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Ferrara / Zurigo

Foto Businesspress(Ferrara – foto Businesspress)

(Zurigo – foto Alexandra Wey)

A Ferrara sulle vie centrali cuore dello shopping, sabato 23 e domenica 24 novembre scorso, cento esercenti hanno aderito a una iniziativa organizzata dal Comitato Commercianti Centro Storico “Vetrine in movimento(raffinata la concomitanza con la giornata internazionale contro la violenza sulla donna, il 25). Il movimento consisteva nell’animazione vivente delle vetrine con modelli e modelle, un certo numero di queste, col minimo tessile indosso, ha attirato l’attenzione di un folto pubblico in particolare giovane e maschile, scrive un giornale locale.

Che l’iniziativa avesse l’intenzione di attirare gente per vendere è fuor di dubbio, ma tra le infinite trovate possibili l’idea inamovibile è sempre e comunque l’utilizzo dei corpi di donna preferibilmente al naturale.

Che male c’è – chi ha un bel corpo perché non lo deve far vedere – bigotte/i basta coi moralismi – la bellezza… – bigotti della peggior specie, quelli che anche in un’iniziativa simpatica e del tutto innocua come quella delle vetrine animate devono leggere dietrologie, tirando in ballo l’etica, la mistificazione del corpo femminile … siete rimasti 30 anni indietro. Sono alcuni dei commenti colti su quotidiani on line ferraresi, molti dei quali rivolti all’UDI di Ferrara che aveva protestato sollevando il caso.

Non è reato, non è di per sé riprovevole che la bellezza dei corpi possa essere utilizzata per veicolare un messaggio, pubblicitario o meno. E’ ridicolo girarla sul moralismo bacchettone e far finta che non esista il fatto che i corpi femminili vengano utilizzati per vendere qualsiasi oggetto ingombrante come un’auto, un letto, perfino bare, o minuzie come una matita o un lecca lecca…, spesso con modalità grossolane e offensive, e con l’allusione o il riferimento volgare esplicito di sottomissione, di uso sessuale cui ogni donna (giovane / bella, secondo catalogo) sarebbe destinata.

Il corpo di donna che veicola il messaggio in realtà comprende tutte le donne, ha valenza uniformale. L’infinita iterazione di questa distorsione strumentale espressiva / linguistica genera assuefazione e quindi normalità, per cui può far dire perfino ai padri e alle madri che male c’è?

L’idea di bellezza cambia secondo i popoli, le epoche e le latitudini. Le religioni hanno anche loro un’idea di bellezza che in un certo senso segue gli stereotipi della società cui si rivolge, ma nello stesso tempo ne è separata perché ha una funzione specifica, edificante e celebrativa di concetti codificati come soprannaturali. Nelle operazioni di marketing spregiudicate, anche la bellezza del corpo della donna subisce una separazione e la sua corporeità, sottratta, sezionata anatomicamente, è confinata per un uso specifico e ha la funzione di un attrezzo, di un dispositivo per costruire qualcosa. Che possa essere poi una libera scelta della stessa donna non ne sposta i termini sociologici.

Il discorso sulla bellezza è molto complesso, per evitarlo si dice che è bello ciò che piace. In realtà ci orientiamo volenti o nolenti verso un vastissimo corpus di riferimenti, consapevoli e non, che chiamiamo cultura (non importa se popolare o titolata) per esprimere una valutazione. Quanto più sono vaste le connessioni che riusciamo a stabilire, tanto più è profonda e ricca la nostra sensazione percettiva e capace di cogliere segni.

La bellezza come selezione di campionature canoniche, formalmente ritenute superiori opposte a quelle ritenute inferiori, disturbanti, contaminanti, è tipica dei gruppi che hanno di sé un concetto superiore, esclusivo ed eroico. L’Europa ha tragicamente sperimentato in massa cosa volesse dire razza ariana.

Diluizioni diffuse, capillari, di questa concezione della superiorità estetica e dell’unicità del modello cui uniformarsi sono instillate quotidianamente dai media, e mascherate di normalità.

  (corto per Pro Infirmis di Alain Gsponer. Nessuno è perfetto)

A riflettere su bellezza, perfezione, senso del bello e socialità ci invita Pro Infirmis, una solida organizzazione svizzera per disabili, che percorre la strada in senso opposto, rispetto a quella scelta dai negozianti del centro di Ferrara.

Sulla Bahnhofstrasse di Zurigo, il 3 e 4 dicembre, nelle vetrine di diversi negozi fra i consueti manichini rigorosamente di gamba lunga, nasi geometrici, erano esposti altri manichini riproducenti corpi di persone disabili: Erwin Aljukić, attore storico della longeva soap opera tedesca Marienhof, che per una affezione alle ossa ha problemi motori, Kelly Knox, famosa modella londinese con una disabilità ad un braccio, Angela Rockwood, modella e attrice americana che ha perso l’uso delle gambe dopo un incidente, Jasmin Rechsteiner – Miss Handicap 2010, Alex Oberholzer, presentatore radiofonico e critico cinematografico, Urs Kolly, atleta paralimpico – 7 medaglie d’oro, Nadja Schmid, blogger.

La campagna di sensibilizzazione per l’accettazione sociale dell’handicap è stata organizzata da Pro Infirmis in occasione della Giornata internazionale delle persone disabiliOgni persona ha il diritto di condurre una vita autoderminata e indipendente, nel nostro paese è sancito dall’art. 3 della Costituzione: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…

Il regista Alain Gsponer ha realizzato un corto di quattro minuti: Nessuno è perfetto, che racconta la progettazione, la lavorazione, l’esposizione dei manichini nelle vetrine, le tenere sensazioni delle modelle e dei modelli nel vedersi replicati, le espressioni di chi passa e dei visi al di qua e al di là delle vetrine. Nessuna è perfetta. Avvicinatevi.

UDIrc

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V-Day 14 febbraio 2013

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1 Billion Rising

Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere

V-DAY 

Non sopporto

di Eve Ensler

Non sopporto lo stupro.

Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.

Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.

Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo. 

Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.

Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.

Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.

Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.

Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.

Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.

Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.

Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.

Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.

Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!

Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.

Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.

Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.

Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.

Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita - distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.

Niente donne, niente futuro, chiaro.

Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico  possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.

Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.

Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?

Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?

Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.

E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.

E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.

E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.

Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.

Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.

Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.

UN MILIARDO DI DONNE.

Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.

Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.

Perchè noi non lo sopportiamo più.

(Uffington Post 11/11/11)

(trad. UDIrc)

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NO MORE! Stand up for my right Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne –femminicidio

Testo Convenzione

No-more_Convenzione

Appello

No-more_Appello

Promotrici della Convenzione:

UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

Chi sono: 

No-more_Realta_promotrici

per info e adesioni: convenzioneantiviolenza@gmail.com

 

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UDI Catania parte civile

Unione Donne in Italia. UDI Catania

Tre mesi fa a Enna Vanessa Scialfa, 20 anni, veniva assassinata e il suo corpo buttato in un burrone dal suo convivente. Questo femminicidio, l’ennesimo di una serie troppo lunga, ha colpito profondamente la comunità in cui Vanessa viveva e da subito si sono mobilitate le donne della città, dell’UDI e l’Amministrazione Comunale. E’ partita una riflessione comune: a partire dalle donne tutti devono fare i conti e contrastare la violenza di genere; l’Amministrazione comunale in questo caso ha voluto segnare la sua presenza, un suo specifico impegno per schierare le istituzioni a fianco della lotta delle donne, a sostegno di pratiche che concretamente contrastino la violenza.

L’UDI di Catania ha deciso di sperimentare, a partire da Enna, un laboratorio politico che individui modalità e azioni concrete da replicare nelle città macchiate di femminicidio.

La prima iniziativa è la giornata di Studio organizzata dall’Amministrazione comunale con il supporto dell’UDI e patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Enna:

Violenza sulle donne: il dramma invisibile

25 giugno, alle ore 16

Tribunale di Enna, Aula Falcone Borsellino

Sono state invitate le autorità locali, la Regione e l’Università. Avranno la parola le donne delle associazioni locali. L’obiettivo della giornata è quello di impostare il lavoro di medio/lungo periodo che da ottobre partirà sul territorio, rivolto soprattutto alle scuole e ai giovani, che privilegerà l’aspetto della formazione, della lotta contro gli stereotipi e i modelli comportamentali che non rispettano il valore della diversità di genere e della dignità delle donne, e della realizzazione di strutture e competenze al servizio delle vittime.

Il “dramma invisibile” della violenza sulle donne viene portato alla luce, esplode in tutta la sua drammaticità, mostra i volti delle ragazze, delle donne che subiscono le violenze: nessuna si deve sentire sola.

L’UDI di Catania annuncerà la sua costituzione di parte civile nel processo contro l’assassino di Vanessa.

Unione Donne in Italia. UDI Catania

Le Responsabili di sede

Giovanna Crivelli – Adriana Laudani

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Campagna nazionale contro l’obiezione di coscienza in Sanità

UDIrc aderisce alla Campagna nazionale Il buon medico non obietta

 (Udirc)

Riceviamo:

il 6 giugno la Consulta di Bioetica

in collaborazione con altre Associazioni e in particolare VITA DI DONNA lancerà la Campagna contro l’obiezione di coscienza IL BUON MEDICO NON OBIETTA. In contemporanea con il lancio della Campagna ci saranno eventi in molte città e a volte più eventi nella stessa città. Siamo in contatto con altre Associazioni per organizzare altri eventi ma vorremmo coinvolgere altre realtà impegnate in prima linea nella difesa dei diritti e delle libertà, in particolare quelle del sud.

Gabriella Pacini

347 770736

(VITA DI DONNA/CONSULTA DI BIOETICA)
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EVENTI A SOSTEGNO DELLA CAMPAGNA

IL BUON MEDICO NON OBIETTA

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ROMA

Sezione romana della CONSULTA DI BIOETICA, LAIGA, VITA DI
DONNA, NOI DONNE, Associazioni Casa internazionale delle
donne, Bioetica & Diritti, organizzano un evento alla Casa
delle donne (19.00): IN ALLESTIMENTO

___

Circolo UAAR di Roma, Consulta per la Laicità delle

istituzioni organizzano un incontro pubblico presso
la Festa di SEL (sera): IN ALLESTIMENTO
___

Fabrizio promuove un dibattito presso l’Università e
dovrebbe coinvolgere la CGIL medici e il collettivo degli
studenti di medicina (pomeriggio/11 GIUGNO): IN ALLESTIMENTO
___

I giovani dell’IDV: aderiscono a uno degli eventi di cui

sopra o organizzano un altro evento: IN ATTESA DI CONFERMA
___

FIRENZE

Convegno sull’obiezione di Coscienza organizzato dalla
sezione di Firenze della CONSULTA DI BIOETICA (mattina):
EVENTO CHIUSO; IN ALLESTIMENTO INVIO LOCANDINA
___

LIBERA USCITA (menegrelli@dada.it), LAICITA’ E DIRITTI
(LATRUDY@GMAIL.COM) E LIBERE TUTTE organizzano evento
(pomeriggio): IN ALLESTIMENTO
___

MILANO

La LUCA COSCIONI (FILOMENAGALLO@GMAIL.COM) organizzano un
incontro: IN ATTESA DI CONFERMA
___
CONSULTA DI BIOETICA di Milano (NORMATREZZI@LIBERO.IT),
POLITEIA E ALTRE ASSOCIAZIONI organizzano un incontro: IN
ALLESTIMENTO
___
TORINO

Le ASSOCIAZIONI CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
organizzano un evento (in luogo da definire):
probabilmente un dibattito pubblico (tardo
pomeriggio/serata): IN ALLESTIMENTO
___

Circolo dell’UAAR (muecke86@yahoo.it,
uaartorino.coord@yahoo.it) organizzaNO un evento, anche
in questo caso probabilmente un dibattito a sostegno della
Campagna (da definire): IN ALLESTIMENTO
___
L’ASSOCIAZIONE LAICA DI ETICA SANITARIA organizza un
dibattito (luogo da definire, forse alle Molinette): IN
ALLESTIMENTO
___

