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La tigre e il violino

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Appuntamento sabato 16 febbraio, Palazzo della Provincia, h 16.30
Sala Conferenze
Incontreremo Loredana Cornero, di Rai International, autrice del libro “La tigre e il violino” e Anna Rosa Macrì, scrittrice e giornalista di Rai 3 regione. Nel libro viene disegnata la parabola di un programma televisivo coraggioso, primo e unico nel suo genere che affrontò le realtà fatte emergere dai movimenti delle donne anni ’60 - ’70.
Si chiamava Si dice donna, condotto in modo asciutto ed essenziale da Tilde Capomazza, e preparato da un’équipe quasi di sole donne. Parlavano le donne e si parlava di donne su temi che incrociavano lavoro, maternità, sessualità, aborto, famiglia, in una visione allargata della società reale. Proprio la realtà della rappresentazione con occhi femminili non piacque alle alte sfere che alla quarta edizione ne decisero la soppressione.
E’ anche un’occasione per verificare quanto il femminismo storico abbia influito sull’acquisizione di diritti e libertà delle donne e quali difficoltà esse incontrano oggi nel mantenere e difendere gli spazi guadagnati oltre che nel perseguire ulteriori traguardi per i diritti paritari e le giustizie sociali.

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Incontro a Paestum

Alle donne che hanno convocato l’incontro di Paestum

da Rosangela Pesenti *

Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.

Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.

Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.

Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.

Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il mondo migliore, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.

Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.

E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma tutto questo ovviamente riguarda la scelta che devo fare sull’investimento delle mie tre ghinee.

Perché il reddito arriva o da un onesto lavoro o da oneste eredità (per quanto nessuna eredità sia davvero mai innocente) e per chi non ha la seconda, l’incertezza della prima rende tutto più difficile.

È la condizione della maggioranza, uomini e soprattutto donne, che mai hanno raggiunto in Italia la piena occupazione.

È la condizione di una maggioranza, collocata sui molti gradini di una scala discendente, che vede in fondo chi perde la vita, per inquinamento, per sfruttamento, per incuria, nel mare attraversato con speranza per arrivare nel nostro paese e ricominciare da dove erano collocati i miei genitori: lavoro duro e senza diritti.

Al fondo del fondo, quello in cui non riusciamo davvero a guardare, le donne uccise, solo perché vogliono essere se stesse.

Guardo con orrore e preoccupazione all’erosione del diritto allo studio, che sognavo diventasse diritto alla cultura, alla formazione permanente, mentre mai si è allargato davvero a tutti e tutte, e oggi viene riproposta la ferocia classista dietro la maschera del merito, il sessismo nei contenuti e il razzismo nelle opzioni. Semplifico ovviamente.

Nel disastro economico, che si chiama crisi del capitalismo, l’idea brutale che si evince dalle scelte dei governi, non solo l’ultimo, è quella di un’eugenetica sociale in cui si definisce necessità la salvezza di pochi e la perdita di molte.

Uso la desinenza secondo la logica non sessista ovviamente, dove democraticamente entra in uso quella della maggioranza dei soggetti in questione.

Si è rilanciata la categoria “giovani”, già cara al fascismo, per mascherare la realtà di donne e uomini a cui sono tolti i più elementari diritti: alla casa, ad avere figli, a un lavoro dignitoso, ad avere tempo per sé, alla cultura, alla bellezza, all’aria e all’acqua, a vivere in un territorio non asservito alla cementificazione, a pensare e lavorare per il proprio futuro.

I conti non tornano e l’imbroglio continua ad essere sistema, ma sarebbe un discorso lungo.

Per questo quarant’anni di pratica femminista e di impegno politico con donne mi rendono accorta nelle scelte.

L’uso del denaro, più di ogni altra cosa, racconta ciò che siamo e ciò che vogliamo, perfino oltre le nostre intenzioni.

Metto in fila, ma l’ordine non è per importanza, come per i figli/figlie ti occupi di ognuno in modo diverso e cominci dal più piccolo/a, per ragioni che alle donne non devono essere spiegate.

Dovendo scegliere la prima ghinea è, in questo momento, per il Gruppo Sconfinate, l’ultimo che ho promosso, operante a Romano di Lombardia, dove insieme cerchiamo di costruire dibattito politico facendo conoscere lo sguardo femminista sul mondo.

Ho letto che una donna nota ha dichiarato che le femministe non hanno mai parlato con le donne comuni e mi chiedo se lei abbia mai parlato con una donna comune femminista.

Per la mia esperienza le donne che hanno coscienza di sé sono sempre fuori dal comune e ne conosco molte, purtroppo non lo sono tutte. Per avere coscienza di sé non c’è bisogno di una laurea e nemmeno di avere visibilità mediatica.

Per la seconda ghinea c’è Marea, mi sono detta, l’avventura in cui sono stata coinvolta da Monica Lanfranco e Laura Guidetti, che hanno messo in piedi la rivista più di quindici anni fa, donne resistenti con cui mi trovo a casa ad Altradimora.

Per la terza ghinea c’è l’Udi, un’associazione nata dalle madri della Repubblica la cui storia continua a essere omessa e distorta (sarà un caso?) e i cui progetti politici tendono a essere cancellati anche da molte donne che hanno il potere di raccontare la storia delle donne di questo paese.

Come sappiamo la storia non è ciò che accade, ma ciò che si racconta, altrimenti non ci sarebbero le cancellazioni, omissioni e distorsioni che conosciamo rispetto alla metà del genere umano.

Le ghinee sono solo tre perché la chiarezza simbolica mi orienta nelle scelte concrete; in questo caso mi sono chiesta: perché dovrei andare in un luogo a discutere come singola donna se queste tre appartenenze sono così importanti nella mia vita?

Non siamo all’anno zero del femminismo e non lo eravamo nemmeno negli anni Settanta.

Eravamo solo molto ignoranti di tutta la storia politica che ci aveva precedute, di cui l’Udi (oggi Unione donne in Italia), tra l’altro, è un pezzo fondamentale.

Ignoranza nella quale continuano a essere tenute le giovani donne che ci crescono accanto e anche i giovani uomini che hanno pari diritto di conoscere.

Proprio nell’Udi, alla fine degli anni Ottanta, ho affermato che era già cominciata da tempo la vendetta politica del patriarcato sulle donne italiane e questa vendetta avrebbe utilizzato come strumento fondamentale la TV e dietro, in forma più subdola, l’azione dell’area più fondamentalista del cattolicesimo nazionale, al quale si sarebbe accodato il maschilismo dei partiti, sostenuto dalle donne stesse che possono trovare una personale convenienza nel sostegno al patriarcato.

Non so se per caso sia morto nel frattempo perché sono troppo occupata con le macerie e questa storia la scriveranno le nostre nipoti.

Anche qui semplifico, ma cos’è accaduto a noi, e quindi a questo paese, tra la vittoria per la legge 194 e la sconfitta della legge 40?

Alcune amiche mi dicono “vado a Paestum per sentire cosa c’è di nuovo” “Su che cosa?” chiedo io

Chi chiama chi a che cosa?

Come ho scritto l’anno scorso per il 13 febbraio, se ci sono donne che chiamano, per continuare un pezzo di cammino insieme, io ci sono.

Ero a Milano alla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio qualche anno fa (ce la ricordiamo ancora?), ero in piazza a Bergamo il 13 febbraio 2011 rispondendo alla domanda Se non ora quando?

Una boccata d’aria e poi tutto si richiude, resta la visibilità di qualche presa di posizione, spesso sacrosanta, ma modesta sul piano degli obiettivi.

A Siena, a luglio 2011, eravamo duemila, la parola d’ordine era trasversalità per unire il movimento, come se fossimo all’inizio della nostra storia. Gli unici obiettivi trasversali sono a malapena il ripristino parziale di tutele che vergognosamente ci vengono offerte a prezzo della sottrazione dei diritti di cittadinanza.

Non siamo all’anno zero della nostra storia che, tra l’altro, non è una, ma molte e diverse come diverse sono le nostre scelte politiche.

Se il disagio (per usare un eufemismo) resta grande e condiviso, non basta una chiamata generica fondata sull’essere donne.

Per l’8 marzo 1977 l’Unione Donne Italiane, che preparava il suo X Congresso, fece un manifesto molto bello, con la scritta: La mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita.

Di tutte quelle parole l’unica che resta come domanda aperta e inevasa è “organizzazione”.

Più di vent’anni fa, sempre nell’Udi, Lidia Menapace affermò che l’unica forma possibile per mettere insieme il variegato movimento delle donne era una Convenzione: convenire per una comune convenienza, costruendo azioni definite di cui predisporre la fattibilità e verificare l’esito, un patto non generico, ma preciso in cui si dichiarano i soggetti, le mete, le condizioni, i tempi, le risorse che vengono messe a disposizione.

Un luogo nel quale si converge temporaneamente, rendendo visibili le proprie case politiche, appartenenze di gruppo, incarichi istituzionali, per mettere in comune risorse e idee, per un movimento verso qualcosa che non sia solo la verifica della nostra esistenza o la protesta.

Questo paese è tornato indietro, ma nel frattempo in molte siamo andate avanti, mettendo in piedi associazioni, gruppi, servizi, inventandoci luoghi di vita, di lavoro, di sperimentazione, case e archivi, circoli e attività, riviste e scuole.

Dalle piazze degli anni Settanta alcune sono arrivate al Parlamento, altre ad avere responsabilità significative negli enti locali, altre ancora ad una cattedra all’università, ci sono donne imprenditrici e dirigenti in settori importanti della P. A., della sanità, della scuola, ci sono femministe perfino nei partiti. Ancora poche certo, ma abbastanza per mettere in difficoltà la cittadella del potere maschile?

Vediamo ogni giorno i limiti, le difficoltà, le fatiche, le lotte continuamente necessarie, ma nessuna di noi, femminista, è sola, abbiamo tutte case e appartenenze significative.

Perché una chiamata a noi donne e non alle nostre associazioni?

Perché non rendere visibile ciò che abbiamo costruito, ciò che ci sostiene quotidianamente, la storia da cui veniamo, le esperienze politiche che possiamo spendere anche per altre?

Non è in quanto donne che possiamo rispondere, ma solo per ciò che significa per noi essere donne e ciò che abbiamo costruito con le altre fa parte di ciò che siamo.

Siamo capaci di mettere insieme la nostra indignazione, possiamo farlo anche con i nostri patrimoni? La somma delle nostre capacità diventerebbe moltiplicazione delle possibilità.

Per la politica quotidiana ci siamo attrezzate da anni e sappiamo come fare, ma i tempi chiedono una creatività inedita, una discontinuità visibile e fattiva.

Perché non preparare gli Stati generali delle donne in Italia?

Non posso venire a Paestum, nemmeno per la sua straordinaria bellezza, perché in questo momento vorrei che potessimo incontrarci in Lombardia, nel cuore della cementificazione che ha distrutto la pianura più fertile d’Italia, e far nascere un incontro in ogni regione e prima ancora in ogni provincia e prima ancora in ogni paese o quartiere.

Io non posso che continuare da qui, perché solo quando le periferie si muovono un paese cambia davvero.

* del Coordinamento nazionale Unione Donne in Italia

http://www.rosangelapesenti.it

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“A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”

Un’interessante riflessione di Olivia Guaraldo, ricercatrice presso l’Università di Verona:

Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto.

