi (sempre giocando a mosca cieca) abbiamo pensato … il packaging (è) particolarmente glamour ed elegante, perché non rivolgersi direttamente al pubblico femminile?

Manca infatti una bevanda particolarmente rivolta al mondo “donna”. Beh… ci crediate o meno le donne (le donne chi?) ne sono rimaste divertite ed affascinate. Ne sono diventate le testimonials per eccellenza, anche nei confronti del pubblico maschile. Hanno intuìto immediatamente che la “volgarità” sta negli occhi di chi guarda, e che ordinare un fi.GÀ (l’accento sulla A) può invece essere un modo simpatico e divertente per affermare la propria personalità e autostima.

Della serie lasciare la frittata sul fuoco e dire che l’hai bruciata tu, creare e preparare un terreno fittizio per un consenso e un’accettazione reale, creare discredito per chi non volesse accettare o volesse criticare. In questo caso il massimo del dileggio è voler stringere le donne proprio in quella spira sessista che tanto le offende, venendo ridotte a un orifizio, medium di scambio per acquistare-vendere una bottiglietta. Chi sta barando addossa a te l’anatomopatologia di cui è cronicamente portatore, in più, volgare sarai tu che guardi e interpreti. Ti dice invece che affermi la tua personalità e l’autostima se diventi  una consumatrice collaborazionista disinvolta, disinibita (addirittura una barlady, richiedete il short form) per mantenere, coltivare, anzi sperimentare e mettere a punto nuovo sessismo più moderno ed efficace.

Danno + beffa. Un monumento ai paradossi di basso profilo. Dal manuale della Grande Comunicazione. Ma non saranno digiuni di sociologia, storia del costume, storia delle bevande, dei fiori di Guaranà, della raccolta della canna da zucchero, della tessitura del lino …? Li avete anticipati. E’ proprio cosi! Anzi no, sono loro ad anticiparvi. La partitura per strumento solo, infatti, continua.

Auto-domanda: Sì va bè! Ma che razza di strategia di marketing è quella di far leva sull’ambiguità del nome per vendere il prodotto. Non vi sembra che questo nasconda una mancanza di idee e una completa ignoranza dei meccanismi del marketing?

Auto-risposta (Ineffabili): E’ proprio così. Abbiamo deciso di non seguire nessuna “strategia di marketing”.

Basta, si sono stancati di elettricisti, parrucchieri, idraulici, avvocati, economisti, gastronauti, intellettuali, economisti, stilisti, insomma di tutti quelli che conoscono bene il loro mestiere, dei tanti moderni guru. Insomma fingendosi dei parvenus fortunati e avventurosi, sprezzanti di tutte le regole (che invece conoscono benissimo) si sono rotti anche dei falsi perbenisti che si scandalizzano di fronte alla possibilità che un bambino possa pronunciare “la fatidica parola”, mentre tranquillamente i genitori fanno a botte davanti a loro per poi separarsi.

Qui l’arte retorica più che leggerla bisogna immaginarla come Grande Etica oratoria in bocca a un Cicerone, a un classico shakespeariano o fate voi:

Non è forse più “volgare” lasciare i nostri bimbi per ore davanti al (sic) trasmissioni “demenziali”, purchè ci lascino liberi di fare i nostri comodi? Non è forse più “ipocrita” con la scusa della pubblicità, della notorietà, e della assoluta liceità, utilizzarli come burattini in spot pubblicitari, in film di cassetta e anche impegnati, in sfilate come finti e finte “baby mannequins”? Tutto questo è demagogico? Può darsi.

Ma benedetti, l’avete detto. Tutto l’indotto bevanda, apparato en rose e accento compreso, va aggiunto a quanto voi stessi avete appena stigmatizzato. Non potete fare la separazione differenziata indossando la tunica bianca dell’anima bella. Fare una questione della “fatidica parola” è sciocco e riduttivo. Nessun moralismo. Volete giocare col corpo coi corpi con l’eros, fatelo con arte  se ne siete capaci, facciamolo ma senza spingere verso il degrado e l’usura, aumentando ogni volta le dosi, la figura il corpo l’immaginario le risorse l’intelligenza della donna. Voi ne fate “uso” subordinando tutta la creatività ad una funzione di soddisfacimento e sfruttamento d’immagine (o di pezzi anatomici) che deve creare un mondo alieno di sudditi dove impera una fallocrazia occulta/manifesta che alimenta se stessa. Un eros monocorde. Dal punto di vista strumentale poi è come utilizzare un montacarichi per spostare balle. Stop.

I consumatori lo giudichino per la sua qualità buona o cattiva. E no, noi vogliamo educarci ad accettare un prodotto oltre alle qualità di cui è portatore anche in base alle simbologie che veicola e all’etica civile del produttore.