CONSULTA DI BIOETICA (Mariateresa.busca@fastwebnet.it)
organizza un dibattito pubblico con ARCI OFFICINE CORSARE
(in serata) presso le Officine Corsare
(darius.consoli@gmail.com) : IN ALLESTIMENTO
___

La CONSULTA DI BIOETICA è invitata a presentare Campagna
presso evento organizzato dall’Associazione Altereva
___

MEDICI CUNEO (pietro.laciura@libero.it): VERIFICA
CONDIZIONI PER ORGANIZZARE EVENTO
___

ALBA: Consulta di bioetica, Se non ora quando, Coop la
torre organizzano evento
___

MEDICI SALUZZO: VERIFICA CONDIZIONI PER ORGANIZZARE EVENTO
___

L’ASSOCIAZIONE DI AVIGLIANA organizza un dibattito presso
la Certosa di Avigliana (pomeriggio): EVENTO CHIUSO
___

NAPOLI

DISPONIBILITA’ DELL’ASSESSORA ALLE PARI OPPORTUNITA’ ALLA
STAMPA E ALL’AFFISSIONE DEI MANIFESTI DELLA CAMPAGNA
(peterdibi@libero.it ): STAMPA E AFFISSIONE IN PROGRAMMA,
CONFERENZA STAMPA IN ALLESTIMENTO
___
Contatti con il Circolo UAAR di Napoli (NAPOLI@UAAR.IT)
per la preparazione di un evento: forse la sezione di
Napoli della CONSULTA potrebbe aderire all’evento
dell’UAAR: IN ATTESA DI CONFERMA
___

UMBRIA
In contatto con i medici non obiettori della LAIGA che
forse riescono a organizzare qualcosa a Terni o Perugia:
IN ATTESA DI CONFERMA
___

NOVI LIGURE
La sezione della CONSULTA DI BIOETICA
(concettaeannina@libero.it) organizza un banchetto nel
centro della città per presentare la Campagna (9 giugno):
EVENTO CHIUSO
___

PISA
CONSULTA DI BIOETICA, UAAR
(GIOVANNI.MANIETTO@FASTWEBNET.IT), AIED organizzano evento
presso la Casa delle donne: IN ALLESTIMENTO
___

VERONA
Circolo dell’UAAR: ci dovrebbe essere un banchetto: IN
ALLESTIMENTO
___

SULMONA/L’aQUILA
CONSULTA DI BIOETICA DI SULMONA/L’AQUILA CON UAAR
organizzano evento: IN ALLESTIMENTO
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SICILIA
CONTATTI PER POSSIBILE EVENTO: IN ATTESA DI CONFERMA
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PUGLIA
LAIGA E CONSULTA DI BIOETICA POTREBBERO ORGANIZZARE
EVENTO: IN ATTESA DI CONFERMA
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SARDEGNA
CONSULTA DI BIOETICA E UAAR (CAGLIARI@UAAR.IT) organizzano
evento: IN ALLESTIMENTO
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RICHIESTE AFFISSIONI MANIFESTO “IL BUON MEDICO NON OBIETTA”
AFFISSIONE AUTORIZZATA A TORINO PRESSO L’ASL2 DI TORINO
RICHIESTA AFFISSIONE IN CORSO A ROMA

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Non OMSA!

Comunicato UDI

Vogliamo essere al fianco delle lavoratrici OMSA per sostenerne il diritto a lavorare nell’impresa che le ha viste protagoniste orgogliose della loro attività, un’impresa sana che non deve sparire.

Chiediamo quindi ad ogni donna UDI e alle Sedi e ai Gruppi locali, di agire con iniziative concrete quali:

- Non comprando e invitando le altre donne a non comprare più Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa, fino a quando tutte le operaie di Faenza non verranno riassunte e garantite nel loro diritto al lavoro.

- Diffondendo e chiedendo a tutti i nostri contatti di attivarsi per sollecitare sia il boicottaggio sia la comunicazione della notizia per creare una forte rete di solidarietà.

- Appendendo un cartello, su ogni nostra auto con scritto: IO NON COMPRO OMSA FINO A QUANDO LE OPERAIE NON VERRANNO RIASSUNTE.

- Promuovendo a livello locale flash-mob o volantinaggi di fronte ad ogni supermercato, nelle scuole, negli uffici postali e in ogni luogo pubblico possibile, invitando a non comprare i marchi del gruppo.

- Attraverso il web, partecipando ai blog di denuncia e sostegno già attivi contro il licenziamento che, se non riusciremo a fermarlo, sarà esecutivo nel marzo 2012.

- Inserendo in calce ad ogni nostra comunicazione e-mail e inviando all’indirizzo info@goldenladycompany.org la frase:

“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA non verranno riassunte”

Siamo certe che tutte sapremo essere vicino alle donne dell’Omsa, con azioni concrete ed efficaci.

Ogni azione locale sarà tesa a far sì che quanto ci separa dalla data effettiva dei licenziamenti, MARZO 2012, non sia la semplice attesa di una fatalità. La crisi non deve essere il pretesto per estendere la povertà delle donne a vantaggio di una concezione dell’economia che ha come valore unico e assoluto l’incremento dei profitti.

UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org

“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA non verranno riassunte”

***

L’Omsa non è un’azienda in crisi: quando ha deciso di delocalizzare noi in Italia facevano la cassintegrazione, mentre in Serbia aumentavano i dipendenti da 1500 a 1900, accrescendo di conseguenza anche la produzione”. Sono dichiarazioni della rappresentante Samuela Meci della Cgil Filctem di Faenza, ospite alla trasmissione Servizio Pubblico  di Michele Santoro. Sono 239 le operaie colpite, hanno meno di 60 giorni per piombare nella disperazione, se una decisa pressione pubblica non riesce a rovesciare la decisione di licenziamento, fissato al 14 marzo.

L’UDI, Senonoraquando, Le donne in nero di Ravennae decine di altre associazioni si mobilitano a fianco delle lavoratrici di Faenza.

Oltre centomila su fb per boicottare il gruppo OMSA: “Boicotta Omsa”, “Mai più Omsa”, “A piedi nudi! Io non compro Omsa e Golden Lady finché non riassumono”…

La COOP tramite il suo vicepresidente: “A livello formale è possibile che Coop non accetti più come fornitore chi decide di delocalizzare a discapito del territorio…”, e potrebbe anche decidere di non importare più non solo i prodotti del gruppo OMSA, ma tutti i prodotti serbi. La Serbia infatti con una politica di finanziamenti torrenziali come incentivi e una forte defiscalizzazione attira le imprese che in nessun paese europeo potrebbero godere di tanto. Una concorrenza sleale che mette in difficoltà la stessa Unione Europea dal momento che, per es., un’intesa di scambio merci tra Serbia, Kazakistan, Russia, Bielorussia non prevede imposte se non per un 1%. Nella stessa Serbia, costo del lavoro zero per un anno, sgravi consistenti per ogni posto di lavoro creato, esenzione per dieci anni sugli utili al di sopra di un certo tetto di capitali impiegati e numero addetti, finanziamenti di cui un quarto a fondo perduto, ecc. Troppo allettante.

La nostra Repubblica è fondata sul lavoro. Chi lavora e chi dà lavoro in modo onesto, dunque, ogni volta è come se rifondasse la Repubblica. Lavoratrici e lavoratori non sono un limone, e l’impresa non è pura proprietà privata. E’ invece un ganglio vitale con forte funzione sociale.

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Lettera aperta dei braccianti africani alla città di Rosarno

Cari fratelli e sorelle rosarnesi, siamo lavoratori africani di tante nazionalità.

Abbiamo voluto scrivere questa lettera per ringraziarvi della vostra ospitalità. Poiché negli ultimi giorni si è parlato molto di noi, abbiamo deciso di parlare in prima persona. Malgrado la triste situazione che si è verificata due anni fa, che ha fatto male a tutti, ci troviamo di nuovo insieme, nella vostra città e sulla vostra terra.

Quella situazione triste ce la portiamo nel nostro cuore, così come voi nel vostro. Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c’è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi.

Per questo vi diciamo che non dovete avere paura di noi. L’emigrazione è una risorsa, economica, culturale… un’occasione di cui approfittare, noi e voi. Chi in questi giorni ha parlato di noi diffondendo la paura è responsabile per le sue parole. Noi non ci riconosciamo in quello che si è detto su di noi. Se qualcuno tra noi sbaglia, fa soffrire noi più di voi. Ma non vuol dire che tutti sbagliamo. Come quando un italiano sbaglia, non tutti gli italiani hanno colpa. Approfittando di questa occasione, noi immigrati, in particolare noi africani, vogliamo farvi sapere che siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana.

Noi siamo fieri del nostro impegno e del nostro sudore. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Allora noi dobbiamo parlarci, capirci e insieme riuscire ad andare avanti. Purtroppo le nostre condizioni di vita non ci permettono di farlo. Dopo una giornata di lavoro nei campi, abbiamo solo il tempo per fare un po’ di spesa e telefonare a casa e poi camminare a lungo fino ai luoghi in cui dormiamo. Noi stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E’ una vita molto dura, ogni giorno.

Molti di noi non riescono a trovare una casa in affitto. Facciamo appello alla vostra sensibilità e intelligenza: siamo persone come voi, noi dobbiamo rispettare tutti e tutti devono rispettare noi. Tutti insieme dobbiamo trovare una soluzione perché ci possiamo integrare con tutti i cittadini – di Rosarno, di Roma, del mondo…

Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo

   (foto Nico Musella)

 

Ai lavoratori di Rosarno

Avete lasciato i vostri affetti, la vostra terra e i vostri paesaggi, le vostre lingue, i vostri immaginari, le vostre fiabe, i vostri simboli perché qualcosa più forte di tutto, di tutto questo vi ha sospinto, travolto. Voi siete qui per dolore, per l’insulto della fame e della sete, della povertà totale, per la ferocia della guerra o della dittatura, perché la vostra vita stessa è negata. Perché a voi abbiamo tolto secoli fa, e ieri e oggi.

Dovremo lavorare insieme per estirpare questi mali profondi che sembrano oggi troppo estesi e crescenti, minacciano la vita del pianeta stesso.  L’amore, l’affetto, l’amicizia, non hanno nazionalità, la solidarietà non è lusso, è un dovere. Il rispetto per le donne, per gli uomini, per gli animali e le piante, per l’acqua, per l’aria: ecco cosa dobbiamo offrirci insieme. 

Le religioni non possono separare.  Le diversità sostanziate su questi assunti universali non possono ferire. Anzi il viaggio della vita potrà diventare bellissimo proprio per le infinite bellissime cose viste e vissute che ci sapremo consapevolmente scambiare, donne e uomini, nella immensa famiglia del mondo.

In questa parte del mondo dove vi trovate, le feste di fine anno sono (erano) anche  della tenerezza e della poesia, è così che vogliamo ricambiare. Auguri.

UDI reggiocalabria

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Donne in treno, destinazione Costituzione

L’appuntamento per la Manifestazione è alle ore 11, quando un treno proveniente dal Nord, e un altro proveniente dal Sud si incroceranno a Roma.

Destinazione: Piazza Montecitorio. Obiettivo: circondare il Parlamento,

Motivo: Difendere la Costituzione!

Di pomeriggio a Piazza Navona gli interventi inizieranno con la partecipazione di noti costituzionalisti, e l’intervento di Silvia Calamandrei, nipote del padre della Costituzione italiana, Presidente dell’archivio Piero Calamandrei.

Il Treno delle donne per la Costituzione

Info su prenotazioni di treni per Roma ed autobus per proseguire il giorno dopo con la Marcia della Pace Perugia-Assisi: consultate la pagina PROGRAMMA del sito.

