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Nel cognome della madre

Nice to meet you...foto japeye/flikr

IL COGNOME DEL PADRE E DELLA MADRE

UN’antropologa, Giuditta Lo Russo, nel lontano 1995 pubblicò un libro sull’origine della paternità (“Uomini e padri – L’oscura questione maschile”, Ed. Borla), in cui portava alla luce le ragioni per cui gli uomini hanno inventato, nella lontana età primitiva, la figura del padre. Una questione ancora oggi aperta, come dimostra la vicenda della condanna dell’Italia, da parte della Corte europea dei Diritti Umani, sull’attribuzione del cognome della madre al figlio e alla figlia e il conseguente decreto legge del Governo.

Per poter capire il senso di quel decreto, è il caso di ricordare quanto Giuditta Lo Russo sostiene nel suo libro. << In quell’età – lei scrive – , quando si ignorava la proprietà fecondativa dello sperma, c’era “ignoranza della paternità” e questo spiega l’allora matrilinearità (discendenza materna) a cui l’uomo poteva partecipare solo legandosi alla madre. Gli uomini si sentivano, così, esclusi dalla generazione della vita e dalla discendenza, il che creava in loro una “situazione esistenziale” insostenibile.  E’ per inserirsi nel processo procreativo che inventarono, sul piano culturale e sociale, la figura paterna e il suo legame con il bambino. Originariamente, perciò, non è il figlio ad aver avuto bisogno di essere riconosciuto dal padre, ma è innanzitutto il padre che ha avuto fondamentalmente bisogno di questo riconoscimento e di dare il nome al figlio. L’uomo ha costruito il patriarcato per risolvere la sua “situazione esistenziale” nel processo procreativo, si è creato un ordine in cui si è dato una posizione di centralità e di dominio. Ha rovesciato la dipendenza naturale dalla madre nella dipendenza sociale della donna da lui, quale padre, marito, fratello. All’origine della creazione della paternità vi è la cancellazione della relazione primaria madre–figlio e figlia, e quando gli uomini conobbero il loro apporto genetico alla procreazione, se ne servirono per rafforzare, ancora di più, un ordine che assicurava loro potere e controllo, nella famiglia e fuori, sulla maternità, svalorizzata nella sua capacità riproduttiva. Quando si riconoscerà che “la madre è più antica del padre”, come scriveva Bachofen, e che si è figlie e figli perché si ha una madre, la questione del cognome ai figli, troverà il suo giusto ordine.>>

Di questo libro parlai per la prima volta, su questo giornale, nel 2001 in occasione del caso di una donna, Anna D., che non aveva voluto che a suo figlio, nato da una relazione extramatrimoniale, fosse attribuito il cognome del padre. L’uomo, sposato, dopo qualche anno di riflessione, aveva deciso di legittimare il piccolo e per fare questo aveva ottenuto anche il consenso della moglie. Così i giudici, sia di primo che di secondo grado, avevano deciso che il minore si sarebbe chiamato come lui, previo abbandono del cognome materno. Anna, allora, fece ricorso alla Cassazione, che accolse la sua richiesta, che il figlio mantenesse il suo cognome.

Veniamo all’oggi. Un altro caso. Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, genitori di Maddalena, nel 1999 si vedono impedito di registrare la figlia con il solo cognome materno. Si appellano alla Corte europea di Strasburgo e questa dopo anni, in chiave antidiscriminatoria, ha stabilito che i genitori hanno il diritto di dare ai propri figli e alle proprie figlie anche il solo cognome della madre, condannando l’Italia per averlo negato ai due coniugi. Il Governo corre ai ripari e in questi giorni ha approvato un Decreto legge in cui si consente alla madre di dare il suo cognome ai figli e alle figlie solo se il padre è d’accordo.

Ancora una volta la legge cancella e disconosce il fatto che donne e uomini veniamo al mondo da una donna. E’ lei che ci introduce nel mondo dandoci “la vita e la parola”, come scrive Luisa Muraro nel suo libro del 1991 “L’ordine simbolico della madre”, Ed. Riuniti. Non c’è simmetria, non c’è parità e uguaglianza, tra il diventare madre e il diventare padre. E’ finito, grazie alla rivoluzione femminista, il dominio maschile sul corpo delle donne  e con esso il “vecchio” patriarcato, dentro cui gli uomini hanno inventato il primato della paternità con la trasmissione del loro cognome. Il “moderno” patriarcato, non potendo far più ricorso a quel dominio, usa la cultura della parità e dell’uguaglianza per neutralizzare la differenza femminile e rendere simmetrica la relazione tra i sessi, cancellando, ancora una volta, la relazione primaria madre – figlia – figlio.

Quando il Governo nel suo decreto, riferendosi all’attribuzione del nome materno, parla di “complessa materia” da approfondire con un “gruppo di lavoro presso la Presidenza”, in realtà non fa che nominare il disordine simbolico in cui si muovono uomini e donne quando si ostinano a non voler vedere ed accettare quello che è evidente da sempre: si viene al mondo da una madre.

Franca Fortunato

[il Quotidiano della Calabria 17/01/2014]

*** 

La sentenza della Corte europea dei Diritti umani si è espressa il 7 gennaio con 6 voti a favore e il parere contrario del giudice Dragoljub Popović, che ha ritenuto sostanzialmente giustificata l’opposizione del Governo italiano.

Il Governo italiano nel 2013 si era costituito nel procedimento con le eccezioni riportate ai punti A e B della sentenza, di fatto difendendo l’ordinamento giuridico nazionale contro i coniugi milanesi ricorrenti e sostenendo tuttavia che la legislazione vigente è lo strumento giuridico che ha permesso loro di far aggiungere ai loro figli il cognome della madre al cognome del padre. Essi avevano infatti avuto dal prefetto di Milano il permesso di cambiare, come desiderato, il cognome della loro figlia.

La Corte non ha ritenuto ricevibili le opposizioni del Governo contro il ricorso dei coniugi Cusan e Fazzo, riscontrando che da parte dell’Italia vi è stata violazione dell’articolo 14 in combinato disposto con l’articolo 8 della Convenzione.