Alla voce idea virus segue un mini manuale di tecnica pubblicitaria e la teorizzazione dell’infezione. La pubblicità ormai risulta “invisibile” per quanto i media ci possano martellare. E’ vero, su 50 intervistati per una pubblicità, Gasparri dice che 48 non avevano capito che si trattava di un’acqua minerale. Si chiedono cosa fare allora per diffondere un prodotto “veramente nuovo”. Birra aromatizzata … bibita light … scarpe che respirano (avete mai visto scarpe respirare?) …” non sono vere novità “… Verrebbe da chiedere se hanno mai visto quella cosa là con l’accento. La novità poi deve essere ”straordinaria”. Ecco! per esempio: una “mucca viola”. Il passo successivo è arduo e ingenera non pochi conflitti teorici tra un utile e sano banale contro il brutto, il volgare, l’inutile ma straordinari: La banalità è un prodotto “ottimo”, con un bel “packaging”, con un buon “rapporto qualità-prezzo”. Per creare una “mucca viola”, occorre rompere gli schemi, rischiare magari di essere “volgari”, “troppo cari”, “brutti”, “inutili” ma mai banali. E l’accento?

Ecco infine l’asso nella manica: infettare. Sarà il prodotto stesso a infettare, sarà pubblicità di se stesso. Come l’influenza si propaga da poche persone a milioni attraverso il contagio, così “l’idea virus” è destinata a contagiare sempre più persone, che diventano così i “testimonials” o “infettano” chi ne viene a contatto. E tutto questo senza un euro di spesa pubblicitaria. Felice riferimento sempre alla patologia clinica ed epidemiologica. A questo punto sarebbe stato più forte l’HIV, meno banale dell’influenza. Sarà stato un lapsus freudiano.

Per favore compratevi la penicillina.

Giancarlo Livraghi esperto mondiale in fatto di marketing pone il problema del “come siamo percepiti” e del come “vogliamo essere percepiti”

“Dobbiamo scrivere ciò che, secondo noi, il consumatore pensa, con le sue parole. Non quello che noi diciamo, ma le cose (assai diverse) che il consumatore penserà dopo aver digerito, trasformato e assimilato il nostro messaggio e averlo collocato nel suo sistema percettivo”.

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AVVISO PUBBLICO

E’ patetica e insultante nello stesso tempo, oggi 2010 anno del signore,  la delibera con avviso pubblico dell’Amministrazione di Città di Torre del Greco per un premio di maritaggio. Nemmeno un piccolo sforzo né per la forma giuridica né per i termini. Le terminologie utilizzate e la stessa riesumata consuetudine del maritaggio caritatevole appoggiato, spiega il Sindaco, al lascito  del prete Sannino,  ci sbalzano fulmineamente non a venti cinquanta e nemmeno cento anni addietro, ma in un’atmosfera da MEDIOEVO in piena signoria feudale tra vassalli valvassori valvassini e vescovi-conti (ultimo in Italia fino al 1786). La tassa di maritaggio riguardava il signore quando convolava a nozze (anche un suo figlio), ed era imposta a tutti i vassalli della signoria. Altra forma di tassa  per maritaggio era quella imposta al vassallo quando doveva sposarsi. Norme di maritaggio regolavano o vietavano il matrimonio tra vassalli appartenenti a signorie diverse. La dote di maritaggio derivava da un fondo pubblico o da donazioni private a favore di donzelle povere che non avevano il corredo per potersi sposare. Nell’Italia meridionale al pari del monte di pietà veniva chiamato monte dei maritaggi.   

La notizia del bando per il premio viene riportata a volte senza commenti come cosa buona e giusta, invitando ad affrettarsi per produrre i documenti, a volte con disappunto ma solo per i limiti di età. Tanta grossolanità giuridica da parte di un’Amministrazione pubblica lascerebbe senza parole, ma indigna soprattutto l’insulto sociale alla figura della donna sottoposta ancora oggi a signoria. Da notare nell’originale dell’Avviso il punto 8 sottolineato e in maiuscolo.

Proteste a:

sindaco@comune.torredelgreco.na.it                                 

stampa@comune.torredelgreco.na.it 

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Il Barbie pensiero

Susanna Tamaro esce con un dittico:

http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_17/tamaro_c023a4e0-49e9-11df-8f1a-00144f02aabe.shtml

http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_14/tamaro-donne-figli_eab439fc-7777-11df-9d1c-00144f02aabe.shtml

Sottolineo nel primo dei due articoli di Susanna Tamaro una frase degna di considerazione, non per il concetto che  ritengo infondato, ma per un riferimento: “Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi” .

Il riferimento in questione è la bambola Barbie. Da tempo rifletto su questo giocattolo che dal ’59 è entrato nel mondo delle bambine e delle loro madri. Prima di allora le bimbe giocavano con cucinini e mobiletti in miniatura, bambolotti e bamboline appena sessuate, da cullare e molto spesso soltanto da abbracciare. Questo apparato di giocattoli segnava il destino della bambina che così veniva iniziata al ruolo futuro di adulta-mamma, con il desiderio, inculcato e introiettato in una recita, di cullare un vero bimbo e di convolare a nozze come unico traguardo della sua vita. Quelle che hanno conosciuto cavalli a dondolo, carrettini e persino la fionda e qualche soldatino, forse sono diventate le “maschiacce “ di casa, quelle con “troppi grilli in testa”.

