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Proposta Gallardòn

 (foto polisblog)

NOI CON LE DONNE SPAGNOLE :  NO ALLA PROPOSTA GALLARDÓN

Le donne  italiane dicono NO al tentativo di limitare la libertà delle donne spagnole, il loro diritto all’autodeterminazione e alla  scelta di una maternità consapevole.

L’ “antiproyecto de ley” del ministro della giustizia spagnolo Gallardón, presentato il 20 dicembre 2013, intende cancellare il diritto di scelta  all’interruzione volontaria di gravidanza  riconosciuto alle donne spagnole dalla legge del 2010 introdotta dal governo Zapatero.

Attualmente  in Spagna, in linea con la legislazione prevalente in materia nei paesi dell’Unione Europea, la legge stabilisce un tempo – le prime 14 settimane – entro cui è riconosciuto alla donna l’esercizio pieno del diritto di scelta; al contrario, la proposta Gallardón affida ogni decisione ai medici, al giudice, ai genitori. L’aborto inoltre è previsto solo nel caso di violenza sessuale (fino alla 12a settimana) e di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, con rischio permanente o duraturo nel tempo, accertato da due esperti (fino alla 22a settimana).

La proposta ignora  i risultati positivi del sistema in vigore (p.e. la riduzione di ben 6 mila casi di aborto nel 2012 rispetto all’anno precedente) e, proponendo di punire i medici trasgressori, finisce per incentivare l’aborto clandestino, i viaggi oltre confine, i guadagni ‘occulti’ di chi è abituato a ‘monetizzare’ le  paure altrui.

La proposta Gallardón è  un chiaro tentativo di oppressione delle donne, di restaurazione del patriarcato; un attacco alla libertà delle donne e al loro diritto di cittadinanza, la cui primaria manifestazione è l’autodeterminazione nel diritto alla salute e nelle scelte riproduttive.

Consapevoli della gravità dell’attacco, le donne e gli uomini europei che fanno riferimento alla Carta Europea dei diritti fondamentali, chiedono che la proposta Gallardón venga immediatamente ritirata, in quanto violazione dei diritti di tutte le donne in Spagna e in Europa, un vero e proprio “golpe” autoritario  e ideologico.

Le donne italiane, da sempre impegnate ad affermare la loro soggettività, e  il diritto alla gestione del proprio corpo, a scegliere liberamente la maternità e a contrastare i ripetuti attacchi all’applicazione della legge 194/78, annunciano la loro mobilitazione insieme alle donne spagnole, e a tutte/tutti coloro che si impegneranno affinché la proposta  Gallardón venga bloccata prima di essere portata alla discussione delle Cortes, e affinché qualsiasi proposta simile sia condannata quale grave violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne.

Chiediamo inoltre agli eletti e alle elette al Parlamento Europeo una forte ed incisiva presa di posizione che garantisca alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.

Una Europa senza diritti delle donne, semplicemente non è.

 

Casa Internazionale delle Donne, UDI – Unione Donne in Italia, Snoq Factory, Snoq Roma, Wilpf-Italia, Coordinamento Donne Cgil Roma e Lazio, Sciopero delle donne, Associazione Punto D, Assolei onlus, Associazione Differenza Donna, GiULiA, Giornaliste Unite Libere Autonome, Luisa Betti – piattaforma web “Donne x Diritti”, Uil di Roma e Lazio – Coordinamento pari opportunità, Noi Donne, Zeroviolenzadonne Onlus, Laiga.

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Da UDI Nazionale:

riunite  presso la Casa Internazionale, abbiamo concordato e condiviso il testo allegato, in adesione e sostegno alla lotta delle donne spagnole contro l’ antiproyecto de ley proposto dal ministro Gallardòn.

La conferenza stampa per il lancio dell’iniziativa è prevista per il 30 gennaio prossimo e il  1° febbraio alle 15.00 a Roma saremo tutte a manifestare sotto l’ Ambasciata Spagnola.

Si è deciso di essere presenti senza insegne e di condividere soltanto uno striscione rosso con la scritta ” YO DECIDO”, da srotolare dalla balaustra della scalinata di  Trinità dei Monti. – In piazza distribuiremo volantini con il nostro testo e quello delle donne spagnole.