E al paragrafo 67 giunge alle conclusioni: … la determinazione del cognome dei «figli legittimi» è stata fatta unicamente sulla base di una discriminazione fondata sul sesso dei genitori. La regola in questione vuole infatti che il cognome attribuito sia, senza eccezioni, quello del padre, nonostante la diversa volontà comune ai coniugi. Del resto, la stessa Corte costituzionale italiana ha riconosciuto che il sistema in vigore deriva da una concezione patriarcale della famiglia e della potestà maritale, che non è più compatibile con il principio costituzionale dell’eguaglianza tra uomo e donna (paragrafo 17 supra). La Corte di cassazione lo ha confermato (paragrafo 20 supra). La regola secondo la quale il cognome del marito è attribuito ai «figli legittimi» può rivelarsi necessaria in pratica e non è necessariamente in contrasto con la Convenzione (si veda, mutatis mutandis, Losonci Rose e Rose, sopra citata, § 49), tuttavia l’impossibilità di derogarvi al momento dell’iscrizione dei neonati nei registri di stato civile è eccessivamente rigida e discriminatoria nei confronti delle donne.

Nella sentenza i giudici riportano che nessun risarcimento è richiesto dai coniugi ricorrenti né per l’eventuale danno subito né per le spese giudiziarie affrontate in quanto la semplice constatazione di una violazione costituisce, per loro, date le particolari circostanze del caso di specie, un’equa soddisfazione.  

Ammirevole.

Non mancano sul fronte del conservatorismo interno più coriaceo contrarietà alla condanna europea dell’Italia, vista ad es. come pesante condizionamento pubblico, praticamente una prevaricazione dell’ideologia sul diritto, insomma un regalo all’ideologia veterofemminista: il figlio – come l’utero del post 68 – è mio e lo gestisco io, fin dall’attribuzione del cognome (A. Mantovano).

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Carolina Girasole, sindaca di Isola Capo Rizzuto – Rosy Canale, Donne di San Luca

Riceviamo da Franca Fortunato che ringraziamo. 

LE SPIEGAZIONI CHE  CAROLINA CI DEVE

DOLORE, smarrimento, incredulità sono i sentimenti che mi hanno stretta in una morsa alla notizia dell’arresto di Carolina Girasole. Ho sentito il vuoto di parole dentro di me. Non riuscivo a dire a me stessa se non “non è possibile”, “non può essere vero”. Poi ho letto i giornali e la cronaca giudiziaria. A quel punto ho deciso di scrivere questa che vuole essere una lettera aperta, da parte di una donna che, pur non avendola mai conosciuta personalmente, ha sempre scritto e parlato di lei, non come simbolo dell’anti ‘ndrangheta (i simboli non appartengono alla storia delle donne), ma semplicemente come una donna tra le tante che, giorno dopo giorno, lottano, anche in questa terra, per poter affermare la propria libertà e riappropriarsi della propria vita. Lei aveva scelto di affermare il suo desiderio di donna stando nelle istituzioni, come le altre sindache con cui ha stretto una relazione politica forte, in nome della buona politica e della buona amministrazione.

“Carolina Girasole è una delle tante donne che stanno dimostrando che anche in Calabria è possibile la buona politica e la buona amministrazione, lontane dal malaffare e dalla complicità mafiosa. La sua esperienza, come quella che stanno portando avanti altre donne quali Maria Carmela Lanzetta, Annamaria Cardamone, Elisabetta Tripodi ed altre, presentate in modo riduttivo dai mass media come “sindache anti-‘ndrangheta”, credo che ci parli innanzitutto di passione politica, di amore per il proprio paese e la propria terra, che è amore per la madre, di desiderio libero femminile di amministrare con trasparenza e correttezza. La ‘ndrangheta non ama la buona politica e la buona amministrazione. Ecco perché ha combattuto Carolina e combatte le altre, cerca di fermarle con violenze e intimidazioni. Chiamare Carolina Girasole e le altre “sindache anti-‘ndrangheta” non rende giustizia al senso libero della loro differenza, ingabbiandole in un immaginario mass-mediatico che vuole la Calabria terra di ‘ndrangheta e anti ‘ndrangheta. Carolina come Giuseppina (Pesce) e le altre sono donne accomunate non dalla lotta alla ‘ndrangheta ma dal desiderio di libertà per sé, per i propri figli e figlie e per la Calabria tutta.                 

E gli uomini di ‘ndrangheta le combattono, innanzitutto per tutto questo. Non so se Carolina sarà rieletta sindaca e se Giuseppina riuscirà a ricostruirsi una vita, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, ma stiano sicure che niente e nessuno potrà cancellare il valore delle loro scelte con cui hanno segnato questa terra”.

Cosi scrivevo su questo giornale appena  qualche mese fa, prima delle elezioni amministrative a Isola Capo Rizzuto, rispondendo a un editoriale del direttore Matteo Cosenza che generosamente ringraziava Carolina e Giuseppina Pesce, per la “speranza di cambiamento” che rappresentavano per la Calabria. Per anni, il nome di Carolina Girasole l’ho portato in giro tra le donne di tutta Italia e nelle aule scolastiche, tra le mie alunne, come testimonianza di una realtà femminile che è già cambiata e sta cambiando la Calabria.

In nome di tutto questo chiedo pubblicamente a Carolina Girasole di dire chi è veramente e come è arrivata ad amministrare il Comune. Smentisca tutto quello che ho scritto su di lei. Ogni donna che sceglie di entrare nelle istituzioni, che lo sappia o meno, deve rendere e rende sempre conto alle altre donne di quello che fa, di come agisce e di come si rapporta a uomini e donne in quei luoghi. Carolina deve rendere conto, del suo operato e delle accuse che le vengono mosse dai magistrati, a tutte le donne come me, che hanno creduto e credono ancora in lei.

Aspetto, pertanto, che lo faccia con una lettera pubblica alle donne calabresi.

Franca Fortunato

(sul Quotidiano della Calabria del 05.12.2013)

per approfondire

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Una copertina e sedici pagine dedicate dalla rivista svedese Dagens Nyhetera a Rosy Canale e al Movimento delle Donne di San Luca nell’ottobre del 2011. Peter Loewe autore del servizio aveva visitato San Luca e Polsi l’anno prima in occasione della festa di settembre.  

Un altro caposaldo è caduto?