Risulta perciò tanto più difficile e azzardato, oggi, provare a delineare i tratti di una filosofia della storia che abbia al suo centro fenomeni storico-politici e sociali che si sono innescati in maniera decisiva a partire dalla fine degli anni ‘60 ma che non possono oggi affatto dirsi conclusi, anzi. Risulta altresì ulteriormente azzardato cercare di fornire una filosofia della storia ‘nostrana’, ovvero relativa alla specificità del caso italiano, quando secondo i dettami e i canoni della filosofia della storia tradizionale, lo sguardo d’insieme del filosofo dovrebbe essere ‘universale’. Un’ultima cautela, poi, dev’essere riservata al contenuto specifico della filosofia della storia che vorrei modestamente tentare di delineare, ovvero la libertà femminile, in quanto, sempre secondo i dettami tradizionali del sapere filosofico, come è noto, tale opzione – la libertà – riguarda l’essere umano nella sua neutralità e non specifici soggetti sessuati.
Libertà femminile, poi, sarebbe per Hegel un vero e proprio ossimoro, in quanto la donna è, secondo il filosofo tedesco, un essere la cui identità è una ‘eterna ironia della comunità’, ovvero un essere la cui essenza è incapace di porsi al di sopra delle leggi ‘naturali’ della famiglia e del corpo, un soggetto che ha sempre a cuore prima il genos della polis (Hegel pensava ad Antigone), prima la famiglia e la stirpe del diritto, della politica, insomma di tutte quelle cose che invece caratterizzano l’essenza del maschile. Non è quindi un caso che uno dei libri più dirompenti e radicali del femminismo italiano degli anni ’70 , scritto da Carla Lonzi, portasse il titolo “Sputiamo su Hegel”.

Lonzi, in un altro dei suoi preziosissimi scritti di quegli anni, caratterizzati da un radicale ma circostanziato e filosoficamente fondato rifiuto per i paradigmi universalizzanti del sapere filosofico e delle sue versioni politiche (tra cui anche l’ideologia marxista così come imperava nei movimenti di allora) afferma: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”. Lonzi, assieme alle donne del suo gruppo, Rivolta femminile, pronunciava questa frase agli inizi degli anni ’70, forse per scongiurare un ingiusto e automatico inserimento del progetto di liberazione della donna, tanto caro al femminismo di quegli anni, in più ampi progetti emancipativi di carattere ‘universale’. “Non vogliamo essere le protagoniste di una storia altrui”, sembra dirci Lonzi, “vogliamo tracciare da noi il nostro percorso verso la libertà”.
Il difficile cammino di autonomia e creatività, per le donne, doveva iniziare, per Lonzi, dai rapporti fra i sessi, dall’analisi lucida delle condotte sessuali e dei modi specificamente femminili di accesso al desiderio e al godimento. L’autonomia psichica, afferma Lonzi con grande coraggio, si conquista anche attraverso l’accesso libero e autonomo delle donne al piacere sessuale (divenne celebre la sua proposizione della donna clitoridea, rispetto alla donna vaginale). L’importanza, oggi, di una riattualizzazione del pensiero di Lonzi al fine di analizzare, decodificare, comprendere il rapporto fra sesso e potere nelle recenti vicende italiane, è davvero cruciale, per sottrarsi ai moralismi, alle facili generalizzazioni, alle categorizzazioni di donne per bene e donne per male (ho tentato di farlo nel mio saggio, di recente pubblicazione, (In)significante padrone. Media, sesso e potere nell’Italia contemporanea, in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte 2011.)

Dicendo però che il futuro delle donne doveva essere ‘imprevisto’ piuttosto che eccezionale, non stava forse Lonzi negando ogni legittimità alla prospettiva di una filosofia della storia? E, per fare la parte dell’advocatus diaboli, non è forse vero che le recenti vicende riguardanti alcune (forse molte) giovani donne italiane, il loro rapporto con il potere, il sesso, il desiderio, testimoniano di una notevole dose di ‘imprevedibilità’, anche e soprattutto per le femministe? Era forse questo, quello a cui pensavamo, si sono chieste molte delle ‘storiche’ rappresentanti del movimento delle donne, quando auspicavamo la liberazione dal patriarcato e il libero accesso alla nostra autonomia e libertà?

Daniela Santanché sostiene di sì, e insieme a lei molti dei fedeli servitori del Cavalier sultano, che non perdono occasione per applicare un lucido e cinico realismo al dato di fatto della libertà femminile, salvo poi trasformare per opportunità politica quel realismo in idealismo familistico e cattolico, quando si tratta di limitare e regolamentare le libertà femminili non funzionali al bunga bunga. Siamo di fronte, ancora una volta, alla declinazione ad personam di criteri di giudizio e diritti, questa volta non nella loro versione anti-magistratura, bensì in quella molto più innovativa e d’avanguardia: la versione hard del conflitto di interessi o, se preferite, la doppia morale di antico stampo cattolico condita di richiami post-moderni sull’indecidibilità di bene e male; un “siamo tutti peccatori”, declinato da Antonio Ricci, il vero intellettuale organico del berlusconismo, in un “nessuno si erga a giudice della dignità delle donne, perché loro la dignità non ce l’hanno, basta guardare le veline, non esiste dignità, così come non esiste la verità”. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe ben altri approfondimenti.  Ciò che tuttavia i programmi di Antonio Ricci e di altri geni del mezzo televisivo ci insegnano, al di là della fine delle ideologie e della fine della verità, è che proprio nel mezzo televisivo si è giocata e si gioca, a mio avviso, una partita centrale per la costruzione della nuova società italiana, una partita che ha al suo centro le donne e i loro corpi.

La breve ed approssimata filosofia della storia sul percorso della libertà femminile in Italia negli ultimi 20 o 30 anni presume che quell’imprevedibilità del futuro delle donne, a cui Lonzi accennnava, sia stata fagocitata da un sistema di segni e di significati interamente volto a neutralizzare la nascente libertà femminile nonché la sua partecipazione massiccia ed attiva nella società, nelle istituzioni, nella politica. C’è stato, insomma, a fronte di una massiccia e attiva partecipazione delle donne al femminismo, a fronte di una contaminazione della società e delle istituzioni delle istanze sollevate del movimento delle donne, un serrare le fila da parte del patriarcato (chiamiamolo ancora così, per favore), al fine di arginare e delegittimare le aspirazioni di libertà e partecipazione delle donne. La filosofia della storia non indaga le singole intenzioni degli uomini, e quindi non ci chiederemo se tale chiusura sia stata il frutto consapevole di un gruppo di persone, o sia semplicemente stata determinata da una costellazione di concause (fra le quali è lecito inserire il quotidiano lavorio della televisione nell’assecondare e plasmare una certa idea di donna e di corpo femminile, assieme anche ad una certa idea di sesso).

Il femmile dunque, dopo il femminismo, ritorna nel discorso pubblico solo come corpo, ma non il corpo liberato delle donne consapevoli di sè e del proprio desiderio, bensì il corpo oggetto esaltato e idolatrato, curato ed esibito, discusso e sezionato dagli occhi impietosi delle telecamere nostrane. Non solo dagli uomini, però. Quel corpo di cui ci eravamo impossessate è diventato la nostra ossessione, e nell’ossessione esso si è autonomizzato, ancora una volta, dai nostri desideri e dalla nostra consapevolezza, entrando senza intoppi nel tritacarne mediatico guidato da sapienti manipolatori del consenso e vezzeggiatori del ventre molle dei nostri maschi. Ma ciò che più conta, ai fini di una filosofia della storia femminista, provvisoria e militante ad un tempo, è che il portato ‘etico’ di questa appropriazione indebita dei nostri corpi, forse con il nostro consenso o con il nostro silenzio, è caratterizzato da due atteggiamenti, rintracciabili nella diffusa mentalità italiana: da una parte la cosiddetta messa in mostra dei corpi femminili da parte dei mass-media, pervasiva e violenta ad un tempo, è in un certo senso rassicurante, perché colloca la donna nel suo vecchio, antico ruolo di oggetto, e quindi non minaccia il prestigio e il potere maschili.
Dall’altra, quella stessa rappresentazione – così efficacemente resa nell’ormai celebre documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne – rafforza un atavico disprezzo – correlato forse indispensabile del desiderio maschile di possedere quel corpo –  per il femminile.  Il disprezzo, forse inconscio, forse a malapena celato, per un corpo eccessivamente esibito ed eccessivamente femminilizzato – i tratti dei corpi delle donne in tv sono a dir poco parossistici, come ben sottolinea Zanardo – è il rovescio della medaglia dell’addomesticamento, del tentativo di soffocare ogni istanza di vera libertà femminile, di mantenere le donne sulla soglia di una vera autonomia, confinandole nella familiare e rassicurante sfera della loro bellezza e trivialità. Quei corpi non sono di donne vere ma di spettri, ombre di un immaginario tutto maschile, interiorizzato e incarnato al massimo grado dai prototipi delle bellezze televisive e ora anche politiche. Nelle aule della politica quel femminile, addomesticato, rassicurante e a volte anche apertamente disprezzato, ha preso il posto delle donne reali, dei loro desideri e dei loro bisogni. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che è insostenibile.

Tuttavia questa provvisoria filosofia della storia non può limitarsi ad una miserevole denuncia di ciò che è avvenuto a un livello di immaginario di massa, ma considerare anche le numerose esperienze di riflessione femminile che in questi anni, forse in maniera carsica ma persistente, hanno appassionato molte donne: nelle università, nelle associazoini, nella vita di tutti i giorni, nelle esperienze di lavoro e di cura, nella passione per la politica e per la cultura, nell’arte, nella letteratura, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, le donne hanno elaborato e criticato, hanno vissuto e cresciuto altre donne e altri uomini secondo diversi ideali e modelli. Chi consapevolmente e in maniera militante, chi forse inconsapevolmente ma rispondendo ad una propria idea di libertà e autonomia, ciascuna a proprio modo ha avversato i pervasisi e martellanti tentativi di un addomesticamento della propria autonomia, perseguito attraverso la promessa della visibilità mediatica, della bellezza, del successo al prezzo di una piacevolezza garbata e silenziosa.

Quelle donne, con le loro differenze, alcune armate di un sapere e di una consapevolezza militante e femminista, altre con la loro ingenuità, ma tutte accomunate dal desiderio, forse dal bisogno di esprimere per una volta una voce unica e forte, sono scese in piazza il 13 febbraio, dopo anni di silenzio pubblico per certi versi allarmante, per altri forse preparatorio ad una lenta ma prorompente rinascita collettiva. Benché sia stato detto che le donne ‘vere’ sono altre da quelle che appaiono in tv, che le donne non hanno bisogno di scendere in piazza per mostrare il loro valore e la loro ‘serietà’, la sorprendente partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio testimonia di una percezione diffusa e collettiva della necessità di contrastare quei modelli, di affermare la propria ‘dignità’ e libertà. Nessun altro grande tema avrebbe portato in piazza così tante donne, e questo è necessario ribadirlo.

Questa breve filosofia della storia si ferma qui, non pretende di essere una ricostruzione fedele o imparziale degli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi 30 anni a proposito della libertà femminile: tale libertà non si è assopita, ha solo cessato di mostrarsi in pubblico in maniera massiccia, fino al 13 febbraio e da lì poi anche l’8 marzo del 2011. Da adesso in poi la storia resta tutta da fare – e poi eventualmente da scrivere in forma di una sua filosofia – e non potrà essere fatta se non prendiamo sul serio quella libertà che si è tentato di sottrarci con i mezzi più abili e diversi. Mi pare di poter dire che di quella libertà potremo fare molto solo se ci riappropriamo insieme di una storia che è comune, che tutte ci riguarda, che tocca le nostre vite individuali ma che non può essere risolta individualmente: dobbiamo insomma essere in grado di tornare a dire ‘noi’.

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

***

Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto - riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

-        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

-        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

-        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

-    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

-    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

-    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve - molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

***

Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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Aggiornamento sull’incontro Donne Calabresi in Rete

Per motivi di opportunità, sostanzialmente per stare piu’ comode visto che il numero delle donne presenti non sarà esiguo, l’incontro di sabato 9 ottobre delle Donne Calabresi in Rete si terrà, anzichè al Centro Lanzino, presso la Casa delle Culture in Corso Bernardino Telesio 98 a Cosenza, zona centro storico, ore 16,00. (mappa).

La “dichiarazione d’intenti” di questo nostro primo incontro la trovate  qui , nel comunicato del 25 settembre.

L’incontro, naturalmente, non avrà un carattere formale ma, sempre tenuto conto del numero delle partecipanti, è stata fissata una scaletta rispetto ad una serie di obiettivi della giornata che vogliamo perseguire.