Nel 1800 le bambole europee, poupées et jouets francesi in particolare, portavano modelli e tendenze del gusto europeo specialmente negli Stati Uniti. Negli anni sessanta del secolo appena scorso si invertono i flussi e dagli Stati Uniti arriva in Europa una bambola, Barbie, portatrice di dense simbologie e implicazioni sociologiche che travalicano enormemente l’oggetto giocattolo in sé. Non è soltanto la fortuna economica di un oggetto, ma il dilagare attraverso un totem-simbolo grandemente seduttivo di un diverso orientamento che riguarda la figura sociale e il corpo della donna. Un simbolo diretto alla fonte, all’origine donna.

Per rafforzare maggiormente l’imprinting la produzione Mattel immette sul mercato diversi altri giocattoli-tipo che formano un micromodello societario: il fidanzato Ken, Midge l’amica del cuore di Barbie, le sorelline, la cugina, l’amico di Ken … e via via le versioni per area geografica di Barbie. Nasce così anche un indotto di servizio: dai modellini delle case con piscina, ai mobili, agli accessori personali, i club di Barbie, la posta di Barbie, storie televisive di Barbie … Un’operazione commerciale imponente, planetaria che sostiene la penetrazione dello style life nordamericano e trasforma contemporaneamente non solo i modelli di gioco delle bambine ma la figura stessa di donna a cui la bambina si ispirerà.

Già nel ’65 vengono rilevati i primi  segni della sindrome Barbie: “Abbiamo in osservazione bambini che appaiono eccitati e disturbati da bambole come Barbie e i suoi amici…  e vengono iniziati ad una sessualità precoce e priva di gioia, a delle fantasie seduttive e ad un consumismo cospicuo” (dott. Leveton, Medical Center, University of California).

Il ruolo pedagogico della bambola Barbie non è nemmeno dissimulato dalla stessa casa produttrice: I giocattoli formano la personalità (uno dei primi slogan).

Quando arriva Barbie si è già affermato nel mondo un certo modello di bellezza  femminile (Hollywood e grandi rotocalchi) che oscilla tra fatalità e grazie adolescenziali. La bambina nelle cui mani arriva la bambola (icona del glamour e della donna “comune” moderna che adora lo sport, la moda, la bella vita) si trova a confrontarsi con una bambola-donna-modella. E i suoi sogni diventano i vestiti, il trucco, il parrucchiere, il corpo  esibito. Il messaggio di Barbie si condensa in una frase di Marilyn Motz: “ Sii ricca, bella, popolare, e soprattutto divertiti” ( in La Bambola Barbie, Marianne Debouzy).

L’immaginario dell’infanzia è scomparso e sostituito dal mondo edonistico degli adulti. E’ spinto al narcisismo, al mito della bellezza e al suo consumo con l’attenzione a non farla mai svanire. Barbie non è creata da madri, padri, nonne, nonni nel contesto culturale della bambina, ma va acquistata con tutta la sua scenografia di accessori in una iterazione senza termine e simbolicamente senza limiti finanziari. Ciò che dovrà fare da grande. Un immaginario che confonde realtà e apparenza, un nuovo piano inclinato che potrà innescare le nevrosi postmoderne.

Cosa c’entrano le femministe …    Le femministe c’entrano, certo, ma solo nel senso che negli anni sessanta e settanta furono molto critiche nei confronti della bambola Barbie che incarnava l’orientamento consumistico della società e un modello di sessualità femminile apparentemente libero, ma In realtà condizionato e orientato.

Può darsi che il significato reale che questo giocattolo ha avuto sulla crescita delle bambine  non sia tutto da demonizzare e che sia da prendere in considerazione il giudizio non del tutto negativo di alcune correnti del femminismo di oggi che indicano nell’icona Barbie tratti di una sfrontatezza liberatoria di cui la casalinga aveva bisogno (qualcuna dice che sono le femministe che hanno giocato con Barbie …).

Ma non si può negare che Il suo simbolismo riporta ad un contesto sociale che voleva produrre nuovi stereotipi e nuovi appetiti. Non a caso I collezionisti di questa bambola sono soprattutto uomini.  E non è poi tanto vero che  siamo passati dalla donna angelo del focolare alla mistica della seduzione. In realtà oggi coesistono abbondantemente i due stereotipi, e il primo non è neppure oggetto di attenzione critica da parte dei media, anzi è funzionale a tutto il marketing relativo.

Dunque, se esiste, come esiste  una parte della gioventù femminile di oggi, fagocitata nel mondo delle pin-up, dei seni gonfiati, del culto della bellezza … lo si deve in buona parte a questo imprinting dell’infanzia che il mercato e la cultura dominante appoggiano poi, con la tv, i media, la pubblicità, il  consumismo, l’eros esibito e gratuito, e con tutti gli altri richiami verso la sostituzione di vecchi e nuovi ideali o valori.

Queste ragazze di oggi, secondo la Tamaro così perdute ma soprattutto così propense all’aborto, sarebbero invece prodotto della cultura femminista: “Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90 cresciute in un mondo permissivo …”

Non esiste un rapporto … ISTAT a dimostrare che le ragazze di oggi che praticano l’aborto sono figlie delle femministe e cresciute in un mondo permissivo creato dalle stesse (a leggere l’autrice sembra che all’epoca in ogni condominio si organizzassero voli a Londra per abortire). Il femminismo è stato un movimento di donne, a cui dobbiamo le nostre sacrosante libertà, anche di praticare una interruzione di gravidanza con consapevolezza e nelle giuste condizioni sanitarie. Tante donne, un fiume, nel lontano 26 agosto del 1970 a New York per commemorare i 50 anni dall’ottenuto voto; ventimila a Roma  l’8 marzo del 72 subendo gli insulti e le cariche delle forze dell’ordine. Ma non erano tutte le donne e la loro discendenza non è dato conoscere.