Contattate le Referenti di ogni zona

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Prendere il treno per LA COSTITUZIONE

Il treno delle Donne attraverserà l’Italia il 23 e 24 settembre. Il punto di arrivo è Roma. L’Obiettivo è di circondare il Parlamento. L’istanza è rivolta al Presidente della Repubblica quale Garante della Costituzione.

***

Comunicato STAMPA

“Treno delle Donne per salvare la Costituzione”

Il 24 settembre manifestazione a Roma per circondare il Parlamento

Roma, 24 agosto  –  Un treno carico di donne provenienti dal nord d’Italia, e l’altro partito dalla Sicilia si congiungeranno a Roma il 24 settembre per manifestare in Difesa della Costituzione repubblicana circondando il Parlamento.

Davanti alla proposta di Legge, presentata di recente alla Camera, per modificare l’Articolo 1 della Costituzione, le Donne della società civile si sono immediatamente mobilitate in un’ iniziativa, che ha trovato la pronta adesione di numerose associazioni e gruppi organizzati (dalla Rete Viola all’Onerpo, dal Forum Ambientalista all’Aidos, dall’Udi all’Arcidonna, dai Centri Antiviolenza all’Associazione per la Democrazia Costituzionale).

Giungeranno a Roma le cittadine e i cittadini di questo Paese che condividono l’obiettivo di questa battaglia in difesa di valori irrinunciabili per ogni essere umano, unendo in un unico “Treno per la Costituzione” le donne d’ Italia, per ribadire così, in modo tangibile, la volontà di agire a tutti i livelli, per un’Italia unita, democratica, repubblicana, che trovi nelle donne la forza viva, creativa e propositiva per un concreto e ormai inderogabile cambiamento.

Un cambiamento che deve partire proprio dall’attuazione totale della prima parte dall’articolo 1 della Costituzione che afferma che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, per far sì che tanti giovani disoccupati siano messi in grado di concorrere alla vita della società e di dare il loro migliore contributo, e dalla reale applicazione degli articoli 41 sull’iniziativa privata che non contrasti con il bene sociale, il 51 sulle pari opportunità, e l’articolo 11 sul ripudio della guerra.

Per questo, oltre a stringere il Parlamento in un cerchio umano a difesa dei fondamenti costituzionali, le Donne si recheranno al Quirinale, sede del Capo dello Stato, istituzione massima che per legge deve garantire il rispetto della Costituzione e la sua inviolabilità.

La manifestazione proseguirà con la partecipazione alla Marcia per la Pace di Assisi del giorno dopo, il 25 settembre.

Nella Toscano per  Il Comitato promotore

(vedi volantino dell’iniziativa / per info e dettagli al sito TDC

 

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Contro la de-Costituzione, il treno

da: TDC

IL TRENO DELLE DONNE PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

E’ chiaro a tutti che con la proposta di modifica dell’art. 1 della nostra Costituzione in Italia si prospetta un pericolo concreto di dittatura, poiché tale sarebbe un Parlamento che sovrasta tutti gli altri organi Costituzionali.
Noi donne non possiamo permettere che un simile scempio si consumi!
E’ arrivato il momento di fare sentire chiara e forte la nostra voce, e per questo motivo dobbiamo chiedere al Presidente della Repubblica di ascoltare anche la nostra opinione!
Le donne sono la maggioranza in questo Paese e nessuno può permettersi di ignorare il nostro pensiero, le nostre preoccupazioni, la nostra presenza.

Promotrici

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MANIFESTO DEL TRENO DELLE DONNE PER LA COSTITUZIONE

L’Idea del Treno delle donne per la Costituzione alla volta di Roma per presidiare il Parlamento a difesa della Costituzione è nata, dopo l’annunciata modifica dell’art. 1 della Carta costituzionale, dal confronto tra le donne della Rete delle Donne Siciliane Per la Rivoluzione Gentile, che ne è la Promotrice.

Nessuno si era ancora spinto al punto di chiedere la modifica della prima parte della nostra Costituzione e questo per noi rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare che ci ha portate di getto a lanciare questa importante iniziativa.
Noi donne, oggi più che mai, avvertiamo l’obbligo di accompagnare la società verso un futuro diverso. Riteniamo, infatti, che la nostra presenza e la nostra partecipazione attiva potranno restituire tutto quanto fino a oggi è mancato alla cultura politica del Paese.
Siamo numericamente la maggioranza in Italia e nessuno deve pensare di poter modificare la Costituzione senza la nostra compartecipazione.
Vogliamo essere portatrici di legalità, giustizia e laicità e questo ci impegna a difendere la nostra Carta costituzionale che è garanzia imprescindibile per l’affermazione di questi principi.
Questa battaglia vogliamo farla insieme a uomini e donne, ed a quanti hanno a cuore la difesa della Costituzione repubblicana.
Un treno dal Nord ed un treno dal Sud porterà a confluire a Roma le cittadine di questo Paese, e i cittadini che condividono questa battaglia, per unire le donne del Nord e Del Sud, per ribadire la volontà di pensare all’Italia unita, democratica, Repubblicana.
Le donne sentono vitale ed imprescindibile questa battaglia. Con la loro forza viva, creativa, fonte di cambiamento, andranno a presidiare il Parlamento Italiano a cui va lanciato un messaggio forte e chiaro:
“La Costituzione è di tutte le italiane e gli italiani, e senza la condivisione paritaria nessuno ha il diritto di modificarla. Soprattutto l’art. 1 dei principi fondamentali non si tocca!”.

Gli Italiani hanno già bocciato a maggioranza, con il Referendum del 25 e 26 giugno 2006, le riforme che cambiavano l’assetto istituzionale nazionale della seconda parte della Costituzione. Oggi non si può far finta che ciò non sia successo e tornare allegramente a stravolgerla!
Per realizzare il presidio si è costituito il Comitato promotore:

COSTITUISCONO IL COMITATO PROMOTORE

RETE DELLE DONNE SICILIANE PER LA RIVOLUZIONE GENTILE / GRUPPO VENETO RETE RIVOLUZIONE GENTILE / MOVIMENTI CIVICI / RADIO CENTO PASSI / CONSULTA DELLE DONNE / ONERPO / FORUM AMBIENTALISTA / RETE VIOLA / NOCOKE / VESPRI SICILIANI

Aderiscono: GRUPPO TOSCANO RETE RIVOLUZIONE GENTILE / UDI (UNIONE DONNE IN ITALIA) / CITTADINI ATTIVI AIDOS (ASSOCIAZIONE ITALIANA DONNE PER LO SVILUPPO) / UDI MONTEVERDE / UDI CATANIA /ARCIDONNA / RETE SPORTELLO DONNA / RETE CENTRI ANTIVIOLENZA DONNE SICILIANE CONTRO LA VIOLENZA e CENTRI ANTIVIOLENZA di SIRACUSA / UDI LA SPEZIA – TELEFONO DONNA / UDI REGGIO CALABRIA …

donne_bn

adesioni:

http://www.trenodelledonneperlacostituzione.it/aderisci.html

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Roma, manifestazione e pacchi contro la proposta Tarzia

CONSULTORI, CORTEO CONTRO LEGGE TARZIA:  foto omniroma ag. stampa

 

 foto noidonne

Bellissima manifestazione!

rassegna stampa

L’Unità

Repubblica

Corriere delle Sera

Il Messaggero

Udirc

Noidonne

L’unico

Omniroma

Corriere Romano

video CGIL

da La Villetta-Sez. G. Cinelli

 

La Legge Tarzia: perchè la contestiamo 

di Gabriella Magnano

 

La legge Tarzia ovvero “Riforma e  riqualificazione dei consultori familiari” in realtà dovrebbe chiamarsi “Smantellamento dei consultori familiari pubblici”.  Vediamone alcuni profili:

- I consultori familiari vengono introdotti nella legislazione italiana da una legge del 1975, che fissa i principi generali, delegando alle Regioni il compito di organizzare il servizio pubblico in sede territoriale. Quella legge del ’75, sembrerà strano, dal punto di vista concettuale è  più avanzata addirittura della 194: è l’unica legge italiana che considera la sessualità della donna per tutto l’arco della vita, dallo sviluppo alla menopausa, ed inserisce i problemi inerenti non solo alla gravidanza, ma anche al concepimento, alla sterilità, alla tutela della salute,  nel quadro sanitario pubblico: la sessualità della donna non è un “problema sociale”, ma un problema sociosanitario. Lo Stato ritiene necessario istituire un servizio pubblico destinato alle donne, ai singoli, alle famiglie, alle coppie.

La proposta di legge Tarzia stravolge completamente questi principi: il soggetto cui il servizio del consultorio, nella Regione Lazio, è destinato non è più la donna o la coppia, bensì la famiglia regolarmente costituita. Già questo è un primo motivo di censura, la legge regionale non può essere contraria a qualla nazionale e, comunque, la norma si pone in palese violazione degli artt. 2 e  3 della Costituzione che sanciscono il principio di eguaglianza e la tutela del cittadino considerato “come singolo”, oltre che nelle formazioni sociali.

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A Catania, lezioni di Ateneo

Catania, lunedì 18 Aprile. Alla Facoltà di Scienze della Formazione, Aula Magna, si terrà la 2a Edizione Stop Femminicidio Lezioni di Ateneo. 

FEMMINICIDIO E CULTURE

Ne parlano: Liana Maria Daher, docente di Sociologa generale e Metodologia della ricerca sociale, e Adriana Laudani docente di Teorie della comunicazione (di Udi Cat.).

Organizzano: la Cattedra di sociologia della devianza con la Cattedra di sociologia giuridica, il Comitato Pari Opportunità di Ateneo, l’UDI Catania tramite la responsabile Giovanna Crivelli.

   

Il Comitato Pari Opportunità, in collaborazione con l’UDI di Catania, prende spunto dagli argomenti discussi nel ciclo di lezioni sia per riflettere sulla condizione femminile, sulle discriminazioni e le violenze di cui esse sono ancora fatte oggetto, sia per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne.
L’edizione del 2011, ricca di eventi e incontri culturali, prevede un ciclo di lezioni tenute dai docenti dell’Ateneo che si svolgeranno nelle diverse facoltà tra aprile e novembre.
L’iniziativa rende visibile e concreta l’adesione del Comitato Pari Opportunità ad una campagna di denuncia fatta propria dalla società civile siciliana. (da unict.it).

tel 095 7307481           fax 0957307479 
e-mail: cpo@unict.it   www.unict.it/cpo

 

Liana Maria Daher, ricercatrice in Sociologia, è attualmente docente di Sociologia generale e di Metodologia della ricerca sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Catania. I suoi interessi di ricerca si situano nell’ambito dei comportamenti collettivi e della metodologia della ricerca sociale. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Azione collettiva. Teorie e problemi (2002), Comunicazione e Formazione: processi fondamentali per un mutamento evolutivo delle culture organizzative (2004), Ri-concettualizzare strumenti e risorse metodologiche per l’osservazione del pregiudizio in una società multiculturale e multirazziale (2006), Sport e azione collettiva (2006).

 

Adriana Laudani, docente di Teoria e Tecnica della Comunicazione Pubblica presso l’Università di Catania, consulente giuridica dell’Associazione di Comunicazione Pubblica, docente di Semplificazione amministrativa e Organizzazione della P.A. presso i più prestigiosi enti di formazione, autrice di diverse pubblicazioni in materia. E’ stata avvocata di parte civile della famiglia nel processo per l’uccisione del giornalista e scrittore Giuseppe Fava (). Premio Rosa Balestrieri 2010.

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Un vero uomo non compra donne

Real Men Don’t Buy Girls.

Un vero uomo non compra le ragazze.

Qualsiasi riferimento cade da oltreatlantico. E’ una campagna contro lo sfruttamento sessuale minorile lanciata dalla fondazione Demi&Ashton, sostenuta dagli attori Demi Moore e Ashton Kutcher. Coinvolge star maschili di Hollywwod come testimonial di spot e pubblicità: Bradley Cooper, Drake, Jamie Foxx, Jason Mraz, Sean Penn, Justin Timberlake e persino Mustafa Isaia dei bagnoschiuma…

Sull’account Demi & Ashton Foundation si può provare se si è un real men o se si preferisce un real men. Si viene invitati a scegliere in quale degli spot si vuole entrare… un’applicazione permette di aggiungere la propria immagine e una ragazza annuncerà poi con voce suadente che quel real men siete proprio voi, o che preferite proprio quello.