E’ notizia di oggi che Rosy Canale è agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta Inganno, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Sei ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere di tipo mafioso, per reati contro l’amministrazione pubblica, finalità agevolative nei confronti di cosche, giro fittizio di beni.

L’aggravante delle finalità agevolative nei confronti della ‘ndrangheta non riguarda, stando alle notizie, l’imputazione per Rosy Canale che è invece di peculato e truffa aggravata. Reato verso la socialità comunque grave.

Rosy in questi giorni (appena ieri al Teatro Morelli di Cosenza) era impegnata in uno spettacolo teatrale itinerante chiamato Malaluna, come il locale discoteca-ristorante da lei gestito a Reggio. Malaluna. Storie di ordinaria resistenza nella terra di nessuno, musiche di Battiato, ispirato al libro La mia ‘ndrangheta di Emanuela Zuccalà (giornalista di Io Donna/Corsera) e Rosy coautricepubblicato dalle Edizioni Paoline, 2012.

“Quando mi hanno proposto lo spettacolo, ero spiazzata, non sono un’attrice, poi ho capito che il teatro poteva essere un’opportunità per sensibilizzare. All’inizio rivivevo il vissuto, mi commuovevo, piangevo, poi il regista mi ha aiutato a controllarmi, ed è diventata un’esperienza magica”.

Una sfida aperta. Il Movimento delle donne di San Luca infatti da lei fondato con epicentro proprio nel paese ha raccolto circa 400 donne. Tutto inizia con la sua ribellione allo spaccio di droga imposto nel suo locale, viene malmenata gravemente e avrà bisogno di tre anni di riabilitazione. Il suo impegno non poteva essere finto. Premi, riconoscimenti. Un’icona.

L’inchiesta Inganno era partita nel 2009 ed era tesa ad accertare come parte delle risorse ricevute per il sostegno del Movimento delle Donne di San Luca abbiano avuto un utilizzo privato da parte della fondatrice, e come una ludoteca non abbia mai svolto attività, sebbene inaugurata nel 2009, provenendo da un bene confiscato ad una cosca. (fonte newz.it)

E ora? Una buccia di banana? Rosy dovrà chiarire si spera onorevolmente la vicenda in cui è incappata. E intanto lo stesso sgomento di Franca Fortunato ci attanaglia.

Rosy spiegaci.

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Le madri

madri nuragiche(Le madri – bronzetti nuragici, da Giovanni Lilliu, 1966)

LA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE

LA SENTENZA della Corte di Cassazione, che ha confermato l’affidamento della figlia minorenne alla madre separata, che convive con un’altra donna, la trovo un capolavoro di riconoscimento giuridico dell’amore femminile per la madre. Protagoniste tutte donne. Donna anche la presidente della Suprema Corte, che ha emanato la sentenza, Maria Gabriella Luccioli, che già nel marzo scorso aveva sancito che i <i gay hanno diritto a una vita familiare>.

La sentenza riconosce quello che le donne sanno da sempre, che una famiglia di sole donne non rappresenta un pericolo per una crescita “sana” ed “equilibrata” di una bambina o di un bambino, e aggiunge che non c’è  alcuna “certezza scientifica” o “esperienza” che provino il contrario. Conferma della giustezza della sentenza viene da alcune testimonianze riportate da  Repubblica (12.01.2013).

Morena, 21 anni, cresciuta con la madre e la sua compagna, anche lei madre di una bambina, così racconta: < Come sono cresciuta? Serena, felice, forte, amata, anche se non è stato facile mettere insieme le nostre quattro vite … Alle scuole medie è stata dura, avevo diviso il mondo tra gli amici che potevano capire e quelli che mi avrebbero emarginato. Ricordo le loro facce stupefatte … Poi al liceo è cambiato: della mia storia ne ho fatto un punto di forza, ho iniziato ad aprirmi, a far sapere ai prof. e agli altri che esistono famiglie diverse, gay, lesbiche, e che si può essere figli e felici anche in famiglie così. Oggi ho un legame fortissimo con la mia famiglia tutta di donne. Mi sento forte, sostenuta, il mio compagno Renè le adora>.

Livia, 13 anni : <L’unico luogo in cui mi sento a disagio è la scuola, se i miei compagni vengono a sapere che mia madre è lesbica mi insultano senza pietà>. Fa la terza media e dice di vivere in una <famiglia allegra e calda, dove tutti i parenti rispettano la scelta di mia madre, anche mio padre. C’ è un mio amico di classe che viene preso in giro ogni giorno perché non guarda le ragazze, “sei gay, sei f…” gli dicono. Per questo la mia storia l’ho raccontata soltanto a pochi amici fidati e ad alcuni prof. Spero che la scuola cambi. Magari alle superiori. Perché con mia madre e la sua compagna io sono felice. Ci vuole tanto a capirlo?>.

Sara 11 anni, figlia avuta con il seme di donatore: <Per me questa è la normalità – racconta – , non ne conosco un’altra, e mi sento serena così. I miei amici dicono che ho una famiglia simpaticissima. Alle scuole elementari non ho avuto alcun problema, adesso che sono in prima media capisco che le cose sono diverse, potrebbero prendermi in giro e magari non racconto tutto a tutti. Un padre? No, non mi manca, le mie madri mi bastano. Può sembrare strano ma siamo felici>.

Che cosa c’è di sconvolgente in questi racconti di vita, per gli uomini della Conferenza episcopale e per i politici alla Giovanardi e Gasparri?  Di quali conseguenze devastanti “per la prossima generazione” parla l’arcivescovo Vincenzo Paglia? Di quale “pericolo per la tutela della prossima generazione” parla l’Avvenire? Lo sanno o no che in Italia le figlie e i figli, biologici o adottivi, di coppie omosessuali sono 100 mila e in Usa 14 milioni?  Come fanno a non capire che le loro parole rafforzano paure e pregiudizi?

In molti Paesi europei come Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Belgio, Olanda, l’adozione per coppie omosessuali è legale. Ai vescovi, uomini di poca fede, e ai politici, uomini di grande malafede, risulta che in quei Paesi ci siano state le conseguenze “devastanti” di cui (stra)parlano? E’ significativo che gli “sconvolti” non abbiano speso una parola di condanna nei confronti del padre che “si è allontanato dalla bimba – come si legge nella sentenza – quando aveva solo dieci mesi, ha usato violenza con la sua compagna e si è sottratto agli incontri protetti con la piccola”. Forse avrebbero preferito che la bambina venisse affidata a lui o sottratta alla madre e data in adozione, in nome dell’interesse della minore? La verità di tanto sconcerto, forse, sta solo nel fatto che la sentenza ha riconosciuto che si può essere felici anche senza un uomo.