La grande massa delle donne, nel loro insieme, ha educato e allevato come poteva nel solco storico della società maschile che sceglie, decide per loro, conforma i loro desideri, e permea la vita di tutti i giorni. Impone anche gli strumenti per l’inserimento e l’accettazione sociale, tutti inevitabilmente passanti per il mercato della seduzione col catalogo dei serial televisivi, dei grandi fratelli, dei romanzetti senza poesia e senza forma d’arte. Modelli senza valori trasfigurativi, offerti in una normale povertà creativa che insegnano una quotidianità litigiosa, fatua, pervasa di falsi sentimenti, che non  aiuta a riconoscere i veri o ad acquistare forza, dignità e destrezza nelle relazioni umane e in particolare d’amore. E questo senza voler assegnare specificamente un ruolo etico ai media..

Quanto poi ai figlicidi, le angosce e le motivazioni di quelle madri non hanno niente a che vedere con il giusto diritto alla libertà e realizzazione di sé che il femminismo ha invocato e in parte ottenuto, ma attiene esattamente a quel vissuto continuo di travaglio e combattimento per dover essere sempre all’altezza di ogni situazione. Pressate da esigenze all’interno di un quadro di inconciliabilità: realtà e immaginario sociale contraddittori, storie familiari e personali contraddittorie, vecchi e nuovi desideri contraddittori. Una richiesta  di vissuto dovuto, dal sapore miracolistico, che fa diventare la donna oggi, suo malgrado, un essere senza precedenti.

Marsia

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La replica di Lea Melandri a Susanna Tamaro

Ultimamente Susanna Tamaro dà dimostrazione di scarsa profondità analitica in tema di “questione femminile” e auspica, avvalendosi di strumenti argomentativi quali luoghi comuni, cliché, stereotipi, semplificazioni, un ritorno alla “donna del focolare domestico”. Purtroppo il nome “Tamaro” suscita presso i più credibilità e generica autorevolezza. Il timore è che la penna di una scrittrice nota contribuisca a legittimare retaggi culturali patriarcali dei quali le scrittrici e le pensatrici dovrebbero per prime denunciare le insidie, anche retoriche, anziché promuoverle.

Segue l’articolo di replica di Lea Melandri, che condividiamo profondamente:

Madri killer e trionfo della pornografia

Lea Melandri interviene nel dibattito nato dall’articolo di Susanna Tamaro sulle donne che uccidono i propri figli

Caro Direttore,
non ho potuto fare a meno, leggendo il Corriere della Sera del 14.06.10, di accostare due pagine in cui era affrontato da angolature diverse e con argomentazioni opposte lo stesso tema: l’amore, la cura dei bambini, la responsabilità della loro crescita. Mi riferisco ai servizi di cronaca sui disegni di legge riguardanti il congedo di paternità obbligatorio, in discussione in questi giorni alla Camera, e all’articolo di Susanna Tamaro sulle “donne che uccidono i figli”. Pur essendo una sentimentale, nutro una ragionevole diffidenza sulla bontà delle rotte su cui ci spinge talvolta il cuore, e l’impeto con cui Tamaro si accanisce per la seconda volta (v. Corriere della Sera 17.04.10) su quelli che considera gli esiti nefasti della “rivoluzione” femminista degli anni ’70, me lo conferma. L’attenzione cade di nuovo, insistente e senza riserve, sulle generazioni che negli ultimi quarant’anni, anziché beneficiare di un “mondo più giusto”, si sarebbero trovate impoverite, travolte dall’”onda nera” che ha spazzato via la loro “natura più profonda”: l’istinto materno nella femmina, quello paterno e virile nel maschio.

La promiscuità obbligatoria e il consumismo li avrebbero ibridati al punto da appiattire l’una sugli aspetti peggiori dell’altro, e viceversa: uomini effeminati, donne licenziose, ossessionate dal sesso, incapaci di amore e dedizione materna, portate a sbarazzarsi dei figli e persino di se stesse. Avendo preso parte attiva al movimento delle donne che negli anni ’70 ha messo in discussione il rapporto di potere tra i sessi proprio a partire dall’identificazione della donna con la madre – la sessualità femminile cancellata come tale, ridotta a sessualità di servizio e obbligo procreativo -, non posso fare a meno di pormi alcune domande. Se non si è trattato di una “presa di coscienza” del dominio storico di un sesso sull’altro, una delle cui ricadute più violente e più durature è proprio la divisione dei ruoli sessuali, che ha assegnato l’uomo alla storia e la donna alla natura, in che cosa sarebbe consistito il “cambiamento”? Come avrebbero potuto le donne diventare “protagoniste piene della realtà” restando là dove sono state messe per destino biologico o volontà divina – madri di, mogli di, sorelle di -, espropriate della loro esistenza ed escluse dal contratto sociale? Non vedo molta differenza tra la definizione dello “spirito materno” che dà Susanna Tamaro – “una ragione per vivere”, “la forza di abbattere ostacoli”, “accogliere e far crescere la vita” – e quella che ne davano nell’800 Michelet, Mantegazza, Bachofen: «Deve amare e partorire, è questo il suo sacro dovere. Se non è sposa e madre, sarà educatrice, dunque non sarà meno madre per questo, e partorirà spiritualmente». Come dimenticare poi che già agli inizi del ’900, nel suo celebre romanzo Una donna (1905), Sibilla Aleramo si chiedeva: «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?».