La presentazione dice: schiavitù sessuale infantile non è un problema che sta accadendo da qualche altra parte. Queste ragazze potrebbero essere le tue vicine, le tue sorelle, o le tue figlie.

L’età media delle ragazze che vengono forzate alla prostituzione è di 13 anni con un giro di 39 miliardi di dollari per gli sfruttatori.

Nei video sotto: il marito di Demi Moore Ashton Kutcher (più di un milione di contatti su Twitter) e  Sean Penn (due Oscar).

 

Album su fb con testimonial.

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Donne e pubblicità, il caso italiano

 

(continua … vedi i post del 5 aprile più sotto …)

Sono le prime 8 slides delle 54 proiettate al Consumer’s Forum a Roma il 4 aprile  da Annamaria Testa. Sintetizzano quanto sia esteso e complesso il tema della pubblicità che utilizza il corpo e l’immagine della donna in modo improprio o offensivo o addirittura violento.

Senza un Codice Deontologico condiviso e la partecipazione/collaborazione delle donne, di tutti, è difficile uscirne. Ma qualcosa si sta muovendo. 

Annamaria Testa () è scrittrice, docente, autrice di famose pubblicità, si occupa di comunicazione e creatività e molto altro. Con sensibilità, ironia, intelligenza, ha dimostrato nelle sue opere come si possa lavorare in pubblicità senza ricorrere a scorciatoie di basso profilo. Sua ultima fatica La trama lucente, Rizzoli, robusto saggio sui labirinti della creatività. Un lavoro sistematico che si aggiunge ad altri in Italia, dove quel che manca, però, è un esteso retroterra di studi, e prima ancora, di consapevolezza diffusa e di discussione non frammentaria sull’argomento.

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Italia chiama

Dopo 150 anni di Italia connessa/annessa, dopo 65 anni, libera e repubblicana, dopo il 13 febbraio, Italia chiama per la piena attuazione della Costituzione, per l’uguaglianza tra tutti i cittadini e tra uomo e donna, per i diritti, per la cultura e la ricerca … 

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Presentazione del Rapporto Social Watch 2010

Segnaliamo l’unica presentazione in tutto il Mezzogiorno dell’ importante rapporto relativo a cosa ha prodotto la cooperazione internazionale nel mondo (ma c’è anche una attenta riflessione sull’Italia) in termini di diritti sociali, sradicamento della povertà ed equità di genere.



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se non ora, quando a Reggio

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Unione donne il 13 febbraio

Riceviamo da Rosangela Pesenti.

Alle donne che hanno convocato la manifestazione del 13 febbraio: adesione con proposta

 Non sottovaluto mai, né svaluto, l’iniziativa presa da una donna, o da tante, su contenuti che condivido: la difesa della democrazia, la visibilità delle donne e delle loro vite tutte, la lotta contro immagini mistificatorie che sostengono, anche dentro le moderne democrazie, la politica patriarcale in qualsiasi forma, che sia quella eclatante della riduzione dei corpi femminili a pezzi di carne in vendita, che sia quella strisciante del perbenismo borghese, che riduce anche le donne più intelligenti ad essere poco più che vestali dei valori costituzionali o all’indispensabile casalingato che, dalla casa alle aziende, dalle associazioni alle istituzioni, tiene in piedi la società a tutti i livelli.

Ci sono momenti in cui le differenze vanno rese visibili per rendere più forte la solidarietà e condivisione di una lotta, per questo mi sembrano politicamente dannosi i distinguo di chi arriccia il naso e sta alla finestra a guardare commentando sull’opportunità dei tempi, che, nella storia, non aspettano mai.

Io non me lo posso permettere, sono una donna senza potere, perciò uso quello che comunque mi assicura la cittadinanza per sostenere l’iniziativa della manifestazione.

C’è un tempo per la riflessione e c’è un tempo per l’azione. Potevamo pensarci prima, è vero, ma è meglio tardi che mai.

Aderisco alla manifestazione e rilancio: io e le amiche del mio Gruppo Sconfinate abbiamo valutato che nelle piazze dei nostri piccoli paesi non ci vede nessuno, eppure è proprio nelle periferie di ogni dove che va ripreso il dibattito e fatta informazione, perciò proponiamo a tutte le donne nelle nostre condizioni di manifestare anche dalle nostre stesse case, mettendo alla finestra un lenzuolo bianco o colorato, una sciarpa, un segno che renda visibile la nostra presenza e partecipazione.

Moltiplicare le forme della visibilità politica, anche costruendo forme diverse dai tradizionali codici maschili, è stata da sempre la straordinaria creativa invenzione delle femministe e di tutte le donne che hanno lottato per i propri diritti

La preziosa domanda “Se non ora quando?” riguarda, per me, anche il riconoscimento della misconosciuta storia politica delle donne da parte delle donne stesse che, anche grazie alla lotta per la completa emancipazione, che in Italia ha persino meno anni della Repubblica, hanno potuto accedere a posizioni significative di potere nella società e nella politica.

Vi ringrazio per aver fatto quello che io e moltissime non abbiamo il potere di fare, perché ci date comunque la possibilità di esserci e rendere visibile, insieme alla nostra indignazione, un pezzo di storia politica che viene continuamente cancellata, mortificata, distorta.

La cancellazione della storia politica delle donne è il più grande problema democratico di questo paese, cancellazione per la quale vengono arruolate le donne stesse, la cui storia di miseria sociale è troppo recente perché non incida ancora nel presente.

Resta comunque un fatto: che sono ancora donne quelle che, anche involontariamente come nel caso delle prostitute di Arcore, rivelano che il re è nudo, e non solo il presidente del Consiglio, ma il sistema del potere costruito sul nesso tra patriarcato e mercato, di cui vedo complici moltissimi uomini ai quali chiedo, per non essere considerati tali, un intervento significativo.

Hanno svelato la prostituzione, diffusa a tutti i livelli grazie ad autorevoli connivenze, della quale, loro che  vendono sesso, sono solo l’ultimo infimo gradino.

Questo sistema di potere è ingiusto con la maggioranza della popolazione, iniquo nei confronti delle donne, un vero e proprio reato, di furto del futuro, nei confronti di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, di cui abbiamo collettivamente responsabilità.

“Se non ora quando?” è la domanda giusta per chiedere le dimissioni di un governo, ma anche per riprendere il faticoso, quotidiano, anche invisibile, cammino della democrazia, ricominciando da noi donne, con capacità critica sempre, ma anche generosità personale e solidarietà politica.

Ricominciando dal riconoscimento reciproco e dalla constatazione che singolarmente non possiamo nulla, che senza la solidità della democrazia ogni conquista personale viene mortificata da chi ha potere sulle immagini e l’immaginario collettivo, come sulle risorse e i beni materiali.

Riconoscendo intanto che ognuna di noi deve la sua posizione nella vita pochissimo al merito e moltissimo alle opportunità che ha avuto, compresa quella possibilità di sviluppare e utilizzare i propri talenti che tanta fatica personale richiede.

Molte di queste opportunità sono state conquistate per noi da donne che i libri di storia ignorano. Lo dico anche per ricordarlo a me stessa, che sono nata nell’anno giusto per poter andare a scuola e ho avuto accesso ad un lavoro adeguato alle mie necessità e vicino ai miei desideri, come non era stato possibile per le generazioni di donne che mi hanno preceduta.

Rilanciamo la richiesta di pari opportunità, che significa giustizia sociale e cancellazione dei privilegi di nascita, a cominciare dalle bambine e bambini, e riusciremo così a cancellare l’orrore di selezioni per merito che appartengono, non lo dimentichiamo, al peggio del nostro passato e ne legittimano la riesumazione.

Lanciamo una fase costituente di proposte imprescindibili per la nostra esistenza sociale e presenza politica a cominciare dalle procedure democratiche, fino alle risorse per la realizzazione dei diritti civili e sociali.

Così una politica delle donne diventa credibile per molte e conveniente per tutte. Gli uomini di buone pratiche (non ci basta più la semplice volontà) sono sempre ben accetti.

La democrazia è un lungo cammino, abbiamo solo cominciato la strada.

Rosangela Pesenti

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Assemblea della Rete delle Donne Calabresi

Rientro dalla riunione delle Donne Calabresi in Rete del 22 gennaio a Catanzaro e ho una rinnovata energia. Grazie. Ho avuto l’impressione, quasi la certezza, che dal Sud, dalle donne del Sud, possa finalmente ripartire una controcorrente. Forse siamo pronte per ridiventare quel fiume di donne che lottò negli anni passati per diritti e libertà. Forse siamo pronte  per ridare un nuovo senso alle cose: quello che per secoli  le donne non hanno conosciuto  o hanno creduto sbagliato o è stato loro negato, quello che gli uomini non hanno per costituzione, il senso della femminità (non ho sbagliato, volevo dire proprio femminità, non umanità). Non ci conosciamo tutte, ma ci intendiamo, e sappiamo che ci basterà un segnale per ritrovarci, tutte insieme chissà forse in ventimila come in Campo dei Fiori negli anni ’70. Questa mi è scappata. So quanto sia percepito con diffidenza oggi solo il riferimento al femminismo, soprattutto perché c’è una pluralità di femminismi ritenuti secondo i punti di vista e di svista, buoni o cattivi, opportuni o importuni, necessari o controproducenti. Va notato che esiste, accanto alla negazione e al rifiuto, anche un femminismo oppositivo  che implica zero disponibilità di ascolto, carrierismo e individualismo.

Ho sentito un’aria fresca e leggera che aleggiava nella sala del Comune nonostante lo sfratto (benevolo) da una sala all’altra e l’accerchiamento iconico sulle quattro pareti dei quadri dei politici, tutti ritratti di uomini che hanno fatto la storia amministrativa di Catanzaro, quasi un monito storico minaccioso. In una foto, raddoppiati e rovesciati nel riflesso del tavolo ci schiacciano come in un sandwich.

In riunioni come quella del 22 lo spirito del dialogo pacato e costruttivo evidenzia  la maturità di pensiero e comportamento di cui siamo capaci. Le questioni sono incalzanti e preme l’intreccio dei fatti collaterali che riguardano sia le esperienze di ognuna sia quella voragine di traffici berlusconiani che ha inquietato e inquieta le nostre giornate. Varrà la pena discuterne in profondità perché la questione sesso-potere-denaro travalica  la sfera della morale o del pettegolezzo e interferisce sulla  qualità della vita di tutti e sul nostro futuro.  Ci siamo promesse di ripuntualizzare i temi, tutti: la violenza, il lavoro, la formazione e l’istruzione da cui non si può prescindere per far maturare rispetto e consapevolezza, in un nuovo  appuntamento e in dibattito pubblico. Dobbiamo lavorare per salvaguardare il centro Antiviolenza R. Lanzino che si muove in una  situazione di improbabile sopravvivenza. Vogliamo ottenere trasparenza delle procedure amministrative. Occorrerà vigilare su ogni forma di discriminazione. Pretendere una pari rappresentanza  negli organi gestionali. E lavorando  di comunanza, tentare di rifondare il concetto stesso di politica e degli ordini e delle convenzioni esistenti, nel rispetto delle differenze, affinando e calibrando  la comunicazione, sciogliendo e riannodando nodi.

Grande sorpresa la presenza e gli interventi di due uomini. Uno lo conosco bene.

Rimando infine al sito delle Donne Calabresi in Rete ().

marsia

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

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Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto - riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

-        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

-        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

-        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

-    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

-    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

-    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve - molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

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Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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La violenza alle donne nella comunicazione: iniziativa UDI per il 26 novembre

Venerdì 26 novembre, dalle ore 16.00, presso la Sala della Biblioteca del Palazzo della Provincia (Piazza Italia), l’UDI (Unione Donne In Italia)“Le Orme” di Reggio Calabria proporrà un incontro–dibattito sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere”, in occasione del 25 novembre Giornata Internazionale contro la violenza alle donne.

