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La tigre e il violino
V-Day 14 febbraio 2013
Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere
di Eve Ensler
Non sopporto lo stupro.
Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.
Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.
Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo.
Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.
Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.
Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.
Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.
Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.
Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.
Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.
Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.
Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.
Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!
Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.
Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.
Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.
Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.
Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita - distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.
Niente donne, niente futuro, chiaro.
Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.
Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.
Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?
Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?
Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.
E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.
E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.
E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.
Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.
Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.
Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.
UN MILIARDO DI DONNE.
Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.
Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.
Perchè noi non lo sopportiamo più.
(Uffington Post 11/11/11)
(trad. UDIrc)
Costituzionale costituzionale la 194
Il primo attacco frontale alla Legge 194 risale al maggio 1981: l’abrogazione richiesta per via referendaria venne respinta dalla volontà popolare con l’85 % di no. In seguito innumerevoli i tentativi subdoli e trasversi di vanificarla di fatto: i filtri confessionali via consultori, leggi regionali, l’obiezione generalizzata ospedaliera e farmaceutica (91,3% Lazio, 73% Calabria, alcune strutture 100%), oltre ai tentativi bi-partizan in parlamento, campagne miliziane e aiutini mercenari…
Ci riprova a gennaio un giudice che la ritiene incostituzionale e ne deferisce l’esame alla Corte Costituzionale, con qualche dovuto funambolismo.
La Corte si era già espressa in precedenza in diverse sentenze affermando sostanzialmente il principio che nella ratio e nel contesto della 194 il compito del giudice non è giudiziale, ma di tutela e verifica.
Vale la pena riportare qualche passo del giurista costituzionale Paolo Veronesi che ne fa una disamina tecnica (Il corpo e la Costituzione: concretezza dei “casi” e astrattezza della norma, Ed. Giuffré, 2007, pg. 117/123).
[La donna e il suo corpo:]
… E’ infatti innanzi tutto necessario – come già si è accennato – riconoscere che la potenziale madre possieda diritti su se stessa…
… si tenta insomma di sottrarre via via terreno agli spazi di decisione oggi accordati alla donna; si amplia con ciò lo iato che separa la sua volontà dal proprio corpo, negandosi per giunta l’immedesimazione donna-feto…
[Soggetti interessati ad ostacolarne i diritti:]
... si vorrebbero mettere a tacere o ridimensionare i diritti costituzionali della donna (in primis, quelli tutelati daggli artt. 13 e 32 Cost.) a favore dell’esclusiva o comunque sbilanciata tutela – contra Costituzione – degli altri soggetti coinvolti nella fattispecie.
[La Corte Costituzionale e il compito del giudice:]
…la Corte ha escluso che il “merito” della determinazione finale di abortire costituisca una co-decisione in cui vada variamente trasfusa anche la volontà del giudice (81). Il suo ruolo sarebbe invece quello (tutto “esterno”) di valutare l’esatta osservanza delle procedure, la serietà dell’avvenuta ponderazione dei beni in gioco, l’effettiva capacità della minore di comprenderne la portata (82). Da qui l‘irragionevolezza della pretesa equiparazione dei giudici tutelari al personale sanitario necessariamente coinvolto nell’intervento abortivo. E da qui anche la manifesta inammissibilità, per difetto di rilevanza, delle quaestiones sollevate dai giudici tutelari avverso le norme che disciplinano ¡ presupposti giustificativi dell’aborto. Nella prospettiva della Corte, infatti, i rimettenti neppure applicherebbero tali disposti; la loro attività si collocherebbe in tutt’altra sfera (83).
[Il giudice tutelare di fatto:]
… Ad ogni modo, l’obiettivo di ostacolare la volontà della donna viene, in questi casi, immediatamente raggiunto sul piano processuale: sollevare la quaestio di legittimità a fronte di una richiesta della minore significa infatti imporre a quest’ultima — già in difficoltà — di praticare, in extremis, altre strade (come il coinvolgimento dei genitori, anche quando ciò possa risultare sconsigliato, o il devastante ricorso all’aborto clandestino). Oppure, finisce per riversare sul medico la responsabilità di certificare l’urgenza di provvedere. O, ancora, vuole comunque indurre la minore a portare a termine la gravidanza (pur se in presenza dei presupposti che la legittimerebbero a invocare l’intervento abortivo (84). Di fatto, questo comportamento consente al giudice di porre in essere la propria obiezione di coscienza, anche se esclusa dalla legge e respinta dalla Corte; e di sostituire a una decisione “in concreto” della diretta interessata, l’affermarsi di un’opzione assiologica altrui.
***
L’eccezione di legittimità costituzionale sulla L. 194 era stata sollevata da un giudice di Spoleto investito del caso di una diciassettenne, come prevede la legge se manca il coinvolgimento genitoriale, che aveva espresso chiara determinazione a non proseguire la gravidanza per seri motivi di inadeguatezza e turbamento. Così indicano le relazioni dei sevizi sociali e del consultorio.
Il giudice ha ritenuto contrastanti l’art. 4 della 194 con i principi fondamentali della Costituzione italiana, in particolare:
l’art. 2 (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…),
l’art. 11 (L’Italia … consente alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni…),
e 32/1° comma (La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività… La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona.)
e 117/1° (La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione…tutela della salute… protezione civile…).
Ma soprattutto la struttura del ricorso alla Corte Costituzionale poggia sulla Sentenza della Corte di Giustizia Europea 18/10/2011, espressa in materia di brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche, nel presupposto di quanto afferma riguardo la tutela, definita assoluta, dell’embrione: «sembra doversi ritrarre la conclusione sostanziale che l’embrione umano è suscettibile di tutela assoluta in quanto ‘uomo’ in senso proprio, seppur ancora nello stadio di sua formazione / costituzione mediante il progressivo sviluppo delle cellule germinali».
Nella sentenza (a parte le critiche che ne sono scaturite) è precisato anche che: « deve essere riconosciuta questa qualificazione di embrione umano anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi »
E però la stessa Corte avverte nel testo della Sentenza / direttiva: « quanto al significato da attribuire alla nozione di “embrione umano” prevista all’art. 6, n. 2, lettera c) della direttiva, si deve sottolineare che, sebbene la definizione dell’embrione umano costituisca un tema sociale particolarmente delicato in numerosi Stati membri, contrassegnato dalla diversità dei loro valori e delle loro tradizioni, la Corte non è chiamata, con il presente rinvio pregiudiziale, ad affrontare questioni di natura medica o etica, ma deve limitarsi ad un’interpretazione giuridica delle pertinenti disposizioni della direttiva».
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Non illudiamoci, gli attacchi alla legge 194 e a tutto quel poco/molto che vi ruota intorno (consultori, bioetica, ecc.) continueranno. La grande pressione storica delle donne, con l’UDI in prima linea, ha ancora il compito di sgretolare la ferrea stretta della conservazione patriarcale. Forze fondamentaliste, misogene, finto-etiche, che avversano l’autodeterminazione delle donne e sono il sottofondo di cui si alimenta la violenza nei loro confronti. L’interruzione volontaria della gravidanza è un diritto, una responsabilità personale, ma non è un piacere. Le donne hanno diritto alla tutela pubblica della loro salute, senza doversi rivolgere a un torbido sottobosco con rischi mortali. Non possono essere considerate fattrici in nome e per conto, o peggio marsupiali in servizio fino a menopausa.
Le donne, in particolare in Italia, non ricorrono con leggerezza all’interruzione volontaria della gravidanza, lo dice la stessa relazione ufficiale ministeriale:
dalla Relazione annuale al Parlamento IVG 20011
- Si conferma la tendenza storica alla diminuzione dell’IVG in Italia, che diventa ancor più evidente se si scorporano i dati relativi alle donne italiane rispetto a quelli delle straniere.
- Si sottolinea come il tasso di abortività in Italia sia fra i più bassi tra i paesi occidentali; particolarmente basso è quello relativo alle minorenni, agli aborti ripetuti, e a quelli dopo novanta giorni di gravidanza.
- Si configura in questo ambito una specifica situazione italiana: il panorama dei comportamenti relativi alla procreazione responsabile e all’IVG in Italia presenta sostanziali differenze da quelli di altri paesi occidentali e in particolare europei, nei quali l’aborto è stato legalizzato. Siamo in un paese a bassa natalità ma anche basso ricorso all’IVG – dunque l’aborto non è utilizzato come metodo contraccettivo – e insieme un paese con limitata diffusione della contraccezione chimica. Altri paesi (come Francia, Gran Bretagna e Svezia, ad es.) hanno tassi di abortività più elevati a fronte di una contraccezione chimica più diffusa, e di un’attenzione accentuata verso l’educazione alla procreazione responsabile.
In generale, il tasso di abortività sembra collegarsi non soltanto ai classici fattori di prevenzione (educazione sessuale scolastica, educazione alla procreazione responsabile, diffusione dei metodi anticoncezionali, facilità di accesso alla contraccezione di emergenza), ma anche a fattori culturali più ampi.
Fonte: Relazione del Ministro della salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/78).
Relazioni annuali al Parlamento IVG 1999/2010
Interruzione volontaria di gravidanza - Testo della Legge n. 194 del 22 maggio 1978
Articolo 1, Testo Unico di PS
PRIMA DEL CORAGGIO IL DIRITTO DI DENUNCIARE
Continua l’iter dell’appello lanciato dall’UDI di Napoli per la modifica dell’articolo 1 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza.
Prima del coraggio Il diritto di denunciare
Presidio a ROMA Piazza B. Cairoli – ROMA 14 Giugno 2012, Ore 11 ____________________________________________________________________________________ Migliaia di donne hanno firmato un appello alla ministra Severino, mandato per conoscenza alla Ministra Cancellieri: chiarire e modificare l’articolo 1 del testo unico di Pubblica Sicurezza. Gli appelli al coraggio, le rassicurazioni verbali (poche), gli avvertimenti sul prezzo del silenzio, si fermano sulla soglia di un commissariato o di una caserma dei carabinieri. Denunciare è difficile, per la negazione delle risorse alle reti antiviolenza, per la mancanza di alternative di lavoro e perché spesso il violento è il detentore dei mezzi di sussistenza. Denunciare in Italia è ancora più difficile, e lo è fin dal primo passo ovvero la consegna della querela ai competenti: Polizia e Carabinieri. Questa prima difficoltà di denunciare, non è poi così strano, è prevista e suggerita dalla legge che regola tutta la materia della Pubblica Sicurezza: il Testo Unico del 1931. Al primo articolo è previsto che l’addetto sia tenuto a tentare “la bonaria composizione del conflitto” Questo “insignificante” particolare controlla il numero delle denunce e insitamente permette al governo di non investire sull’eliminazione del femminicidio. Col pretesto che sono le donne a non volerla.
Noi che vogliamo l’eliminazione del femminicidio
(Comitato Ricominciare e Udi di Napoli, La direttora e la redazione di NOI DONNE, DonneSudonne, Arcidonna, Arcilesbica, comitato 194, Le Kassandre, Cooperativa EVA, Dream-Team, Rete Campana delle donne di Sel, La Casa Internazionale delle Donne di Roma, Elvira Reale e Associazione Salute Donna, Monica Cirinnà)
Dopo l’annuncio del presidio, il Ministero ha proposto alle promotrici un incontro per il giorno 28 giugno alle ore 11,30 in Largo Luigi Daga – Roma
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art. 1 Testo Unico PS
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art. 1 Testo Unico PS
Guidare con Manal
Io guido con Manal
Esattamente un anno dopo la campagna Women2Drive, le donne saudite non demordono e tornano all’attacco per vedersi riconosciuto il loro diritto a guidare. Una petizione è stata diffusa in rete nei giorni scorsi per raccogliere firme e per presentarla oggi 17 giugno a re Abdullah. Tra le promotrici e firmatarie di nuovo Manal al-Sharif, agli arresti per dieci giorni lo scorso anno per essersi mostrata in un video su youtube alla guida di un’auto. A Sheima Jastaniah dieci frustate, e gli arresti per centinaia di altre attiviste che hanno ripetuto la sfida della guida, rilasciate dietro la dichiarazione che non ci avrebbero più riprovato.
La grande opposizione alla guida per le donne viene soprattutto dagli ambienti ultraconservatori e religiosi. E’ una fatwa degli imam accettata dal ministero degli interni e risalente al ‘91, a vietare il rilascio della patente alle donne. Lo scorso anno re Abdullah aveva promesso qualche apertura, ma già nel ’95 si era dichiarato favorevole all’abrogazione della disposizione.
Nella petizione le donne chiedono di poter usufruire di scuole-guida per sole donne, di poter almeno conseguire la patente nei paesi vicini, di poter guidare in caso di necessità e che sia permessa la guida alle donne che hanno la patente conseguita nei paesi vicini.
Chiariscono:
“Non cooperiamo con alcuna organizzazione o ente internazionale né rappresentiamo un partito politico o un’opposizione e non vogliamo cominciare una protesta pubblica” …
“Chiediamo soltanto che ogni donna che deve muoversi per i suoi impegni quotidiani e non ha un uomo che la aiuti, sia autorizzata ad aiutare se stessa”. (ANSA, 13 giu.)
Per le donne saudite è difficile studiare, viaggiare e spostarsi autonomamente, ricorrere a cure mediche, denunciare violenze domestiche: devono infatti essere autorizzate da una figura maschile familiare, padre, fratello, figlio, parente, per compiere qualsiasi atto pubblico.
Voteranno per la prima volta nel 2015 e di questo ringraziano il sovrano nella petizione.
Il cammino è molto lungo, ma grande il fuoco sotto cenere.
Obiezione, vostro onore
UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Nella giornata di mobilitazione che vede manifestazioni in tante città d’Italia e in considerazione delle scelte contro le donne che vengono fatte su tutto il territorio nazionale da forze fondamentaliste ricordiamo che:
L’obiezione di coscienza
tra scelte individuali e responsabilità pubbliche…
L‘obiezione di coscienza nella Legge 194 è “astensione facoltativa da prestazioni di lavoro” diritto quindi della persona e non della struttura.