Forse a spingere le donne all’infanticidio è ancora, almeno in parte, la drammaticità oggi più acuta che in passato di quella alternativa: la donna e la madre, l’individualità femminile che comincia a legittimarsi sogni e desideri propri e la responsabilità che da millenni ancora pesa materialmente e psicologicamente sulla donna come continuatrice della specie, chiamata ad accogliere e ad accudire, purtroppo non solo piccole creature “fragili” e “bisognose di protezione”, ma adulti forti e in perfetta salute. Se non fosse impietoso di per sé parlare della madri che uccidono i figli rimuovendo le angosce profonde, le sofferenze, le solitudini che spingono a un tale gesto, e del tutto arbitrario il collegamento con quella che Tamaro chiama “la pornografizzazione della società”, basterebbero le poche, realistiche considerazioni che Maria Luisa Agnese fa, su altre pagine del Corriere, a proposito della “madri tuttofare”, dell’enorme mole di ore di lavoro (gratuito) che le donne fanno ogni giorno più degli uomini, della necessità che i padri imparino «a capire cosa vuol dire accudire un bambino e ad acclimatarsi con le acrobazie quotidiane cui sono costrette da subito le mamme con la nuova creatura».

Lea Melandri
(docente presso la Libera Università delle Donne di Milano)
15 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

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I numeri della differenza

Da http://www.pariodispare.org

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“Interniamole”

Apprendiamo con sconcerto e disapprovazione la proposta dei ginecologi della SIGO di sottoporre il Trattamento Sanitario Obbligatorio (qualcuno parla addirittura di elettroshock) alle donne con depressione post partum. Seguono alcune riflessioni in merito.
La cosiddetta depressione post partum non è un fenomeno esclusivamente “ormonale” o biologico, come sembra si voglia far credere da più parti, negando la sua radice sociale e culturale – che di certo si affianca a un certo scompiglio fisiologico legato all’esperienza del parto.

L’esperienza della maternità è un trauma a tutti gli effetti, un trauma non necessariamente nella sua accezione negativa: trauma nel senso di cambiamento brusco, di cesura profonda tra il prima e il dopo della vita di una donna, che, come ogni cambiamento, necessita accettazione e rielaborazione. Come scrive Zauberei “il grosso è nell’accelerazione psichica che la maternità richiede: la nascita del figlio ti prende tutti i nodi irrisolti e ti dice a brutto muso di darti una mossa a spicciarli. Non è solo il pettine, è lo scacco dell’urgenza. E questo si traduce in: rinegoziare gli spazi con il proprio se, rinegoziare le relazioni con i familiari, con il padre, con la propria memoria di essere figlia, con la propria idea di essere madre”. Quando le donne partoriscono, al contrario dell’immagine stereotipata e, pare, inestirpabile che in genere se ne dà, difficilmente esplodono in un’apoteosi divina di amore per il/la nuovo/a nato/a. Piuttosto, si ritrovano un piccolo esserino sconosciuto, per mesi oggetto di fantasie e congetture, nonché di aspettative e timori, che devono, appunto, imparare a conoscere. Non è facile instaurare da subito un rapporto di perfetta simbiosi (sempre contrariamente al solito stereotipo) tra i due: lui/lei parla un linguaggio che la madre deve imparare a decodificare, e ciò non avviene in un attimo, ma dopo un più o meno lungo percorso di vicinanza e di comunicazione secondo codici extra-verbali, in cui sono inclusi momenti fatti di dissonanze, incomprensione, stanchezza, anche rabbia. Ogni maternità è diversa, mentre ogni donna alberga in sé lo stereotipo della madre perfetta, generosa, buona, iper-amorevole, “santa”, che suggerisce di soppiatto senso di colpa là dove senta di non rispettare il cliché inculcato. Già l’esistenza stessa di questo stereotipo, e il relativo continuo rafforzamento da parte di media e senso comune, attraverso la riproposizione sistematica di immagini serafiche di mamme perfette e felici, e la relativa feticizzazione del neonato (che insieme alla madre è rappresentato in chiave consumistica), è una grave minaccia all’esercizio sereno della maternità, cioè alla libertà emotiva di gestire la nuova esperienza da parte della neomadre.