Stiamo assistendo  ad una crescita vertiginosa del potere dei mass media che influenza il nostro modo di essere e di pensare. La televisione, i giornali, la pubblicità forniscono quotidianamente immagini accattivanti della realtà, poco corrispondenti al vero e dal significato fuorviante. Le immagini che ogni giorno vengono veicolate dai mezzi di comunicazione banalizzano il ruolo delle donne, lo privano di autorevolezza e lo intrappolano in stereotipi logori e svilenti. Le donne, nella loro quotidianità di madri, lavoratrici, studiose… stanno sempre più scomparendo dai media per essere sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante, private della loro stessa identità.

Anche la politica, si è adeguata a questo nuovo codice di comunicazione utilizzando un immaginario falsato delle donne per continuare ad esercitare, invece, un potere esclusivamente maschile e per nulla rispettoso della parità di genere.

Parità che richiede per la sua compiutezza un intervento formale anche sulla lingua, attraverso cui si esprime il nostro vissuto. Le parole che usiamo sono spesso escludenti rispetto al femminile e una sorta di automatismo nell’uso non ci permette di ravvisare i retaggi culturali discriminatori che contengono.

Parlare, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, di una nuova comunicazione di genere ovvero di una nuova lingua rispettosa dell’identità femminile appare fondamentale e irrinunciabile. C’è una forma di violenza sottile, a volte palese altre volte subliminale, che passa attraverso le nostre televisioni, nei talk show pomeridiani o nei cartelloni pubblicitari per strada o nelle nuove strategie di marketing. Questa violenza è ancor più pericolosa perché si insinua lentamente e profondamente nelle consuetudini di vita, nei comportamenti, nei costumi, nelle convinzioni.

Avremo il piacere di discutere di questi temi con Giovanna Vingelli, docente Women’s studies all’Università della Calabria, Katia Colica, giornalista e autrice del libro “Il tacco di Dio”, Franca Fortunato, docente di filosofia e giornalista, Monica Francioso, già docente di letteratura italiana all’Università di Londra e Dublino e Angela Pellicanò, pittrice.

L’incontro riferirà anche del percorso che l’UDI Unione Donne in Italia sta svolgendo con la campagna nazionale “Immagini Amiche” concentrata sul linguaggio e le immagini dei mass media e della pubblicità in generale nell’Italia dei nostri tempi. A moderare il dibattito e relazionare sulla campagna “Immagini Amiche” sarà Marsia Modola, responsabile dell’UDI Le Orme di Reggio Calabria.

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LE DONNE: “CATEGORIA SVANTAGGIATA” DALLA REGIONE

Comunicato stampa delle Donne Calabresi in Rete

Ha destato meraviglia la risposta data il 27 ottobre dalla Presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità alle sollecitazioni provenienti da moltissime donne e associazioni femminili che nei giorni scorsi hanno inondato di mail e fax la Regione chiedendo l’attuazione della legge 20 del 2007 a sostegno dei centri antiviolenza.

Da lei, per la posizione istituzionale che riveste, ci si sarebbe aspettata – o almeno auspicata – totale solidarietà rispetto alle ragioni delle donne e dei Centri in difficoltà e non certo un ingiustificato attacco ai Centri, aggravato dal fatto che le circostanze invocate a pretesto dell’inazione della Giunta non hanno nulla a che vedere con l’applicazione della legge da parte della Regione.

La Presidente Cusumano ha spostato l’attenzione dall’inosservanza da parte della Regione dell’obbligo di attivare le procedure per erogazione di contributi a favore dei Centri antiviolenza a presunte irregolarità circa la mancata predisposizione, da parte dei Centri già assegnatari dei contributi, di relazioni e resoconti sulle attività svolte.

I fatti riferiti sono però inesatti e assolutamente fuorvianti.

Vero è, invece, che l’emanazione del bando per finanziare le attività dei Centri antiviolenza è un preciso impegno che la Regione ha inteso assumere con la legge 20 del 2007, e al cui adempimento non può certo sottrarsi. Non solo, nel testo normativo vi è un espresso obbligo a concludere l’istruttoria dei progetti entro il 30 ottobre di ogni anno. Ad oggi si proclama, nella nota della Presidente della Commissione Regionale Pari opportunità, solo la generica volontà “di sostenere azioni per realizzare infrastrutture dirette a migliorare le condizioni di vita di categorie svantaggiate”, nascondendosi dietro il dito della sensibilità al fenomeno della violenza ed alle politiche di genere, mentre invece, se la Giunta Regionale avesse bene operato, avrebbe dovuto già da mesi approvare il bando per la selezione dei progetti dei centri antiviolenza, e dunque concludere il procedimento proprio in questi giorni. Solo ottemperando alle disposizioni normative si sarebbe consentita l’erogazione di prestazioni ad alta valenza sociale e favorita realmente l’azione sul territorio dei Centri antiviolenza, costretti invece, proprio a causa dell’inadempimento della Regione, a contrarre sensibilmente la loro attività o addirittura a chiudere le case d’accoglienza per mancanza di fondi, con grave nocumento anche per l’offerta al pubblico del servizio.

Il presunto ritardo nell’esibizione della relazione o dei rendiconti da parte di tutti i Centri antiviolenza che sono risultati negli anni precedenti destinatari del finanziamento, anche qualora fosse reale, non può essere certo preso a pretesto dalla Regione per omettere un comportamento dovuto. Il fatto grave è che si sia erroneamente ritenuto che le due attività fossero l’un l’altra condizionanti e che figure istituzionali, seppure animate dalle migliori intenzioni, pensino che l’azione dei pubblici poteri debba solo per questo paralizzarsi, anche a discapito di nuovi soggetti interessati a partecipare alla procedura selettiva.

Si precisa, infine, che non sono ancora scaduti i termini per l’esibizione dei rendiconti e quant’altro e che, ancor prima della scadenza, alcuni Centri hanno fatto pervenire alla Regione la documentazione di rito. Ma questo, come dicevamo, è del tutto irrilevante.

Cosenza, 6 Novembre 2010 Donne Calabresi in Rete

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IMPORTANTE: COMUNICATO STAMPA DELLE DONNE CALABRESI IN RETE

Numerose donne e associazioni femminili da tutta la Calabria si sono incontrate alla Casa delle Culture di Cosenza sabato 9 ottobre per istituire la Rete delle Donne Calabresi, gruppo nato spontaneamente ma non casualmente. Hanno deciso di fare rete per iniziare un confronto permanente sulle politiche di genere, quelle mancate e quelle da costruire.

Si sono liberamente confrontate per sostenere il Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino” di Cosenza, in grave difficoltà per la mancata emanazione dell’Avviso relativo alla Legge Regionale n. 20 del 21 agosto 2007 Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.

L’associazione Roberta Lanzino è stata costretta a chiudere la Casa Rifugio per donne in temporaneo disagio dopo dieci anni di vita, presenza importante sul territorio calabrese che ha garantito a donne in condizioni di difficoltà e pericolo di trovare un luogo sicuro dove acquistare forza e riprendere in mano la propria esistenza. Le donne del Centro hanno lavorato con passione e impegno, quasi sempre senza il sostegno delle Istituzioni ma solo per responsabilità e spirito di volontario servizio, garantendo ascolto, aiuto ed accoglienza.

Nell’evidenziare le gravi inadempienze e l’assenza delle Istituzioni – in sala era presente solo l’Assessora Provinciale M.F. Corigliano, che ha espresso solidarietà alle donne del Centro e si è fatta promotrice di un tavolo interistituzionale Regione-Provincia-Comune – le Donne Calabresi in Rete hanno programmato una serie di iniziative volte alla promozione di politiche di genere organiche e di reale impatto sociale e culturale.

Le donne hanno sottolineato il danno sociale che viene inferto alla popolazione calabrese per la mancata applicazione della Legge Regionale n. 20 del 21/8/07 e hanno prospettato, in mancanza di risposte, ulteriori interventi intesi alla tempestiva risoluzione del problema causato dall’inadempimento da parte delle istituzioni.

Le Associazioni e i gruppi – Fabbrica delle idee (Cosenza), Women’s Studies Unical, Unione Donne in Italia di Reggio Calabria, Ass. Emily (Cosenza), Centro Italiano Femminile di Reggio Calabria, Donne DaSud di Roma, Associazione Jineca-Percorsi Femminili di Reggio Calabria, Ass. Zahir, Coop. Interzona, Movimento Antirazzista Catanzaro, Io Donna, Gruppo PD Calabria 25 aprile, Io Resto in Calabria, Centro Margherita RC – e le donne intervenute e presenti hanno prospettato un’azione di capillare diffusione mediatica del problema volta a risolvere tempestivamente l’emergenza Centro Lanzino.

La preoccupazione emersa negli interventi sarà indirizzata per sollecitare le Istituzioni a confrontarsi per accogliere il punto di vista delle donne calabresi e le loro inascoltate necessità.

Le Donne Calabresi in Rete, 12.10.2010

donneinrete@hotmail.it

***

 

Cosenza, Casa delle Culture, 9 ottobre 2010, ore 16

Potrebbe rimanere una data storica: le donne calabresi risalgono coraggiosamente le rapide che tentano sempre più di travolgere non solo loro ma tutte le donne, malgrado l’apparente sfolgorante e disinibita onnipresenza femminile nei media, ma non certo negli organismi istituzionali di governo regionale calabrese, per esempio.

Il comunicato del Centro Antiviolenza Roberta Lanzino di poche settimane fa, che riguardava la chiusura del Rifugio per le donne perseguitate, ha prodotto un primo effetto, non da poco.  Doriana, una attenta e appassionata blogger di Catanzaro, aveva suggerito di riunirsi per esprimere solidarietà al Centro Lanzino e per trovare una qualche forma di pressione democratica nei confronti di quelle istituzioni che non vedono non sentono  non parlano. Contemporaneamente il raduno poteva costituire un punto di avvio per una aggregazione in rete delle donne calabresi.

Donne Calabresi in Rete, appunto, con già un primo spontaneo logo.

Un frenetico scambio di contatti fra amiche e associazioni porta alla necessità di una bozza preparatoria di discussione, non certo sistematica da congresso, dal momento che i tempi devono essere fulminei.

A Cosenza dunque tante donne, singole o di associazioni provenienti da tutte le province, ma anche non calabresi, convergono per il 9 pomeriggio alla Casa delle Culture, al primo tratto del faticoso, bellissimo e morente corso Telesio.

Intanto che si procede all’iscrizione per gli interventi, Antonella Veltri, del Centro L., apre ringraziando per tanta solidarietà e dopo un accenno alla storia e al contesto operativo fa il punto.

Da giugno non è stato possibile sostenere i costi di gestione del Rifugio del Centro, ma non è stato divulgato per non creare sfiducia e allarme tra le donne vittime. Stanno continuando tuttavia le altre attività e il punto di ascolto. Il Centro si fonda nel 1988 sull’onda di commozione dopo lo stupro e l’uccisione di Roberta Lanzino (stava andando al mare…), avvenuti in quell’anno. Una rete di volontarie di grande passione civile vi ha lavorato e vi lavora. Il Centro Antiviolenza R. Lanzino di Cosenza è l’unico in tutta la regione per completezza e professionalità ad avere i requisiti convenuti nella Carta della Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e di cui fa parte.

La Giunta Regionale per il 2010 non ha emesso il bando annuale relativo alla Legge 20, 8/2007, che prevede contributi finalizzati alla promozione e al sostegno dei Centri Antiviolenza. Il termine è scaduto a settembre, e dunque non sarà possibile continuare. Nel corso degli interventi verrà chiarito da un’avvocata che si tratta di una vera e propria inadempienza amministrativa da parte della Regione. Per la mancata emissione del bando sarebbe possibile, pertanto, ricorrere in giudizio con tempi però purtroppo allungati.