Franca Fortunato 

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Indennizzo dello Stato a vittime di reati gravi e intenzionali

Una nostra amica interlocutrice, che chiameremo Giovanna, ci scrive.

Salve, trovo il vostro articolo molto interessante e vorrei porvi un quesito. Se una persona subisce comportamenti di stalking, tentato sequestro e comportamenti da parte di una terza persona che per mancanza di prove non viene imputata, può la persona che subisce i danni psicologici e non solo chiedere un risarcimento allo Stato? Se si in che modo dovrebbe muoversi? Avendo come conseguenza l’annullamento di se stessa e gravi blocchi psicologici?

Grazie

Cara Giovanna, ci scuserai se non siamo state tempestive nel risponderti, ma abbiamo preferito rivolgere il tuo quesito direttamente allo Studio Ambrosio&Commodo di Torino, studio che aveva patrocinato la causa promossa da una ragazza per un grave episodio violento subito nel 2005.

***

Sintetizziamo il presupposto normativo e il precedente giudiziario che origina il quesito di Giovanna.

Il Tribunale di Torino, con sentenza emessa dalla giudice Roberta Dotta nel 2010 (n. 3145/10 del 6 maggio 2010), aveva riconosciuto l’inottemperanza dello Stato italiano alla direttiva europea che obbliga gli Stati membri a costituire un fondo per indennizzare la vittima di reato grave e intenzionale qualora non venga risarcita dal danneggiante, per mancanza di risorse economiche o per irreperibilità o altro.

Quindi condannava la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in primo grado, ad un indennizzo di 90.000 euro per le conseguenze morali e psicologiche subite da una ragazza rumena sequestrata, seviziata, stuprata da due connazionali prima irreperibili, poi arrestati e condannati, ma senza risorse per risarcire i danni.

Risultato che è uno sfondamento enorme nei confronti degli arcaici arroccamenti o perduranti noncuranze istituzionali, e che produce per un verso civiltà giuridica e per un altro giustizia sociale.

Per questo la sentenza può essere definita storica.

Nell’atto introduttivo gli avvocati Marco Bona e, dello Studio Ambrosio&Commodo, Stefano Bertone, Renato Ambrosio, Stefano Commodo avevano assunto che lo Stato Italiano non aveva ancora attuato la tutela risarcitoria che la legislazione comunitaria aveva imposto agli stati membri, con decorrenza dal 1° luglio 2005, a favore delle vittime di reati intenzionali violenti. Nonostante gli inviti e la procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea avanti la Corte di Giustizia CE nel gennaio del 2007, conclusasi con una sentenza di condanna dell’Italia (29.11.2007). [...]

Costituendosi in primo grado la Presidenza del Consiglio, con diverse eccezioni di nullità, aveva contestato la domanda dell’attrice. La sentenza di primo grado era stata quindi appellata, ma anche il secondo grado di giudizio, con motivazioni pubblicate a gennaio di quest’anno, confermava l’obbligo del risarcimento da parte dello Stato.

La Corte d’Appello di Torino afferma doversi ritenere che la condotta dello Stato inadempiente sia suscettibile di essere qualificata come antigiuridica nell’ordinamento comunitario …

La conclusione: … Spettava, e spetta, dunque ad una cittadina rumena residente in Italia, il risarcimento del danno patito per la violenza sessuale di cui è rimasta vittima, in conseguenza dell’inadempimento dello Stato italiano alla Direttiva comunitaria del 2004. [...]

La sentenza ritoccava in 50.000 euro l’ammontare dell’indennizzo, oltre spese ed onorari a carico dello Stato.

E’ in corso l’ultimo grado in Corte di Cassazione, che si auspica possa riconoscere definitivamente l’inadempimento dello Stato alla direttiva comunitaria e dunque il suo onere risarcitorio nei confronti delle vittime.

***

L’avvocata Sara Commodo dello Studio Ambrosio&Commodo, specializzato in questo settore ci invia alcune note operative.

La DIRETTIVA 2004/80/CE art. 12 comma 2 impone a tutti gli Stati membri dell’U. E. di garantire – entro il 1 luglio 2005 – l’esistenza di un sistema che garantisca un indennizzo equo ed adeguato alle vittime di reati violenti ed intenzionali commessi nei rispettivi territori, al fine di superare l’ostacolo, spesso riscontrato in capo alle vittime, di conseguire dai loro offensori il risarcimento integrale dei danni subiti e patendi in quanto questi non possiedono le risorse per ottemperare ad una condanna al risarcimento dei danni oppure non possa essere identificato o perseguito.

L’obiettivo perseguito dalla Direttiva è quello di valorizzare la promessa di legalità e garantire la sicurezza di qualunque cittadino comunitario stazioni nel territorio nazionale di uno stato membro o lo attraversi, rimanendo vittima di reato intenzionale violento valorizzando la promessa di legalità.

Secondo la direttiva le CONDIZIONI PER L’INDENNIZZO sono:

a. reato violento ed intenzionale (tutte le fattispecie gravi che prevedano la ‘violenza’: dalla rapina all’omicidio volontario, alle lesioni volontarie, alle violenze sessuali…)

b. vittima sia cittadino comunitario

c. reato commesso in ambito comunitario dopo il 2005

LA DIRETTIVA 2004/80/CE NON E’ STATA OSSERVATA.

Lo Stato Italiano si è limitato a promulgare il decreto legislativo 204/2007 che riconosce l’accesso alla tutela risarcitoria solo nelle ipotesi di reati per cui siano già previste in Italia forme di indennizzo (terrorismo, Ustica, usura, Uno bianca, criminalità organizzata, reati di tipo mafioso).

La direttiva invece interessa tutti i reati intenzionali violenti.

Lo spirare del termine senza che si sia provveduto al recepimento della direttiva comporta l’inadempienza dello Stato Italiano.