L’esperienza, dunque, già di per sé radicalmente nuova della maternità prende spesso forma in un contesto culturale e sociale che può rendere difficile questo passaggio, amplificandone le ombre. In innumerevoli famiglie la donna è abbandonata a se stessa nella cura del figlio, secondo il vecchio (ma neanche poi tanto) schema “donna-che-cura”/”uomo-che-lavora”, e lei sin dai primi giorni capisce che questa grande novità non è che, in fin dei conti, logisticamente e psicologicamente tutta sulle sue sole spalle. Non ho statistiche alla mano, ma mi guardo intorno e so che, specie dalle nostre parti (d’altronde dubito che altrove in Italia esista un pieno superamento del “vecchio” schema) la famiglia, la casa, in una parola la cura è declinata esclusivamente al femminile. Se poi la donna lavora, è chiaro che la bilancia della divisione del lavoro familiare scivola in un grosso squilibrio. Il peggio è che spesso viene dato per scontato dai componenti stessi del nucleo familiare, o, non meglio, la donna stessa che osi rivendicare equità è condannata alla rassegnazione: non otterrà mai nulla, le sue proteste verranno etichettate come “lagne”, la si additerà come troppo pretenziosa, o di umore sempre negativo, finché non si convincerà essa stessa di essere nel torto, magari non senza ricatti più o meno sottili – del tipo, se-continui-a-lamentarti-ciao. Non è fantascienza, sono cose di tutti i giorni in molte case di Reggio e provincia (e regione, e nazione).

L’uomo agisce attivamente nel sociale, grazie al suo lavoro è identificato come soggetto produttivo, è dinamico, vive relazioni sempre nuove, il suo fare ottiene un riconoscimento sociale. Lei passa le giornate in casa da sola con un bimbo esigente, da cui è difficile allontanarsi un attimo, anche solo per fare la pipì. Passa le giornate in pigiama, con la maglia sporca di latte, i capelli e la casa in disordine, vorrebbe riposare, ma non può, e quando il bimbo o la bimba dorme ha l’ansia di fare tutto quello che non ha potuto – o sa che non potrà – fare, dunque: non può riposare. Lui torna la sera, vuole la cena pronta, anche buona, e magari le fa qualche battuta sulla mise o si lamenta del disordine. Le pareti si inspessiscono, la solitudine diventa difficile da sopportare, e uno strepito infantile in più porta facilmente alla rabbia. L’infelicità è troppo spesso rimossa dai media e dal senso comune: l’infelicità è diventata un tabù al punto che, per una donna appena diventata madre, può diventare motivo di vergogna: qualcosa da occultare, o di cui incolparsi. Lo stesso naturale discostarsi dal cliché della mamma perfetta si traduce facilmente nel pensiero di non essere brave madri, di non essere “tagliate” per il ruolo, così rifiutando, più o meno inconsciamente, il cambiamento, e magari indirizzando questa serie di negatività verso figlio o la figlia.

E che dire delle madri lavoratrici, spesso costrette a subire ogni genere di mobbing da parte di colleghi e superiori per l’assenza dovuta alla maternità – che è semplicemente un diritto -, e magari a prospettarsi un rientro al lavoro pieno di sorprese come: “discesa” in termini di carriera, cambio di mansioni, diffidenza da parte di chi ha scambiato l’assenza per una “vacanza”, ecc. Tutto questo, chiaramente, là dove si tratti di un lavoro tecnicamente tutelato, cioè non atipico. In quel caso, spesso magicamente il contratto scade proprio in coincidenza con gli ultimi mesi di gravidanza, e, sempre magicamente, dopo sarà sottoposto a qualcun altro – ammenoché la donna non accetti di passare fine della gravidanza e puerperio sul posto di lavoro.

Ma non bisogna fermarsi estrinsecamente a questo scarno scenario: bisogna riuscire a immaginare gli effetti psicologici, in termini anche di stima di sé e di senso di progettualità della propria vita, che simili situazioni comportano.

A ciò si aggiunga un quadro familiare spesso ansiogeno per la madre stessa, apparentemente leggero e gaudente ma potenzialmente pesante da sopportare: amici e parenti vengono a trovare il nuovo arrivato, magari non manca qualche battuta sul disordine della casa (che la donna, per solitudine e mancanza di tempo, nonché, magari, di voglia, non ha sistemato), o consigli, approvazioni o disapprovazioni non richieste sui suoi metodi di allevamento, osservazioni sul mutato aspetto, ecc  La donna stessa, bombardata da immagini di donne plastificate, anoressiche e iperseduttive finisce con l’interiorizzare questo schema di bellezza adattandovi i suoi gusti e la prospettiva con cui guarda a se stessa; il corpo mutato dal parto può diventare ostile e nell’inconscio tradursi in un’ostilità per la maternità stessa. Si aggiungano i problemi relativi all’allattamento: se si sceglie di non allattare, si viene additate come “snaturate”, se si vuole allattare ma manca il latte si è oggetto di costanti pressioni, che non di rado si traducono in un ulteriore senso di inadeguatezza nel proprio ruolo di madri.

La città non le aiuta, manca qualsiasi tipo di assistenza concreta, manca la possibilità di uscire con il/la nuovo/a arrivato/a senza imbattersi in decine di barriere architettoniche che rendono quella che doveva essere una rilassante passeggiata un nevrotico zig zag: benché tutto ciò possa apparire di poco conto, nella pratica quotidiana, e nell’effetto cumulativo, ma, soprattutto, nella sostanziale solitudine della neomadre (psicologica, sociale, logistica, affettiva, ecc) può diventare difficile da gestire e generare un vortice nell’inconscio che porta la madre al gesto fatale che poi, tutti, dicono di “non sapersi spiegare”. Il confine tra normalità e patologia è un confine forse un po’ troppo amplificato, e cioè distorto.