Unica donna delle Istituzioni calabresi malgrado altre adesioni e presenze assicurate, l’assessora Corigliano della Provincia di Cosenza. In sintesi dice che non sarà possibile supportare finanziariamente il Centro,  non resta che lavorare sui progetti. L’Assessora, dietro la vivace discussione seguita, ribadisce che si impegnerà a promuovere un Tavolo di concertazione tra i vari livelli inter-governativi.

Intanto si inonderà la Giunta Regionale di fax-mail per sollecitare l’emanazione del bando previsto dalla Legge 20, 8/2007, il cui modello si può trovare più sotto nel post precedente.

 

La perdita del Centro sarebbe una ulteriore destrutturazione della società non solo calabrese, dal momento che tali strutture non abbondano in nessuna regione, anche se su un altro versante si può riscontrare un certo proliferare di microstrutture predilette da questa o quella politica locale o nazionale, a volte senza i requisiti minimi (il comma 4 dell’art. 4 della Legge 20 prevede il centralino telefonico attivo 24 ore su 24) o magari per essere solo confessionali. Senza dire dei sarchiatori professionali di fondi che hanno buone entrature. Sarebbe interessante inoltre seguire la tracciabilità dei fondi europei destinati ad hoc.

 

La discussione tra le donne presenti (probabilmente un campionario completo tra precarie disoccupate ricercatrici studentesse professioniste passionarie…) volge sulla costituzione di una rete regionale (e non soltanto)  per quanto riguarda scambi e tematiche.

Donne Calabresi in Rete  sulla base delle discussioni e delle proposte emerse vuole tracciare alcune linee di lavoro comune tra donne singole e donne appartenenti alle varie associazioni che vogliano aderire. Telefono, facebook, internet, mail sono gli strumenti fulminei di lavoro per tentare di strapparsi di dosso quella camicia di forza che media, istituzioni, società, impongono. Per strapparsi quel cerotto trasparente sulla bocca che continuamente viene applicato. Per oltrepassare quel muro di gomma. Per prendersi democraticamente spazi di discussione e visibilità pubblica in una società che ignora e vuole ignorare, perché monocratica nella sostanza, le esigenze e le politiche di genere di cui, in particolare, vi è una larga ignoranza.

Fra gli ultimi interventi Laura, passionaria di UDIrc, sottolinea che se la situazione è questa è anche perché le donne sono sottorappresentate in politica, dunque lancia l’invito a straripare e a far propria la linea dell’Udi 50E50, per una condivisione di responsabilità in una democrazia paritaria reale.

 

Le donne ancora una volta hanno parlato, ma malgrado i comunicati stampa né RAI3 regionale né altre testate giornalistiche registrano un’assemblea regionale dal basso che non ha precedenti nella storia della Regione.

Lasciate che le notizie vengano a me sarà il motto di certo giornalismo.

Le donne? Zittite.

 

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Inviamo un fax di sollecito per sostenere i centri antiviolenza

Il 30 settembre 2010 è scaduto il termine per la pubblicazione del bando relativo all’applicazione della Legge regionale 20 agosto 2007 (Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei Centri antiviolenza e delle Case di accoglienza per donne in difficoltà).
Le Donne Calabresi in Rete il 9 di ottobre alla fine della riunione, convocata alla Casa della Cultura di Cosenza per l’emergenza ed il sostegno del Centro antiviolenza Roberta Lanzino e più in generale per la programmazione e lo sviluppo delle politiche di genere per la Regione Calabria, hanno deciso come primo punto all’ordine del giorno di indirizzare mail e fax all’attenzione del Presidente della Giunta : 

 

Al Presidente della Regione Calabria,

On. G. Scopelliti,  giuseppescopelliti@consreg.it
alla Vice Presidente della Giunta
Dott. ssa Antonella Stasi,  antonella.stasi@regcal.it
ai Consiglieri tutti,  consiglioregionale@consrc.it
Presidente Comitato Regionale Pari Opportunità,  crpo@consrc.it

 

Oggetto: Attuazione Legge n. 20 del 21.8.2007

A sostegno delle politiche di genere e dell’attuazione della Legge 20 del 21 agosto 2007 la/il sottoscritto, ____________, residente a _____________ chiede : 

- che vengano rimossi, con urgenza, gli ostacoli burocratici che impediscono l’attuazione della Legge regionale n. 20 del 21 agosto 2007 a sostegno dei Centri antiviolenza. (La mancata pubblicazione del relativo bando annuale, il cui limite è fissato nella legge al 30 settembre: un’omissione grave che chiama direttamente in causa le Istituzioni, uniche responsabili a riguardo).

- che venga costituito e convocato un tavolo interistituzionale (Comuni Province Regione) di confronto e dibattito con le Donne Calabresi in Rete, riunitesi in pubblica assemblea presso la Casa della Cultura a Cosenza, lo scorso 9 Ottobre sul tema della violenza di genere e sulle politiche di genere da programmare in Calabria.

In attesa di urgente riscontro porgo cordiali saluti.

“nome cognome”

Presidente Giunta Regionale: Via Sensales, 20 -88100-Catanzaro, fax: 0961- 702322, e-mail: giuseppescopelliti@consreg.it

Vice Presidente: Via Massara, 2 -88100-Catanzaro, fax: 0961-779790, e-mail: antonella.stasi@regcal.it

Consiglio regionale della Calabria: Via Cardinale Portanova, 89123 RC, e-mail: consiglioregionale@consrc.it

Presidente CRPO:

Giovanna Cusumano, e-mail: crpo@consrc.it
..
.
CHIEDIAMO A TUTTE LE/GLI AMICHE/I CALABRESI DI INVIARE FAX, E ALLE/GLI AMICHE/I NON CALABRESI, IN ALTERNATIVA, DI INVIARE PER FAVORE UNA MAIL ALLA PRESIDENTE CRPO E AL CONSIGLIO REGIONALE.
PER LE/GLI ISCRITTE/I AD ASSOCIAZIONI, E’  PREFERIBILE SPECIFICARE ANCHE L’APPARTENENZA.
 
Il sostegno di tutte e tutti è molto importante.
 

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Il cetriolo dovrà sparire

Letizia Ciancio
Resp. Comunicazione
Direttivo Corrente Rosa

ci comunica:

far togliere dalle strade una pubblicità che ci offende tutte si può fare
in seguito alla sua denuncia e delle altre allo IAP

la pubblicità della ragazza col cetriolo in mano della campagna Sisley “let it flow” è stata ritenuta offensiva e non conforme al codice di Autodisciplina Pubblicitaria. 

 

Continuiamo a denunciare secondo le indicazioni del nostro post del 28 settembre!

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Aggiornamento sull’incontro Donne Calabresi in Rete

Per motivi di opportunità, sostanzialmente per stare piu’ comode visto che il numero delle donne presenti non sarà esiguo, l’incontro di sabato 9 ottobre delle Donne Calabresi in Rete si terrà, anzichè al Centro Lanzino, presso la Casa delle Culture in Corso Bernardino Telesio 98 a Cosenza, zona centro storico, ore 16,00. (mappa).

La “dichiarazione d’intenti” di questo nostro primo incontro la trovate  qui , nel comunicato del 25 settembre.

L’incontro, naturalmente, non avrà un carattere formale ma, sempre tenuto conto del numero delle partecipanti, è stata fissata una scaletta rispetto ad una serie di obiettivi della giornata che vogliamo perseguire.

Per  ulteriori informazioni potete scrivere a suddegenere@hotmail.com

e anche a  donneinrete@hotmail.it

Ringraziamo fn d’ora le tante donne che in questi giorni  hanno confermato la loro presenza, e anche tutte le donne che, anche da lontano, ci sostengono. A presto

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Il disco rotto della pubblicità offensiva e sessista

La campagna Immagini Amiche è sempre in corso. E intanto è tutto un frenetico proliferare come in una mitosi cellulare 2, 4, 8, 16, 32, 64… Sempre donna a pezzi o intera sdraiata in attesa, magari con oggetti collaterali stretti in mano, ma soprattutto in bocca.

Sembra un Rinascimento. Dello Stupidario.

Da qualche settimana è apparsa una “nuova” campagna autunno-inverno di un noto marchio e noto fotografo, recidivo, con una collezione “pensata per parlare il linguaggio dei giovani” amanti dello streetwear, della vita, del sesso e del divertimento.

Viene spontaneo dare qualche titolo  ai ritagli tratti dagli originali:

esonda da una lavatrice (dopo il ciclo)

cetriolata1

cetriolata2

del leccare

eccomi

avanti un altro

Bellissime, che male c’è…, se ci togliete pure le belle ragazze che ci resta…, è solo un belvedere… queste le impressioni più comuni. In realtà l’immagine e l’intento incalzano il desiderio di una prestazione sessuale occasionale purché la donna sia del tipo classificato. In una delle immagini la modella sdraiata di schiena, su una moto, con lo sguardo e col corpo si offre. Il capolinea è quello dell’utilizzazione finale, sessuale. In nome del marchio e sotto il suo occhio da grande fratello. Alla modella vengono fatte assumere mille pose che devono risultare inviti più o meno ammiccanti o espliciti, così l’immaginario virtuale, evidentemente solo maschile, è costantemente autoalimentato. La funzione è paradigmatica e la modella è tutte le donne. Un disastro di inconsapevolezza per le generazioni in età evolutiva dei generi.

Pezzi di donna o donne intere sdraiate servono per vendere una tegola un nastro adesivo una biro una cuccia per fido un asciuga-pipì (solo lei è incontinente) uno yogurt per eliminare il gonfiore (solo lei soffre di meteorismo) un coltello per tagliare l’aria…

Ti assumo ma a concorso anatomico, devi sfilare e mostrarci lato A lato B lato C…, poi può darsi che ti chiamerò, ma non credere ti potrò sostituire quando voglio. Un  padroncino di bar aveva messo in palio un posto di cameriera in cambio della stima tecnica corporea.

Ci siamo appena sorbite l’irrisione e la mortificazione delle anziane, le velone (dietro compenso di 250.000 euro), e la grande fiera annuale della valutazione anatomica, per 3300 kg di carne circa in posa con gambetta avanti (dietro compenso della corona di reginetta d’Italia, premi, auto in regalo e contratti).

Il controllo assoluto mediatico sui corpi delle donne avanza forsennatamente e si fa canone pubblico cui sottostare, pena irrisione e vergogna per non appartenere allo schedario. E’ la cancellazione del corpo stesso come vissuto affettivo. Per installare autocrazie basta oggi utilizzare – pensano – feromoni visual-sessuali femminili, efficaci anche sul sesso portatore – pensano -.

Una ditta asciugaumido che vende salviettine-umidificate-struccanti-detergenti-assorbentti-salvaslip-toglismalto-mettitutto-toglitutto è anche molto prodiga per valorizzare il patrimonio d’uso e guardonistico dell’umanità (in senso letterale). Mette in palio 6000 euro con un’estrazione se comprate i suoi prodotti, per rifarvi, di sopra avanti e di sotto dietro, nel caso non rispondeste ai canoni indicati dalla loro pubblicità o del catalogo pubblico dominante. Sexy mostruosità labiali, zigomi presi a pugni, tette fatte con lo stampino come la nonna faceva i biscotti perfettamente rotondi  pressando col bordo del bicchiere.

Il linguaggio, il claim, è quello di lui-utilizzatore nei confronti di lei-mantenuta, come veniva chiamata tempo fa lei-amante se economicamente non autosufficiente.