LA CORTE DI GIUSTIZIA CE CON SENTENZA 29.11.2007 HA RISCONTRATO L’INADEMPIMENTO

All’inadempimento consegue il diritto degli interessati a domandare il risarcimento dei danni nei confronti dello Stato inadempiente.

A fronte di tale inadempimento il nostro Studio ha promosso, nell’interesse delle vittime da reato violento, cause contro lo Stato Italiano per ottenere il risarcimento dei danni da loro subiti.

La lettrice riferisce d’esser stata vittima di reati violenti in Italia e, se cittadina comunitaria, avrebbe titolo per agire nei confronti dello Stato.

Il fatto, però, che, all’interno del procedimento penale, l’imputato sia stato assolto per mancanza di prove rappresenta un pregiudizio che senz’altro renderebbe difficoltoso il procedimento civile nei confronti della Presidenza.

In quella sede, infatti, la lettrice sarà comunque chiamata a dar prova (testimonialmente o documentalmente) dei fatti, del danno subito e del nesso di causa tra i fatti ed i danni. Difettando di tali prove non sussisterebbero gli estremi per poter ottenere il risarcimento.

Temo, pertanto, nel caso di specie che, salvo che la lettrice non sappia acquisire prove ulteriori rispetto a quelle (evidentemente insufficienti) offerte nel procedimento penale, ella non potrà aver accesso al giudizio avverso lo Stato.

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Il bambino e la legge

Cattura farfalle

Non conosciamo le lunghe sequenze giudiziarie tra la madre e il padre di Padova, non interessa come vicenda privata, e non si tratta di parteggiare per l’una o per l’altro, marito/moglie, attrice/attore processuale. Ma per quanto si è visto nel video, del loro bambino prelevato a scuola coi metodi della cattura, vi è qualcosa di profondamente errato e quindi inaccettabile come metodo, come progetto di un’operazione della forza pubblica e per i danni che l’episodio violento, ormai strutturato nella mente del bambino, produce o produrrà. Tra dieci venti sessanta anni, su internet o una futura forma simile di memoria elettronica, sicuramente più impietosa e invadente, quel bambino è segnato a vita da quel video indelebile come un marchio a fuoco, facilmente individuabile nella persona e nel cognome.

Già dai primi titoli degli articoli sui giornali si delinea la crudezza dell’avvenimento, ma l’enfasi, la forzatura mediatica, la sentimentalizzazione non aiutano a capire, anzi distorcono qualcosa che è già estremamente complesso e che produce lacerazioni dolorose nella vita privata, lotte feroci di presupposti e contenzioso di corpi. Una guerra estesa tra famiglie, sostenuta anche dal ddl 957 di cui ricordiamo le linee in altro post.

Il presupposto secondo le notizie è che sia stata utilizzata la PAS, Sindrome di Alienazione Parentale, come strumento diagnostico – processuale. Il padre, genitore avvocato, avrà giocato con buon tiro indipendentemente da qualsiasi considerazione di merito, su ciò che avrebbe portato l’esito sperato. La parte avversa ricorre alla Pas se le è utile nella controversia, il ctu in affianco al giudice la applicherà con zelo o meno a seconda se sostenitore o non. Un dolore di stomaco non è un’opinione di chi lo subisce né deve essere un’opinione di chi lo diagnostica.

La Pas qualora introdotta e accettata nella prassi processuale ha degli effetti penalizzanti e coercitivi per principio sostenuti da una sindrome, paludata di indiscutibilità (pseudo)scientifica, ma altrettanto – e più – rigettata e non riconosciuta. Attribuisce una patologia in via deduttiva, teorizza una colpevolezza su istanza di parte, permette l’affido condiviso anche alla parte genitoriale violenta o abusante dietro il principio del diritto alla genitorialità. Brandita come arma, dove in ogni processo per separazione avremo bambini e bambine con sul capo patologie e perizie. Finisce per essere utilizzata prevalentemente contro le donne anche da quei padri padroni e violenti per ottenere l’affido condiviso o  toglierlo.

Non si vuole con questo negare né l’affido condiviso né che possa esistere una manipolazione o il plagio o danni inflitti da parte genitoriale.

La sindrome, al di là della forma utile ai fini processuali, non si può negare che possa essere riscontrata, ma non ha codificazioni accettate e protocolli condivisi.

Dice il professor Pierantonio Battistella, docente di Neuropsichiatria infantile all’Università di Padova: «La Pas è una sindrome di cui si comincia a parlare adesso, è ancora molto poco conosciuta e raramente viene diagnosticata. Nella sua vita professionale un neuropsichiatra infantile non la vede spesso e non è facile da individuare, perchè i genitori separati non di rado si accusano a vicenda di mettersi i figli contro. La Pas è una situazione di maltrattamento del bambino che attenta alla sua incolumità psichica, fisica e affettiva: è un non riconoscimento del suo diritto a essere se stesso. Le conseguenze di quanto accaduto sono quelle legate a tutte le violenze: il bimbo soffrirà di ipervigilanza, cioè starà sempre sul chi vive, avrà ansia, bassa autostima, perchè è stato attaccato dalle persone per lui più importanti. Rischia di andare incontro ad autosvalutazione, depressione e problemi del sonno, di sviluppare una personalità introversa e difensiva, gravata da un’aggressività che muta in una carica di violenza perchè non mitigata dall’affettività. Può diventare chiuso, insicuro, violento verso se stesso, perchè soggetti traumatizzati nell’età in cui hanno più bisogno di amore maturano un’instabilità capace di degenerare nel suicidio». (Repubblica 12/10/2012)

Tornando al caso del bambino prelevato a scuola e non entrando nel merito processuale.

Il giudice dispone che debba essere recuperato il rapporto tra bambino e padre, e si avvale di agenti di polizia, ma nell’ordinanza avverte: in mancanza di uno spontaneo accordo o esecuzione degli adempimenti, l’attuazione delle disposizioni saranno adottate dal padre affidativo, che potrà avvalersi – se strettamente necessario – dell’ausilio dei Servizi Sociali e della Forza Pubblica, da esplicarsi nelle forme più discrete e adeguate al caso.

Chi decide come e dove? Non certo Montessori o Piaget. Visto il clamore, gli effetti e la risonanza delle reazioni.

Diversi tentativi precedenti erano falliti: i carabinieri si erano rifiutati più di una volta di estrarre il bambino da sotto il letto di casa dove si era rifugiato, secondo una versione. E a ragione.