La società di solito chiama follia quello che ha paura di riconoscere come l’effetto di precise cause che la riguardano. E’ troppo complicato chiedersi, di volta in volta, il perché delle tragedie, sondare, cercando di immaginarlo con lealtà, il contesto in cui hanno potuto consumarsi: è molto più facile, nonché liberatorio in termini di assunzione di responsabilità e di riconoscimento delle mancanze, chiamare tutto ciò “follia” e così liquidarlo nell’ambito della cura psichiatrica, nell’angolo di un ospedale, tra infermieri indaffarati, medici indifferenti, e, magari, psicofarmaci sostitutivi di un percorso umano autentico.

Così, i ginecologi, spesso nemici delle donne, sperano di poter prevenire gli infanticidi. Togliendo alla donna, già in fase di difficoltà oggettiva, la sua casa, i suoi anche barcollanti affetti, il senso di essere, tutto sommato, protagonista della propria vita. Si regalano invece alla donna nuovi motivi per essere depressa: la sensazione di essere malata, qualcuno da curare, bisognosa di protezione e assistenza da parte, magari, di uomini. E qui mi verrebbe da dire: come al solito.

Noi diciamo basta a questa semplificazione sistematica dei problemi che riguardano la maternità e le donne.

 

Perché per le decisioni che riguardano le donne non vengono chiamate in causa le donne stesse, e prendono sistematicamente la parola gli uomini di potere, siano essi i ginecologi associati, i politici, i Giuliano Ferrara di cui ad oggi non mancano esempi in quantità?

 

Una visione d’insieme, una conoscenza profonda delle dinamiche sociali e culturali che riguardano la maternità, mancano presso troppe figure istituzionali e tra gli operatori del “settore”.
E’ nostro dovere riappropriarci di quella voce in capitolo, nelle questioni che ci riguardano, che così spesso ci viene tolta o non ci viene riconosciuta.

 L’Italia è un sistema malato che non può affrontare la maternità seriamente senza al contempo contraddirsi. E’ un paese che dà valore alle madri solo nelle campagne propagandistico-clericali dei movimenti per la vita, nei family day in cui famiglie felici assediano una piazza sventolando bendierine piene di slogan, nonché nelle strategie di comunicazione pubblicitaria – perché le madri sono il target più appetibile di così tanti prodotti, dunque perché non strumentalizzarne il ruolo, distorcendolo attraverso i buoni vecchi stereotipi di falsa perfezione. Per il resto, le madri, le donne in generale, sono disprezzate dal sistema Italia, in molteplici e reiterati modi.

 Allora:


- Incentiviamo le imprese – finanziariamente – a tutelare davvero le donne madri,

 -  promuoviamo e diffondiamo una cultura della cura equamente divisa in famiglia,

- agevoliamo gli accessi agli asili nido,
- stanziamo dei fondi per renderli economicamente sostenibili da tutti,
- creiamo strutture pubbliche di accesso al gioco adeguate e con la dovuta manutenzione,
- formiamo il personale medico e infermieristico al rispetto per gli/le utenze e a una professionalità del rapporto umano che spesso, in sede di parto come di interruzione volontaria di gravidanza, viene vergognosamente a mancare,
- smettiamo di parlare delle donne solo come di soggetti bisognosi di protezione e assistenza da parte di terzi,
- smettiamo di parlare delle donne senza chiamarle direttamente in causa,
- smettiamo di trattare le difficoltà oggettive della maternità come paranoie tutte individuali delle madri,
- smettiamo di far credere sin dall’infanzia alle bambine di dover dondolare i passeeggini e ai maschietti di usare le pistole, così riproducendo a livello pedagogico (cruciale) le differenze di genere che poi si ripercuotono sul futuro,
- strappiamo i cartelloni pubblicitari pieni di violenza sulle donne, promotori del disprezzo per le donne
- e, e, e…in breve: ascoltiamo le donne.
 
Denise

PS: con queste sintetiche riflessioni non ho preteso di descrivere tutti i problemi. Anzi, è nella consapevolezza che essi sono infinitamente più complessi di quanto in genere si faccia credere che sono state scritte queste parole.

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L’azienda ritira lo spot sessista dopo le proteste delle donne

Le donne dell’UDI hanno protestato contro questo spot (in cui si propone un’immagine femminile di schiava e seduttrice del maschio) e l’azienda Ristora ha risposto:

“Ci scusiamo, se involontariamente, la nostra telepromozione, andata in onda su” Ciao Darwin”, può essere risultata offensiva nei confronti delle donne. Non era certamente nelle nostre intenzioni trasmettere questo tipo di messaggio. Negli anni, i prodotti Ristora sono stati oggetto di telepromozioni in varie trasmissioni televisive tra cui l’Eredità, Zelig, Chi vuol essere milionario, Ciao Darwin, ecc……. prestando sempre grande attenzione e rispetto per il pubblico femminile. Acquistiamo telepromozioni in trasmissioni di vario genere e lo spirito di queste deve coniugarsi con lo spirito dei programmi in cui vanno in onda, seguendo le indicazioni degli autori. Nel caso di Ciao Darwin, la trasmissione si basa sul dualismo di due categorie di persone che si prestano ad essere prese in giro dal conduttore, a volte con una comicità surreale e in situazioni ironiche. In Ristora lavorano 220 dipendenti e tra questi l’80% sono donne, molte delle quali ricoprono ruoli di responsabilità. Siamo sinceramente dispiaciuti di quanto accaduto, vi assicuriamo che questa telepromozione non andrà più in onda e che in futuro saremo più attenti. Giuseppe Bisi” Fonte: qui

Siamo soddisfatte, anche se si tratta di una goccia nell’oceano.