Abbiamo sempre sostenuto che l’autodeterminazione delle donne trova di fronte a sé pubbliche responsabilità in una singolare forma di espropriazione e irresponsabilità, dove ciò che è intimo e personale viene sottratto alla sfera individuale e ciò che è pubblico viene scaricato in ambito privato.
Abbiamo detto che noi sappiamo di avere dei diritti. Loro fingono di non avere dei doveri.
Per legge le strutture sanitarie hanno l’obbligo di garantire gli interventi di interruzione di gravidanza, siano essi volontari o terapeutici. Ai singoli, siano essi medici, infermieri o ausiliari è garantito di potersi avvalere della “astensione facoltativa da prestazioni di lavoro” denominata obiezione di coscienza.
Dal momento che quanto è un diritto del singolo non è diritto della struttura sanitaria nel suo complesso, questa ha, anzi, l’obbligo di garantire la erogazione delle prestazioni sanitarie per quanto riguarda sia la Legge 194 che la Legge 40.
Bisogna chiamare i comportamenti con il loro nome e dunque togliere “l’aura di santità” a chi si astiene per un proprio interesse da una attività professionale prevista da una Legge dello Stato a favore di altri.
Bisogna chiedersi quanto costa alla comunità questa astensione generalizzata in tutti gli enti ospedalieri italiani da Bolzano a Siracusa.
Bisogna proporre di individuare “lavori socialmente utili”, come per i disoccupati, per i ginecologi, gli infermieri, gli ausiliari, e tutti coloro che vengono remunerati con denari pubblici per poi astenersi dallo svolgere un pubblico servizio.
Chiediamo il rispetto di un diritto e il ripristino della legalità.
Pretendiamo la fine dello spreco di risorse pubbliche che sottrae efficacia ed efficienza a chi chiede interventi sanitari e nel contempo arricchisce chi non lavora e a cui nessuno ha mai chiesto di adoperarsi, nel tempo del non lavoro, ad altre attività o lavori di pubblico interesse.
Occorre uscire dal rapporto medico-paziente e rimanere nel rapporto tra paziente e struttura sanitaria dopo di che il problema della astensione dalle prestazioni di lavoro, così come delle ferie, dei permessi, della malattia dei dipendenti, ecc. rimane un problema della struttura sanitaria che deve adoperarsi per risolverlo. Questo può avvenire anche attraverso la assunzione di personale non obiettore, che tale rimanga, al fine di garantire il servizio previsto nella struttura medesima.
L’art. 9 della Legge 194 è esplicito al riguardo: “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono in ogni caso tenuti ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza”. Tutto il predetto articolo di legge dispone espressamente che “la Regione ne controlla e garantisce la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.
Riteniamo dunque, in tema di interlocutori e di obiettivi, di poter assumere come nostro compito il chiedere conto sia alla singola struttura che alla Regione di “controllare e garantire la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.
Sarà anche questa azione, politica e giuridica, un modo di riaffermare i diritti partendo dai doveri, restituendo alla funzione pubblica la propria responsabilità e alle donne la sovranità sul proprio corpo e la propria vita.
Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste
Via dell’Arco di Parma 15 - 00186 Roma
Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103
udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org
Campagna nazionale contro l’obiezione di coscienza in Sanità
UDIrc aderisce alla Campagna nazionale Il buon medico non obietta
Riceviamo:
il 6 giugno la Consulta di Bioetica
in collaborazione con altre Associazioni e in particolare VITA DI DONNA lancerà la Campagna contro l’obiezione di coscienza IL BUON MEDICO NON OBIETTA. In contemporanea con il lancio della Campagna ci saranno eventi in molte città e a volte più eventi nella stessa città. Siamo in contatto con altre Associazioni per organizzare altri eventi ma vorremmo coinvolgere altre realtà impegnate in prima linea nella difesa dei diritti e delle libertà, in particolare quelle del sud.
Gabriella Pacini
347 770736
(VITA DI DONNA/CONSULTA DI BIOETICA)
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EVENTI A SOSTEGNO DELLA CAMPAGNA
IL BUON MEDICO NON OBIETTA
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ROMA
Sezione romana della CONSULTA DI BIOETICA, LAIGA, VITA DI
DONNA, NOI DONNE, Associazioni Casa internazionale delle
donne, Bioetica & Diritti, organizzano un evento alla Casa
delle donne (19.00): IN ALLESTIMENTO
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Circolo UAAR di Roma, Consulta per la Laicità delle
istituzioni organizzano un incontro pubblico presso
la Festa di SEL (sera): IN ALLESTIMENTO
___
Fabrizio promuove un dibattito presso l’Università e
dovrebbe coinvolgere la CGIL medici e il collettivo degli
studenti di medicina (pomeriggio/11 GIUGNO): IN ALLESTIMENTO
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I giovani dell’IDV: aderiscono a uno degli eventi di cui
sopra o organizzano un altro evento: IN ATTESA DI CONFERMA
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FIRENZE
Convegno sull’obiezione di Coscienza organizzato dalla
sezione di Firenze della CONSULTA DI BIOETICA (mattina):
EVENTO CHIUSO; IN ALLESTIMENTO INVIO LOCANDINA
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LIBERA USCITA (menegrelli@dada.it), LAICITA’ E DIRITTI
(LATRUDY@GMAIL.COM) E LIBERE TUTTE organizzano evento
(pomeriggio): IN ALLESTIMENTO
___
MILANO
La LUCA COSCIONI (FILOMENAGALLO@GMAIL.COM) organizzano un
incontro: IN ATTESA DI CONFERMA
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CONSULTA DI BIOETICA di Milano (NORMATREZZI@LIBERO.IT),
POLITEIA E ALTRE ASSOCIAZIONI organizzano un incontro: IN
ALLESTIMENTO
___
TORINO
Le ASSOCIAZIONI CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
organizzano un evento (in luogo da definire):
probabilmente un dibattito pubblico (tardo
pomeriggio/serata): IN ALLESTIMENTO
___
Circolo dell’UAAR (muecke86@yahoo.it,
uaartorino.coord@yahoo.it) organizzaNO un evento, anche
in questo caso probabilmente un dibattito a sostegno della
Campagna (da definire): IN ALLESTIMENTO
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L’ASSOCIAZIONE LAICA DI ETICA SANITARIA organizza un
dibattito (luogo da definire, forse alle Molinette): IN
ALLESTIMENTO
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CONSULTA DI BIOETICA (Mariateresa.busca@fastwebnet.it)
organizza un dibattito pubblico con ARCI OFFICINE CORSARE
(in serata) presso le Officine Corsare
(darius.consoli@gmail.com) : IN ALLESTIMENTO
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La CONSULTA DI BIOETICA è invitata a presentare Campagna
presso evento organizzato dall’Associazione Altereva
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MEDICI CUNEO (pietro.laciura@libero.it): VERIFICA
CONDIZIONI PER ORGANIZZARE EVENTO
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ALBA: Consulta di bioetica, Se non ora quando, Coop la
torre organizzano evento
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MEDICI SALUZZO: VERIFICA CONDIZIONI PER ORGANIZZARE EVENTO
___
L’ASSOCIAZIONE DI AVIGLIANA organizza un dibattito presso
la Certosa di Avigliana (pomeriggio): EVENTO CHIUSO
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NAPOLI
DISPONIBILITA’ DELL’ASSESSORA ALLE PARI OPPORTUNITA’ ALLA
STAMPA E ALL’AFFISSIONE DEI MANIFESTI DELLA CAMPAGNA
(peterdibi@libero.it ): STAMPA E AFFISSIONE IN PROGRAMMA,
CONFERENZA STAMPA IN ALLESTIMENTO
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Contatti con il Circolo UAAR di Napoli (NAPOLI@UAAR.IT)
per la preparazione di un evento: forse la sezione di
Napoli della CONSULTA potrebbe aderire all’evento
dell’UAAR: IN ATTESA DI CONFERMA
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UMBRIA
In contatto con i medici non obiettori della LAIGA che
forse riescono a organizzare qualcosa a Terni o Perugia:
IN ATTESA DI CONFERMA
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NOVI LIGURE
La sezione della CONSULTA DI BIOETICA
(concettaeannina@libero.it) organizza un banchetto nel
centro della città per presentare la Campagna (9 giugno):
EVENTO CHIUSO
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PISA
CONSULTA DI BIOETICA, UAAR
(GIOVANNI.MANIETTO@FASTWEBNET.IT), AIED organizzano evento
presso la Casa delle donne: IN ALLESTIMENTO
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VERONA
Circolo dell’UAAR: ci dovrebbe essere un banchetto: IN
ALLESTIMENTO
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SULMONA/L’aQUILA
CONSULTA DI BIOETICA DI SULMONA/L’AQUILA CON UAAR
organizzano evento: IN ALLESTIMENTO
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SICILIA
CONTATTI PER POSSIBILE EVENTO: IN ATTESA DI CONFERMA
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PUGLIA
LAIGA E CONSULTA DI BIOETICA POTREBBERO ORGANIZZARE
EVENTO: IN ATTESA DI CONFERMA
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SARDEGNA
CONSULTA DI BIOETICA E UAAR (CAGLIARI@UAAR.IT) organizzano
evento: IN ALLESTIMENTO
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RICHIESTE AFFISSIONI MANIFESTO “IL BUON MEDICO NON OBIETTA”
AFFISSIONE AUTORIZZATA A TORINO PRESSO L’ASL2 DI TORINO
RICHIESTA AFFISSIONE IN CORSO A ROMA
25 Aprile 2012 – Manifesto UDI
Archiviato in libertà delle donne, Partecipazione, storia delle donne
Otto marzo e donne suicidate
Quell’imprevisto della libertà femminile
GENTILE direttore ho accolto con convinzione il suggerimento che lei ha avanzato alle donne calabresi di dedicare la Giornata Internazione della Donna a Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, perché dimostra, da parte sua, un’attenzione particolare per quanto, in quest’ultimi anni, si muove nel mondo della ‘ndrangheta, che sta facendo i conti con l’imprevisto della libertà femminile. Pur facendo mia la sua proposta, mi permetta, però, di avanzare alcune osservazioni, per evitare alcuni rischi, che ho intravisto in alcuni interventi.
Queste tre donne non vanno separate da tutte le altre, non sono donne eccezionali, ma donne “comuni” in un mondo in cui la libertà femminile fa paura a tanti uomini, anche e ancor di più ai mafiosi. Vanno, pertanto, ricordate e riconosciute tutte le donne che con le loro scelte stanno erodendo sin dalle fondamenta la forza della ‘ndrangheta.
Mi riferisco a Tina Buccafusca, moglie del boss Panteleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la collaborazione con i magistrati, a Ilaria La Torre, ex moglie di Francesco Pesce, che sta testimoniando contro il marito al processo “All Inside”, alle sindache Elisabetta Tripodi di Rosarno e Carolina Girasole di Isola Capo Rizzuto, che quotidianamente difendono il loro desiderio di governare con libertà la propria Comunità. Mi riferisco ad Annamaria Molé e Roberta Bellocco, appartenenti a due delle più potenti famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro, studentesse del Liceo scientifico di Rosarno, che in un convegno sulla legalità hanno dato testimonianza del loro desiderio di essere libere di poter vivere la propria vita, nonostante il nome che portano.
Mi riferisco alla figlia di Lea Garofalo, Desirè che si è costituita parte civile contro il padre, in nome della madre. Mi riferisco ad Anna Maria Scarfò di Taurianova, che ha denunciato e mandato in carcere i suoi violentatori. Mi riferisco a tutte le donne che, in ogni luogo, a partire dalla casa, lottano quotidianamente per affermare la loro libertà. Mi riferisco alle donne che nelle scuole, frequentate anche dalle figlie dei mafiosi, insegnano alle più giovani l’autorizzazione ad essere libere, contribuendo così alla fine della ‘ndrangheta. Insomma, anche in Calabria c’è tutto un mondo femminile che sta cambiando, e Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo sono parte di esso.
Gli strumenti di queste donne, come di tutte quelle che hanno distrutto il patriarcato, togliendo ad esso la propria credibilità, sono la consapevolezza di sé e l’amore per la libertà propria e delle proprie figlie e figli. La loro non è “resistenza civile”, ma affermazione di sé e del proprio desiderio, a costo anche della propria vita. E questo, ne sono convinta, ha un valore molto più alto di mille manifestazioni. La vera lotta alla ‘ndrangheta, come lei stesso direttore ha scritto, è “ fatta di piccoli e grandi gesti quotidiani”. Molte donne, in questa regione, lo stanno facendo. La ‘ndrangheta che uccide le proprie donne perché l’”abbandonano” e la “tradiscono”, dopo che generazioni di donne, come la madre di Maria Concetta Cacciola o di Giuseppina Pesce, le hanno garantito omertà e complicità, non è diversa dai tanti uomini che ogni giorno, in ogni parte del mondo uccidono le donne (mogli, fidanzate, ex, figlie, sorelle), quando tentano di riappropriarsi della propria vita e li abbandonano.
Quello a cui stiamo assistendo è la fine del patriarcato mafioso. Alto è il prezzo che molte, troppe, stanno pagando. Separare Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo dalle loro simili, significa indebolire la forza delle loro scelte e le ragioni che le sostengono. Mi auguro che l’8 marzo non venga trasformato in una manifestazione di tutti contro la ‘ndrangheta. In prima linea troveremmo magari molti di quegli intellettuali e di quei docenti universitari, che saranno d’accordo con la sua proposta, pronti a firmare e a “partecipare” purché siano “visti”, che a Cosenza hanno disertato la “lezione” del procuratore Pignatone, che aveva capito la forza delle donne nella lotta alla ‘ndrangheta. Lei c’era a quella manifestazione e con lei c’erano non più di dieci docenti Unical.
Gentile direttore apprezzo la sua proposta e spero che venga lasciato alle donne, e solo alle donne, perché a loro appartiene l’8 marzo, di farla propria, nei modi in cui ognuna, individualmente o assieme ad altre, deciderà.