Le donne spagnole il 1° febbraio partiranno da più città verso la stazione Athoca di Madrid  (el tren de la libertad) per poi recarsi davanti al Parlamento per esigere che venga mantenuta la legge attuale su salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria dell’aborto. Appelli e comunicati giungono anche da Parigi, Bruxelles, Milano, Firenze, per una mobilitazione il 1° febbraio davanti alle  Ambasciate e Consolati spagnoli in concomitanza con la marcia.

Alla rete europea (link) bisogna aderire singolarmente RIFERENDOSI AL TESTO dell’ Appello come ha fatto anche  UDI NAZIONALE  e  vi invitiamo a fare TUTTE  altrettanto.

Appuntamenti:

ROMA: P.zza di Spagna, ore 15.00 – sotto all’Ambasciata spagnola, Piazza Mignanelli, ore 15:30

MILANO: via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto al Consolato spagnolo

FIRENZE: via de’ Servi 13, (orario da precisare) sotto al Consolato spagnolo

Pagina FB https://www.facebook.com/womenareurope

Adesioni: http://goo.gl/EFgIQ3

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“ Porque yo decido”

L’appello che il 1° febbraio le donne spagnole consegneranno alle Cortes Generales, il Parlamento spagnolo

Perché io decido

Perché io decido a partire dall’autonomia morale, che è la base della dignità personale, non accetto imposizioni, o proibizione alcuna per quanto riguarda i miei diritti sessuali e riproduttivi e, perciò, la mia realizzazione come persona. Come essere umano autonomo mi rifiuto di essere sottomessa a trattamenti degradanti, ingerenze arbitrarie e tutele coercitive nella mia decisione di essere o meno madre.

Perché sono libera invoco la libertà di coscienza come il bene supremo su cui fondare le mie scelte. Considero cinici quelli che fanno appello alla libertà per limitarla e malevoli quelli ai quali non importandogli la sofferenza causata vogliono imporre a tutti i propri principi di vita basati su ispirazioni divine. Come essere umano libero mi nego ad accettare una maternità forzata e un regime di tutela che condanna le donne alla “minore età sessuale e riproduttiva”.

Perché vivo in democrazia e sono democratica accetto le regole del gioco che tracciano i confini dei diritti dai peccati e della legge dalla religione. Nessuna maggioranza politica nata dalle urne, per molto assoluta che sia, è legittimata a convertire i diritti in delitti e ad obbligarci a seguire principi religiosi mediante una sanzione penale. Come cittadina esigo che quelli che ci governano non trasformino il potere democratico, salvaguardia della pluralità, in dispotismo.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo dal governo, da qualunque governo, che promulghi leggi che favoriscano l’autonomia morale, preservino la libertà di coscienza e garantiscano la pluralità e la diversità di interessi.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo che si mantenga l’attuale Legge sulla salute sessuale e riproduttiva  e sull’interruzione volontaria di gravidanza per favorire l’autonomia morale, preservare la libertà di coscienza e garantire la pluralità di interessi di tutte le donne.

Scritto da Alicia Miyares, traduzione di Nadia DeMond

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  • A leyes más restrictivas, más abortos
  • Un estudio mundial revela que hay más interrupciones del embarazo allá donde es ilegal
  • Criminalizarlo es una estrategia cruel y fallida y conlleva más riesgos para la madre
  • En España, el cambio a la ley de plazos no alteró las tendencias

Uno studio pubblicato su The Lancet rivela che il tasso di aborti è inferiore nei paesi con leggi più permissive, e sono più numerosi dove l’intervento è illegale o è molto limitato, anche se le donne devono ricorrere alle cliniche clandestine e mettendo in pericolo la loro salute. “Approvare leggi restrittive non riduce il tasso di aborti” dice Gilda Sedgh, autrice dello studio, “ma si incrementa la morte delle donne.” “Denunciare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto è una strategia crudele e fallimentare,” dice Richard Morton, direttore di The LancetAntìa Castedo.