Viene scelto allora un luogo definito neutro per l’operazione: la scuola.

La scuola? Non è pensabile. Un luogo che per il bambino rappresenta la sua massima socializzazione, dove sta bene perché studia e ha voti eccellenti, luogo di affetti che si ricordano per tutta la vita. Un luogo che dovrebbe essere sereno e protetto, dove per fondamento il bambino deve essere tutelato e che idealmente gode di una sorta di extraterritorialità. Un luogo dove per un verso o per l’altro anche i suoi amichetti e le amichette soffriranno un turbamento, specialmente se hanno genitori separati.

Gli esecutori. Il padre e due agenti in azione, oltre ad altre presenze, e-seguono, applicano su un corpo il principio astratto dell’ordinanza giudiziale, che pure suggeriva le forme più discrete e adeguate al caso, ma comunque esercitando quel potere di coercizione su cui lo stato come struttura di potere si regge.

Infatti una ispettrice di polizia in forza all’operazione dice alla zia del bambino, che la interpella in modo concitato, di non essere tenuta a dare spiegazioni: lei non è nessuno.

Figure professionali esperte: psicologhe, agenti donne – prima donne e poi agenti in questo caso – assistenti sociali, figure conosciute dal bambino almeno avrebbero potuto interpretare il ruolo con quei tratti materni più vicini alla sensibilità del bambino.

La polizia si scusa ma contemporaneamente difende l’operato degli agenti, qualcosa non torna. Non parliamo delle difese d’ufficio a copertura. Non parliamo della politica di turno che deve ispezionare le condizioni del bambino, il bambino così dovrebbe ricevere le visite e il sostegno di circa 600 parlamentari.

Il padre sostiene l’ho salvato. A prezzo di un ennesimo trauma.

La zia munita di telecamera, vigilante perché se lo aspettavano, accorre appena si accorge della presa del bambino con grida strazianti, emozionalmente comprensibili, ma trauma si aggiunge a trauma. La questura dice che c’è un secondo video  che chiarirà, e addebita a zia e nonno l’operazione degenere, denunciandoli per oltraggio e ostacolo alla forza pubblica. Comunque sarà, i tre minuti di quel video valgono da soli per connotarli come violenza su un bambino, anche se in nome della legge.

Chi pensa: prima il bambino?

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per approfondire:

Cinzia Sciuto MicroMega 

Luisa Betti  il manifesto

femminismo a sud

Loredana Lipperini 

Simona Napolitani blitzquotidiano

Zauberei 

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aggiornamento 

A tutte le UDI

A tutte le donne dell’UDI

Il bambino di Padova è stato affidato/“sequestrato” dal padre, levato alla madre e mandato in una casa famiglia per una decisione del Tribunale che è basata sulla PAS “SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE”, diagnosticata da uno psichiatra perito del Tribunale che sa perfettamente che questa non è riconosciuta dalla scienza medica ed è ciarpame ideologico sessista.

Rimando a tutte il Comunicato stampa firmato dall’UDI nel giugno scorso sul tema e sul tentativo violento delle associazioni dei padri separati di introdurre la PAS nella Revisione della legge sull’affido condiviso.

Penso che possa essere utile in questi giorni e ricordo a tutte che nella Convenzione abbiano posto questo punto in modo molto chiaro.

Buon lavoro

Vittoria

COMUNICATO STAMPA

 

Genitori e figli:

quale futuro per i diritti fondamentali delle donne e delle/dei figlie/i minorenni che hanno subito violenza

Ieri, alla Commissione Giustizia del Senato, si è svolta la discussione sui DDL n. 957(PDL-UDC), DDL n. 2800 (IDV).

 

Queste proposte contengono gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne vittime di violenza e dei figli minorenni vittime di violenza diretta o assistita, in contrasto con quanto raccomandato dall’ONU in materia alle Istituzioni italiane rispetto alla legge sull’affido condiviso n.54/2006.

Tali disegni di legge rendono obbligatorio il ricorso alla mediazione familiare anche in casi di padri/mariti o partner violenti, a discapito delle madri e delle/dei figli minorenni, subordinando ogni decisione che riguarda i figli ad una condivisione con l’ex partner violento. Tali leggi ricordano la “patria potestà”, cancellata dal diritto di famiglia nel 1975. Inoltre si introduce la Sindrome da Alienazione Parentale quale motivazione “scientifica” a sostegno di queste norme.

Il minore che ha subito direttamente atti di violenza dal padre o ha assistito a forme di violenza fisica sessuale psicologica e verbale contro la madre o su altre figure affettive di riferimento, subisce conseguenze devastanti sotto ogni punto di vista, nel breve e lungo termine, e potrebbe riprodurre quei comportamenti.

Denunciare la violenza domestica per una donna non è un espediente per avere condizioni migliori di separazione, ma una decisone dolorosa per uscire da un trauma profondo dopo molta sofferenza, anche assieme ai propri figli, rispetto ad una persona che si è amata.

La violenza domestica è una realtà in Italia ed in Europa ancora oggi molto diffusa e poco denunciata, è secondo l’ONU la causa del 70% dei femicidi:“ Femicidio e femminicidio in Europa. Gli omicidi basati sul genere quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. In Italia da gennaio a giugno sono 63 le donne ammazzate dal partner.

Avere vicino un marito responsabile e rispettoso, e un padre capace di crescere i figli in maniera condivisa è la premessa per una relazione familiare positiva, è il desiderio di una madre.

La PAS, o sindrome da alienazione parentale è considerata un disturbo relazionale nel contesto delle controversie per la custodia dei figli, in cui un genitore manipola il figlio contro l’altro genitore per rivalersi. Malgrado non esista nessun riconoscimento diagnostico scientifico (DSM) della PAS al mondo, tale “sindrome” viene spesso erroneamente utilizzata nei tribunali e dai servizi sociali in Italia per decretare il diritto dell’abusante, in casi di separazione per violenza agita dal partner sulla madre e sui figli, ad ottenere una mediazione forzata e poi l’affido condiviso dei figli. È bene sottolineare che i bambini e le bambine che hanno un padre violento si giovano della sua assenza: solo così possono ricostruire un reale futuro sereno assieme alla madre.