Franca Fortunato
***
Riceviamo da Franca una lettera aperta al direttore del Quotidiano della Calabria, giornale su cui scrive e su cui è stata pubblicata giorni fa.
E’ da un po’ che traboccano termini che celebrano la retorica dell’eroe. E non è in questo senso che va percepito il profondo mutamento che sta avvenendo in molte donne legate al mondo mafioso. Tante madri hanno ripudiato figli definiti ‘nfami che hanno deciso di collaborare con la giustizia, ma molte altre colpite nel profondo degli affetti e dei sentimenti hanno deciso di rompere ogni legame coi loro uomini mafiosi, con estremo coraggio e rischio.
Quando una donna viene colpita negli affetti più cari non ragiona più, non c’è omertà che tenga, racconta il pentito Calderone a Pino Arlacchi, (Dacia Maraini ne farà un testo teatrale: Mi chiamo Antonino Calderone).
L’esplosione dell’affettività ferita a morte è una delle componenti che spinge le donne a rompere i legami nel mondo mafioso. Ma bisogna riflettere che senza la spinta evolutiva dei movimenti delle donne verso l’emancipazione, sul piano della comunicazione sociale, e in particolare di quelle associazioni – in prevalenza femminili – che contrastano le mafie e che offrono sostegno alle donne vittime, il fenomeno della loro ribellione a un mondo chiuso e ferocemente patriarcale sarebbe impossibile. E’ anche il timore di essere fatta fuori comunque.
All’interno la donna è ritenuta inaffidabile e di proprietà. Ha solo compiti di servizio e di comunicazione con l’esterno, non deve discutere gli ordini. Affetti e sentimenti all’esterno sono vietati all’uomo del clan, la donna non deve chiedere mai, deve essere tenuta lontana e all’oscuro, se la donna sa qualcosa finisce che o la deve ammazzare lui o la deve far ammazzare da qualcun altro (Renate Siebert). Anche se nel tempo sono emerse donne al comando.
Ma… è venuto il momento di comunicare in proprio con l’esterno e di porsi delle domande. Non è più disposta a trascorrere la sua vita in un buio labirinto dove è stata assegnata prima dal destino e poi dagli uomini del clan.
Ecco quell’imprevisto della libertà femminile. Ed ecco il senso del manifesto per l’8 Marzo che l’UDI dedica a tutte le donne e ai loro diritti, per la costruzione del futuro. E, d’accordo con Franca, a tutte le donne che decidono di vivere la libertà della propria persona nei diritti, soprattutto quelli da recuperare, che spezzano catene umilianti e rischiano la propria vita.
mediterranea
Udi Catania – dicembre 2011
Paese – Egitto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate Egiziane scatena la violenza contro le donne. Sdegno in tutto il mondo, manifestazioni di donne nei Paesi arabi: le donne sono la linea rossa!
Diffusa su internet, la foto della ragazza trascinata a terra, spogliata e presa a calci dalle forze speciali testimonia una fase nuova e preoccupante del corso dell’Egitto dopo – Mubarak, mentre nelle operazioni di completamento del processo elettorale si conferma il successo delle formazioni islamiste …
… Tunisia. Solo 3 donne nel nuovo governo.
… Dati Save the Children, Atlante dell’Infanzia. In Italia 1.876.000 minori vivono in situazione di povertà. Nel Mezzogiorno vivono in povertà relativa 2 minori su 3, quota più alta in Sicilia (44%), seguita da Campania (31%) e Basilicata.
… Arabia Saudita. Diritto alla guida per le donne? Pericolo per la verginita!
… Afganistan. Una donna è incarcerata per adulterio, in realtà per stupro, ma viene graziata a patto di sposare il suo violentatore …
(Mediterranea si prepara ad uscire in formato multilingue: Italiano/Inglese/Francese).
All’ambasciatore Claudio Pacifico
L’UDI – Unione Donne in Italia rivolge un appello di solidarietà per le donne egiziane tramite l’Ambasciata italiana al Cairo dopo gli sconvolgenti avvenimenti di piazza Tahrir dove una donna è stata malmenata dai militari, calpestata, trascinata e spogliata come estrema offesa al suo essere donna e donna musulmana. Un invito a quante/i volessero aderire di inviare mail all’ambasciatore Claudio Pacifico.
UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Ambasciata Italiana Cairo
Ambasciatore Claudio Pacifico
e-mail ambasciata.cairo@esteri.it
Gent.mo Signor Ambasciatore,
le rivolgiamo un appello affinché tramite la nostra Ambasciata arrivi, tra le altre, anche la nostra voce di solidarietà e vicinanza alle donne egiziane colpite dalla violenza delle forze di repressione: “Le donne sono la linea rossa per la libertà, la democrazia e i diritti umani”. L’Italia, partner del nuovo Egitto, deve fare sentire la sua voce, quella di mille e mille donne italiane che non tollerano la violenza, ovunque, contro popolazioni indifese, contro ragazze e donne colpite nella loro dignità e nel loro diritto a manifestare. Noi siamo a fianco delle egiziane che vogliono un Paese (e un Mediterraneo) di democrazia, di diritti e di pace.
UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centale
Le Responsabili della Sede Nazionale
Vittoria Tola
Grazia dell’Oste
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma / Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103 / udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org
25 novembre
Ogni cinque donne in Europa, una è vittima di violenze (fonte Amnesty I.). Dovunque: in casa, sul lavoro, per strada, al parco, in discoteca… E se allarghiamo lo sguardo incontriamo le più assurde e feroci negazioni dei diritti sanciti come universali.
La violenza esercitata ha una graduazione che va dalle forme più sottili, psicologiche, di linguaggio, di subordinazione, ai maltrattamenti fisici, alla morte.
Anche impedire alle donne di decidere del proprio corpo di fatto o con leggi istituzionalizzate è violenza, come in casa nostra, o negare le medicine come in Sierra Leone.
Le infermiere ti trattano male, non si capisce quello che dicono. Ho provato a spiegare, le ho scongiurate. Mi hanno detto che stavo facendo perdere tempo e mi hanno cacciata via. Ho pregato e pregato, ma niente soldi, niente medicine. Parlano di cure gratuite, ma non se ne vedono qui. (Hawa, 28 anni incinta, Sierra Leone).
La violenza sottile, quotidiana è statisticamente enorme, ce la ritroviamo in casa e sul pianerottolo nella porta accanto sotto forma di divieti, contrasti, asprezze, tutele non richieste e non dovute, sottostima, che normalmente non si esercitano nella cerchia maschile. Fino alle più dolorose ed estreme: percosse, stalking, stupri, morte: una donna è uccisa ogni due giorni e mezzo. Se questa media è più o meno stabile non c’è casualità, è un costume, una cultura. I giornali e i media, nella grande maggioranza, continuano a non riconoscere e non indicare come femminicidio l’uccisione sistematica delle donne per mano maschile.
Un genere incapace di gestire il conflitto ricorre alla soluzione estrema della soppressione come soluzione finale.
Non se ne esce se non con una presa di coscienza individuale, che moltiplicata diventa consapevolezza e forza collettiva. Così ogni atto individuale consapevole diventa politico. Così si può parlare di politica delle donne senza in realtà praticare la politica attiva o essere iscritte a un partito. La fase successiva della conversione in legge va perseguita poi con tenacia, diversamente le proposte di legge giacciono nel sonno eterno.
Lo scambio, la partecipazione, l’opposizione motivata, la negoziazione… sono gli strumenti che dobbiamo utilizzare in forme interpersonali e collettive.
Molto è cambiato grazie ai movimenti delle donne. Nulla è stato regalato in termini di riconoscimento dei diritti. E nulla verrà regalato. Il corso verso una società più aperta e paritaria tra i generi è presumibilmente inarrestabile. Perché le tecnologie sebbene studiate e prodotte dalle tecnocrazie ancora patriarcali, diventano un’arma a doppio taglio: sanno utilizzarle anche le donne sempre di più. E la comunicazione è un’arma micidiale. E’ anche vero che contemporaneamente soffriamo di lunghe pause o processi involutivi. Ne abbiamo appena trascorso un ventennio.
Ma qualcosa cambia e cambierà con effetto domino. E non è detto che quel battito d’ala laggiù non produca un uragano proprio qui. O viceversa.
Manal e le altre hanno sfidato la monarchia saudita con un gesto privato e personale, ma che si è fatto politico: guidare l’auto, per loro vietata. Re Abdullah ha promesso qualcosa per il 2013.
Le donne egiziane sono appena uscite dalla dura forma del governo Mubarak anche per merito loro, nel movimento della Rivoluzione del 25 Gennaio. I militari ora al potere hanno fatto finta di non vedere e non sentire, ma loro sono tornate all’attacco e chiedono oggi uguaglianza di diritti e compartecipazione decisionale di governo.
La mortalità per maternità in Sierra Leone è fra le maggiori del mondo. Negare le medicine alle donne nel loro atto riproduttivo, è una violenza e una violazione dei diritti fondamentali. Dietro le pressioni di Amnesty I. e altri fronti, dal 27 aprile 2010 il governo concede a parole “Cure mediche gratuite” (Fhci), ma non di fatto.
Donne yemenite: protestano contro la fatwa favorevole alla repressione e cantano per le strade l’inno nazionale, persino nei villaggi contro i tagli all’elettricità e all’erogazione dell’acqua, alcune avrebbero bruciato il velo davanti ai militari del regime presidenziale.
Si potrebbe continuare con le donne di Plaza de Mayo, che gridano la mancanza di lavoro è un crimine e una violenza, le donne di Ciudad Juarez, le donne per il diritto all’acqua, alle sementi…, le donne che si ribellano alla legge feroce delle mafie e sono sciolte o suicidate con l’acido, tutte le donne che nel privato e in pubblico strappano a forza pezzi di dignità per ricostituirla nella propria persona e nella persona di tutte.
E in casa europea molti sforzi si stanno compiendo sul piano istituzionale, con risultati a volte confortanti a volte deludenti. Il Consiglio dell’Unione e la Commissione hanno adottato una Carta delle Donne con una dichiarazione d’intenti per combattere la violenza nei confronti delle donne e stabilire la parità di genere attraverso una disegno politico. Tuttavia sono trascorsi già due anni e gli impegni concreti tra gli Stati tardano ad arrivare.
Il 10 e 11 maggio 2011, nella sessione a presidenza turca del Consiglio d’Europa tenuto a Istambul, 13 paesi del Consiglio d’Europa hanno firmato una Convenzione per prevenire e combattere la violenza di genere. Rispetto alle consimili precedenti deliberazioni si propone come un vero e proprio trattato internazionale vincolante. Ogni stato ha l’obbligo di fornire servizi specializzati alle donne vittime di violenza e di adottare delle procedure unificate dalla prevenzione alla pena. Il Trattato si configura come diritto internazionale, ma avrà valore di legge solo dietro ratifica del Parlamento nazionale.
La violenza di genere ha raggiunto un livello intollerabile ed è purtroppo un fenomeno in continuo aumento: una donna su quattro in Europa subisce violenza durante la sua vita, a scuola, in ufficio e soprattutto in casa, poiché il pericolo maggiore viene da persone conosciute, quindi di cui la donna si fida, principalmente il partner … Le denunce continuano ad essere molto rare, così come le condanne, pur in presenza di arresti immediati dei criminali da parte della polizia, e che però, in assenza di prove certe, fa sì che questi continuino a girare liberamente.
Sono quattro le fasi determinanti contenute nella Convenzione: prevenzione del reato, protezione delle vittime, azione giudiziaria sui colpevoli e politiche più coordinate, che, attingendo all’esperienza di ogni paese, formeranno un’unica struttura di diritto internazionale (Thorbjorn Jagland, segretario generale, nel presentare la Convenzione a Istambul).
La Convenzione è anche aperta ad altri stati oltre a quelli dell’Unione. Ad oggi 17 paesi hanno controfirmato ma non è stata ancora ratificata da nessuno. L’Italia, il governo di Berlusconi, non l’ha nemmeno firmata.
Qualora riuscissimo a far scomparire le forme di violenza esercitate nei confronti delle donne avremmo raggiunto una pienezza di sensibilità, che si riverserebbe anche sugli uomini, sugli animali, sugli ecosistemi. Su ciò che genera la nostra vita.
***
mediterranea

UDI Catania – novembre 2011
Appello delle Donne Tunisine
Da UDI Catania.
Edizione straordinaria di MEDITERRANEA, agosto 2011.
Carissime,
abbiamo tradotto per MEDITERRANEA un documento del 13 agosto che a noi sembra significativo, è l’appello delle donne tunisine che contribuisce con contenuti di libertà e modernizzazione al processo in corso nel paese, che andrà all’approvazione della nuova Costituzione, verso la quale non mancano attacchi e pericoli di passi indietro.
Abbiamo voluto un’uscita straordinaria (agosto) di Mediterranea, per diffondere il documento e vedere cosa riusciamo a coagulare – le nostre amiche tunisine sono tutte dentro la mobilitazione, parleremo con loro per concretizzare un’iniziativa in Sicilia prima di ottobre.
Affettuosi saluti,
Carla Pecis per MEDITERRANEA dell’UDI Catania
Numeri precedenti di MEDITERRANEA:
XV Congresso Nazionale UDI, Bologna 21/22/23 Ottobre 2011
Una immagine per il Congresso
2 donne, lavoro di Silvia Brizi selezionato dalla giuria del Concorso, il Gruppo Congressuale interno, per locandina e manifesto del XV Congresso Nazionale UDI che si terrà a Bologna il 21/22/23 di ottobre prossimo.
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Bavaglio
Agcom: non censurare internet!

Inondiamo i membri dell’Autorità di messaggi per chiedere di respingere la regolamentazione e preservare così il nostro diritto ad accedere all’informazione su internet. Agisci ora e inoltra l’appello a tutti!