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E’ in corso la campagna contro la comunicazione offensiva per le donne

Campagna Immagini Amiche

8 marzo  – 25 novembre 2010

L’UDI nazionale ha promosso una campagna di contrasto alla comunicazione sessista, chiamata Immagini amiche e alla quale ha aderito l’UDI  Le Orme di Reggio Calabria. La Campagna è in corso, e si concluderà il 25 novembre prossimo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Risultati, materiali raccolti e istanze verranno quindi portati all’ONU.

Il suo obiettivo è di contrastare una pratica di comunicazione massicciamente generalizzata nei media, soprattutto visuale ma anche linguistica, che usa un unico modello stereotipato e lesivo dell’immagine femminile.

Il corpo, e di conseguenza la figura della donna e del suo immaginario, vengono tradotti in semplici quanto logore equazioni o metafore di seduzione, e mercificati. In modo grossolanamente esplicito o più raffinato o subliminale, il desiderio, il possesso, l’attrazione per gli attributi che deve suscitare l’oggetto da vendere vengono sessualizzati secondo un’esclusiva ottica maschile. In ogni circostanza di comunicazione, anche la più banale, il corpo e la figura della donna  sono di  servizio, non pensanti, non parlanti, semplici strumenti di piacere visivo, in ricorrenti posture erotiche codificate. Per la missione tecnica di vendita devono svolgere le funzioni simboliche di vampiro e di odalisca con la finalità del consumo-acquisto. Tali tecniche di suggestione ben studiate e sperimentate da specialisti  hanno ormai creato un vero e proprio linguaggio sul piano percettivo e, quando manca una riflessione critica, non vengono consapevolmente avvertite perché ormai hanno dato forma a una normalità.

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“Io non ci sto”

Da http://comunicazionedigenere.wordpress.com :

Gli stereotipi de “La pupa e il secchione” non mi piacciono e lo voglio dire agli autori
Una mobilitazione in Rete per dire NO al programma tv e al degrado televisivo imperante: mail bombing alla redazione fino al 25 maggio 2010.

IO NON CI STO

Io non ci sto
alla dittatura televisiva dell’avvenenza,
che mi fa esistere solo se bella o appetibile,
barattando il mio pensiero in nome di una magra
visibilità.
Io non ci sto
ad essere solo corpo.
Da guardare,
da toccare,
da giudicare,
da mercificare.
Io non ci sto
poiché conosco
cosa genera l’offerta della mia carne
sugli sguardi inconsapevoli.
Io non ci sto
e pretendo rispetto
e che si dia spazio a tutte le mie
diversità.
La mia rivoluzione comincia con il rifiuto
dell’immaginario imposto
per mutare nel respiro di una nuova dignità.
(G.V.)

Parte dal blog Un altro genere di comunicazione, sbarca su Facebook e trova il sostegno di bloggerassociazioni impegnate a contrastare gli stereotipi di genere.

Ecco la mail bombing: chiunque si sente sconcertatocolpitooffeso dal modo in cui ladignità femminile e maschile paiono svilite dai modelli proposti dal programma “La pupa e il Secchione” può inviare la stessa mail alla redazione di Italia 1.

L’iniziativa è stata prorogata fino al 25 maggio 2010 per dare a tutti la possibilità di partecipare e perché è importante far sentire la nostra voce.
Oggi, grazie alla forza della Rete e del passaparola, possiamo essere ascoltati.

Lo dimostra l’intervento della capo progetto del programma sul blog Un altro genere di comunicazione”, seppure a nostro avviso non soddisfacente, lo dimostra l’invito – declinato – a partecipare a “Domenica 5”.

I modelli proposti dal programma “La pupa e il secchione” paiono:

incitare uomini e donne a umiliarsi reciprocamente: l’aspetto fisico e l’intelligenza sembrano essere due opposti che non possono incontrarsi e in guerra per prevalere;
proporre modelli di relazione basati sulla prevaricazione e superficialità
autodefinirsi reality, ovvero basati sulla realtà: la realtà è ben diversa e quella della televisione si sostituisce, così, nell’immaginario dello spettatore, a quella – diversissima – delle persone.

Io non ci sto.
Proponiamo PACIFICAMENTE e con gli strumenti del dialogo e dell’approfondimento modelli alternativi di maschile e femminile.
Se anche tu, come noi, non ci stai invia la tua mail a Italia 1 (qui trovi il testo da copiare e firmare e l’indirizzo a cui inviarla) e con un commento sottoscrivi questo comunicato.
Siamo SPETTATORI anche quando la televisione resta SPENTA. Non restiamo in silenzio, cambiamo i palinsesti.
Perché se la televisione è lo specchio dell’Italia, vorremmo poter usare di nuovo il telecomando.

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