Per  ulteriori informazioni potete scrivere a suddegenere@hotmail.com

e anche a  donneinrete@hotmail.it

Ringraziamo fn d’ora le tante donne che in questi giorni  hanno confermato la loro presenza, e anche tutte le donne che, anche da lontano, ci sostengono. A presto

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Un’eccezione in televisione

La puntata di domenica 26 settembre di Presa Diretta intitolata “Senza Donne” può essere un’utile risposta a chi ancora (e ce ne sono) si affatichi ad affermare che la “lotta” per le pari opportunità non abbia ragione di esistere nel 2010 nel mondo occidentale.

Fra l’altro, particolarmente apprezzabile è stata la conclusione della puntata, con un servizio sulla pubblicità sessista, inserita dopo un excursus generale sulle discriminazioni delle donne sul posto di lavoro. Il nesso così stabilito coglie un punto: c’è un legame strutturale tra tutte le problematiche di genere – dalla “colpa” della maternità allo sfruttamento del corpo femminile e connessa umiliazione delle donne – come se tutte scaturissero da un’unico centro gravitazionale culturale comune. Questo legame strutturale spesso non è colto e l’averlo messo sia pur indirettamente in luce è, a mio avviso, importante.

Ovviamente, nulla di esaustivo/esauriente, i problemi cosiddetti di genere sono parecchi e la trasmissione com’è naturale non ne ha evidenziata che una parte. Tuttavia, benché siano state avanzate diverse critiche alla trasmissione, per esempio al titolo della puntata, ecc, si tratta di una eccezione da salutare positivamente nel panorama televisivo italiano. Di solito, infatti, si parla di donne e di problemi connessi all’essere donne in Italia, nei salotti semplificazionisti che promuovono stereotipi, facili dicotomie, sintesi brutali, effetti strappalacrime, e insomma complessivamente utili solo a rafforzare la base ideologica contro cui l’UDI e non solo lotta da tempo.

In questo panorama, dunque, è da salutare positivamente un reportage che racconti concretamente di cosa, fra l’altro, parliamo, quando usiamo i termini ormai retorici “pari opportunità”. Ma non vogliamo trascrivere i contenuti della puntata, che è visibile qui:

Presa Diretta – Senza Donne, 26/9/2010

Infine, segnaliamo una riflessione sull’inopportunità dell’uso del termine “tutela” quando si parla di diritti delle donne, reperibile qui.

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Operazione Womenpedia

Da DeltaNews la nuova iniziativa dell’UDI.

FEMMINISMI. UDI, irrompiamo in massa su Wikipedia

La Scuola Politica UDI, giunta alla quinta edizione, si pone sempre più come “momento gestazionale” di progetti che abbiano come obiettivo il cambiamento culturale e politico.

La tecnologia può costituire una grande occasione per rivoluzionare i canoni tradizionali del sapere tramandato attraverso un’ottica maschile; il web si presta al cambiamento, proprio per la sua “democraticità”: le donne possono intervenire con le loro competenze personali e mettere in gioco il loro punto di vista.

“E’ perfettamente inutile, o tutt’al più è un di più, fare enciclopedia “femministe” parallele che nessuna e nessuno trova. Wikipedia è la prima cosa che esce, se si cerca una qualsiasi cosa sul web e allora, si fa così: irrompiamo in massa su Wikipedia. Basta fare un giro per vedere gli occultamenti, le ambiguità e le mortificazioni di un sapere che noi sappiamo che c’è, c’è, c’è. C’è, ma non si vede. Sul sito dell’UDI creeremo uno spazio chiamato Operazione Womenpedia, dove (come per le segnalazioni in Immagini Amiche) ognuna potrà comunicare l’iniziativa intrapresa: inserimento di parole nuove o modifica di parole già esistenti, e così via. Possiamo fare con Wikipedia – continua l’Udi – quello che non riusciamo ancora a fare con i libri di testo nelle scuole: far emergere l’apporto delle donne in tutti i campi del sapere.

Le donne sono state occultate, dimenticate, cancellate dall’arte, dalla letteratura, dalla filosofia perché la storia dell’umanità è scritta e descritta quasi esclusivamente da uomini. In questa storia le donne hanno solo il ruolo di personaggi delineati dalla mente maschile e mai di soggetti che creano, scrivono e progettano, nonostante testi, ricerche, scoperte delle donne occupino ormai interi scaffali di librerie e biblioteche”. “Wikipedia permette di modificare, correggere, inserire argomenti nuovi, con l’unica condizione di citare le fonti della nozione inserita: sono proprio le fonti del sapere al femminile che possono cambiare e arricchire la storia della cultura, scritta e raccontata dagli uomini. È necessario rivedere tutto questo affinché ‘la storia possa includere le donne’ come sosteneva Virginia Woolf ‘senza ferire nessuno’ e oggi, con lo strumento internet, finalmente si può fare”.

Dunque Womenpedia, dalla parola donne in inglese e pedia, che in greco vuol dire educare!

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“Non è un paese per vecchie”

Facciamo pubblicità a un libro (Non è un paese per vecchie, di Loredana Lipperini, Feltrinelli) che tratta un tema fastidioso ancorché trascurato in un paese che dovrebbe considerarlo tra le priorità. La terza età o “le vecchie”. In Italia da tempo oggetto di stereotipi denigratori in chiave ridicolistica.

Un esempio locale? L’iniziativa “A spasso coi nonni” promossa dal Comune di Reggio Calabria – in sé lodevole, senz’altro. Ma sono gli schemi comunicativi a preoccupare. Il bus che accompagna gli/le anziani/e sfoggia una foto con la scritta cubitale che ammanta un sottotesto di sfottò e, diciamolo, discriminazione potenziale. Perché? Innanzitutto “a spasso” è una locuzione comunemente associata agli animali domestici, che molto difficilmente sarebbe stata applicata a un target giovanile o adulto ma non anziano (“a spasso coi giovani”?); infine soprattutto il termine nonni, che costituisce solo una parte della popolazione anziana, viene esteso e fatto valere per tutte le persone over 65, anche quelle, si suppone, senza figli né nipoti, oppure questa fascia di persone viene esclusa dalla possibilità di fruire del servizio? Come al solito: il linguaggio sedimenta modelli e stereotipi rivelativi dell’immaginario collettivo e del senso comune. Cioè, in ultima istanza, delle sottili dinamiche di potere.

Dopo questa parentesi, segue l’articolo che l’autrice del libro ha pubblicato sul suo blog. Lipperini è l’autrice di un altro testo importante: Ancora dalla parte delle bambine che oggi, insieme alla pubblicazione di “Non è un paese per vecchie”, esce dopo 3 anni in versione tascabile.

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Non è un paese per vecchie nasce durante il giro di presentazioni di Ancora dalla parte delle bambine: tante, come sapete (centoventi). Nasce in un tardo pomeriggio d’inverno, presso la Feltrinelli di Bari, quando una signora, dal fondo della sala, si alza e mi chiede quando mi sarei occupata delle altre. Non le piccole, non le giovanissime: le vecchie. In quegli stessi giorni, nella metropolitana di Roma (già, la fatidica linea B), imperversava una campagna pubblicitaria anti-burocrazia. Nella locandina si raffigurava una vecchia signora disegnata secondo lo stereotipo- creduto morto – della zitella: vezzoso cappellino rosa con veletta, labbra a cuore, occhialini a farfalla. Le guance erano coperte di timbri e bolli. Lo slogan era “Ammazza la vecchia”.
Non è un paese per vecchie nasce con non pochi timori: parlare di infanzia chiama alla tenerezza e all’empatia. Parlare di vecchiaia suscita ripugnanza e orrore. La stessa parola “vecchiaia” è pronunciata di malavoglia: il saggio di Simone de Beauvoir, La Vieillesse, è stato tradotto in italiano con La terza età. Eppure, l’emergenza che riguarda i vecchi, e soprattutto le vecchie, è gravissima. Siamo il paese con più anziani: ma i nostri pensionati sono i più poveri d’Europa, e i meno assistiti. Siamo il paese gerontocrate e gerontofilo: questa, almeno, è l’immagine che viene fornita. Ma quanti sono i “vecchi” che davvero hanno potere, soldi, ricchezza? Quanti, rispetto all’esercito che è sotto la soglia di povertà?
Nel libro, ho cercato di raccontarlo: e di raccontare anche come, analogamente a quanto è avvenuto e avviene per le bambine, sia l’immaginario a fornire l’alibi a una pesantissima falla sociale. Molto semplicemente, l’Italia non si occupa delle fasce deboli: l’infanzia e la vecchiaia ricevono assistenza e accudimento solo grazie al volontariato delle donne. Da anni. Molto semplicemente, le narrazioni che riguardano la vecchiaia, oggi, sono falsate rispetto alla realtà.
C’è altro: perchè all’interno di un’emergenza anagrafica ne esiste un’altra, di genere: perchè le vecchie sono più povere dei vecchi, meno tollerate, più discriminate. Anzi: espulse. La vecchiaia femminile non gode neppure dei canonici attributi di saggezza ed esperienza. Per questo, alle donne è proibito invecchiare: devono, finchè è possibile, fingere di vedere nello specchio un’immagine diversa da quella reale, o i frammenti di quello specchio le distruggeranno, riservando per loro l’unico ruolo possibile. Quello della nonna. O, grazie a Mediaset, della Velona.
C’è altro ancora: perchè rifiutare la vecchiaia (nulla invecchia più, neanche gli oggetti) significa rifiutare la morte. E di morte è proibito parlare.  Io ho cercato di farlo.
Questo, in sintesi, è il percorso di due anni: Non è un paese per vecchie esce oggi, e da questo momento, come si suol dire, non mi appartiene più. Devo però dire almeno due grazie, fra i molti: uno è allo scrittore che mi ha regalato un capitolo (riguarda la morte, e riguarda la musica: metal, in particolare), ovvero D’ Andrea G.L.. E uno è al commentarium: ritroverete qualche brano delle discussioni fatte qui in questi due anni. Poca cosa, al confronto di tutti gli stimoli che mi avete dato.
Grazie, di cuore.

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Educazione alla discriminazione

Ero andata a prendere mio figlio all’asilo come al solito fermandomi alcuni minuti in mezzo ai bambini, tra una chiacchiera e l’altra con la maestra, in attesa che fosse pronto per andarcene. Quel giorno ho assistito a una scena che mi ha raggelata. Due maschietti, di 3 o 4 anni, avevano preso fra i giochi dei piccoli passeggini col bambolotto sopra, iniziando a cullarli. Al che la maestra li ha ripresi dicendo “posate immediatamente i passeggini, le femminucce giocano coi passeggini non i maschietti! Andate a prendere le costruzioni“. Non ho osato dire nulla, poiché ci trovavamo di fronte ai bambini, ma soprattutto perché non sapevo con quali parole avrei potuto farle capire che stava trasmettendo un messaggio pericoloso, che ha radici antiche, e che ha a che fare con dinamiche di dominio nella forma della rigida costruzione dei ruoli di genere. Non sapevo con che parole riassumerle concetti che solo dopo un lungo percorso critico io stessa sono arrivata a comprendere, temevo che non avrebbe capito, non avrei potuto che semplificare un discorso che va affrontato di petto e a un tempo con profondità. Come dirle che stava riproponendo, col suo potere educativo, lo stereotipo della cura materna per la femmina e quello dell’operatività per il maschio? Lo stereotipo per cui il privato è femminile mentre il pubblico, quindi il potere, è maschile?

Le bambine che hanno ascoltato il rimbrotto della maestra, come potranno liberarsi di questi retaggi, e un giorno pensarsi come operative e talentuose, se hanno sin dall’infanzia visto alimentare dentro di sé lo schema della madre che cura i figlioletti? E i maschietti, come potranno un giorno non vedere nella cura familiare qualcosa di radicalmente estraneo al loro raggio d’azione, alla loro identità? Come meravigliarsi allora, se questo è lo schema educativo ricorrente, se gli uomini così spesso relegano le donne alla sola cura familiare, rifiutandosi di pensarsi come cooperativi in essa? Come meravigliarsi allora, se molte donne non riescono a realizzarsi nel mondo del lavoro, o ad operare in politica, o a non sentirsi psicologicamente schiacciate da ruoli coatti di genere?