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Manal e le altre
Io non ho paura di nessuno. Be’ con grandi protezioni alle spalle si può dire. Manal al Sharif ha sfidato, come donna, il potere non certo femminile in Arabia Saudita, senza salvaguardie di nessun genere. E con lei tutte le donne per una delle azioni più comuni: guidare l’auto, vietata per loro in quel paese.
Manal è una delle organizzatrici via web della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne, campagna che data fin dal 1991, quando furono bloccate in massa, ad oggi senza alcun esito. E di nuovo in massa al volante, ma non concentrate, oggi 17 giugno le donne saudite sfidano il regno con una protesta ufficiale. E’ pur sempre una sfida anche se con qualche precauzione: velate in modo rituale, preferibilmente accompagnate da un uomo per facilitare il rilascio se fermate, una bandierina nazionale ben esposta a lato cruscotto, una dichiarazione di fedeltà al regno per evitare accuse di sovversione e naturalmente il simbolo della Campagna.
Manal era stata trattenuta in arresto per nove giorni, perché attivista, per aver guidato e pubblicato il video, per aver invitato alla guida in massa alla data del 17 giugno. Al rilascio, in un comunicato sul giornale al Hayat, Manal riconosce però di aver fatto un errore, dichiara di rinunciare agli obiettivi della campagna e si dice impegnata ad ascoltare solo Allah e il suo paese. E’ facile immaginare con quali argomenti o sistemi di persuasione minacciati o addirittura attuati da parte degli addetti ai lavori.
Nel regno saudita di re Abdullah le donne possono essere solo accompagnate in auto da uomini, parenti o amici, o avere l’autista. E così che una donna manager viene violentata dal suo autista dopo essersi diretto in una zona industriale isolata della città santa di Medina e averla minacciata con la pistola (…).
Il vento del web è inarrestabile dal nord-Africa per le rivoluzioni, all’Italia per acqua e nucleare, all’Arabia Saudita per la patente alle donne …
Innumerevoli i canali sul web dedicati o a sostegno dell’iniziativa per Manal al Sharif: HonkforSaudiWomen, Io guido con Manal, I drive with Manal, Saudi Women Revolution …
NON LASCIAMOLE SOLE!
Il mondo delle donne
Il libro mi è stato regalato da mio marito che mi ha suggerito di leggerlo insieme, dicendomi: “Vediamo cosa sta cambiando nel vostro mondo oggi!” E’ stata una bella sfida, che ho accolto volentieri e vi dirò che questo saggio mi ha dato uno spaccato ed una immagine nuovi del mondo femminile, rispetto a quanto avevo letto in passato, interrogandomi criticamente.
Touraine conduce, insieme ad altre colleghe, una ricerca sul mondo femminile, intervistando collettivamente donne francesi ed immigrate, per conto di un lavoro di ricerca, il cui committente è il Ministro delle Pari Opportunità del governo Sarkozy ed il Comune di Parigi.
La quarta di copertina del libro recita: «Il mondo delle donne: un antidoto di libertà culturale alle gabbie della globalizzazione. Un nuovo paradigma. Per le donne, ma anche per gli uomini».
A partire da una narrazione della quotidianità delle donne, Touraine mi ha fatto scoprire i cambiamenti al femminile. Le donne di oggi usufruiscono delle lotte collettive del passato e riconoscono, alle donne che le hanno precedute, il merito della conquista dei diritti. Sono coscienti di essere “fortunate eredi delle lotte passate” ma stanno consapevolizzando come, oggi, esse stesse tendano a voler “plasmare un nuovo modo di vivere, diverso da quello degli uomini, ancora prigionieri di vecchi schemi”. Oggi aspirano a far sì che la propria azione non migliori solo la loro vita, ma possa fornire cambiamenti culturali, rispetto a nuovi rapporti sociali e ad una nuova organizzazione della vita, funzionale a tutti.
L’altra dimensione importante è che le donne non si definiscono più per differenza rispetto agli uomini, ma aspirano a descriversi per come sono, per come si identificano e percepiscono, con le loro caratteristiche, il loro essere sessuate ed il loro corpo; si percepiscono donne di per sé e non donne in quanto soggetti diversi dagli uomini.
Touraine ha avuto il merito di fermarsi ad ascoltare voci di donne, di attrici sociali, di protagoniste del mondo attuale e di trarne delle considerazioni a partire dalle loro narrazioni; questo gli ha permesso di svelare al pubblico che leggerà il saggio “il senso della loro esistenza”.
Ve lo consiglio come una lettura in cui potersi rivedere o poter ripensare alla propria vita quotidiana e sociale di donne.
Marisa Meduri
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Roma, manifestazione e pacchi contro la proposta Tarzia
foto omniroma ag. stampa
foto noidonne
Bellissima manifestazione!
rassegna stampa
Udirc
da La Villetta-Sez. G. Cinelli
La Legge Tarzia: perchè la contestiamo
di Gabriella Magnano
La legge Tarzia ovvero “Riforma e riqualificazione dei consultori familiari” in realtà dovrebbe chiamarsi “Smantellamento dei consultori familiari pubblici”. Vediamone alcuni profili:
- I consultori familiari vengono introdotti nella legislazione italiana da una legge del 1975, che fissa i principi generali, delegando alle Regioni il compito di organizzare il servizio pubblico in sede territoriale. Quella legge del ’75, sembrerà strano, dal punto di vista concettuale è più avanzata addirittura della 194: è l’unica legge italiana che considera la sessualità della donna per tutto l’arco della vita, dallo sviluppo alla menopausa, ed inserisce i problemi inerenti non solo alla gravidanza, ma anche al concepimento, alla sterilità, alla tutela della salute, nel quadro sanitario pubblico: la sessualità della donna non è un “problema sociale”, ma un problema sociosanitario. Lo Stato ritiene necessario istituire un servizio pubblico destinato alle donne, ai singoli, alle famiglie, alle coppie.
La proposta di legge Tarzia stravolge completamente questi principi: il soggetto cui il servizio del consultorio, nella Regione Lazio, è destinato non è più la donna o la coppia, bensì la famiglia regolarmente costituita. Già questo è un primo motivo di censura, la legge regionale non può essere contraria a qualla nazionale e, comunque, la norma si pone in palese violazione degli artt. 2 e 3 della Costituzione che sanciscono il principio di eguaglianza e la tutela del cittadino considerato “come singolo”, oltre che nelle formazioni sociali.
continua a leggere (…)
Roma, consultori, le prime ottantamila firme per bloccare la proposta Tarzia
Succede a Roma, 14 Aprile 2011
Appuntamento alle 10 davanti al Consultorio di Via dei Lincei con le Donne e le Associazioni dell’Assemblea Permanente contro la proposta Tarzia.
Siamo partite, eravamo tante, quasi tutte, con le nostre scatole variopinte e ammonitrici che rappresentavano simbolicamente le prime 80.000 firme a sostegno del ritiro della irricevibile proposta di legge.
Il corteo ha raggiunto la sede della Regione attraversando Via Cristoforo Colombo e bloccando per un po’ anche il traffico ….. che non ha protestato, affascinato dalla musica della Banda e dalla danza di bravissime giovani donne e incuriosito dai nostri scatoloni tenuti alti nel passaggio. Giunte a destinazione abbiamo richiesto, come precedentemente annunciato, di incontrare la Presidente Renata Polverini per consegnare a lei le firme.
Polverini non ci ha ricevute. Abbiamo intanto consegnato due leggiadre e simboliche scatole rosa all’Assessore Forte, che era uscito a parlare con noi, che le ha prese in carico, e “in braccio”.
La mobilitazione continua …. e continua la raccolta delle firme, fino al ritiro della proposta di legge Tarzia che è il nostro obiettivo, che è l’obiettivo dell’Assemblea Permanente delle Donne
Su questa pagina (in: La legge Tarzia non parla di noi) anche per firmare on-line e per scaricare i moduli raccolta firme in cartaceo.
L’attacco all’autodeterminazione delle donne e delle loro conquiste, che si va consumando da troppo tempo e con tutti i mezzi, saldamente in mano alla confraternita maschile, che volutamente non chiamo patriarcato, è sempre più evidente.
Sapevamo, e lo abbiamo detto, che nel Lazio la questione dei consultori sarebbe stata emblematica ed anche un banco di prova per una strategia nazionale. La rivista Noi Donne nel numero di Settembre dedicò uno speciale alla vicenda del Lazio e ogni mese parla della situazione dei consultori nelle varie regioni.
L’attacco alle donne, la palese volontà di riportarci indietro e di farci tacere, la riduzione a oggetto della nostra immagine, neanche più solo fisica ormai, il tentativo continuo di sostituire la dignità del soggetto politico Donna reiterando astutamente in sua vece la parola “famiglia” sono un ulteriore tentativo di depotenziamento della nostra Carta Costituzionale.
I messaggi, diretti e indiretti, che passano attraverso il collo di bottiglia imposto dalla comunicazione di massa, sempre saldamente in mani maschili, sono parte integrante della strategia, sempre più evidente, mirata a moderare e ridimensionare la metà di tutto che ci appartiene per diritto di cittadinanza.
Per questo noi ci siamo e ci saremo sempre, ovunque potremo.
- “Speciale consultori” su NoiDonne.org
- Articolo su “Il Tempo” e risposta dell’assemblea delle Donne
- “Consultori: fatti e non propaganda” su WomenInTheCity.it
Carla Cantatore, UDI Monteverde
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Italia chiama
Dopo 150 anni di Italia connessa/annessa, dopo 65 anni, libera e repubblicana, dopo il 13 febbraio, Italia chiama per la piena attuazione della Costituzione, per l’uguaglianza tra tutti i cittadini e tra uomo e donna, per i diritti, per la cultura e la ricerca …
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“A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”
Un’interessante riflessione di Olivia Guaraldo, ricercatrice presso l’Università di Verona:
Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto.
Risulta perciò tanto più difficile e azzardato, oggi, provare a delineare i tratti di una filosofia della storia che abbia al suo centro fenomeni storico-politici e sociali che si sono innescati in maniera decisiva a partire dalla fine degli anni ‘60 ma che non possono oggi affatto dirsi conclusi, anzi. Risulta altresì ulteriormente azzardato cercare di fornire una filosofia della storia ‘nostrana’, ovvero relativa alla specificità del caso italiano, quando secondo i dettami e i canoni della filosofia della storia tradizionale, lo sguardo d’insieme del filosofo dovrebbe essere ‘universale’. Un’ultima cautela, poi, dev’essere riservata al contenuto specifico della filosofia della storia che vorrei modestamente tentare di delineare, ovvero la libertà femminile, in quanto, sempre secondo i dettami tradizionali del sapere filosofico, come è noto, tale opzione – la libertà – riguarda l’essere umano nella sua neutralità e non specifici soggetti sessuati.
Libertà femminile, poi, sarebbe per Hegel un vero e proprio ossimoro, in quanto la donna è, secondo il filosofo tedesco, un essere la cui identità è una ‘eterna ironia della comunità’, ovvero un essere la cui essenza è incapace di porsi al di sopra delle leggi ‘naturali’ della famiglia e del corpo, un soggetto che ha sempre a cuore prima il genos della polis (Hegel pensava ad Antigone), prima la famiglia e la stirpe del diritto, della politica, insomma di tutte quelle cose che invece caratterizzano l’essenza del maschile. Non è quindi un caso che uno dei libri più dirompenti e radicali del femminismo italiano degli anni ’70 , scritto da Carla Lonzi, portasse il titolo “Sputiamo su Hegel”.
Lonzi, in un altro dei suoi preziosissimi scritti di quegli anni, caratterizzati da un radicale ma circostanziato e filosoficamente fondato rifiuto per i paradigmi universalizzanti del sapere filosofico e delle sue versioni politiche (tra cui anche l’ideologia marxista così come imperava nei movimenti di allora) afferma: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”. Lonzi, assieme alle donne del suo gruppo, Rivolta femminile, pronunciava questa frase agli inizi degli anni ’70, forse per scongiurare un ingiusto e automatico inserimento del progetto di liberazione della donna, tanto caro al femminismo di quegli anni, in più ampi progetti emancipativi di carattere ‘universale’. “Non vogliamo essere le protagoniste di una storia altrui”, sembra dirci Lonzi, “vogliamo tracciare da noi il nostro percorso verso la libertà”.
Il difficile cammino di autonomia e creatività, per le donne, doveva iniziare, per Lonzi, dai rapporti fra i sessi, dall’analisi lucida delle condotte sessuali e dei modi specificamente femminili di accesso al desiderio e al godimento. L’autonomia psichica, afferma Lonzi con grande coraggio, si conquista anche attraverso l’accesso libero e autonomo delle donne al piacere sessuale (divenne celebre la sua proposizione della donna clitoridea, rispetto alla donna vaginale). L’importanza, oggi, di una riattualizzazione del pensiero di Lonzi al fine di analizzare, decodificare, comprendere il rapporto fra sesso e potere nelle recenti vicende italiane, è davvero cruciale, per sottrarsi ai moralismi, alle facili generalizzazioni, alle categorizzazioni di donne per bene e donne per male (ho tentato di farlo nel mio saggio, di recente pubblicazione, (In)significante padrone. Media, sesso e potere nell’Italia contemporanea, in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte 2011.)
Dicendo però che il futuro delle donne doveva essere ‘imprevisto’ piuttosto che eccezionale, non stava forse Lonzi negando ogni legittimità alla prospettiva di una filosofia della storia? E, per fare la parte dell’advocatus diaboli, non è forse vero che le recenti vicende riguardanti alcune (forse molte) giovani donne italiane, il loro rapporto con il potere, il sesso, il desiderio, testimoniano di una notevole dose di ‘imprevedibilità’, anche e soprattutto per le femministe? Era forse questo, quello a cui pensavamo, si sono chieste molte delle ‘storiche’ rappresentanti del movimento delle donne, quando auspicavamo la liberazione dal patriarcato e il libero accesso alla nostra autonomia e libertà?