(non è censura, è soltanto oscurato il marchio asciugaumido)

Proteste direttamente a:

Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria

http://www.iap.it/it/messaggi.htm

compilando il modulo on line, indicando prodotto e produttore e il motivo per cui la pubblicità si reputa lesiva:

http://www.sisley.com/portal/web/sisley/campaign-ai2010?startpage=WOMAN&area=CAMPAIGN

http://www.sweetwipes.com/index.php/concorso

Le proteste all’IAP solitamente hanno buon esito. Agire per via associativa o personale principalmente attraverso l’IAP, ma anche direttamente nei confronti del produttore:

paoletti@sisley.com

***

Portala in un prato deserto con la scusa di “andare a farfalle” …

Un vero e proprio incitamento allo stupro riportato da:

***

Per un’autodifesa personale e collettiva rinnoviamo l’invito a tenere alta l’attenzione e a sostenere la campagna nazionale contro la comunicazione sessista e offensiva promossa dall’UDI seguendo alcune indicazioni (vale anche per qualsiasi altra ritenuta offensiva verso qualsiasi soggetto):

  • ogni donna iscritta o no all’UDI se rileva una pubblicità ritenuta offensiva della dignità e del corpo della donna può comunicare con noi inviandoci una foto o descriverla segnalando il luogo;
  • può direttamente segnalare allo IAP  on line compilando il modulo e fornendo materiali e indicazioni via mail o fax.
  • Conviene non diffondere o pubblicare se non qualche indicazione indispensabile tra immagine-testo-marchio per non moltiplicare gli effetti deleteri e offensivi e per non fare ulteriore pubblicità gratis che molte volte è il vero obiettivo. Viene prevista infatti l’amplificazione automatica di ritorno, e della visibilità durante il percorso per impollinazione e inquilinismo;
  • contemporaneamente è bene inviare proteste direttamente al produttore minacciando di boicottare il prodotto e di fare pubblicità negativa presso tutta la cerchia dei propri amici e conoscenti, nonché la denuncia al Giurì della pubblicità.
  • Evitare di taggare e linkare, non segnalare alla grande stampa, scambiare solo nella propria cerchia a meno di non farne un saggio di analisi. E vero che a volte per la grande forza di suggestione del linguaggio visivo, una cosa è descrivere o immaginare, altra cosa è vedere e far vedere. Nessun moralismo, si tratta di contrastare prammaticamente e con efficacia un fenomeno deleterio galoppante (qualsiasi impresina se ne inventa una) che disgrega pezzi di società.

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Reggio Calabria, 25 settembre 2010.

 

Mattina, ore 10

M’illumino d’immenso

 

foto rodolfo chirico

foto UDI rc

foto UDI rc – laura cirella

foto UDI rc

foto UDI rc

foto UDI rc

foto UDI rc

foto UDI rc

foto UDI rc

foto UDI rc

foto UDI rc

Milano, 26 settembre 2010 ore 13, Corriere della sera on line.

Non  dedica  nessun  servizio  (ieri  5  righe  di notizia ANSA).

In  compenso ci dice che  il primo porno italiano è  in arrivo.

 

La manifestazione no ‘ndrangheta era stata proposta dal Direttore del giornale il Quotidiano della Calabria. Circa 600 le adesioni e quarantamila i partecipanti.

[http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/calabria/reggiocalabria.html    ...    ...    ...]

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Quando le donne si uniscono: Donne Calabresi in Rete

Segue il comunicato di un’iniziativa a cui l’UDI di Reggio prende attivamente parte. Il comunicato sarà successivamente integrato con altre informazioni relative alle partecipanti, cittadine e associazioni.

Le Donne Calabresi in Rete si danno  appuntamento il 9 ottobre 2010 presso il Centro contro la violenza alle Donne “Roberta Lanzino” a Cosenza, ore 16,00.

la Casa Rifugio del Centro Lanzino, a giugno, ha chiuso i battenti per mancanza di fondi. Il Centro Lanzino è l’unico centro in Calabria attivo da vent’anni, facente parte del Circuito Nazionale dei centri antiviolenza, fondato da donne e nel quale operano solo donne, tutte con alto livello di formazione professionale.

Lo scorso anno sei nuove associazioni che si occupano di violenza alle donne, hanno ricevuto dei finanziamenti, che dovrebbero essere interrotti a novembre 2010, tramite una legge regionale, la n. 20 del 21 agosto 2007 “Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.

Noi tutte ci chiediamo, assieme alle donne del Lanzino, quanti di essi ancora siano realmente attivi, e quali possibilità abbiano di continuare la loro attività, esauriti i contributi regionali.

Noi tutte vogliamo chiedere alle Istituzioni di voler manifestare un reale interesse nell’affrontare e cercare di porre rimedio ai gravi problemi sociali connessi con la violenza alle donne.

In  Calabria manca una sensibilizzazione adeguata al problema, manca una cultura organica di contrasto che diventi politica.
Le istituzioni tacciono. Dunque la società civile tutta, in specie le donne, riteniamo debbano interessarsi alla questione, da un lato per sollecitare l’avvio di politiche  serie, sistematiche e capillari, di contrasto; dall’altro perché le donne stesse siano partecipi e contribuiscano  alla crescita collettiva. Il contrasto alla violenza sulle donne non dev’essere opzionale ma strutturale, non dev’essere intermittente ma continuo.

Ma noi tutte ci poniamo anche altre domande, che riguardano il nostro vivere e lavorare (o non lavorare) in una terra come la nostra. Questo incontro, quindi, ci sembra un’importante occasione perché le donne calabresi comincino ad uscire allo scoperto per fare rete, e anche rumore. Un rumore costruttivo, che giunga alle orecchie di chi abita i palazzi del potere e soprattutto della società civile nel suo complesso, che molto probabilmente necessita di una scossa da quella parte della popolazione, le donne, che troppo spesso non ha voce ed è vittima oltre che del collasso economico anche di quello culturale.

E allora si comincino a tessere le fila di questa rete. Inizieremo con un filo sottile, ma intriso di entusiasmo e partecipazione, destinato a intersecarsi con altri fili sempre piu fittamente intrecciati, fino a diventare una rete solida, capace di produrre risultati concreti in una Calabria che ancora stenta a sentire le voci delle donne – non perché queste voci non esistano, bensì perché esse sono state fino ad ora difficilmente corali.

Chiediamo perciò a tutte le donne calabresi di partecipare all’incontro del 9 ottobre, che molte spontaneamente hanno deciso di organizzare.

L’iniziativa “Donne calabresi in rete” non è  voluta o promossa da un´associazione in particolare piuttosto che da un´altra, da nessun ente e da nessun partito, ma è voluta e promossa solamente da donne che, con ogni evidenza, sentono la necessità e l´urgenza di un confronto e di un’azione politica concreta a favore delle donne.

Ad oggi aderiscono: Udi le Orme di Reggio Calabria, Associazione Jineca (Rc),  le donne del Centro Lanzino, Emily Cosenza, le donne del Centro Interdipartimentale di Women’s Studies dell’Unical, Donne daSud, le donne del Movimento antirazzista Catanzaro, e numerose altre donne variamente impegnate.

Presto sarà pubblicata una lista delle cittadine partecipanti e delle altre associazioni.

Doriana Righini e Denise Celentano per le Donne Calabresi in Rete

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Democrazia Paritaria – iniziativa UDI – 120.000 firme raccolte – aperta oggi discussione

Riceviamo da UDI nazionale la comunicazione della Responsabile Pina Nuzzo sulla discussione che oggi si apre in sede istituzionale del disegno di legge d’iniziativa popolare promossa dall’UDI: “Norme di Democrazia paritaria per le assemblee elettive”/n. 2/09.  ()  

120.000 firme raccolte dai banchetti in tutta Italia. L’iniziativa, chiamata in modo contratto 50E50, propone la risoluzione normativa della forte disparità fra rappresentanza maschile e femminile negli organi amministrativi e decisionali. La garanzia della presenza delle donne, assolutamente minoritaria o addirittura assente ad oggi, sposterebbe la democrazia in un quadro di reali pari oppurtunità, ancora tanto lontane.

(http://www.unionedonne.altervista.org)

(audizione Milena Carone)

L’audizione in Commissione Affari Costituzionali a Palazzo Madama avvenne nello stesso giorno in cui Beppe Grillo presentò  anche un suo ddl d’iniziativa popolare, e appena dopo l’esposizione della delegata UDI. Di Grillo possiamo sapere dalla stampa, a distanza di più di un anno, che era in cravatta, completo blu e camicia bianca. Furono riportate molte sue frasi… colorite, ma soprattutto il riferimento alle calzature estive in legno, offensivo al femminile, che oscurarono totalmente il ddl UDI. Non una riga, un accenno (, , ,).

Quando si dice il silenzio delle donne

Auguri a noi donne, alla democrazia, alla società. 

 

 UDI – Unione Donne in Italia

 

  

  

  

  

 

 

UDI – Unione Donne in Italia Sede nazionale Archivio centrale Via dell’Arco di Parma, 15 – 00186 Roma Tel 06 6865884 Fax 06 68807103 udinazionale@gmail.com http://www.udinazionale.org

 

Lettera aperta al Presidente della Commissione Affari Costituzionali   Senato della Repubblica

Onorevole Presidente Sen. Vizzini,

apprendo dal web [http://www.stato-oggi.it/archives/000111385.html] che ieri 21.09.10 ha deciso di avviare, a partire da oggi 22.09.10, la discussione generale sul disegno di legge d’iniziativa popolare n. 2/09 “Norme di Democrazia paritaria per le assemblee elettive” per il quale c’è stata audizione dell’UDI in data 10.06.09.

Pertanto, ho dedotto che l’Ufficio di Presidenza ha deciso di dare riscontro negativo alla richiesta dell’UDI di essere informata dell’avvio di tale discussione.

In premessa, ribadisco una cosa che riguarda l’Associazione di cui sono rappresentante legale, già nota come Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia, che tra qualche giorno compirà 65 anni. L’UDI si è affidata all’Istituzione Senato, con un Progetto di iniziativa popolare rivolto a tutti i cittadini, a tutti gli schieramenti, senza distinzione.

Ripercorro solo brevemente alcuni passaggi, di cui pochi sottoscrittori della nostra proposta sanno, perché l’intera Campagna dell’UDI, inclusi i suoi risvolti istituzionali, è stata ignorata da organi di stampa e tv italiani:

  • L’audizione (un novus nella storia parlamentare per i progetti popolari) viene richiesta formalmente dall’Udi nel 2007;
  • La richiesta viene accolta dal Presidente della Commissione nella precedente legislatura, sen. Bianco, oggi componente della Commissione;
  • Di ciò il 10.06.09 la nostra relatrice ha dato atto durante l’audizione;
  • Di quella audizione la stampa (ricordo il Corsera con una foto eloquente) ha dato un riscontro di qualche riga, e solo in virtù della felice (!?) coincidenza dell’essere stata, la nostra audizione, affiancata a quella del sig. Giuseppe Grillo, giovatosi, e ne siamo soddisfatte ma solo in nome della democrazia, della nostra richiesta accettata.
  • Di quella audizione è ancora presente sul web l’integrale audio, sul sito di radio radicale.

 

Oggi non sono qui a recriminare, né a rivangare gesti e affermazioni di quella audizione.

Oggi sono qui a dirle che la nostra Proposta è generale, può essere accolta a prescindere da qualsiasi decisione venga assunta dal Parlamento Italiano in merito alla riforma dei vari e tanti sistemi elettorali in discussione. E la nostra Proposta non costa un euro alle casse dello Stato.

Ci siamo rivolte allo Stato, di cui Voi siete i rappresentanti in sede legislativa. Non ci siamo rivolte ai Partiti in quanto tali, con nessuna richiesta o appello. Ancor meno ci siamo rivolte ad uno schieramento in particolare. Lo abbiamo fatto perché riteniamo che la Democrazia paritaria sia una condizione imprescindibile in una democrazia, per dirsi tale. Una delle condizioni, certamente. Al nostro sguardo, la prima condizione fra tutte quelle che vi terranno occupati per dare leggi elettorali e non solo elettorali che rendano il nostro un Paese realmente civile e democratico.