Benché lì per lì non abbia detto nulla, quella scena mi ha fatto a lungo riflettere, e ho pensato che il campo d’intervento per le donne attiviste dell’UDI e del mondo dell’associazionismo debba necessariamente includere anche quello dell’informazione e della sensibilizzazione sui pericoli educativi contenuti in alcuni messaggi che le educatrici e gli educatori, e che le madri e i padri trasmettono ai bambini, dando la spalla così ai messaggi che i media quotidianamente trasmettono sui ruoli di genere – nell’infanzia come nella vita adulta. Nella nostra agenda dobbiamo includere anche questo: formazione, informazione, sensibilizzazione a educatori/educatrici e mamme e papà. Nei tanti corsi di “pari opportunità” promossi ovunque con insospettabile solerzia temo che il tema della educazione alla discriminazione, cioè della trasmissione di stereotipi sessisti che diventeranno discriminazione negli approcci pedagogici, non sia neanche sospettato da corsisti/e e formatori/formatrici.

Il problema, cioè, ha un’importanza cruciale e su di esso bisognerebbe agire direttamente. Le istituzioni non lo considerano lontanamente, perché le istituzioni sono fatte da persone, e le persone spesso non si accorgono dei rischi annidati nella normale prassi educativa e comunicativa.

Avrei voluto dire alla maestra che il potere che ha in mano è capace di creare tante cose buone, ma che può avere anche effetti devastanti, non solo in termini psichici, ma anche in termini politici e sociali. La valenza politica e sociale dell’educazione non viene considerata in genere che un discorso astratto o ozioso. Si trascura che le radici delle storture che attanagliano la società affondano in quei momenti decisivi dell’infanzia, in cui pendevamo dalle labbra degli adulti, e in cui gli adulti forse non prendevano con la dovuta serietà o consapevolezza il potere che esercitavano su di noi.

In un’altra occasione, vidi una mia conoscente riprendere suo figlio, di 4 anni, che giocava ad andare al supermercato con le buste della spesa, in questi termini “ma no, posa quelle buste! le femmine fanno la spesa, non i maschi!”. Lo stereotipo si diffonde capillarmente, quotidianamente, a tutti i livelli del vivere sociale. A partire dalla visione quotidiana di scene di normale discriminazione, presso i genitori, ai contenuti di esplicito incoraggiamento da parte di essi ad incarnare ruoli di genere prestabiliti, passando per i media, la comunicazione pubblicitaria, i luoghi comuni su questi ruoli che diventano immaginario collettivo e dunque introiettati, replicati da ciascuno, fino alle strategiche deleterie divisioni dei giochi in tutti i Toys Store del mondo (le barbie e le pistole, le pentoline e le spade, il passeggino e le costruzioni, il rosa e il blu), le bambine e i bambini vengono accompagnati per tutta la vita in un percorso di rigida differenziazione, che, alla fine, spiega tutte le discriminazioni che ne derivano.

E’ infatti necessario, anzitutto, vedere questi nessi, per riconoscere l’importanza e l’urgenza di operare per cambiare la mentalità, in primis presso quegli adulti che hanno potere sui bambini e sulle bambine: se esiste una campagna ossessiva contro l’aborto, è perché le donne vengono viste e apprezzate solo come madri. Se le donne continuano a scarseggiare in termini quantitativi in contesti scientifici è perché imparano che devono desiderare di essere madri, mentre i maschi, loro sì, sono bravi in matematica. Se le donne spesso non riescono a conciliare famiglia e lavoro, mentre gli uomini sì, è perché esse sono prima di tutto madri, mentre gli uomini sono prima di tutto uomini, e poi eventualmente padri, dato che così è stato insegnato loro sin da piccoli, come nell’esempio dell’asilo. E potremmo continuare con altri infiniti ed estenuanti “se”…

Ma non solo. C’è l’altro lato della medaglia. Le donne, oltre che madri, sono nell’immaginario collettivo anche sgualdrine, o persone sciocche dalle funzionalità, oltre che riproduttive – come nel caso delle madri-, anche seduttive. Ce lo insegna ogni giorno la pubblicità. La campagna Immagini Amiche che stiamo portando avanti la denuncia e cerca un rimedio. E l’infanzia non è esente dalla trasmissione anche di questo stereotipo. Come si scrive sul blog Comunicazione di Genere nei media è riscontrabile l’erotizzazione del corpo femminile delle bambine:

Se la pedopornografia è un reato, perchè l’erotizzazione dei bambini è permessa?

Non possiamo considerare dannose pure queste immagini? Immagini che violano l’infanzia, che impongono di essere adulti  precocemente e di essere sessualmente appetibili.

Alle bambine in particolare è richiesto di essere sexy, di assomigliare alle madri, quelle stesse madri che poi vengono vilipese dalle pubblicità e televisione e ridotte a mero oggetto sessuale.

Sul blog viene lanciata una campagna “Libera Infanzia” di cui si può leggere nel link, e che appoggiamo.

La violenza sulle donne si compie anche su questo fronte: quello dell’educazione alla discriminazione attraverso la trasmissione di stereotipi sessisti.

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Per un’economia femminile

Troviamo su fb che a sua volta cita ipsnoticias una interessante intervista a Rose Maria Muraro. Molti spunti, suscettibili anche di qualche obiezione, in ogni caso gli argomenti sono cruciali e anche l’approccio. L’obiezione principale è: perché relegare ancora una volta le donne nel rango della cura? Benché trasformare una condanna storica in riscatto di genere possa essere segno di pragmatismo e operatività, resta problematico riproporre lo schema storico della cura come caratterizzante in quanto tale il genere femminile.

Intervista  del  quotidiano IPS a  Rose Maria Muraro madre del femminismo brasiliano, autrice di 35 libri. Muraro si mantiene produttiva e combattiva con i suoi 79 anni ed ha annunciato una nuova opera per il 2011 con proposte per un’economia di cooperazione e solidarietà che recupera valori come il baratto e incorpora una prospettiva di genere per lo sviluppo.

E’ nata quasi cieca e solamente a 66 anni grazie ad un intervento chirurgico è riuscita ad ottenere la vista.

Ma la sua menomazione  non le ha impedito di studiare Fisica ed Economia, sposata da 23 anni ha cinque figli, di dare  impulso al femminismo brasiliano e  di opporsi  alla dittatura militare che ha governato il paese dal 1964 al 1985. Né ha ostacolato il ruolo di divulgatora della Teologia della Liberazione attraverso “Vozes” rivista cattolica che ha co-diretto con il teologo Leonardo Boff.

IPS:  Come spiega che le donne pur avendo un grado di istruzione maggiore a quello degli uomini, guadagnano di meno e patiscano la disoccupazione?

RMM: Qualcosa sta migliorando e le donne guadagnano  circa il 90% di quello che guadagnano gli uomini. Un grande ostacolo è la scarsa rappresentanza femminile nelle legislature nazionali, degli Stati e a livello locale. Le donne tendono a votare per gli uomini. Abbiamo bisogno di campagne per il voto alle donne.

IPS: Perché le donne non riescono a farsi eleggere pur rappresentando la maggioranza dell’elettorato?

RMM: Grazie al pregiudizio interiorizzato che le donne sono esseri inferiori. Abbiamo ancora una maggioranza di donne conservatrici, che difendono il patriarcato e considerano l’uomo più adatto a governare. E visto che sembrerebbe più ‘naturale’ che gli uomini abbiano più probabilità di essere eletti, i partiti danno ad essi più risorse. Le candidate quindi hanno meno visibilità e meno risorse economiche in campagna elettorale. Abbiamo avuto però una rivoluzione con la pillola abortiva. Quarant’anni fa vi erano solo il 5% di donne parlamentari, oggi il doppio. Il Brasile è uno dei paesi con il più basso indice di rappresentanza, lontano dal 50% dei paesi del Nord Europa, ma stiamo cercando di migliorarlo grazie al lavoro  femminista.

IPS: In Brasile è stata stabilita una quota femminile del 30% nelle candidature dei partiti. Non crede che questo aiuti una maggiore partecipazione?

RMM: Molto poco, perché i partiti non si conformano e l’assenza di autostima alle donne giudicate inferiori,  fa si che essa rimanga inapplicata. Poi, c’è il problema delle candidate “arancia”figlie, mogli, sorelle dei candidati più conosciuti  che si succedono. E’ un meccanismo perverso.

IPS: Non è in contraddizione con la superiorità scolastica e l’istruzione universitaria delle donne?

RMM: La scolarizzazione da sola non basta. E’ necessaria un’educazione specifica di genere. Che non si dividano i giocattoli per le femminucce e per i maschietti, che i ragazzi e le ragazze pratichino lo stesso sport e non le le bambole per le bambine e il calcio per i maschietti. Dobbiamo cambiare l’educazione sessista.

IPS: Però l’insegnamento  è in mano alle donne, le donne dominano nella docenza.

RMM: Fisicamente non culturalmente. E’ necessario formare insegnanti per l’educazione di genere. Bisogna allora cambiare i libri. Il vocabolario è impregnato di sessismo, la grammatica è diretta all’uomo e potete immaginare com’è la mentalità delle persone. Il compito è enorme e richiede generazioni  perché il cambiamento è più profondo e quindi più lento.  E’ da trent’anni che lotto solitaria ed isolata. Adesso la società mi riconosce. C’è stato il progresso, ma non la vittoria, perché questa parola interiorizza la competitività maschile.

IPS: Lei collega la parità tra i sessi al cambiamento dell’economia. Perché?

RMM: Si, perché l’economia è ancora di sesso maschile. Il che significa il dominio e la concorrenza, la matematica del successo, la massimizzazione degli utili. La visione delle donne è all’opposto, collaborazione, sviluppo di un’economia di solidarietà, il successo della persona e non gli utili.

IPS:  Come si concretizza l’economia al femminile?

RMM: Con il microcredito ad esempio, che è destinato ai poveri e alle donne indigenti. Nell’esperienza dell’economia solidale con monete complementari.

L’economia di ‘cura’ (bambini, anziani, malati) è nettamente al femminile e poco valorizzata sul mercato. Le donne  secondo le Nazioni Unite, rappresentano il 90% delle badanti. La donna al potere cambia la natura del denaro. E’ quello che spiego nel libro “Reiventare il capitale monetario”, che dovrebbe essere pubblicato nella prima metà del 2011.

IPS: Lei ha anche scritto ” Dialogo per il futuro” assieme all’economista americano Hazel Henderson, dove propone di cambiare le misure e il concetto del Pil

RMM: Il Pil racconta la ricchezza e il gioco dei soldi e  le risorse che si perdono, per esempio il petrolio, viene esportato e non è rinnovabile. Non tiene conto dell’ inquinamento,della deforestazione, del degrado del territorio. La distruzione della specie umana è

dovuta all’uomo che ha promosso il super-consumo e non  paga per  l’inquinamento.

IPS:  Il femminismo coinvolge altra scienza e tecnologia?

RMM: Si, le donne hanno un diverso modo di fare scienza, una scienza collaborativa, una scienza per la , per la distribuzione a tutt* ,mai patentaria come quella di Craig Venter (biologo americano che ha guidato il progetto privato sul genoma umano).

Perché? Perché si fa carico del feto, nutre il neonato, si prende cura di tutti.

Altri dati delle Nazioni Unite indicano che è femminile l’80% della militanza ecologista ; 90% quella contro la militarizzazione ;70% contro la povertà.

Fonte: http://ipsnoticias.net/notaasp?idnews=96159

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Il potere sulle donne passa anche per i consultori. Lettera di Marina Toschi

Da SudDeGenere:

Questa la  proposta_di_legge_sui_consultori, per la regione Lazio, depositata da Olimpia Tarzia e sottoscritta da alcuni consiglieri del PDL ma anche del PD. La Tarzia , Movimento per la vita, già assessora alle politiche sociali nel 2003, oggi assessora della giunta Polverini (ed avrei detto tutto), ha un leit motiv: I consultori, nei confronti dei quali ha da sempre un interesse particolare, molto simile ad una forma ossessiva direi , visto che anni fa regalava persino gli opuscoli “La vita umana prima meraviglia” di modo che fossero affissi di fronte ai consultori. Ci aveva già provato nel 2003 con una proposta di legge, pare meno “illuminata” di questa del 2010 nella quale: le donne spariscono e compaiono le famiglie, con annessi embrioni; è prevista la privatizzazione dei consultori, la cui esistenza viene giustificata solamente  in riferimento alla salvaguardia della famiglia e che finirebbero con l’esser gestiti da associazioni “a tutela della vita”. Insomma, una cosa ben fatta, un bel colpo di spugna  ad uno dei pochi punti di riferimento sui quali ancora poter contare, nonostante negli ultimi anni abbiano subito diversi cambiamenti.