Daniela Santanché sostiene di sì, e insieme a lei molti dei fedeli servitori del Cavalier sultano, che non perdono occasione per applicare un lucido e cinico realismo al dato di fatto della libertà femminile, salvo poi trasformare per opportunità politica quel realismo in idealismo familistico e cattolico, quando si tratta di limitare e regolamentare le libertà femminili non funzionali al bunga bunga. Siamo di fronte, ancora una volta, alla declinazione ad personam di criteri di giudizio e diritti, questa volta non nella loro versione anti-magistratura, bensì in quella molto più innovativa e d’avanguardia: la versione hard del conflitto di interessi o, se preferite, la doppia morale di antico stampo cattolico condita di richiami post-moderni sull’indecidibilità di bene e male; un “siamo tutti peccatori”, declinato da Antonio Ricci, il vero intellettuale organico del berlusconismo, in un “nessuno si erga a giudice della dignità delle donne, perché loro la dignità non ce l’hanno, basta guardare le veline, non esiste dignità, così come non esiste la verità”. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe ben altri approfondimenti. Ciò che tuttavia i programmi di Antonio Ricci e di altri geni del mezzo televisivo ci insegnano, al di là della fine delle ideologie e della fine della verità, è che proprio nel mezzo televisivo si è giocata e si gioca, a mio avviso, una partita centrale per la costruzione della nuova società italiana, una partita che ha al suo centro le donne e i loro corpi.
La breve ed approssimata filosofia della storia sul percorso della libertà femminile in Italia negli ultimi 20 o 30 anni presume che quell’imprevedibilità del futuro delle donne, a cui Lonzi accennnava, sia stata fagocitata da un sistema di segni e di significati interamente volto a neutralizzare la nascente libertà femminile nonché la sua partecipazione massiccia ed attiva nella società, nelle istituzioni, nella politica. C’è stato, insomma, a fronte di una massiccia e attiva partecipazione delle donne al femminismo, a fronte di una contaminazione della società e delle istituzioni delle istanze sollevate del movimento delle donne, un serrare le fila da parte del patriarcato (chiamiamolo ancora così, per favore), al fine di arginare e delegittimare le aspirazioni di libertà e partecipazione delle donne. La filosofia della storia non indaga le singole intenzioni degli uomini, e quindi non ci chiederemo se tale chiusura sia stata il frutto consapevole di un gruppo di persone, o sia semplicemente stata determinata da una costellazione di concause (fra le quali è lecito inserire il quotidiano lavorio della televisione nell’assecondare e plasmare una certa idea di donna e di corpo femminile, assieme anche ad una certa idea di sesso).
Il femmile dunque, dopo il femminismo, ritorna nel discorso pubblico solo come corpo, ma non il corpo liberato delle donne consapevoli di sè e del proprio desiderio, bensì il corpo oggetto esaltato e idolatrato, curato ed esibito, discusso e sezionato dagli occhi impietosi delle telecamere nostrane. Non solo dagli uomini, però. Quel corpo di cui ci eravamo impossessate è diventato la nostra ossessione, e nell’ossessione esso si è autonomizzato, ancora una volta, dai nostri desideri e dalla nostra consapevolezza, entrando senza intoppi nel tritacarne mediatico guidato da sapienti manipolatori del consenso e vezzeggiatori del ventre molle dei nostri maschi. Ma ciò che più conta, ai fini di una filosofia della storia femminista, provvisoria e militante ad un tempo, è che il portato ‘etico’ di questa appropriazione indebita dei nostri corpi, forse con il nostro consenso o con il nostro silenzio, è caratterizzato da due atteggiamenti, rintracciabili nella diffusa mentalità italiana: da una parte la cosiddetta messa in mostra dei corpi femminili da parte dei mass-media, pervasiva e violenta ad un tempo, è in un certo senso rassicurante, perché colloca la donna nel suo vecchio, antico ruolo di oggetto, e quindi non minaccia il prestigio e il potere maschili.
Dall’altra, quella stessa rappresentazione – così efficacemente resa nell’ormai celebre documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne – rafforza un atavico disprezzo – correlato forse indispensabile del desiderio maschile di possedere quel corpo – per il femminile. Il disprezzo, forse inconscio, forse a malapena celato, per un corpo eccessivamente esibito ed eccessivamente femminilizzato – i tratti dei corpi delle donne in tv sono a dir poco parossistici, come ben sottolinea Zanardo – è il rovescio della medaglia dell’addomesticamento, del tentativo di soffocare ogni istanza di vera libertà femminile, di mantenere le donne sulla soglia di una vera autonomia, confinandole nella familiare e rassicurante sfera della loro bellezza e trivialità. Quei corpi non sono di donne vere ma di spettri, ombre di un immaginario tutto maschile, interiorizzato e incarnato al massimo grado dai prototipi delle bellezze televisive e ora anche politiche. Nelle aule della politica quel femminile, addomesticato, rassicurante e a volte anche apertamente disprezzato, ha preso il posto delle donne reali, dei loro desideri e dei loro bisogni. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che è insostenibile.
Tuttavia questa provvisoria filosofia della storia non può limitarsi ad una miserevole denuncia di ciò che è avvenuto a un livello di immaginario di massa, ma considerare anche le numerose esperienze di riflessione femminile che in questi anni, forse in maniera carsica ma persistente, hanno appassionato molte donne: nelle università, nelle associazoini, nella vita di tutti i giorni, nelle esperienze di lavoro e di cura, nella passione per la politica e per la cultura, nell’arte, nella letteratura, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, le donne hanno elaborato e criticato, hanno vissuto e cresciuto altre donne e altri uomini secondo diversi ideali e modelli. Chi consapevolmente e in maniera militante, chi forse inconsapevolmente ma rispondendo ad una propria idea di libertà e autonomia, ciascuna a proprio modo ha avversato i pervasisi e martellanti tentativi di un addomesticamento della propria autonomia, perseguito attraverso la promessa della visibilità mediatica, della bellezza, del successo al prezzo di una piacevolezza garbata e silenziosa.
Quelle donne, con le loro differenze, alcune armate di un sapere e di una consapevolezza militante e femminista, altre con la loro ingenuità, ma tutte accomunate dal desiderio, forse dal bisogno di esprimere per una volta una voce unica e forte, sono scese in piazza il 13 febbraio, dopo anni di silenzio pubblico per certi versi allarmante, per altri forse preparatorio ad una lenta ma prorompente rinascita collettiva. Benché sia stato detto che le donne ‘vere’ sono altre da quelle che appaiono in tv, che le donne non hanno bisogno di scendere in piazza per mostrare il loro valore e la loro ‘serietà’, la sorprendente partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio testimonia di una percezione diffusa e collettiva della necessità di contrastare quei modelli, di affermare la propria ‘dignità’ e libertà. Nessun altro grande tema avrebbe portato in piazza così tante donne, e questo è necessario ribadirlo.
Questa breve filosofia della storia si ferma qui, non pretende di essere una ricostruzione fedele o imparziale degli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi 30 anni a proposito della libertà femminile: tale libertà non si è assopita, ha solo cessato di mostrarsi in pubblico in maniera massiccia, fino al 13 febbraio e da lì poi anche l’8 marzo del 2011. Da adesso in poi la storia resta tutta da fare – e poi eventualmente da scrivere in forma di una sua filosofia – e non potrà essere fatta se non prendiamo sul serio quella libertà che si è tentato di sottrarci con i mezzi più abili e diversi. Mi pare di poter dire che di quella libertà potremo fare molto solo se ci riappropriamo insieme di una storia che è comune, che tutte ci riguarda, che tocca le nostre vite individuali ma che non può essere risolta individualmente: dobbiamo insomma essere in grado di tornare a dire ‘noi’.
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8 marzo 2011
Teresa Mattei una delle prime iscritte all’UDI propose la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo
Prima di riparlare dell’otto marzo passa un anno e qualche volta si salta. In scivolata continua o è festa delle misure (anche maschili), pizza e pub, o gran confusione e povertà di linguaggi nella trasmissione della ricorrenza. Grande fatica ormai per ricordare questa data nella sua accezione storica e di significato essendone ingarbugliato l’intreccio tra geografia, femminismi, politica, due guerre.
Il grande valore della simbologia dell’8 marzo è andato nel tempo ad affievolirsi per due motivazioni principali:
la perenne voracità delle enormi mandibole consumistiche che triturano mamme, papà, capodanni, sanvalentini, pasque-natali…
lo sbiadire della passione civile e sociale con la conseguente atrofizzazione della creatività nel riproporre-rivivere i riti e le simbologie collettive. Tra i grandi imputati l’invadenza dei media incalzanti sul taglio dell’intrattenimento dilettevole a tutti i costi (che influisce sulla percezione personale complessiva del mondo), il disfacimento di politica e ideologie. Si potrebbe aggiungere, specialmente oggi, il grande sforzo della decostruzione e cancellazione di tutto ciò che può dare fastidio ad un grande disegno politico-autocratico.
L’8 marzo andrebbe abolito e cancellato dal calendario. La sinistra si ruba anche l’8 marzo. Mimose e veleni. E’ Silvio il vero femminista. Parola di una ex Lotta Continua… Sono titoletti di alcuni giornali parabolani di oggi.
Loredana Lipperini osserva tuttavia che celebrare l’8 marzo è stato importante anche nella deriva verso il superfluo: perché è servito a ricordare una data in cui le donne potevano contarsi e, eventualmente, mostrarsi. La citazione è tratta dalla sua prefazione al libro 8 marzo, una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, riedito nel 2009 per Iacobelli Edizioni.
La prima edizione risale al 1987 col titolo 8 marzo. Storie miti riti della Giornata internazionale della donna, cui è seguito un video l’anno dopo, praticamente introvabile. La riscrittura del libro non tocca fondamentalmente l’impianto originario, ma lo integra, lo aggiorna e lo arricchisce alla luce di quanto emerso in questo ultimo ventennio sulla storia e sul significato dell’8 Marzo.
Nella loro introduzione le Autrici sostengono che tutto sommato questa data mantiene un bel segno di resistenza nel vuoto culturale attuale dove nulla viene rivolto alle donne. Tranne quel poco, rispetto al necessario, che una parte di loro stesse riesce a creare e riservarsi.
Sospettano che ci sia la voglia di non rinunciare ad una tradizione che prima o poi saprà recuperare il più importante dei suoi significati: così pochi – e fragili – sono i diritti effettivamente conquistati e così tante le conquiste minacciate di cancellazione, da poter considerare nuove “esplosioni” di movimento come un evento facilmente prevedibile.
Parole che si possono definire di acuta lungimiranza e… profetiche. Ecco infatti l’esplosione nelle piazze di meno di un mese fa, in quel facilmente prevedibile sembra esservi la data: 13 febbraio 2011.
Quanto alle radici storiche, sul web è una vera torre di Babele, ogni sito dà una sua versione anche con sviste, rabberci, un patchwork. Eccone uno a caso.
L’origine dell’otto marzo si fa risalire a un incendio: 8 Marzo 1908, Stati Uniti.
L’assenza di sistemi di sicurezza e le pessime condizioni di lavoro causano un grave incendio nell’industria tessile Cotton, una fabbrica ad alta concentrazione di lavoratrici. Nelle fiamme perdono la vita 129 donne, rimaste imprigionate nella fabbrica: Mr. Johnson, il proprietario, usava chiudere le porte durante l’orario di lavoro, per impedire agli operai di uscire… In ricordo della tragedia, sin dagli anni immediatamente successivi al suo accadimento, negli Stati Uniti si organizzano celebrazioni per commemorarla.
Presto l’importanza di questa data, 8 marzo, varca i confini americani: si diffonde in tutto il mondo grazie alle associazioni femministe…
Nel secondo dopoguerra l’UDI, Unione Donne Italiane, sceglie un fiore per questa ricorrenza: la mimosa, profumatissima e impalpabile, povera e selvatica, ma che subito si carica di una precisa connotazione politica…
link consigliati… Galleria fotografica dell’industria tessile Cotton:
http://www.ilr.cornell.edu/trianglefire/primary/photosIllustrations/index.html
Solo che il sito indicato è della Cornell University e riguarda l’incendio avvenuto il 25 marzo 1911 nella Triangle Waist Company in New York City, 146 vittime tra uomini e donne, ben documentato con foto e articoli:
141 Men and Girls Die in Waist Factory Fire, è il titolo del New York Times in prima pagina, servizi a pag. 4.
New York Fire Kills 148: Girl Victims Leap to Death from Factory, in prima pagina del Chicago Sunday Tribune.
Dell’incendio alla fabbrica tessile Cotton, 8 marzo 1908 a New York, delle 129 operaie morte, di mister Johnson crudelissimo che bloccò le porte, nessun segno. Un evento di tale portata e impatto emotivo avrebbe sicuramente lasciato una traccia con testi e foto nei maggiori giornali newyorkesi e non solo.
L’origine vera della cosiddetta festa della donna è molto intricata e la decodifica o codifica storica è influenzata dal punto di osservazione come non dovrebbe essere. Dunque occorre ritrovare fonti autorevoli, ricerche e studi di prima mano. Se i documenti ci sono, bene, altrimenti non possiamo inventarli, tantomeno ignorarli.

La Giornata internazionale della donna, comunemente la Festa della donna, viene riconosciuta nel 1977 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Ris. 32/142 del 16 dic.) che raccomanda agli Stati membri di celebrare nel rispetto delle loro tradizioni. Anche l’Unesco proclama la Giornata, stabilendo direttamente la data 8 marzo. Ed è unificazione mondiale.
La connotazione primaria come ricorrenza di rivendicazione e affermazione di diritti della donna, strettamente legata al mondo del lavoro, non è conferita da una formula ma risale alla seconda rivoluzione industriale-primo novecento e si ritrova in America, in Europa, in Russia. Simbologia civile imprescindibile nella storia moderna. Date diverse ma unico l’obiettivo: diritti alle donne.