Confidiamo che donne e uomini di buona volontà che siedono nella Commissione, e dopo di loro altri che si occuperanno della materia elettorale, tengano conto della nostra Proposta per quello che è, per come è arrivata a voi, e per come alcune e alcuni hanno affermato, in quella audizione, di conoscerla bene per averla sostenuta, oltre che sottoscritta in un banchetto.

Le chiedo, ove possibile, di informare i Componenti della Commissione di questa mia. L’Udi la diffonderà sul web. La invieremo anche alla stampa, come tutti i nostri comunicati.

Le rivolgo i più sinceri auguri di buon lavoro.

Pina Nuzzo per UDI – UNIONE DONNE in ITALIA

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Mettere a nudo

Sfilata bagnata, colpisci e metti a nudo la modella.

Ennesima trovata da spiaggia appunto. Una serata con sfilata di modelle e grossi idranti per denudarle, si presume.

Ci risiamo:

colpire

mettere a nudo

una modella / una donna

Ci vuole pochissimo a capire che i termini sono offensivi, che propongono l’immagine di servizio sessuale del corpo femminile e che è richiamata una suggestione non poi tanto subliminale a COLPIRE. Ignoranza, cinismo, spudoratezza, e sempre una propensione dispregiativa e violenta.

Ma dai, non fatela lunga ogni volta … Tanti potrebbero reagire così. Ma se le parole hanno un senso e così ti viene (anzi ti inventi) e scrivi, così leggiamo. Non merita addentrarsi in ulteriori analisi.

Coraggio. La serata a Marina, Ravenna, prevista per il 14 agosto a base di acqua-sexy non avverrà. Dietro le proteste dell’UDI e l’interrogazione di tre consigliere comunali di SEL (Sinistra Ecologia e Libertà), il sindaco telefona agli organizzatori (in data  30 agosto) invitandoli a rinunciare all’evento ed ottenendo quanto richiesto.

La protesta dunque paga. Coraggio.

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Schedatura partorienti

Riportiamo l’appello-manifesto della Casa Internazionale delle Donne  di Roma che dal 12 luglio è in stato di agitazione permanente. Lanciamo un segnale di allarme a tutte le donne che condividono sdegno e preoccupazione per un momento storico molto grave in cui vediamo umiliata la notra dignità e a rischio i nostri diritti. In particolare per l’inquietante proposta di schedatura delle madri partorienti, in via preventiva, in quanto possibili criminali infanticide.

Casa Internazionale delle Donne

Palazzo del Buon Pastore • Via della Lungara, 19, Roma

LUNEDI’ 12 LUGLIO ore 18,00
alla Casa Internazionale delle Donne

Stiamo vivendo un momento di pesante attacco all’autodeterminazione delle donne.
L’immagine delle donne sui media televisivi è quotidianamente svilita

D’altra parte si moltiplicano le iniziative per controllare la vita delle donne e il loro corpo. Non si vuole l’introduzione della Ru 486, la pillola che permette l’aborto farmacologico, perché le donne debbano essere sottoposte alla chirurgia, quando hanno bisogno di fare un aborto, per punizione. Ma che paese è quello in cui si pensa che la chirurgia possa essere una punizione o un deterrente?

Si presenta una proposta di Legge sui Consultori in cui si dice che le donne dovranno chiedere l’interruzione della gravidanza presso le associazioni familiari, e firmare un verbale quando rifiutano di tenere la gravidanza, anche solo per dare in adozione il figlio. Nella stessa proposta di legge, la soggettività delle donne e la loro libertà di scelta è completamente cancellata e viene sostituita con la difesa della famiglia e dei suoi “valori etici”, con il riconoscimento della centralità dei consultori privati: uno spostamento culturale gravissimo, che contraddice il senso della istituzione stessa dei consultori e il compito basilare di garanzia della salute delle donne.

Si presenta una proposta di schedatura per le donne in gravidanza, per valutare la loro pericolosità per il neonato, in modo da controllarle, quando si sa che sono eventi imprevedibili con questi mezzi, e che solo il sostegno e l’aiuto dopo il parto possono prevenire queste tragedie della solitudine.

E d’altra parte nessuno pensa a schedare gli uomini per il rischio violenza, quando vengono uccise più di 120 donne all’anno, in questo paese, per lo più all’interno della famiglia.

E’ indispensabile una ripresa di attività politica da parte delle donne, per difendere i diritti civili di cui sono titolari; è urgente una iniziativa diffusa che possa fermare questo attacco violento alla nostra libertà.

Dichiariamo lo stato di agitazione permanente. Tutti i lunedì, alla Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, dalle ore 18,00 “Comitato per affermare la nostra autodeterminazione e per la difesa dei diritti delle donne” per organizzare manifestazioni e altre proteste.

Venite sulla pagina di facebook della Casa Internazionale delle donne per proporre iniziative e conoscere quelle in atto. Organizzate assemblee e riunioni nei posti di lavoro, noi vi metteremo a disposizione il materiale.
Casa Internazionale delle Donne,
Consulta dei Consultori, Ass. Vita di Donna

Per informazioni
Segreteria: Tel 06.68401720 – Fax 06.68401726
cciddonne@tiscali.it
info@vitadidonna.it
consultaconsultoriroma@hotmail.it

per approfondire:

http://www.casainternazionaledelledonne.org/


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Prossimo appuntamento

Domenica alle 18,00 distribuiremo dei volantini informativi sulla campagna contro la comunicazione sessista nel centro di Reggio Calabria, tra il Corso Garibaldi e il Lungomare Falcomatà.

Questa è la pagina di fb dell’evento, a cui tutti possono iscriversi.

La diffusione dello spot in rete e nelle televisioni locali è infatti un momento dell’iniziativa integrato con fasi partecipative diverse: fra queste è fondamentale il contatto diretto con la cittadinanza e l’azione di sensibilizzazione vis-à-vis sul problema del degrado culturale e maschilista promosso sistematicamente dai media nella rappresentazione delle donne, per la quale ci adopereremo questa domenica.

Diffondete l’iniziativa, come ha fatto oggi www.LiberaReggio.org (che sentitamente ringraziamo), e soprattutto, partecipate!

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La nostra campagna su Strill.it

Ringraziamo Giusva Branca per l’attenzione e la disponibilità.

Qui il link dell’articolo pubblicato in home page.

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Lo spot dell’UDI di Reggio contro la comunicazione sessista

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Il Tg3 regionale ha mandato in onda il nostro spot contro la comunicazione sessista

La Campagna prende ufficialmente avvio. Nell’edizione serale del 30 giugno 2010, il TgR Calabria RaiTre ne ha dato notizia trasmettendo il video che abbiamo realizzato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’offensività ordinaria della comunicazione mediatica di cui abbiamo parlato spesso (per approfondire, v. qui) .

Lo spot viene già trasmesso quotidianamente da RTV con tre passaggi e da GS Channel.

Il link del servizio al Tg3 è, al momento, questo.

Ringraziamo Rai3 Regione e le emittenti  reggine  per la sensibilità dimostrata.

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Punti di vista sul femminismo del XXI secolo – Concorso fotografico

Da www.scambieuropei.com

La “European Women’s Lobby (EWL)” invita giovani donne a partecipare al concorso sul concetto di femminismo e cosa significa oggi. Le partecipanti devono avere meno di 40 anni e vivere in un paese UE, Croazia, ex Repubblica Yugoslava di Macedonia o Turchia. Le fotografie devono rappresentare in maniera creativa e forte il tema “Il mio mondo: punti di vista sul femminismo nel 21° secolo”.  I contributi migliori verranno utilizzati per una mostra che sottolinea in che modo il femminismo è ancora importante per una nuova generazione di donne. Ciascuna foto deve essere accompagnata da una breve descrizione.  Scadenza: 30 Giugno 2010

http://www.womenlobby.org/site/1abstract.asp?DocID=2692&v1ID=&RevID=&namePage=&pageParent=&DocID_sousmenu=

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L’azienda ritira lo spot sessista dopo le proteste delle donne

Le donne dell’UDI hanno protestato contro questo spot (in cui si propone un’immagine femminile di schiava e seduttrice del maschio) e l’azienda Ristora ha risposto:

“Ci scusiamo, se involontariamente, la nostra telepromozione, andata in onda su” Ciao Darwin”, può essere risultata offensiva nei confronti delle donne. Non era certamente nelle nostre intenzioni trasmettere questo tipo di messaggio. Negli anni, i prodotti Ristora sono stati oggetto di telepromozioni in varie trasmissioni televisive tra cui l’Eredità, Zelig, Chi vuol essere milionario, Ciao Darwin, ecc……. prestando sempre grande attenzione e rispetto per il pubblico femminile. Acquistiamo telepromozioni in trasmissioni di vario genere e lo spirito di queste deve coniugarsi con lo spirito dei programmi in cui vanno in onda, seguendo le indicazioni degli autori. Nel caso di Ciao Darwin, la trasmissione si basa sul dualismo di due categorie di persone che si prestano ad essere prese in giro dal conduttore, a volte con una comicità surreale e in situazioni ironiche. In Ristora lavorano 220 dipendenti e tra questi l’80% sono donne, molte delle quali ricoprono ruoli di responsabilità. Siamo sinceramente dispiaciuti di quanto accaduto, vi assicuriamo che questa telepromozione non andrà più in onda e che in futuro saremo più attenti. Giuseppe Bisi” Fonte: qui

Siamo soddisfatte, anche se si tratta di una goccia nell’oceano.

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Il comune di Soleto aderisce alla campagna

Un esempio che il Comune di Reggio dovrebbe seguire:

Da Ilpaesenuovo.it:

Lecce (salento) – Il Comune di Soleto è il primo Comune salentino ad avere formalmente deliberato l’adesione alla Campagna UDI “Immagini amiche”. Soddisfatta Enza Miceli dell’UDI Macare. Il Consiglio comunale di Soleto infatti oggi 29 maggio ha approvato all’unanimità un ordine del giorno dal titolo “Comuni liberi dalla pubblicità che offende le donne e dagli stereotipi di genere”.

Di fatto, con questa deliberazione Soleto è il primo “Comune amico delle donne” in Puglia. Cosa avverrà nella pratica: negli spazi pubblici di proprietà comunale sarà vietata l’affissione di immagini lesive della dignità delle donne e irrispettose della parità di genere; per questo scopo, il Consiglio comunale notificherà la delibera anche alla società che si occupa della concessione degli spazi pubblici; sarà istituita una Commissione che vigilerà e alla quale qualunque cittadino/a potrà rivolgersi per denunciare un uso dello spazio pubblico contrario ai principi di parità e più in generale ogni attività, anche privata purchè esposta in spazi pubblici, che si manifesti in forme di comunicazione contenenti affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale, o comunque volgari e irrispettose della dignità della persona umana, o tali da costituire discriminazione.

Quindi Soleto ha assunto un impegno non formale, non si è limitato a dichiararsi “Città libera” o a sottoscrivere una “moratoria”.

“Come amministrazione comunale – ha precisato sempre oggi il sindaco Elio Serra – abbiamo accolto la proposta dell’UDI -Unione Donne in Italia- di dare seguito alla risoluzione europea del settembre 2008 sull’impatto del marketing e della parità tra donne e uomini. Ma non solo, vogliamo soprattutto, nell’ambito della nostra responsabilità di pubblici amministratori, sensibilizzare l’opinione pubblica cittadina per un uso più consapevole dei mezzi di comunicazione che utilizzano lo spazio pubblico o comunque vengono ad essere esposte in spazi pubblici ”.

“Siamo soddisfatte per questa delibera – aggiunge Enza Miceli per Udi Macare – perché recepisce i principi base della nostra Campagna “Immagini amiche” che non vuole limitarsi alla denuncia, ma arrivare a dire “un’altra immagine è possibile” – e sempre Miceli conclude con un auspicio e una promessa: siamo alle soglie dell’estate, ci saranno eventi pubblici, sagre e rappresentazioni; tutto  questo sarà un banco di prova degli impegni assunti, anche da parte degli operatori del settore e noi macare salentine vigileremo.”

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