Per la diffusione di questa lettera aperta di Marina Toschi, ginecologa consultoriale e consigliera di parità della Regione Umbria, ringrazio Antonella Monastra, Alessandra Notarbartolo, Emma Aragona,  Anita Silviano, tutta la rete di donne che r-esiste, ancora:

“ Care donne

…sta succedendo una cosa grave, in questo Paese.

Nella Regione Lazio ma anche in molte altre Regioni e anche in molti Comuni italiani, stanno presentando proposte di Legge che dicono che sarà necessario andare a discutere di una vostra richiesta di aborto con le associazioni cattoliche, e solo dopo potrete parlarne con noi, dopo aver firmato che rifiutate le loro proposte, con una procedura obbligatoria che termina con un verbale. E vogliono mettere un consulente familiare per l’accoglienza e il coordinamento degli interventi, a dirigere i Consultori, senza nessun titolo di studio stabilito (potrebbe essere chiunque!), che si metta fra noi e voi, per stabilire cosa bisogna fare e se voi avete diritto a decidere di non proseguire la gravidanza e forse a giudicare della nostra moralità.

Vogliono mettere nei Consultori insegnanti di metodi naturali, senza titolo sanitario, che vi diranno che contare i giorni o osservare il muco è sicuro come la pillola, così poi quando rimanete incinta e non capite perché vi diranno che è la volontà di Dio…

Vi vogliono tenere in Ospedale tre giorni per l’aborto farmacologico, mentre in tutta Europa le donne possono tornare a casa, se stanno bene, e tornano in Ospedale solo il terzo giorno, e neanche sempre. Infatti in Francia sono i medici di famiglia che possono dare la RU486 e il misoprostolo. Le donne italiane evidentemente sono diverse biologicamente dalle francesi o dalla belghe… oppure si può pensare che questa imposizione serva solo a farvi stare male da un punto di vista psicologico, a tenervi prigioniere, a rendervi la vita personale, lavorativa e familiare impossibile e farsì che soffriate di più, in caso non soffriate abbastanza da voi sole.

E’ una protezione, dicono, contro voi stesse incapaci da badarvi da sole….

Vi vogliono somministrare un questionario in gravidanza, per sapere se siete depresse e se bisognerà controllarvi quando nasce il bambino e farvi magari un trattamento sanitario obbligatorio domiciliare… perché non darvi invece un po’ di aiuto domestico? qualcuno che vi lavi i piatti o che vi tenga il bambino quando avete bisogno di dormire….forse infatti avreste solo bisogno di sostegno e di aiuto, di una consulenza rapida quando vi viene da piangere troppo spesso nel puerperio.

Non una parola sul fatto che molte di voi perdono il lavoro, ormai, quando restano incinta e non si possono permettere neanche di chiamare qualcuno per lavare i pavimenti, mentre allattano e così che una su due chiede di autolicenziarsi perché sul lavoro le pressioni sono troppo forti e non tutte ce la fanno a reggere al MOBBING nel puerperio…..

Non una parola sul fatto che vi dovete pagare le ecografie perché il governo non fissa i livelli minimi di assistenza obbligatori per le Regioni e non vi garantisce quelle ecografie che dovrebbero gratuite in gravidanza.. E molte di voi non sanno veramente come pagarle.

Care donne, è in corso un attacco generalizzato alla vostra autodeterminazione, interessa solo di controllare i vostri corpi e i vostri pensieri, non certo la vostra salute, ma se nei nostri Consultori le Assemblee delle donne non ci sono più, se non vi vediamo, se non una per volta, in visite sempre più frettolose, per i tagli alla sanità, e i sacrifici umani in nome di un’efficienza sbagliata. Ci sentiamo soli nel cercare di difendere il nostro lavoro e i vostri diritti, perché finora avevamo ricevuto il dono di farli coincidere.

Fatevi vive, non abbiate timore di essere strumentalizzate dalla politica, le donne della politica di centro sinistra ci devono essere in questa battaglia, ma se siete di centro destra fate la battaglia fra i vostri, che avallano e sostengono leggi e decreti con cui vi vogliono imprigionare e privare della capacità di scelta.

Ricordate che sono problemi che riguardano le donne ricche e quelle povere, quelle di destra, quelle di sinistra e quelle di niente, quelle che credono in qualcosa di soprannaturale e quelle che credono solo nella comunità degli esseri umani, quelle che possono pagare il ginecologo privato e quelle che neanche il ticket.

Marina Toschi

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Consultori, RU486 e i principi a senso unico

Roma 22 luglio 2010

Comunicato UDI nazionale

UN FATTO La Regione Puglia nel marzo scorso con la delibera n.735 ha avviato un’azione di potenziamento della rete dei Consultori e del “percorso nascita”, che prevede l’inserimento di ginecologi ed ostetriche non obiettori di coscienza, questo ha scatenano polemiche e la giunta Vendola è stata accusata dal Pdl di voler trasformare i consultori in «abortifici». Gli assessori firmatari della delibera 735, Tommaso Fiore e Elena Gentile, difendendo le ragioni del provvedimento, replicano: “Non è in atto alcuna discriminazione dei medici obiettori, solo la ferma volontà di garantire la piena applicazione della legge 194 e la tutela dei diritti delle donne”. Nove medici cattolici, tra i quali il Presidente dell’Associazione nazionale dei medici cattolici, hanno presentato ricorso al Tar di Bari, chiedendo l’annullamento del provvedimento in questione e della delibera numero 405, con la quale la giunta pugliese anticipa “il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza”.

Nel ricorso si parla di “scelta discriminatoria”.

E a noi verrebbe da dire che chi di obiezione ferisce, di obiezione perisce.

E si invocano principi sacrosanti che noi per prime rispettiamo, quando sono autentici. Ma è ormai cosa risaputa, che, dal primo giorno in cui è entrata in vigore la 194, si è abusato fino all’inverosimile dell’obiezione di coscienza.

In questi anni abbiamo visto obiettare non solo i medici, ma anche i portantini, le donne che dovevano abortire dovevano andarci con i loro piedi in sala operatoria. Hanno obiettato, in alcuni casi, gli  infermieri addetti alla distribuzione dei pasti “…a quella io non do da mangiare!”. Tantissime strutture pubbliche, dimostrando che l’autodeterminazione proprio non va giù, si sono impegnate in ogni modo per rendere la vita difficile alle donne.

In tutti questi anni l’UDI non ha mai smesso di indicare  nell’obiezione di coscienza -  per quello che la fanno diventare – il nodo ormai da affrontare nella teoria e nella pratica. Significa che dobbiamo, oggi come ieri, pretendere la piena applicazione della 194 attaccando il cavallo di Troia che vi è stato posto dentro per disinnescarla.

L’azione politica della giunta Vendola dimostra che è possibile governare riferendosi alle donne come cittadine, titolari di diritti e di doveri, e non come corpi su cui scatenare battaglie ideologiche. Dopo avere detto 50E50…ovunque si decide!, il nostro corpo fertile è la cartina di tornasole del grado di cittadinanza che riusciamo ad esercitare nella nostra società. Su questo misuriamo assistenza, leggi e utilizzo delle risorse. La scelta della stessa giunta Vendola, come della Regione Toscana, dimostra che, intanto, è possibile applicare il principio del 50E50.

UN FATTO In premessa della Proposta di Legge della Regione Lazio sul riordino dei Consultori si parla dei Consultori come luoghi  per il consolidamento della famiglia e dei valori etici di cui essa è portatrice.   Per chi ha redatto questa proposta la donna non è un soggetto, non è una cittadina, ma una componente di una struttura a conduzione patriarcale – la famiglia -  i cui interessi vengono prima di tutto. Il concepito stesso viene difeso in quanto già componente della famiglia. Viene da pensare che neanche l’uomo della strada si ritroverebbe nel quadretto di famiglia per come viene rappresentata in questa proposta di legge. Il senso comune degli uomini e delle donne, della società civile, è sicuramente più avanti di certi governanti e amministratori.

E’ ora di rovesciare le questioni, di interrogare invece di rispondere, consapevoli che la posta in gioco non è la vita umana come principio teorico, ma la nostra vita di donne, molto concreta e la nostra libertà. E’ ora di contrastare una restaurazione che prima ancora che politica è e vuole essere culturale. Una restaurazione che trova le sue ragioni nella necessità delle Istituzioni di rappresentarsi all’Istituzione religiosa come i capaci di mantenere l’ordine. Tutta la cosiddetta “cultura pro life” trasuda inviti alle donne a tornare nei ruoli di donne accoglienti, testimoni di una cultura della vita e di una società che deve essere, sempre attraverso le donne, aperta ed accogliente. Persino la contraccezione, è ormai vista  come ostile alla vita, e questo messaggio al negativo è ben più pericoloso e violento della pur insopportabile melassa mediatica attorno alle famiglie numerose, alle mamme ad oltranza, a quelle eroiche ecc.

E ANCORA Sulla RU486, l’ipocrisia con cui si finge di preoccuparsi della salute della donna, per costringerla ad entrare in una sala operatoria anche se potrebbe evitarlo, è la stessa che regola molte, troppe questioni legate al generare e al corpo delle donne.  Attraverso l’insostenibilità del ricovero obbligatorio di tre giorni, si sta forse preparando la “soluzione finale” per la RU486.

E’ facile morire ammazzate dopo anni di minacce, ma sui femminicidi non si fanno i compulsivi monitoraggi, indagini, inchieste, verifiche  a cui è soggetta la legge 194 (oltre a quello annuale dell’istituto Superiore di Sanità previsto dalla legge stessa).

E’ facile che in quella famiglia, sia italiana che straniera, così genericamente nominata, basata sui valori etici, di cui i Consultori dovrebbero diventare custodi e garanti, si compiano più del novanta per cento delle violenze contro le donne.

VOGLIAMO CHIAREZZA sulla contraccezione d’emergenza che viene deliberatamente confusa con la RU486 e vogliamo la sua demedicalizzazione, dunque che sia tolto l’obbligo di ricetta.  Perché la pillola del giorno dopo NON E’ UN ABORTIVO, quindi non ha senso che i farmacisti facciano obiezione, perché non possono come categoria e non ha senso che la facciano i medici perché, lo ripetiamo, non è un abortivo.

A tanta arretratezza culturale, ma anche spirituale che ci sta inseguendo, a tanta prepotenza, primitiva e volgare, l’UDI risponderà con le sue parole, con le sue denunce, con le sue azioni.

A tutto ciò, però, fanno da sponda iniziative illuminate su cui invitiamo a riflettere soprattutto quelle donne che occupano posti di responsabilità e prestigio.

A loro chiediamo di non costringere le donne ad una divisione su questioni che ci devono vedere invece solidali e rispettose.

A loro chiediamo un confronto franco e diretto che superi gli schieramenti ideologici.

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Il Barbie pensiero

Susanna Tamaro esce con un dittico:

http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_17/tamaro_c023a4e0-49e9-11df-8f1a-00144f02aabe.shtml

http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_14/tamaro-donne-figli_eab439fc-7777-11df-9d1c-00144f02aabe.shtml

Sottolineo nel primo dei due articoli di Susanna Tamaro una frase degna di considerazione, non per il concetto che  ritengo infondato, ma per un riferimento: “Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi” .