Le due ricercatrici Tilde Capomazza e Marisa Ombra ripercorrendo a ritroso il percorso della storia e del significato dell’8 marzo già nel 1987 suscitarono scalpore e molti malumori di fronte alle risultanze e ai documenti esaminati in alcuni anni di lavoro. Furono addirittura accusate (femministe folli) di voler demolire la Festa della donna.
La versione emotiva ricorrente, di Clara Zetkin che a Copenaghen nel 1910 fissa l’8 marzo come Giornata internazionale della donna, in memoria delle donne morte (29 – 129) nell’incendio di un opificio a New York nel 1908 (anche Boston, Chicago), non risulta alla luce della cronaca e dei documenti. Risulta piuttosto una leggenda epico-politica posteriore.
La scoperta che facemmo – e che è stata per noi stesse causa di sconcerto – era che all’origine dell’8 marzo non c’era nessun incendio, che nei diversi paesi si sono date nel corso del tempo spiegazioni diverse delle origini della giornata, che quella data è stata effettivamente fissata nel 1921, dalla Conferenza Internazionale delle donne comuniste, per ricordare una manifestazione di donne con cui si era avviata la prima fase della rivoluzione russa.
Di questa scoperta abbiamo dato prove documentate e analisi dei fatti.
Alla II Conferenza internazionale di Copenaghen del 1910 nessun punto all’ordine del giorno riguarda una giornata internazionale della donna e nessuna ne risulta tra le 18 risoluzioni approvate. Inoltre si tratterebbe se mai di formalizzarla come calendario internazionale dal momento che una giornata è già ricorrente, in America più estesamente che in Europa. Secondo gli atti Clara Essener Zetkin non fa interventi e quindi proposte durante l’Assemblea generale, ma lavora su altri temi (pg. 74, op. cit.). Tuttavia ha il merito di essere fautrice e divulgatrice, non istitutrice-fondatrice, della Giornata come estensione internazionale di cui pubblica la proposta a titolo giornalistico sul giornale che dirige, Die Gleichheit (l’Uguaglianza), ma con a fine testo una postilla mai spiegata: la mozione è stata assunta come risoluzione.
Il 19 marzo dell’anno dopo, la Giornata verrà celebrata come internazionale in Europa, più largamente in Germania, segno che Zetkin ha diffuso bene tra i suoi forse 100-200 mila lettori. E anche questa celebrazione non è in rapporto né con uno sconosciuto incendio Cotton né con l’altro incendio terribile sopra richiamato, della Triangle Waist Company in quanto avverrà proprio una settimana dopo il 25 marzo. Tanto per dire, l’8 marzo anche il TG 3 ore 14,20 nel servizio relativo lega emozionalmente la giornata all’incendio della Triangle Waist.
Perché il 19 marzo? Alessandra Kollontaj chiarisce espressamente: Non abbiamo scelto questa data a caso… Il 19 marzo 1848 durante la rivoluzione, il re di Prussia dovette per la prima volta riconoscere la potenza di un popolo armato e cedere… Tra le molte promesse… che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne.
In America continuò a chiamarsi Woman’s Day. Nella Russia zarista la prima Giornata internazionale delle operaie ha luogo a Pietroburgo il 3 marzo nel 1913, naturalmente le donne sono malmenate e imprigionate. L’anno dopo lo zar prende precauzioni: le attiviste vengono imprigionate e deportate, così non possono indire la celebrazione.
Nel ’14 la data in Germania si anticipa dal 19 all’8 marzo, ma per comode coincidenze.
Prima volta in Francia nel ’14, al 9 marzo.
Alla Conferenza delle donne di Berlino, 1914, si avanza ancora la richiesta della unificazione delle date (da Americane, Finlandesi, Svedesi), ma ancora non viene approvata: l’importante è che la Giornata sia l’occasione per rivendicare l’emancipazione politica delle donne.
1915, è la guerra e in nessun paese si indice la giornata, tranne che in Norvegia.
Per la storiografia della Giornata il 1917 è l’anno che dà il via all’unificazione della data.
Kollontaj chiarisce (riportato da C. e O.): La fame, il freddo e le sofferenze della guerra l’hanno avuto vinta sulla pazienza delle operaie e delle contadine russe. L’8 marzo 1917 (23 febbraio secondo l’antico calendario) Giornata internazionale delle operaie, esse sono uscite coraggiosamente nelle strade di Pietrogrado. Queste donne, operaie e mogli di soldati esigevano pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalle trincee. In questo momento decisivo l’azione delle donne divenne così minacciosa che le forze di sicurezza dello zar non osarono prendere le misure abituali per bloccare le ribelli e si contentarono di guardare senza comprendere l’onda traboccante della collera popolare…
Termina la grande guerra, abbattuto lo zar tra strascichi ancora della guerra civile, riprendono a Mosca nel ‘19 i lavori della III Internazionale socialista dove si stabiliscono diversi obiettivi e i compiti del costituito Segretariato (Zetkin – Kollontaj affiancate) che deve convocare la Conferenza e organizzare la giornata internazionale delle donne operaie.
Così la Conferenza internazionale delle donne comuniste del 1921, (segretaria Kollontaj, 20 paesi, 82 delegate, mancante la delegata italiana per la scissione di Livorno del Partito socialista) fissa l’8 marzo, corrispondente al 23 febbraio nel calendario russo. La motivazione passata è: adotta la data dell’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia, giorno della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo.
La data e l’avvenimento determinante per elevare al rango ufficiale ed internazionale la Giornata della donna nell’ambito dell’Internazionale socialista, vennero quindi dalla manifestazione delle operaie e delle contadine russe che diede il via all’abbattimento dello zarismo, massimo simbolo di oppressione all’epoca. E non dall’episodio di un incendio nella fabbrica dove perirono le operaie americane che, potendo trattarsi della Triangle, era avvenuto dieci anni prima, il 25 marzo. Il perché di questa confusione e ambiguità, originata intorno alla festa della donna e trainante dagli anni ’40, non è stato sufficientemente chiarito. Un ragionamento politico seguito dalle autrici porta ad avanzare questa ipotesi: una derivazione apertamente sovietica alla base della celebrazione di una Giornata che doveva unire le donne, di tutte le appartenenze, le avrebbe invece divise. Il potente mito o narrazione delle operaie morte in fabbrica avrebbe portato invece ad aggregarle tutte. E probabilmente così fu.
8 marzo 2011
Archiviato in autodeterminazione delle donne, Donne nel mondo, libertà delle donne
Più che una festa
Ringraziamo Mimma Iannò Latorre per averci inviato una riflessione sull”8 Marzo.
Questo “otto marzo” è diverso dagli altri. L’eco dell’ultima manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio scorso, mi spinge a considerare l’aspetto positivo della lotta delle donna per la propria liberazione. Si intravede, infatti, oggi più che mai una reale possibilità di poter coinvolgere, anche le più restie e pigre tra di noi, a lottare tutte insieme per la rivendicazione dei nostri diritti. E non solo. Per stabilire, anche, un patto intergenerazionale che connoti finalmente la lotta della donna alla stessa maniera della lotta portata avanti dall’intera umanità per i diritti di tutte e tutti alla vita. Quest’anno, poi, la ricorrenza coincide con l’ultimo giorno della festa di carnevale. E questa sovrapposizione casuale di data, mi porta ulteriormente a riflettere sia sul senso della festa carnascialesca sia sull’altro significato più serio legato alla memoria e alla consapevolezza delle dure lotte che molte donne hanno affrontato per affermare i propri diritti nei posti di lavoro e nella società, dalla Rivoluzione industriale ad oggi.
Il carnevale si sa è un eccesso liberatorio dal sottile gioco della rappresentazione farsesca del quotidiano, illusione del disfarsi delle maschere imposte, dalle relazioni distorte fondate sullo scontro e sulla difesa ad oltranza dal volto dell’altro considerato nemico del nostro “io”. Tutto è lecito, è uno scherzo, un lazzo, un guizzo ironico della mente per schernire e sorprendere la monotonia del rapporto tra uomini e donne. Quale collegamento potrebbe esserci tra il carnevale e la festa della donna? La festa della donna non è uno scherzo, una sacra rappresentazione dell’eterno femminino da idolatrare in modo ironico ma è un amaro ricordo. E’ memoria di dure rivendicazioni, di tragedie, che col passare degli anni si tramutò in Giornata di lotta internazionale delle donne per la difesa e il riconoscimento dei propri diritti economici, sociali e politici e contro la discriminazione sessuale. Sembra che il doppio significato insito nella natura delle cose possa aiutare la riflessione sullo specifico femminile come veniva definita anni or sono la differenza di genere e i problemi ad essa collegati. L’unico legame possibile tra le due ricorrenze è senza dubbio la globalizzazione del libero mercato che si impadronisce degli eventi per fare business. L’uso consumistico di coriandoli e mimose che si spandono in un folle volo sulle nostre città gonfie di beni materiali e svuotate di qualsivoglia bene spirituale. Nella ricchezza si nasconde la miseria. I fili del male si intrecciano in modo inestricabile con i fili misteriosi del bene. Sembra che non si possa trovare soluzione alcuna ai problemi delle donne. Il Parlamento ha sempre problemi più urgenti da risolvere… ma basta una piazza dove si possa urlare la rabbia e il dolore, e l’attenzione della gente si concentra su un punto anche solo per poco e lentamente, se si riesce a mantenere desta l’attenzione in mezzo al turbinio costante delle news multimediali, si può riprendere il cammino per raggiungere la meta.
Noi donne, stiamo facendo dall’epoca della Rivoluzione francese fino ad oggi, un percorso di liberazione per il riconoscimento della differenza e della parità dei diritti. Sarebbe utile che le giovani generazioni nelle scuole o nelle associazioni, conoscessero meglio questa storia… ma non è questo aspetto della questione femminile, il contenuto della mia riflessione. Mi pare utile, invece, porre l’attenzione sul recente fenomeno dell’ “escortismo“ che sta pervadendo con più clamore, il mondo dei nostri politici. Forse Ruby e le altre come lei, non lo sanno, ma anche loro sono donne che dovrebbero iniziare un cammino di liberazione dal giogo patriarcale. Chi glielo farà notare? Non di certo il loro “oppressore”. Essere oppresse è un lavoro faticoso ma un lavoro. Non è forse considerato il mestiere più antico del mondo? Dal guadagno facile ed immediato e dalla coscienza sorda? Non è forse una donna libera dagli schemi moralistici, una che lavora con il proprio corpo? Alcune donne furbe come le “signorine a pagamento” glissano così l’ostacolo della povertà affidando il loro corpo ai giochi di un uomo che curano e allietano alleggerendolo dalle fatiche causate dal logorio del potere… Sono libere senz’altro queste donne ma non sono, certamente, donne liberate dall’ossessione sessuale.
Quante le schiave del volere maschile che nei secoli si sono date generosamente e continuano a farlo? Per un frainteso senso di appartenenza al proprio ruolo (una donna ama… non si vende) e per una non compiuta identità, (il valore e la stima della sacralità del proprio corpo) in cambio della sicurezza e del benessere si sono prostituite e si prostituiscono all’uomo potente che le impreziosiva e le impreziosisce rendendole oggetto di desideri carnali più che soggetto e protagonista del cambiamento e della trasformazione nei costumi e nelle relazioni tra cittadine e cittadini di una società cosiddetta civile? Mentre milioni di donne oneste, povere, lavoratrici, schiave del martoriato sud del mondo oppure ricche ed emancipate dell’occidente opulento, profughe e migranti con obiettivi comuni e differenti, in lotta sempre, tutte unite per rivendicare i diritti umani fondamentali e universali, per esprimere desideri, proporre e trasmettere saperi e pratiche di liberazione dall’antico dominio maschile, sono in continuo travaglio da ormai troppo tempo… altrettante rappresentanti del genere femminile sono invece impegnate a svendersi al miglior offerente.
Oggi in ogni settore della società la presenza femminile fa la differenza. Quale differenza? La visione dei problemi del mondo scritta dalla fatica femminile sui campi di grano, nelle risaie, nelle officine, nei luridi tuguri e nelle baraccopoli delle megalopoli di oriente e occidente, la lettura seria e determinata delle madri di tutte le piazze in rivolta contro il dittatore di turno, i pianti strazianti e le ferite dei corpi violati ed uccisi non rappresentano ogni giorno per ognuno di noi un senso profondo di conversione ad una vita giusta, dignitosa, pacifica? Non sono queste donne un richiamo autentico alla bellezza e alla bontà di ogni essere umano, donna o uomo che sia e che ha il diritto di vivere e di non essere ucciso o uccisa? Ma questa differenza nell’azione nonviolenta si paga ancora a caro prezzo. La parità, miraggio delle femministe degli anni 70 non è ancora pienamente realizzata. Non tutte le donne sono però consapevoli dei propri diritti e della propria uguaglianza sul piano della legge. Le nuove generazioni di donne pare che non si entusiasmino troppo a queste battaglie che furono invece ideali e scopi esistenziali delle loro madri. Strette dal bisogno di trovare un lavoro subito, sono propense per questioni di sopravivenza ad accettare con facilità qualsiasi proposta venga fatta loro e pur di uscire dai meandri tortuosi dell’indigenza vanno incontro inconsapevolmente ad un assurda felicità che le incatena per sempre alla schiavitù del corpo, al suo apparire fallace e precario. Il lavoro onesto non si trova, la disoccupazione giovanile nel nostro Bel Paese è a livelli altissimi. La fuga dei cervelli aumenta, il popolo italiano è un popolo di vecchie e vecchi! Non sarebbe il momento, come è stato detto nella manifestazione ultima delle donne, scese nella piazze per protestare contro l’uso e la violenza dell’immagine del corpo della donna nella pubblicità, di sentirci ancora più unite tutte, anche se di corrente politica diversa, atee e religiose, nella comune lotta per la nostra liberazione? A cominciare dal lavoro. Fonte di sostentamento onesto e dignitoso. Lavoro per tutte, per poter crescere e realizzare ed esprimere pienamente il nostro “genio femminile” senza paura di essere sminuite, oltraggiate, prevaricate ed uccise. Lavorare è un nostro diritto.