Si ritiene di dubbia costituzionalità e lesiva dell’ordinamento giuridico italiano la volontà di introdurre della PAS (Sindrome da Alienazione Parentale); vista la sua assoluta e conclamata mancanza di validità scientifica a livello internazionale.

Le realtà che lavorano per il rispetto dei diritti umani e a contrasto della violenza maschile sulle donne e sui figli minorenni, chiedono :

- che la legge vieti espressamente l’affido condiviso nei casi di acclarata violenza agita nei confronti di partner e/o sui figli

- che sia definitivamente proibito l’utilizzo della sindrome da alienazione parentale in ambito processuale e da assistenti sociali come motivo di mediazione familiare e affido congiunto.

 Casa Internazionale delle Donne – Roma; UDI – Unione Donne in Italia Nazionale; Piattaforma CEDAW; Associazione Differenza Donna; Associazione Donne, Diritti e Giustizia; Associazione Giuristi Democratici; Associazione Il cortile; Associazione Maschile Plurale; A.R.PA, Ass. Raggiungimento Parità donna uomo; Bambini Coraggiosi; Cooperativa Be Free; D.i.Re – Donne in rete contro la violenza; Fondazione Pangea; Lorella Zanardo- Il corpo delle donne; Movimento per l’Infanzia; Zeroviolenzadonne

- Per info e per adesioni :

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org

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Perdono ai mafiosi

Mafiosi trattati da cristiani. Esistono due Chiese.

di Franca Fortunato

Nel leggere gli interventi seguiti, su questo giornale [Il Quotidiano della Calabria, 14/09/2012], all’omelia del vescovo Fiorini Morosini in occasione della festa della Madonna di Polsi e alla lettera pastorale di Monsignore Nunnari, mi sono tornate alla mente le parole che Rosaria Schifani pronunciò nel Duomo di Palermo il giorno dei funerali del marito Vito Schifani, l’agente morto, nella strage di Capaci, insieme a Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Allora, rivolgendosi ai mafiosi e modificando il testo preparatole dal sacerdote, che prometteva loro il perdono se solo si fossero pentiti, lei disse: <Io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio… Ma loro non vogliono cambiare, loro, loro non cambiano, non cambiano>.

Dopo l’uccisione del giudice Borsellino, Rosaria fece un lungo viaggio tra le vedove di mafia e scrisse una lunga lettera ai mafiosi. Affidò il tutto al giornalista Felice Cavallaro, che ne fece un libro “Lettera ai mafiosi – Vi perdono ma inginocchiatevi”, ed. Tullio Pironti.

Nella lettera Rosaria riprende il problema del perdono e, rivolgendosi ai mafiosi, scrive: < Avete perduto, uomini senza onore. State perdendo pure i figli che guardano le vostre mani sporche di sangue. Il disprezzo vi sommergerà. Forse siete in tempo per non farvi odiare dai vostri stessi figli. Io vi perdono ma inginocchiatevi (…). Se noi ci convincessimo che non possiamo più perdonare allora finiremmo per darvi partita vinta, per ammettere che l’alternativa alla barbarie è altra barbarie, come qualcuno nella disperazione ha pensato, perché di tanti di voi si conosce tutto e la vendetta sommaria potrebbe bilanciare le stragi sommarie. E’ questo lo scenario che mi atterrisce e che deve obbligare noi, assetati di giustizia, a cercare solo giustizia e non altro (..). Io vi perdono ma dovete inginocchiarvi. (…) Voi mafiosi, voi corrotti siete nei guai, braccati nelle vostre stesse case, perché quel che io intuisco lo capiranno i vostri figli e, guardandovi negli occhi, faranno scattare l’odio per il padre. Accadrà quando scopriranno la rovina di un’esistenza e allora, come io spero, in assenza di un pentimento reale dei genitori, potranno ribaltare e violare il comandamento divino, potranno ribellarsi e rinnegarvi. Vorrei poterlo dire guardando con pietà e con amore ognuno di questi ragazzi: rinnega tuo padre, se è mafioso. A questo vorrei condannarvi signori della morte mentre la mia fede mi obbliga a parlare del perdono perché è scritto nella Bibbia e nella storia di Cristo che in croce ha invocato il Padre: < Dio perdona loro>. Debbo farlo anch’io dalla mia croce, le croci che mi avete scaraventato addosso il 23 maggio e il 19 luglio. Io invito al perdono, escludo la vendetta ma chiedo alle belve di inginocchiarsi e agli uomini di agire per fare vera giustizia (…). Ma loro non vogliono cambiare; loro, loro non cambiano>.

Il problema, perciò, – come scrive Rosaria – non è il perdono che, ogni credente, come lei, è disposto a dare in presenza di un reale pentimento, ma il cambiamento dei mafiosi, la loro “conversione” – come la chiama monsignore Morosini – che per Rosaria non verrà mai.

In attesa, comunque, che qualche mafioso si penta in seguito a una crisi religiosa – cosa che fino ad ora non è successo – resta il problema per la Chiesa di spiegare a se stessa e a tutti noi come è stato possibile che assassini abbiano potuto sentirsi a loro agio nella Chiesa. Come è potuto accadere che non sentissero alcuna contraddizione tra l’essere mafioso e l’essere cristiano.

Loro si sono sempre considerati dei cristiani. Credono in Dio, nella Chiesa di Roma, vanno a messa,  si comunicano, fanno battezzare i loro figli, fanno fare la comunione, si sposano con rito religioso (anche quando sono latitanti), fanno da padrini di cresima ai tanti che glielo chiedono, ricevono l’estrema unzione se muoiono nel loro letto e pretendono il funerale religioso, sono tra i massimi benefattori di molte parrocchie, organizzano le feste nelle processioni.