Il riferimento in questione è la bambola Barbie. Da tempo rifletto su questo giocattolo che dal ’59 è entrato nel mondo delle bambine e delle loro madri. Prima di allora le bimbe giocavano con cucinini e mobiletti in miniatura, bambolotti e bamboline appena sessuate, da cullare e molto spesso soltanto da abbracciare. Questo apparato di giocattoli segnava il destino della bambina che così veniva iniziata al ruolo futuro di adulta-mamma, con il desiderio, inculcato e introiettato in una recita, di cullare un vero bimbo e di convolare a nozze come unico traguardo della sua vita. Quelle che hanno conosciuto cavalli a dondolo, carrettini e persino la fionda e qualche soldatino, forse sono diventate le “maschiacce “ di casa, quelle con “troppi grilli in testa”.

Nel 1800 le bambole europee, poupées et jouets francesi in particolare, portavano modelli e tendenze del gusto europeo specialmente negli Stati Uniti. Negli anni sessanta del secolo appena scorso si invertono i flussi e dagli Stati Uniti arriva in Europa una bambola, Barbie, portatrice di dense simbologie e implicazioni sociologiche che travalicano enormemente l’oggetto giocattolo in sé. Non è soltanto la fortuna economica di un oggetto, ma il dilagare attraverso un totem-simbolo grandemente seduttivo di un diverso orientamento che riguarda la figura sociale e il corpo della donna. Un simbolo diretto alla fonte, all’origine donna.

Per rafforzare maggiormente l’imprinting la produzione Mattel immette sul mercato diversi altri giocattoli-tipo che formano un micromodello societario: il fidanzato Ken, Midge l’amica del cuore di Barbie, le sorelline, la cugina, l’amico di Ken … e via via le versioni per area geografica di Barbie. Nasce così anche un indotto di servizio: dai modellini delle case con piscina, ai mobili, agli accessori personali, i club di Barbie, la posta di Barbie, storie televisive di Barbie … Un’operazione commerciale imponente, planetaria che sostiene la penetrazione dello style life nordamericano e trasforma contemporaneamente non solo i modelli di gioco delle bambine ma la figura stessa di donna a cui la bambina si ispirerà.

Già nel ’65 vengono rilevati i primi  segni della sindrome Barbie: “Abbiamo in osservazione bambini che appaiono eccitati e disturbati da bambole come Barbie e i suoi amici…  e vengono iniziati ad una sessualità precoce e priva di gioia, a delle fantasie seduttive e ad un consumismo cospicuo” (dott. Leveton, Medical Center, University of California).

Il ruolo pedagogico della bambola Barbie non è nemmeno dissimulato dalla stessa casa produttrice: I giocattoli formano la personalità (uno dei primi slogan).

Quando arriva Barbie si è già affermato nel mondo un certo modello di bellezza  femminile (Hollywood e grandi rotocalchi) che oscilla tra fatalità e grazie adolescenziali. La bambina nelle cui mani arriva la bambola (icona del glamour e della donna “comune” moderna che adora lo sport, la moda, la bella vita) si trova a confrontarsi con una bambola-donna-modella. E i suoi sogni diventano i vestiti, il trucco, il parrucchiere, il corpo  esibito. Il messaggio di Barbie si condensa in una frase di Marilyn Motz: “ Sii ricca, bella, popolare, e soprattutto divertiti” ( in La Bambola Barbie, Marianne Debouzy).

L’immaginario dell’infanzia è scomparso e sostituito dal mondo edonistico degli adulti. E’ spinto al narcisismo, al mito della bellezza e al suo consumo con l’attenzione a non farla mai svanire. Barbie non è creata da madri, padri, nonne, nonni nel contesto culturale della bambina, ma va acquistata con tutta la sua scenografia di accessori in una iterazione senza termine e simbolicamente senza limiti finanziari. Ciò che dovrà fare da grande. Un immaginario che confonde realtà e apparenza, un nuovo piano inclinato che potrà innescare le nevrosi postmoderne.

Cosa c’entrano le femministe …    Le femministe c’entrano, certo, ma solo nel senso che negli anni sessanta e settanta furono molto critiche nei confronti della bambola Barbie che incarnava l’orientamento consumistico della società e un modello di sessualità femminile apparentemente libero, ma In realtà condizionato e orientato.

Può darsi che il significato reale che questo giocattolo ha avuto sulla crescita delle bambine  non sia tutto da demonizzare e che sia da prendere in considerazione il giudizio non del tutto negativo di alcune correnti del femminismo di oggi che indicano nell’icona Barbie tratti di una sfrontatezza liberatoria di cui la casalinga aveva bisogno (qualcuna dice che sono le femministe che hanno giocato con Barbie …).

Ma non si può negare che Il suo simbolismo riporta ad un contesto sociale che voleva produrre nuovi stereotipi e nuovi appetiti. Non a caso I collezionisti di questa bambola sono soprattutto uomini.  E non è poi tanto vero che  siamo passati dalla donna angelo del focolare alla mistica della seduzione. In realtà oggi coesistono abbondantemente i due stereotipi, e il primo non è neppure oggetto di attenzione critica da parte dei media, anzi è funzionale a tutto il marketing relativo.

Dunque, se esiste, come esiste  una parte della gioventù femminile di oggi, fagocitata nel mondo delle pin-up, dei seni gonfiati, del culto della bellezza … lo si deve in buona parte a questo imprinting dell’infanzia che il mercato e la cultura dominante appoggiano poi, con la tv, i media, la pubblicità, il  consumismo, l’eros esibito e gratuito, e con tutti gli altri richiami verso la sostituzione di vecchi e nuovi ideali o valori.

Queste ragazze di oggi, secondo la Tamaro così perdute ma soprattutto così propense all’aborto, sarebbero invece prodotto della cultura femminista: “Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90 cresciute in un mondo permissivo …”

Non esiste un rapporto … ISTAT a dimostrare che le ragazze di oggi che praticano l’aborto sono figlie delle femministe e cresciute in un mondo permissivo creato dalle stesse (a leggere l’autrice sembra che all’epoca in ogni condominio si organizzassero voli a Londra per abortire). Il femminismo è stato un movimento di donne, a cui dobbiamo le nostre sacrosante libertà, anche di praticare una interruzione di gravidanza con consapevolezza e nelle giuste condizioni sanitarie. Tante donne, un fiume, nel lontano 26 agosto del 1970 a New York per commemorare i 50 anni dall’ottenuto voto; ventimila a Roma  l’8 marzo del 72 subendo gli insulti e le cariche delle forze dell’ordine. Ma non erano tutte le donne e la loro discendenza non è dato conoscere.

La grande massa delle donne, nel loro insieme, ha educato e allevato come poteva nel solco storico della società maschile che sceglie, decide per loro, conforma i loro desideri, e permea la vita di tutti i giorni. Impone anche gli strumenti per l’inserimento e l’accettazione sociale, tutti inevitabilmente passanti per il mercato della seduzione col catalogo dei serial televisivi, dei grandi fratelli, dei romanzetti senza poesia e senza forma d’arte. Modelli senza valori trasfigurativi, offerti in una normale povertà creativa che insegnano una quotidianità litigiosa, fatua, pervasa di falsi sentimenti, che non  aiuta a riconoscere i veri o ad acquistare forza, dignità e destrezza nelle relazioni umane e in particolare d’amore. E questo senza voler assegnare specificamente un ruolo etico ai media..

Quanto poi ai figlicidi, le angosce e le motivazioni di quelle madri non hanno niente a che vedere con il giusto diritto alla libertà e realizzazione di sé che il femminismo ha invocato e in parte ottenuto, ma attiene esattamente a quel vissuto continuo di travaglio e combattimento per dover essere sempre all’altezza di ogni situazione. Pressate da esigenze all’interno di un quadro di inconciliabilità: realtà e immaginario sociale contraddittori, storie familiari e personali contraddittorie, vecchi e nuovi desideri contraddittori. Una richiesta  di vissuto dovuto, dal sapore miracolistico, che fa diventare la donna oggi, suo malgrado, un essere senza precedenti.

Marsia

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Punti di vista sul femminismo del XXI secolo – Concorso fotografico

Da www.scambieuropei.com

La “European Women’s Lobby (EWL)” invita giovani donne a partecipare al concorso sul concetto di femminismo e cosa significa oggi. Le partecipanti devono avere meno di 40 anni e vivere in un paese UE, Croazia, ex Repubblica Yugoslava di Macedonia o Turchia. Le fotografie devono rappresentare in maniera creativa e forte il tema “Il mio mondo: punti di vista sul femminismo nel 21° secolo”.  I contributi migliori verranno utilizzati per una mostra che sottolinea in che modo il femminismo è ancora importante per una nuova generazione di donne. Ciascuna foto deve essere accompagnata da una breve descrizione.  Scadenza: 30 Giugno 2010

http://www.womenlobby.org/site/1abstract.asp?DocID=2692&v1ID=&RevID=&namePage=&pageParent=&DocID_sousmenu=

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La replica di Lea Melandri a Susanna Tamaro

Ultimamente Susanna Tamaro dà dimostrazione di scarsa profondità analitica in tema di “questione femminile” e auspica, avvalendosi di strumenti argomentativi quali luoghi comuni, cliché, stereotipi, semplificazioni, un ritorno alla “donna del focolare domestico”. Purtroppo il nome “Tamaro” suscita presso i più credibilità e generica autorevolezza. Il timore è che la penna di una scrittrice nota contribuisca a legittimare retaggi culturali patriarcali dei quali le scrittrici e le pensatrici dovrebbero per prime denunciare le insidie, anche retoriche, anziché promuoverle.

Segue l’articolo di replica di Lea Melandri, che condividiamo profondamente:

Madri killer e trionfo della pornografia

Lea Melandri interviene nel dibattito nato dall’articolo di Susanna Tamaro sulle donne che uccidono i propri figli

Caro Direttore,
non ho potuto fare a meno, leggendo il Corriere della Sera del 14.06.10, di accostare due pagine in cui era affrontato da angolature diverse e con argomentazioni opposte lo stesso tema: l’amore, la cura dei bambini, la responsabilità della loro crescita. Mi riferisco ai servizi di cronaca sui disegni di legge riguardanti il congedo di paternità obbligatorio, in discussione in questi giorni alla Camera, e all’articolo di Susanna Tamaro sulle “donne che uccidono i figli”. Pur essendo una sentimentale, nutro una ragionevole diffidenza sulla bontà delle rotte su cui ci spinge talvolta il cuore, e l’impeto con cui Tamaro si accanisce per la seconda volta (v. Corriere della Sera 17.04.10) su quelli che considera gli esiti nefasti della “rivoluzione” femminista degli anni ’70, me lo conferma. L’attenzione cade di nuovo, insistente e senza riserve, sulle generazioni che negli ultimi quarant’anni, anziché beneficiare di un “mondo più giusto”, si sarebbero trovate impoverite, travolte dall’”onda nera” che ha spazzato via la loro “natura più profonda”: l’istinto materno nella femmina, quello paterno e virile nel maschio.

La promiscuità obbligatoria e il consumismo li avrebbero ibridati al punto da appiattire l’una sugli aspetti peggiori dell’altro, e viceversa: uomini effeminati, donne licenziose, ossessionate dal sesso, incapaci di amore e dedizione materna, portate a sbarazzarsi dei figli e persino di se stesse. Avendo preso parte attiva al movimento delle donne che negli anni ’70 ha messo in discussione il rapporto di potere tra i sessi proprio a partire dall’identificazione della donna con la madre – la sessualità femminile cancellata come tale, ridotta a sessualità di servizio e obbligo procreativo -, non posso fare a meno di pormi alcune domande. Se non si è trattato di una “presa di coscienza” del dominio storico di un sesso sull’altro, una delle cui ricadute più violente e più durature è proprio la divisione dei ruoli sessuali, che ha assegnato l’uomo alla storia e la donna alla natura, in che cosa sarebbe consistito il “cambiamento”? Come avrebbero potuto le donne diventare “protagoniste piene della realtà” restando là dove sono state messe per destino biologico o volontà divina – madri di, mogli di, sorelle di -, espropriate della loro esistenza ed escluse dal contratto sociale? Non vedo molta differenza tra la definizione dello “spirito materno” che dà Susanna Tamaro – “una ragione per vivere”, “la forza di abbattere ostacoli”, “accogliere e far crescere la vita” – e quella che ne davano nell’800 Michelet, Mantegazza, Bachofen: «Deve amare e partorire, è questo il suo sacro dovere. Se non è sposa e madre, sarà educatrice, dunque non sarà meno madre per questo, e partorirà spiritualmente». Come dimenticare poi che già agli inizi del ’900, nel suo celebre romanzo Una donna (1905), Sibilla Aleramo si chiedeva: «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?».