Eppure l’articolo 37 della nostra Costituzione recita.” La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.
In una società democratica come la nostra è urgente portare avanti una politica “paritaria” non solo per puntare al miglioramento effettivo della condizione sociale della donna italiana ma per creare percorsi lavorativi accessibili a tutti e tutte quelli e quelle che provengono da Paesi e culture differenti e che in questi giorni stanno arrivando sulle nostre coste per sfuggire ai regimi totalitari che non assicurano di certo un futuro lavorativo dignitoso. Mi riferisco certamente al miglioramento dei servizi pubblici come gli asili nido per le madri lavoratrici, il tempo pieno nelle scuole primarie, la defiscalizzazione del lavoro delle baby sitter e delle badanti, un effettiva tutela legislativa del lavoro delle donne, ad esempio: fissando delle “quote rosa”, imponendo ai datori di lavoro un’assunzione paritaria (uomo-donna) dei dipendenti e sanzionando efficacemente i sempre più frequenti licenziamenti “giustificati” dalla maternità. Questo “otto marzo” vorrei infine che fosse una forte presa di coscienza soprattutto da parte di tutte quelle giovani donne che non si amano abbastanza e non credono che solo puntando in alto, salvaguardano la propria dignità personale e rinsaldano la coscienza con la ferma convinzione di appartenere al genere femminile e orgogliose di esserlo!
Mimma Iannò Latorre
Otto marzo e due volponi
L’8 Marzo non chiediamo: affermiamo il diritto delle donne
Liberiamoci dal governo per governarci
Nelle piazze e nelle strade del paese, un milione di donne hanno reclamato il loro diritto a riferirsi ad un governo dignitoso. Lo hanno fatto usando come esempio la propria dignità, mortificata dalla pervicace negazione dei diritti. Molti uomini le hanno seguite, la politica ne ha preso visione. Senza conseguenze nell’esercizio delle responsabilità pubbliche ricoperte da governo ed opposizione.
In questi giorni sull’altra sponda del Mediterraneo e nell’area a noi vicina del Nord Africa, dilagano proteste contro dittatori prepotenti, privi di dignità umana, incapaci di rispettare quella dei loro popoli e pronti a tutto per conservare il potere.
Le donne e gli uomini hanno dato l’avvio a un cammino ancora imprevedibile.
Nell’attuale assetto del mondo il cammino verso la democrazia per questi popoli è gravato da enormi interessi di altri paesi per lo sfruttamento delle risorse. Di fronte alle reazioni sanguinarie, contro la lotta pacifica di donne e uomini in Libia ordinate dal dittatore Gheddafi, chi ha responsabilità nell’averlo sostenuto ed arricchito, come il Premier italiano in carica, resta pressoché in veste di osservatore. L’intero mondo occidentale, “esportatore di democrazia”, che non intende abbandonare i suoi stili di vita, resta in attesa, forse di nuove soluzioni da imporre a quelle popolazioni, lasciandosi tentare, ancora una volta, da “opzioni militari”.
Non è immaginabile una svolta democratica indolore in queste condizioni, sappiamo che c’è un prezzo da pagare, ma sappiamo anche che il prezzo più alto lo pagheranno donne e bambini. Anche il nostro governo debole e indegno, di fronte alla nostra denuncia e all’accusa di fare uso criminale del potere, persevera con la prepotenza e l’illegalità ad ancorarsi al posto che occupa con l’unico scopo di conservare i suoi privilegi.
E le cittadine hanno un credito di libertà e diritti che si allarga di giorno in giorno, varcando le soglie della tollerabilità.
Coloro che sostengono a parole le nostre ragioni, non le hanno sostenute come sarebbe stato doveroso.
Di fronte a questo abbiamo la responsabilità di rispondere ancora e sempre con la nostra idea di politica che concretizziamo ogni giorno con pratiche di lotta pacifica al potere patriarcale sempre più connotato da sessismo, classismo, razzismo ed omofobia.
Ripetiamo: il governo deve dimettersi! Oggi lo deve fare per molti motivi in più come la sua totale incapacità di dare risposte democratiche all’emergenza umanitaria, inevitabile, e di governare con saggezza per la parte che compete al nostro paese
Sappiamo quello che avviene ed è avvenuto nei centri di permanenza temporanea, le donne hanno subito stupri e umiliazioni. Sappiamo del trattamento riservato ai migranti in terra libica “per la cortesia usataci da Gheddafi nel trattenere i clandestini” e sappiamo che alle donne è stato usato un trattamento particolare.
Affermiamo, nella consapevolezza di tutto questo, che con l’unica accoglienza alle persone di cui è capace questo governo è quella che si riserva alle merci! E le donne sono la merce preferita del premier che si è macchiato di colpe che stanno aprendo alla legittimazione dello sfruttamento della prostituzione e della tratta come prezzo degli accordi internazionali.
Sentiamo il dovere nel centenario dell’8marzo, di compiere una svolta e proporci come governo della buona volontà del popolo Italiano ed esprimere l’accoglienza e i gesti positivi delle donne nelle relazioni tra popoli.
Faremo i passi necessari perché i centri antiviolenza siano soggetti presenti e vigilino sui luoghi di arrivo e sui centri di prima accoglienza per l’immigrazione.
Siamo stanche di celebrare e di attendere, lo siamo tutte, ma principalmente sappiamo di avere il compito di dare seguito alle manifestazioni del 13 febbraio, volutamente interpretate dalla politica come si trattasse della “solita richiesta di concessioni”.
Siamo precarie, disoccupate, lavoratrici, immigrate, lesbiche, madri, figlie, cattoliche, musulmane, atee, sposate, divorziate, single, siamo soggetti politici, ci prendiamo le nostre responsabilità e pretendiamo i nostri diritti.
Invitiamo tutte le donne che sono state nelle piazze e per le strade del paese a sottoscrivere ancora il patto tra donne per la democrazia e la liberazione dall’irresponsabilità politica.
Quelle che sempre
(Archivio della memoria delle donne del sud, Arcidonna, Arcilesbica, Associazione Maddalena, Comitato 194, centro Antiviolenza Eva, Cooperativa Dedalus, Donne Medico, DonneSudonne, Giuriste Democratiche, Udi Di Napoli, Adriana Buffardi, Antonella Cammardella, Elena Coccia, Simona Ricciardelli, Pina Tommasielli )
Donne, media, speranza
… Anzi ho scritto un articolo in risposta ad una lettera accorata di Lorella che chiede a tutte le donne di fare qualcosa, di muoversi, di parlare, di esserci, di obbligare i partiti a darci delle risposte importanti, serie, sui temi della rappresentazione delle donne in televisione, nella pubblicità, sulla violenza contro le donne. Troppe donne uccise, violentate, quasi sempre dai mariti, dai conviventi, dagli exfidanzati. Lo leggi e mi dici che ne pensi?
E’ troppo triste. Vero, sacrosanto, ma non dai speranza così… devi dare una via di uscita, devi dare delle indicazioni per dire come fare per andare avanti per migliorare le cose.
Non ce l’ho la via d’uscita, non ce l’ho un messaggio, oggi sono solo sconsolata. È troppo brutto quello che accade, è troppo triste questa nostra società, c’è troppo sfacelo intorno, oggi sono solo desolata. Non vedo vie di uscita.
Allora non lo mandare. Lascia perdere. Non si può non dare la speranza del cambiamento.
Sono parole di Loredana Cornero, di tenero ricordo per la perdita del suo meraviglioso compagno, in un suo articolo su noi donne. Ma è lui che dice a lei non si può non dare la speranza del cambiamento.
Alle donne. A tutti.
E Loredana al di là di un momento di scoramento che abbiamo, che abbiamo avuto, continua a lavorare per un debito sociale di speranza e d’amore.
E tantissime altre. E noi.
Forse abbiamo sbagliato a non aspettarci un Gheddafi di carta.
A Catanzaro all’Istituto Comprensivo, tutti gli allievi e le allieve di una classe – terza media soltanto – si rifiutano di andare in gita scolastica perché un loro compagno viene discriminato. La dirigente (sì, aimè donna) non lo aveva autorizzato a partecipare alla gita perché portatore della sindrome di Down (…).
E’ bellissimo. E’ la speranza.
Se no il 13 a che serve?
***
“La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, gli anziani e i minori”.
Donne e media in Italia: intervista a Loredana Cornero
(Pubblicato da La redazione Donne di oggi
il 22/11/2010 – www.alfemminile.com (…)
Abbiamo discusso con lei cercando di capire come costruire una nuova immagine prevalente per le donne italiane, più vera e rispettosa.
Gli stereotipi prevalenti oggi in Italia sono quelli veicolati in particolar modo dalla televisione e dalla pubblicità che usano il corpo delle donne come oggetto. Una delle caratteristiche principali che definiscono la cultura della comunicazione attuale è espressa dalla evidente forzatura che viene esercitata nella rappresentazione di genere.
La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali interessa ormai diversi media. Ma questo non diminuisce le responsabilità della televisione. Quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.
Proprio in questo periodo la Rai sta firmando un nuovo contratto di servizio all’interno del quale sono state inserite, a fronte di una grande campagna e di numerose pressioni di vari gruppi di donne che da tempo lavorano su questi temi, molte clausole per migliorare la rappresentazione femminile in televisione, lavorare per il superamento degli stereotipi e aumentare i modelli femminili rappresentati in televisione. Non dimenticando di aprire spazi informativi sul ruolo e la presenza delle donne nella nostra società e sulla lotta alla violenza sulle donne. Ovviamente bisognerà vigilare affinché tutto questo non rimanga solo sulla carta.
Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quante siano in Italia le giovani donne tra i 20 e i 30 anni e quale percentuale sia quella che ci viene presentata come la quasi totalità delle aspiranti veline. Credo che sia l’ora di dire chiaramente che ci sono giovani donne che studiano, che da grandi vogliono diventare astronaute o missionarie, bibliotecarie o Segretarie Generali dell’ONU; giovani donne che lavorano con successo e professionalità in posti anche di rilevo, ma di cui nessuno o quasi nessuno parla. Ed è quindi alle giovani donne che credo sia importante rivolgersi, a quante si interessano a questi argomenti, a quante sono disponibili a farsi carico di un tema che ci riguarda tutte e in maniera così fondamentale.
E’ la cultura o la politica responsabile dell’immagine delle donne nei media?
Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali ma è anche vero che non è essa ad inventarli né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. L’Italia, lo confermano le statistiche, è al sessantaduesimo posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni. E con il suo 17,3% di donne a Montecitorio e il 13,7% al Senato, e’ ben lontana dalla maggior parte dei Paesi scandinavi dove la presenza di donne nelle istituzioni supera abbondantemente il 30% e, nel caso della Svezia, e’ al 47,3%. Anche i dati relativi all’informazione televisiva segnano il passo nella nostra televisione. Prendendo spunto dai primi risultati del GMMP 2010 (Global Media Monitoring Project) i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, ma nei servizi di politica la 3% e in quelli di economia allo 0%. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo il 22% dei soggetti delle notizie sono donne per scendere al 7% nel ruolo di esperte. Ci sono però dei casi in cui le donne superano gli uomini. Sono per esempio il 48% quando vengono raccontate come vittime, contro il 15% degli uomini. E per il 23% vengono identificate con il loro ruolo familiare contro il 6% degli uomini.
Credo, anzi sono certa, che migliorare sia possibile, anzi si debba. In Italia stanno nascendo e lavorando proprio sulla rappresentazione femminile nei media moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente in Italia. Un esempio è senza dubbio il grande successo che ha avuto il documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” che partito in sordina sul web è diventato un po’ il simbolo di questo cambiamento. E poi l’associazione “Donne e media” e la costituzione del gruppo “Parie dispare” che si sono mosse proprio per una diversa rappresentazione femminile sui media, Francesca e Cristina Comencini che, insieme ad altre artiste ed intellettuali hanno realizzato uno spettacolo teatrale dal titolo “Libere”. Con il Gruppo Donne della COPEAM stiamo organizzando per settembre la presentazione in anteprima nazionale dei dati del GMMP, giunto alla sua quarta edizione sulla rappresentazione delle donne nell’informazione e anche del toolkit “Screening Gender” finalmente tradotto anche in italiano, per dotare tutte noi anche di uno strumento concreto che ci aiuti nella formazione, perché crediamo che sia giusta la denuncia, importante la ricerca, ma che ci debba essere anche un momento formativo per le/gli operatrici/ori del mondo della comunicazione per creare un argine ad una rappresentazione femminile nei media che lede la dignità delle donne e ne sottrae la realtà e preoccupate per la crescente quantità di episodi di violenza contro le donne in Italia.
Alcuni spettacoli televisivi, usano ragazze giovani, belle e magre come arredamento della scena, senza che abbiano un ruolo o la possibilità di fare alcunché. Molte pubblicità utilizzano il corpo delle donne, spesso discinto, per lanciare nuovi prodotti.
L’ammiccamento e la volgarità sono spesso presenti. D’altra parte ci dicono con frequenza quotidiana su giornali e tv che le ragazze italiane da grandi vogliono fare le veline, che è la loro massima aspirazione, che di studiare non hanno voglia, ma soprattutto dato che sono belle e giovani, non ne hanno alcun bisogno.
Ovviamente non è così nella realtà.
Qual è l’effetto di questi stereotipi?
La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse, che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, e in particolar modo i minori. E guardando anche a questo va sottolineato che in genere l’immagine delle donne che la televisione propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. L’effetto è travolgente soprattutto sulle giovani generazioni. Ragazze ma anche ragazzi, prendono ad esempio le giovani che vedono in TV e cercano di diventare come loro, diminuendo così la loro autostima, il rispetto verso se stesse e spesso rasentando la malattia, come l’anoressia o la bulimia. Inoltre l’esempio che arriva da queste ragazze usate in pubblicità ed in televisione come puro arredamento arriva anche ai bambini, ai ragazzi che identificano il loro immaginario femminile in quelle espressioni costruendo un’immagine distorta di tutto il genere femminile.