Non esiste alcun mafioso ateo o anticlericale. Come è stato possibile che vittime e carnefici siedano la domenica nello stesso banco e preghino lo stesso Dio? Come è stato possibile che feroci assassini si siano trovati in pace con Cristo e la sua Chiesa e credono contemporaneamente nel Vangelo e nell’omicidio? Domande che, partendo dall’assunto che “la religione è una componente dell’identità dei mafiosi”, Isaia Sales si pone nel suo libro “I preti e i mafiosi – Storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica”, ed. Dalai, e ne dà alcune risposte convincenti. < La chiesa nel suo complesso – lui scrive – non ha considerato le mafie e tutte le organizzazioni criminali come un nemico ideologico (…). Le mafie non hanno mai attaccato alcun dogma della Chiesa, non hanno avvertito nessuna necessità di farlo. Ne è un esempio il concetto di famiglia. Le mafie si sono ispirate al concetto di famiglia prevalente nella dottrina cattolica, compreso l’aspetto della morale sessuale (…). La Chiesa ha ingaggiato una lotta ideologica contro le eresie, contro il modernismo, contro il liberalismo, contro il comunismo, contro i contraccettivi, contro l’aborto, contro il divorzio>. Un mafioso va recuperato e – come ha scritto monsignore Giuseppe Agostino nella sua lettera pastorale – “non si tratta di emettere la scomunica proclama”, cosa che, invece, la Chiesa ha fatto tranquillamente con chi ha combattuto ideologicamente.

Non si dica che non esistono due chiese, per fortuna della  Chiesa stessa. Dopo l’uccisione di padre Puglisi, così scriveva padre Fasullo sulla rivista “Segno”: < A Palermo ci sono due chiese dai comportamenti diversi. Quella di padre Puglisi che considerava insanabile la frattura tra mafia e il Vangelo, e coloro che vanno a colloquiare con i mafiosi sospinti dal desiderio di ritrovare ad ogni costo la pecorella smarrita>.

E in Calabria?  Ricordando le parole di don Tonino Bello : < Non mi importa chi è Dio, mi basta sapere da che parte sta >, credo si possa dire con tranquillità, credenti o non, al di là di ogni omelia o lettera pastorale, che Dio non sta dalla parte dei mafiosi perché – come disse Rosaria in quel Duomo – : < Troppo sangue, non c’è amore qui, non c’è amore qui, non c’è amore per niente (..).

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Perdere la nipotina

Un commento arrivato al post ‘Cara Luisa’.

Sono una nonna che ha perso una nipotina a causa della PAS. Voi signorine femministe dovreste vergognarvi a boicottare l’affido condiviso e la protezione dei bambini da questo orribile abuso.

Mia madre mi insegnò: chi regge il sacco è ladro quanto chi ruba.

E allora chi nega gli abusi sull’infanzia è colpevole quanto chi li compie.

Anna Rosa

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Rispondiamo.

Gentile signora Anna Rosa, ci sforziamo di capire. Intanto se un dispiacere l’ha colpita, dispiace sinceramente anche a noi.

L’appellativo femministe (signorine pure, ma anche vivaci ottantenni) sembra che lei lo usi come per dire donne poco di buono, cattive, velenose, arrabbiate e violente, con gli occhi iniettati di sangue, un serpente per ogni capello. Niente di tutto questo.

Ogni donna che fa rispettare i suoi diritti, che non si fa calpestare, che non si fa trattare da essere inferiore in un certo senso è femminista. Cioè difende se stessa ma nello stesso tempo difende anche la parte cui appartiene come sesso, che subisce la stessa condizione. Questa necessità nasce dalla consapevolezza di avere tutte e tutti gli stessi diritti e doveri, una pari dignità tra donna e uomo. Se gli schiavi non avessero preso consapevolezza e non si fossero rivoltati avremmo ancora gli schiavi. Una persona o una collettività che subisce una condizione effettiva di oppressione ha il diritto di liberarsene. Per quanto riguarda le donne c’è un archetipo che dice comanda l’uomo. E’ giusto invece che né l’uno né l’altra pretendano di comandare, ma semplicemente si sforzino di dialogare e condividere, imparando a gestire i conflitti civilmente, anche se dolorosi, senza farsi giustizia da sé. Sa sicuramente che le donne cadono come mosche, una ogni paio di giorni per mano di mariti, conviventi, amanti, fidanzati, fratelli e anche padri. Senza parlare di quelle picchiate, maltrattate, umiliate. Non risulta il contrario, cioè che donne uccidano ogni due tre giorni uomini. Tragga, gentile signora, le conseguenze. D’accordo, non tutti gli uomini sono così.

Quanto all’affido condiviso e corresponsabile nessuna si sogna certo di boicottarlo. Il buon senso e la dottrina giuridica però ci dice che l’affido non può essere dato in condivisione quando vi siano stati tratti di manifesta violenza esercitata da una delle parti genitoriali. Anche sessuale, quindi pedofilia incestuosa. Il principio della condivisione non può e non deve essere quindi assoluto, ma subordinato alla condizione di fatto riscontrabile. Se vuole può dare un’occhiata qui.

E quanto alla Sindrome di alienazione genitoriale o PAS, se ripercorre all’indietro la sua storia si renderà conto che nasce principalmente come sostegno e consulenza legale e in effetti proprio al genitore di fatto alienante e abusante, consentendogli di assumere il ruolo di vittima / parte lesa e consentendogli anche, ricevuto l’affido condiviso o esclusivo, di continuare nel suo ruolo di abusante. Così, se la bambina o il bambino mostra disagio col padre, la responsabilità è attribuita alla madre che ha manipolato e plagiato tanto da far ammalare la bambina o il bambino stesso, ed ecco la sindrome, un disturbo psichiatrico addirittura conferito in via ipotetica o per deduzione meccanica su un quadro descrittivo di parte. La teoria viene divulgata a proprie spese dal suo inventore (che si offre anche di insegnarla gratis, 400 i casi di consulenze di parte affidatigli) con una sua casa editrice creata appositamente per scavalcare la peer review, cioè lo scambio di discussioni e critiche con la comunità scientifica. Chi la formula, è molto tenero con molestatori e pedofili creando una sorta di teoria ad personam, rovescia i termini e colpevolizza in ultima analisi fondamentalmente la donna. Per esempio se un marito abusa della figlia, è colpa della moglie che non soddisfa il marito, e non solo, viene raccomandato inoltre di avere tanta comprensione col genitore pedofilo perché la pedofilia, dice l’inventore, è praticata da miliardi di persone (accepted practice among literally billions of people). Chi la formula, il dottor Richard Gardner, muore suicida ferendosi più volte e poi piantandosi un grosso coltello nel cuore. L’autopsia rivelerà un quadro tossicologico da sostanze psicotrope.

UDIrc

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