Forse a spingere le donne all’infanticidio è ancora, almeno in parte, la drammaticità oggi più acuta che in passato di quella alternativa: la donna e la madre, l’individualità femminile che comincia a legittimarsi sogni e desideri propri e la responsabilità che da millenni ancora pesa materialmente e psicologicamente sulla donna come continuatrice della specie, chiamata ad accogliere e ad accudire, purtroppo non solo piccole creature “fragili” e “bisognose di protezione”, ma adulti forti e in perfetta salute. Se non fosse impietoso di per sé parlare della madri che uccidono i figli rimuovendo le angosce profonde, le sofferenze, le solitudini che spingono a un tale gesto, e del tutto arbitrario il collegamento con quella che Tamaro chiama “la pornografizzazione della società”, basterebbero le poche, realistiche considerazioni che Maria Luisa Agnese fa, su altre pagine del Corriere, a proposito della “madri tuttofare”, dell’enorme mole di ore di lavoro (gratuito) che le donne fanno ogni giorno più degli uomini, della necessità che i padri imparino «a capire cosa vuol dire accudire un bambino e ad acclimatarsi con le acrobazie quotidiane cui sono costrette da subito le mamme con la nuova creatura».

Lea Melandri
(docente presso la Libera Università delle Donne di Milano)
15 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

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I numeri della differenza

Da http://www.pariodispare.org

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Donne in pensione a 65 anni…

Questa vignetta di Giannelli sull Corriere di ieri 4 giugno 2010, descrive abbastanza efficacemente il senso della “falsa parità” che si intende inaugurare con la parificazione dell’età pensionabile femminile con quella maschile. Il punto è: ha senso promuovere a tutti i costi la parità formale, in assenza di una vera parità sostanziale?

A voi la vignetta, e le relative riflessioni:

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L’azienda ritira lo spot sessista dopo le proteste delle donne

Le donne dell’UDI hanno protestato contro questo spot (in cui si propone un’immagine femminile di schiava e seduttrice del maschio) e l’azienda Ristora ha risposto:

“Ci scusiamo, se involontariamente, la nostra telepromozione, andata in onda su” Ciao Darwin”, può essere risultata offensiva nei confronti delle donne. Non era certamente nelle nostre intenzioni trasmettere questo tipo di messaggio. Negli anni, i prodotti Ristora sono stati oggetto di telepromozioni in varie trasmissioni televisive tra cui l’Eredità, Zelig, Chi vuol essere milionario, Ciao Darwin, ecc……. prestando sempre grande attenzione e rispetto per il pubblico femminile. Acquistiamo telepromozioni in trasmissioni di vario genere e lo spirito di queste deve coniugarsi con lo spirito dei programmi in cui vanno in onda, seguendo le indicazioni degli autori. Nel caso di Ciao Darwin, la trasmissione si basa sul dualismo di due categorie di persone che si prestano ad essere prese in giro dal conduttore, a volte con una comicità surreale e in situazioni ironiche. In Ristora lavorano 220 dipendenti e tra questi l’80% sono donne, molte delle quali ricoprono ruoli di responsabilità. Siamo sinceramente dispiaciuti di quanto accaduto, vi assicuriamo che questa telepromozione non andrà più in onda e che in futuro saremo più attenti. Giuseppe Bisi” Fonte: qui

Siamo soddisfatte, anche se si tratta di una goccia nell’oceano.

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Premio Immagini Amiche. L’intervento di Pina Nuzzo

Il video su questa pagina.

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E’ in corso la campagna contro la comunicazione offensiva per le donne

Campagna Immagini Amiche

8 marzo  – 25 novembre 2010

L’UDI nazionale ha promosso una campagna di contrasto alla comunicazione sessista, chiamata Immagini amiche e alla quale ha aderito l’UDI  Le Orme di Reggio Calabria. La Campagna è in corso, e si concluderà il 25 novembre prossimo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Risultati, materiali raccolti e istanze verranno quindi portati all’ONU.

Il suo obiettivo è di contrastare una pratica di comunicazione massicciamente generalizzata nei media, soprattutto visuale ma anche linguistica, che usa un unico modello stereotipato e lesivo dell’immagine femminile.

Il corpo, e di conseguenza la figura della donna e del suo immaginario, vengono tradotti in semplici quanto logore equazioni o metafore di seduzione, e mercificati. In modo grossolanamente esplicito o più raffinato o subliminale, il desiderio, il possesso, l’attrazione per gli attributi che deve suscitare l’oggetto da vendere vengono sessualizzati secondo un’esclusiva ottica maschile. In ogni circostanza di comunicazione, anche la più banale, il corpo e la figura della donna  sono di  servizio, non pensanti, non parlanti, semplici strumenti di piacere visivo, in ricorrenti posture erotiche codificate. Per la missione tecnica di vendita devono svolgere le funzioni simboliche di vampiro e di odalisca con la finalità del consumo-acquisto. Tali tecniche di suggestione ben studiate e sperimentate da specialisti  hanno ormai creato un vero e proprio linguaggio sul piano percettivo e, quando manca una riflessione critica, non vengono consapevolmente avvertite perché ormai hanno dato forma a una normalità.

Continua qui

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I libri…

… che ogni donna dovrebbe aver letto

In questa pagina raccogliamo i titoli dei libri delle donne, sulle donne e per le donne che hanno colpito ciascuna di noi e che, ognuno a loro modo, hanno contribuito a raccontare l’universo femminile dalla prospettiva delle donne. Come sappiamo, la storia della letteratura, della filosofia, della scienza e la storia stessa, per secoli hanno ospitato un “grande buco nero”: l’assenza pressoché totale di produzione culturale femminile. Gli ultimi secoli hanno segnato un’inversione di tendenza che è importante valorizzare. Segnalare, leggere, discutere, diffondere libri scritti da donne è un modo per riconoscere alle donne quello che è stato loro negato per millenni, nonché per riappropriarci di un sapere fondamentale per l’autocoscienza storica femminile.

Ognuna è invitata a contribuire coi titoli preferiti, per costruire una piccola bibliografia del femminile collettiva.

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“Io non ci sto”

Da http://comunicazionedigenere.wordpress.com :

Gli stereotipi de “La pupa e il secchione” non mi piacciono e lo voglio dire agli autori
Una mobilitazione in Rete per dire NO al programma tv e al degrado televisivo imperante: mail bombing alla redazione fino al 25 maggio 2010.

IO NON CI STO

Io non ci sto
alla dittatura televisiva dell’avvenenza,
che mi fa esistere solo se bella o appetibile,
barattando il mio pensiero in nome di una magra
visibilità.
Io non ci sto
ad essere solo corpo.
Da guardare,
da toccare,
da giudicare,
da mercificare.
Io non ci sto
poiché conosco
cosa genera l’offerta della mia carne
sugli sguardi inconsapevoli.
Io non ci sto
e pretendo rispetto
e che si dia spazio a tutte le mie
diversità.
La mia rivoluzione comincia con il rifiuto
dell’immaginario imposto
per mutare nel respiro di una nuova dignità.
(G.V.)

Parte dal blog Un altro genere di comunicazione, sbarca su Facebook e trova il sostegno di bloggerassociazioni impegnate a contrastare gli stereotipi di genere.

Ecco la mail bombing: chiunque si sente sconcertatocolpitooffeso dal modo in cui ladignità femminile e maschile paiono svilite dai modelli proposti dal programma “La pupa e il Secchione” può inviare la stessa mail alla redazione di Italia 1.

L’iniziativa è stata prorogata fino al 25 maggio 2010 per dare a tutti la possibilità di partecipare e perché è importante far sentire la nostra voce.
Oggi, grazie alla forza della Rete e del passaparola, possiamo essere ascoltati.

Lo dimostra l’intervento della capo progetto del programma sul blog Un altro genere di comunicazione”, seppure a nostro avviso non soddisfacente, lo dimostra l’invito – declinato – a partecipare a “Domenica 5”.

I modelli proposti dal programma “La pupa e il secchione” paiono:

incitare uomini e donne a umiliarsi reciprocamente: l’aspetto fisico e l’intelligenza sembrano essere due opposti che non possono incontrarsi e in guerra per prevalere;
proporre modelli di relazione basati sulla prevaricazione e superficialità
autodefinirsi reality, ovvero basati sulla realtà: la realtà è ben diversa e quella della televisione si sostituisce, così, nell’immaginario dello spettatore, a quella – diversissima – delle persone.

Io non ci sto.
Proponiamo PACIFICAMENTE e con gli strumenti del dialogo e dell’approfondimento modelli alternativi di maschile e femminile.
Se anche tu, come noi, non ci stai invia la tua mail a Italia 1 (qui trovi il testo da copiare e firmare e l’indirizzo a cui inviarla) e con un commento sottoscrivi questo comunicato.
Siamo SPETTATORI anche quando la televisione resta SPENTA. Non restiamo in silenzio, cambiamo i palinsesti.
Perché se la televisione è lo specchio dell’Italia, vorremmo poter usare di nuovo il telecomando.

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Chiediamo alla Rai un osservatorio contro gli stereotipi di genere

Alle donne UDI e alle donne interessate:

Non far mancare la tua adesione anche su facebook:

http://www.facebook.com/group.php?gid=124620450882517&ref=mf

Il tuo sostegno è importante per sostenere l’emendamento in discussione e votazione la prossima settimana in commissione di vigilanza  in parlamento.

L’emendamento è stato proposto da Pari o Dispare ( www.pariodispare.org )  e conta a oggi già sessanta adesioni trasversali di parlamentari.

La riflessione sugli stereotipi di genere e la lotta contro di essi appartiene a noi tutte e tutti.

E’ un primo passo importantissimo per cambiare “decisamente” rotta sulla rappresentazione delle donne in tv.

>> da www.pariodispare.org

Oltre gli stereotipi nei media: cominciamo dalla previsione nel contratto di servizio RAI di un Osservatorio indipendente sui programmi

Pari o Dispare, associazione che vede numerose donne e uomini appartenenti a diverse categorie professionali, diversi orientamenti politici, associazioni femminili aderenti, ha come Presidente Onoraria Emma Bonino e come Presidente l’economista Fiorella Kostoris. Tra gli obiettivi di Pari o Dispare, comitato per il raggiungimento della parità uomo-donna, per il riconoscimento del merito e dell’irrinunciabile risorsa di crescita e sviluppo che le donne rappresentano in Italia e nel mondo, vi è un impegno forte contro gli stereotipi di genere nei media.

Siamo convinte che la società italiana abbia il diritto- dovere di essere rappresentata in modo da tener conto anche della crescente popolazione femminile che partecipa con successo alla vita economica del paese, raggiungendo ruoli di responsabilità pur dovendo superare un contesto oggettivamente ostile e sfavorevole rispetto alle donne europee.

Negli ultimi mesi una larga parte della società civile e in particolare molte associazioni di donne si sono recentemente attivate per segnalare e combattere la esorbitante presenza di stereotipi attraverso i quali i media rappresentano le donne italiane.

Tali stereotipi offrono una immagine riduttiva, spesso distorta e offensiva del genere femminile proponendo nel contempo in certi contesti, stereotipi maschili obsoleti e quasi caricaturali.

Pari o Dispare si è fatta dunque promotrice di questo appello e vuole contribuire a creare sinergia positiva tra le varie iniziative proposte dalla società civile (ad esempio l’ottimo impegno dell’UDI, Unione Donne in Italia contro gli stereotipi e contro la pubblicità offensiva, che ha già contato diversi successi o il manifesto di Gabriella Cims contro gli stereotipi nei media), convinte che questa attesa e rinnovata vivacità del mondo al femminile sia una buona premessa per lanciare azioni pragmatiche e incisive anche a livello politico e istituzionale.