13 febbraio
Chi fugge dai commenti del giorno dopo, chi fa finta di niente, chi rettifica. E poi ci si mette anche Sanremo a formattare. Chi è felice per l’ottima riuscita: il 13 ha portato bene.
Un oceano di donne. Strumentalizzate ? politicizzate? radical-chic?
Per la legge dei grandi numeri in un fenomeno o evento c’è sempre qualcosa che non appartiene per statistica obbligata al fenomeno stesso: assumere questo campione per etichettare o derubare di un significato non è corretto. C’erano sindacalisti o rappresentanti di partito o qualche radical-chic naturalmente, ma lo ritengo un “relativo” rispetto ad un “assoluto” rappresentato dalla massa di donne e uomini che erano presenti per esprimere uno stato d’animo e obiettivi che prescindono da interessi di partito. Non partecipare può aver significato anche allinearsi con quell’area partitica che non condivideva, ed essere accomunati a quel tipo di sentire.
L’appello è stato lanciato da donne. A quel punto o ci interessava l’appello o ci interessava l’aspetto che queste donne incarnassero i desiderata di un partito. Alla stragrande maggioranza di noi ha interessato l’appello, come raccolta civica degli umori generali. E non mi sembrano ragionevoli i distinguo quando la situazione politica e sociale va verso il disastro. Condivido quanto scrive la sociologa Bianca Beccalli … Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali … partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta?
Le valutazioni politico-teorica, sociologica, mediatica, non coincidono sicuramente e il perenne gioco del tiro alla fune è sempre presente.
Una cosa è certa: nessun gruppo, associazione, sindacato o partito, in un solo giorno in contemporanea e con risonanza anche in molte capitali estere, è mai riuscito a raccogliere tante donne. Circa 230 città in Italia e una trentina nel globo. Con tutto l’intorno di radio e televisioni, stampa, fb, sms. La paura della strumentalizzazione la ritengo un sottovalutare l’intelligenza e la libertà di quante hanno scelto, senza ricette, di volersi incontrare nella giornata del 13 perché un nuovo corso avvenga. Se no perché? Se non ora quando? E se sempre, perché non anche il 13?
Fosse solo per far cadere Berlusconi se la sarebbero spicciata i due tre partiti e qualche altro soggetto, con preponderanza di uomini, in questo caso sì, politicizzati. A parte il fatto che essere politicizzati/e nei modi e nei luoghi non è un’infamia, e a insultare o rifuggire per questo ci si trascina appresso il luogo comune che la politica è cosa sporca. Come quello che le donne sono tutte con la p.
Ridare dignità e credibilità alla politica ecco il compito primario che ci spetta e ci aspetta.
A Reggio nessun palco, donne e uomini hanno parlato in piedi sul basalto di piazza Camagna gremita fin sopra le rampe scenografiche, con un microfono-amplificazione recuperati chissà come, non proprio da grande concerto. Un cerchio prossemico naturale e chi ha voluto ha parlato. Tre grandi pannelli di cartone con pennarelli apposti, su cui scrivere qualsiasi cosa. Le frasi scritte nella loro contrazione e frammentazione denotano un gran bisogno di saggezza, di filosofia di vita, di immaginario altro, quello che molto raramente si ha modo di cogliere per strada, nei media, perfino in famiglia: amore, dignità, figli/e, giustizia, lavoro, futuro… qualche lampo poetico che lega il sorriso del figlio, l’odore del mare, l’arcobaleno… E qualche cartello di sapore antiberlusconiano: io sono la figlia di Agamennone. Una signora mi ha chiesto cosa volesse dire, non essendo riuscita ad agganciare le parentele fino a Mubarak.
Difficile pensare che l’antiberlusconismo come punto unico potesse essere così ben organizzato e nello stesso tempo dissimulato. Il senso da cogliere è più apocalittico, universale, è: basta, oltre. Con quella determinazione e risolutezza della femmina animale quando la sua prole è in pericolo. Ecco, Il livello di guardia di un’esondazione del degrado generale questa volta lo ha voluto esprimere un grandissimo numero di donne. Con una partecipazione alquanto eterogenea. Perfino il clero femminile per dire alla società e mandare a dire anche alla loro domus aurea. Qui potrebbe infilarsi il tanto sbandierato “moralismo” e “ puritanesimo”. Le donne, tutte, dalle prostitute alle giovani veline, sono libere di usare il proprio corpo come credono, ma la mercificazione va oltre la proprietà del proprio corpo e richiamo nuovamente B. Beccalli … Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale… quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili.
Ci sono state ragioni per prendere le distanze e buone ragioni per esserci. L’Udi di Reggio c’è stata, oltre che per condivisione, per un principio di inclusione che è nel nostro nome, non separatezza.
Perché il corpo femminile non rimanga intrappolato in un sistema di potere, come baratto, ricompensa, ornamento, usufrutto.
Ma la dignità femminile ha le altre molteplici coniugazioni che riguardano il lavoro come diritto, la scelta come diritto senza la quale non vi è libertà, la parità come diritto e non fittizia, o concessione…
E per questo abbiamo lavorato e lavoreremo con passione e… fatica.
Si calcola un milione di donne accorse. E un milione i messaggi di donne raccolti nell’Anfora della Staffetta Udi poco più di un anno fa.
marsia
(foto Udirc)
on line su noidonne (…)
Costituzione, donna
Intervento di Lorenza Carlassarre, costituzionalista.
Milano, 5 febbraio 2011.
Assemblea della Rete delle Donne Calabresi
Rientro dalla riunione delle Donne Calabresi in Rete del 22 gennaio a Catanzaro e ho una rinnovata energia. Grazie. Ho avuto l’impressione, quasi la certezza, che dal Sud, dalle donne del Sud, possa finalmente ripartire una controcorrente. Forse siamo pronte per ridiventare quel fiume di donne che lottò negli anni passati per diritti e libertà. Forse siamo pronte per ridare un nuovo senso alle cose: quello che per secoli le donne non hanno conosciuto o hanno creduto sbagliato o è stato loro negato, quello che gli uomini non hanno per costituzione, il senso della femminità (non ho sbagliato, volevo dire proprio femminità, non umanità). Non ci conosciamo tutte, ma ci intendiamo, e sappiamo che ci basterà un segnale per ritrovarci, tutte insieme chissà forse in ventimila come in Campo dei Fiori negli anni ’70. Questa mi è scappata. So quanto sia percepito con diffidenza oggi solo il riferimento al femminismo, soprattutto perché c’è una pluralità di femminismi ritenuti secondo i punti di vista e di svista, buoni o cattivi, opportuni o importuni, necessari o controproducenti. Va notato che esiste, accanto alla negazione e al rifiuto, anche un femminismo oppositivo che implica zero disponibilità di ascolto, carrierismo e individualismo.
Ho sentito un’aria fresca e leggera che aleggiava nella sala del Comune nonostante lo sfratto (benevolo) da una sala all’altra e l’accerchiamento iconico sulle quattro pareti dei quadri dei politici, tutti ritratti di uomini che hanno fatto la storia amministrativa di Catanzaro, quasi un monito storico minaccioso. In una foto, raddoppiati e rovesciati nel riflesso del tavolo ci schiacciano come in un sandwich.
In riunioni come quella del 22 lo spirito del dialogo pacato e costruttivo evidenzia la maturità di pensiero e comportamento di cui siamo capaci. Le questioni sono incalzanti e preme l’intreccio dei fatti collaterali che riguardano sia le esperienze di ognuna sia quella voragine di traffici berlusconiani che ha inquietato e inquieta le nostre giornate. Varrà la pena discuterne in profondità perché la questione sesso-potere-denaro travalica la sfera della morale o del pettegolezzo e interferisce sulla qualità della vita di tutti e sul nostro futuro. Ci siamo promesse di ripuntualizzare i temi, tutti: la violenza, il lavoro, la formazione e l’istruzione da cui non si può prescindere per far maturare rispetto e consapevolezza, in un nuovo appuntamento e in dibattito pubblico. Dobbiamo lavorare per salvaguardare il centro Antiviolenza R. Lanzino che si muove in una situazione di improbabile sopravvivenza. Vogliamo ottenere trasparenza delle procedure amministrative. Occorrerà vigilare su ogni forma di discriminazione. Pretendere una pari rappresentanza negli organi gestionali. E lavorando di comunanza, tentare di rifondare il concetto stesso di politica e degli ordini e delle convenzioni esistenti, nel rispetto delle differenze, affinando e calibrando la comunicazione, sciogliendo e riannodando nodi.
Grande sorpresa la presenza e gli interventi di due uomini. Uno lo conosco bene.
Rimando infine al sito delle Donne Calabresi in Rete (…).
marsia
Olympe de Gouges
A Roma il 26 gennaio
Noi Donne on line (…) pubblica l’intervista a cura di Tiziana Bartolini a Carla Cantatore, che conduce l’incontro, sull’iniziaiva di UDILab Monteverde.
Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne
Dal blog di Loredana Lipperini:
L’Istat ci dice che nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Una lettrice, via mail, mi chiede un commento.
Temo che non andrà nella direzione prevista, anche perchè sto riflettendo, amaramente, sulle madri: mi ha sempre preoccupata la santificazione della figura materna che avviene, anche e persino soprattutto, per mano e mente femminile. Mi ha turbato, ieri, leggere una nota dove una mamma blogger, parlando di Vieni via con me, scriveva che avrebbe preferito che “a parlare sulla battuta dei gay fosse stata una donna: perchè noi siamo le madri, noi donne ci dovevamo sentire offese, noi che partoriamo ed educhiamo”.
Noi siamo anche altro. Ed educhiamo in due, madri e padri. Idealizzare la maternità, pensare che tracci un recinto dorato attorno al femminile, è spaventosamente pericoloso. Perchè in nome della presunta “naturalità” del materno – contro cui si scaglia, giustamente, la Badinter – diventa consequenziale pensare alla donna solo in quanto madre, alla faccia delle scelte personali. Secondo, perchè, come sottolineavo qualche post fa, la forsennata ricerca della perfezione personale dei figli (e gli altri si arrangino) ha fatto e sta facendo, ora, in questo momento, disastri. Se la cornice che imprigiona questo paese è la paura, quanto conta in questo frame l’ossessione delle madri per la sicurezza? Non si è manifestata in ogni modo, negli anni recentissimi e non ancora trascorsi, quando i bambini d’Italia sembravano e sembrano assediati da ogni pericolo, dai pedofili ai Gormiti?
Quindi, tornando ai dati Istat: c’è un’assenza di sostegno da parte dello Stato, e lo sappiamo fin troppo bene e sarebbe ora di muoversi in proposito, e c’è una questione, al solito, di modelli. Ma qualche strumento in più per decifrarli dovremmo averlo, ora. E anche qualche strumento in più per dire, semplicemente, che una famiglia non è composta soltanto da una donna.
Nuoce gravemente alla salute
Nella speranza che la parte dell’Italia indignata dalle ultime berlusconate, esternazioni omofobe annesse, sia maggioritaria; nella speranza che quella stessa parte d’Italia, un minuto prima di entrare dentro la prossima cabina elettorale, non scelga di abdicare il proprio cervello alla demenza mediatica imperante scegliendo quantomeno con ragionevolezza, è triste constatare come la nocività del singolo spesso sia contagiosa. “Meglio guardare le belle ragazze che essere gay”: l’esternazione è spregevole, omofoba, discriminatoria. Però chissà quanti uomini, sentendola, hanno reagito a tali parole con il ghigno beffardo di soddisfazione. Qualcuno, pochi mi auguro, si sarà detto “Bravo Silvio! Diglielo tu quanto sei virile!”. Parlare alla pancia delle persone è uno stratagemma facile e subdolo ma, non me ne vogliano gli uomini, è altrettanto facile fare breccia nel loro orgoglio virile! Temo, purtroppo, che anche molte donne abbiano sorriso ugualmente. Saranno state le stesse che, sentita la notizia che il Presidente del Consiglio ha a cuore le sorti di una diciassettenne pagata 7.000 euro per fargli “compagnia”, abbiano esclamato “Troia lei!” piuttosto che “Schifoso lui…”, rimuovendo automaticamente il dettaglio, che però fa la differenza, che Ruby, anzi, Karima aveva soli 17 anni fino a ieri e dormiva sulle panchine, prima di finire ad Arcore. Poi c’è stato chi, tantissimi, preso dall’indignazione e, sono certa, nella buona fede, ha inteso parafrasare Berlusconi. Si sono susseguiti in un tamtam via web i “Meglio Gay che Berlusconi; meglio gay che sporcaccione; meglio gay che malato di mente; meglio gay che pedofilo; meglio gay che la peggiore cosa del mondo…” e via dicendo. Un pò senza rendersi conto, narcotizzati ormai dal linguaggio, che il gioco alla rovescia risulta ugualmente omofobo, ugualmente discriminatorio, ugualmente irragionevole. Perchè “gay” non è una condizione scelta, non è una categoria sociale, non è un dare o avere, non è nemmeno una tendenza sessuale o una moda, non è una qualità migliore o peggiore di un essere umano. E’ appunto un essere umano. Oggi anche queste declinazioni sono nei nostri vocabolari e purtroppo non ne usciranno più facilmente. Oggi è toccato ai gay…come altre volte…come alle donne. Perchè le “veline” nelle liste elettorali hanno consentito a molti, troppi, di umiliare tutte le donne impegnate in politica, di bollarle facilmente come facili e stupide. Perchè una che è stata dodici mesi con il seno al vento, scelta da uomini a ricoprire l’incarico di Ministro della Repubblica, ha permesso di svilire un concetto così fine e indispensabile per una democrazia o anche solo per la civiltà che è quello delle “pari opportunità per tutti”, pari diritti, pari dignità. Non so se Berlusconi sia davvero un uomo malato, ma noi siamo ammalati da tempo.
Laura Cirella











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