Proprio per questo in occasione del rinnovo del contratto di servizio della Rai, abbiamo cercato di interpretare le varie sollecitazioni provenienti dalle nostre associate, dalle altre associazioni, in un emendamento al Contratto di Servizio Rai che vi invitiamo a sostenere pubblicamente sottoscrivendo questo appello.

L’emendamento depositato in Parlamento, che verrà discusso in seno alla Commissione di Vigilanza Rai nei prossimi giorni, tende a riequilibrare la rappresentazione delle donne nei programmi Rai e soprattutto chiede qualcosa di molto concreto e non impossibile: la creazione di un Osservatorio indipendente che analizzi, da un punto di vista qualitativo e quantitativo, la presenza di genere nei palinsesti della tv pubblica, e di uno spazio aperto ai contributi critici e propositivi del pubblico. E’ solo un primo passo, importante, verso una idea più complessiva di una Authority contro le discriminazioni di genere nel mondo dei media. Per comprendere ancora più quel che ogni giorno passa sotto i nostri occhi e l’opportuna urgenza di questa azione, suggeriamo di dedicare qualche minuto alla visione del bel documentario (“Il corpo delle donne” www.ilcorpodelledonne.com ) di Lorella Zanardo, tra le socie fondatrici di Pari o Dispare, che molto efficacemente fa comprendere il problema.

L’emendamento è stato ad oggi già sottoscritto da molti e molte parlamentari di entrambi gli schieramenti politici ma ha bisogno di essere conosciuto e sostenuto da cittadini e cittadine.
Per sottoscrivere:

www.pariodispare.org

www.ilcorpodelledonne.com

e scrivere a segretariapod@gmail.com

link: http://www.pariodispare.org/index.php?option=com_content&view=article&id=51:oltre-gli-stereotipi-nei-media-cominciamo-dalla-previsione-nel-contratto-di-servizio-rai-di-un-osservatorio-indipendente-sui-programmi-&catid=2:blog-istituzionale&Itemid=21

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Storia dell’UDI di Reggio

di Maria Calvarano, con la collaborazione di Marsia Modola

La costituzione dell’UDI a Reggio Calabria risale al 1944 in seguito alla creazione nell’Italia centro-meridionale del Comitato di iniziativa dell’Unione Donne Italiane  promosso essenzialmente dalle donne dei Gruppi di Difesa delle donne, sorti nel 1943 durante il periodo dell’occupazione tedesca.
In seguito, con il primo congresso del 1945 i Gruppi di difesa delle donne e il Comitato promotore dell’UDI si fondano in una unica Associazione, l’UDI appunto, con sede a Roma.
La prima donna a reggere la segreteria dell’UDI di Reggio Calabria è stata Licia Calarco, confermata ancora alla direzione negli anni successivi.

L’Associazione, che ha fatto proprio lo Statuto e le decisioni assunte dal Congresso Nazionale, ricerca l’unità delle donne, con l’unica discriminante antifascista per affermare l’esistenza di una donna nuova che uscita dall’oppressione del ventennio fascista lavora per la ricostruzione del Paese. Ma vuole anche partecipare attivamente alla vita politica e sociale e alla direzione delle istituzioni libere che nel Paese si venivano costruendo.

Emerge significativamente fin da allora nel movimento la figura di Rita Maglio che rappresentò il Centro Nazionale al primo Congresso di Reggio.
Una donna straordinaria. Profuse passione politica, coraggio e intelligenza con impegno costante in tutti i campi e incarnò nella realtà reggina la donna nuova che rompe con gli schemi patriarcali della donna segregata in casa, esclusa dalla sfera politica, sociale e culturale, esprimendo cosi libertà femminile. Nel 1945, nel pieno della battaglia per il diritto al voto delle donne, si costituisce un Comitato pro-voto a cui aderiscono le donne di tutti i partiti e le Associazioni femminili, essenzialmente l’UDI e il CIF che avevano in comune l’impegno per l’affermazione della dignità della donna anche attraverso il riconoscimento dei diritti politici, civili e sociali, mentre le divideva la concezione, presente nell’associazionismo cattolico, di riconferma del ruolo separato e diverso della donna nella famiglia e, più in generale, nel tessuto sociale.

Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 vide I’UDI schierata a favore della Repubblica. Una scelta motivata dalle radici storiche dell’Associazione, nata in un’area politica che proponeva il rinnovamento delle strutture della società e dello Stato tradizionalmente autoritarie, paternalistiche, proprietà esclusiva dei ceti dominanti.

Negli anni della ricostruzione del Paese le donne dell’UDI di Reggio si occupano di assistenza, ma rivendicando anche il diritto delle donne al controllo. Nasce per esempio a Maropati nel 1944 per iniziativa di una giovane donna, Annunziata Tevere, un Comitato di 57 donne impegnato a controllare l’assistenza ai figli dei reduci, la distribuzione delle derrate alimentari e degli indumenti.

Vengono promossi centri di assistenza, raccolta e distribuzione di viveri e di indumenti per sostenere le famiglie e l’infanzia più disagiata, si organizzano mense, asili nido, colonie, posti di ristoro.
Nel 1947 l’UDI di Reggio, superando enormi difficoltà, realizza la prima colonia estiva per bambini a Gallico Marina. Enza D’Agostino è l’organizzatrice intelligente e l’instancabile promotrice delle colonie estive UDI per molti anni.
Ma l’associazione non perde di vista la difesa dei diritti delle lavoratrici, contro la cacciata delle donne dal mondo del lavoro in conseguenza del ritorno dei reduci, e contro le discriminazioni salariali.

Nel 1949 l’UDI, nell’ambito dell’attività a favore del bracciantato femminile, partecipa all’occupazione delle terre incolte nella Piana. Questa battaglia mette in evidenza la massiccia presenza, nell’economia agricola, di donne a cui non vengono riconosciuti i più elementari diritti dì lavoratrici. L’Impegno dell’Associazione prosegue fino agli anni ‘60 quando finalmente viene riconosciuto il lavoro delle donne come braccianti a cui compete lo stesso salario degli uomini. Proprio nel 1960, l’UDI (segretaria Silvana Croce) organizza a Reggio il Convegno meridionale delle donne braccianti in cui si evidenzia che il loro sfruttamento non riguarda soltanto le discriminazioni salariali, ma anche la mancata tutela della salute e della maternità.

Gli anni ‘60 sono stati i più ricchi di impegno per l’emancipazione delle donne e non soltanto delle lavoratrici.

Fino al 1968 l’UDI è retta da Silvana Croce che ha raccolto tante donne attorno ad importanti iniziative, per la casa, per il lavoro, per i servizi.
L’UDI a quel tempo operava per campagne i cui temi venivano sviluppati in tutto il territorio nazionale.
L’inizio degli anni ‘60 fu segnato dalla lotta per la pensione alle casalinghe in cui per la prima volta in tutto il Paese le donne a livello di massa prendono coscienza di una forma specifica dello sfruttamento femminile.
Si realizzano importanti conquiste: la parità di retribuzione, l’accesso delle donne a tutte le carriere (1963), l’abolizione della clausola del nubilato che consentiva la rescissione di un contratto di lavoro nel momento in cui la donna contraeva matrimonio (1962).  E in tutte queste battaglie l’UDI si impegnò sempre con determinazione e costanza.
Sempre in quegli anni l’UDI sollevò la grande questione dei servizi sociali alla prima infanzia, scuole materne e asili nido pubblici. Rappresentò una grande rottura culturale la presa di coscienza che la cura, l’allevamento, l’educazione dei bambini non sono compito delle sole donne, ma costituiscono una funzione in cui la società deve intervenire.
Gli anni successivi sono quelli in cui esplode quello straordinario movimento che è stato il femminismo. Si dipana attorno alla categoria della differenza di genere e segna il vero punto di ingresso delle donne da protagoniste in una dimensione politica sentita come propria, perché fa del genere la discriminante per un modo nuovo di fare politica.
L’UDI,  che negli anni ‘60 era completamente fuori dall’ideologia femminista perché esplicitava la contraddizione donna-società piuttosto che la contraddizione di genere, negli anni settanta si avvicinò culturalmente a quei movimenti.
Ma per l’UDI di Reggio i primi anni ‘70 sono stati gli anni della inagibilità democratica in conseguenza dei moti per Reggio capoluogo. Di fatto l’Associazione si rifonda nel 1975, nel pieno di quel movimento femminista che resterà per sempre nella cultura umana e che ha cambiato la vita delle donne.

E’ di quegli anni la lunga, faticosa, ma esaltante battaglia per l’apertura della fabbrica di S. Leo che vede scendere in campo qualche migliaio di donne. Per la prima volta decidono di uscire dalle case per entrare nel mondo della produzione, spinte non tanto dal bisogno economico, quanto dal desiderio di poter decidere di sé stesse e della loro vita per conquistare autonomia e libertà.

Partendo dalla concezione della maternità come valore sociale, per il superamento dei ruoli, per l’autodeterminazione della donna e per l’affermazione delle maternità come libera scelta, l’UDI presenta in quegli anni al Consiglio Regionale una proposta per la promulgazione della legge istitutiva dei consultori familiari, servizi che l’ associazione ha seguito negli anni della loro istituzione e dell’avvio dell’attività con una presenza fattiva all’interno del servizio.
Sono di quegli anni le grandi lotte per il divorzio, contro la violenza sessuale,  per la difesa della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Non era in gioco il diritto ad abortire ma la libertà della donna a decidere su se stessa e sulla riproduzione della specie, con la necessità di sconfiggere la piaga dell’aborto clandestino.

Il 7 dicembre 1978 l’UDI organizza a Reggio una manifestazione sul tema della libertà femminile, della partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale del paese, dei servizi. Al corteo, che attraversò tutta la città partecipò più di un migliaio di donne provenienti da tutta la Calabria e da altre regioni d’Italia (Emilia, Toscana, Lazio, ecc.).

Nel 1979 il problema della violenza sessuale viene affrontato con la proposta di una legge di iniziativa popolare che viene presentata con più di 300.000 firme di donne raccolte in tutto il Paese. Poi la legge contro la violenza sessuale fu varata, conseguenza del pensiero che le donne produssero sul corpo femminile e sul rapporto tra i sessi, rifiutando la legge patriarcale del possesso dei corpi, della libertà concessa agli uomini di abusare e controllare i corpi delle donne. Ma di quella formulazione proposta dalle donne rimase soltanto l’inserimento tra i reati contro la morale e non contro la persona. Fu solo con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996 che la violenza sessuale fu riconosciuta come crimine contro la persona.

Gli anni ’80 hanno segnato una svolta fondamentale per l’UDI, L’Xl Congresso del 1982 ha operato importanti modifiche nel modo di essere organizzazione:  rinuncia a segreterie, comitati nazionali, dirigenti. Le decisioni vengono assunte dall’Assemblea auto-convocata e la Carta degli Intenti è lo strumento di identità collettiva dell’UDI che tuttavia non esclude altre forme di espressione e di impegno su specifici interessi di singole o di gruppi.

Negli anni, gli effetti di quel Congresso e dei successivi portano allo sviluppo di un impegno nuovo, teorico e culturale dei vari gruppi che possono anche scegliere di lavorare su progetti collettivi. Esprimono, in ogni caso, un bisogno di affermazione e di autonomia, si sforzano di costruire un’identità personale e nello stesso tempo pongono la relazione tra donne come il contenuto della politica delle donne.
Nel 2003 si è svolto il XIV Congresso Nazionale che ha sancito il rinnovo del patto fondativo dell’Associazione e dell’impegno a costruire un mondo in cui “l’emancipazione delle donne sviluppi solidarietà e uguaglianza, e l’esperienza della libertà femminile generi legami sociali improntati a giustizia e creatori di pace”. Tenendo tuttavia presente la necessità di rielaborare le idealità proprie dell’Associazione alla luce dell’attuale epoca di radicali  trasformazioni e guardando al futuro.
Per sottolineare l’attenzione verso le donne che, nate altrove, vivono in Italia, l’UDI rilegge il proprio acronimo come Unione Donne in Italia.
Il Congresso formula un nuovo Statuto in cui vengono ridefinite la forma associativa e gli organi dell’Associazione.

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