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Santa Ildegarda, dottora

Ildegarda di Bingen, Liber divinorum operum

L’uomo-microcosmo nel Liber divinorum operum di Ildegarda di Bingen

Riceviamo da Franca Fortunato

IL PAPA E ILDEGARDA DI BINGEN

DOMENICA papa Benedetto XVI, durante l’omelia di Pentecoste,  ha annunciato che a ottobre, in apertura del sinodo sulla nuova evangelizzazione, proclamerà dottora della Chiesa, dopo Teresa D’Avila, anche Ildegarda di Bingen, la mistica del XII secolo.

Contemporaneamente, nei giorni passati, su tutta la stampa, si è data notizia del commissariamento, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, dietro approvazione del Papa, delle suore americane della Conferenza delle superiore maggiori  in quanto le loro dichiarazioni pubbliche “sfidano i vescovi, autentici maestri della Chiesa, della fede e della morale” e le loro idee sull’omosessualità, sull’aborto, sul sacerdozio femminile sono “temi da femministe radicali incompatibili con la dottrina cattolica”. Insomma, la gerarchia della chiesa si è messa, come in altri momenti della sua storia, contro donne che non riconoscono l’autorità maschile.

Ebbene, Ildegarda di Bingen, proprio lei, fu  maestra in fatto di libertà e di autorità femminile. Fu lei ad aprire la “mistica” a quelle che vennero dopo di lei: Teresa D’Avila, Margherita Porete, Beatrice di Nazareth, Hadewijch, le “amiche di Dio”, come le chiama Luisa Muraro. Donne che sperimentano il rapporto diretto con Dio, come fonte di conoscenza – come  nelle “visioni” di Ildegarda -, da cui insegnare alle donne e agli uomini che a loro si rivolgono e a quelle che vengono loro affidate. Ildegarda non riconosce l’autorità maschile nel suo insegnamento, non insegna a partire dai libri degli uomini, dalle loro dottrine, dalla loro morale, ma da donna, femminista, sì, radicale, sceglie Dio al posto degli uomini e l’autorità materna al posto di quella paterna.

Proclamare Ildegarda dottora della chiesa e condannare le suore americane, è una contraddizione in essere. Ildegarda, nei monasteri di Disibodenberg e di Rupertsberg, da lei fondato nel 1150 e dove morì nel 1179, godette di grande autorità e libertà. A lei si rivolgono teologi, vescovi, re, uomini di potere, che si mettono in ascolto della sua parola. Le donne, le sue novizie, le badesse di altri monasteri, si rivolgono a lei, ad una donna, perché vedono in lei “la vera luce”, piuttosto che a coloro, gli stessi di oggi, ai quali un’istituzione secolare assicura il potere di stabilire le norme di vita e di indirizzare le scelte.

Questa quieta trasgressione – come scrive Marirì Martinengo nel libro “Libere di esistere” -, il deliberato proposito di affidarsi ad una donna che non è superiore a loro gerarchicamente, ma che è grande in sé, ristabilisce l’autorità materna. Credere, come fanno le badesse, le novizie, le donne e gli uomini, che si rivolgono ad Ildegarda, alla parola di un’altra donna, è far parte dell’ordine materno, cioè di una struttura simbolico – sociale che vede nella madre la fonte di autorità per le figlie e i figli.

< Dio è madre e padre>, disse Papa Luciani. Benedetto XVI, che ha deciso di proclamare Ildegarda dottora della chiesa, e la gerarchia tutta sono pronti ad ascoltare per intero la parola di Ildegarda? La vicenda delle suore americane, come tante altre, spinge a rispondere: no. Se Ildegarda è dottora della chiesa, o lo è per intero o altrimenti non ha senso. Non si può dividere il suo insegnamento, sarebbe come separare il suo spirito dal suo corpo, cosa che lei non accettò mai nella sua vita. Lei non conosceva opposizione tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra contemplazione e azione,  tra celeste e carnale. La sua stessa visione era segnata dalla non opposizione spirito-materia: all’esperienza conoscitiva partecipava anche il corpo con i suoi sensi, non solo la mente.

Ildegarda dottora della chiesa? Sì, ma in quanto donna, maestra di libertà e di autorità femminile per donne e uomini, in quanto fondatrice di un ordine materno dentro cui si inseriscono anche le suore americane. Uomini di chiesa siete pronti ad accettare Ildegarda come dottora, accettando di riconoscere e confrontarvi con la libertà e l’autorità femminile  nel presente? Altrimenti, lasciate perdere.

Franca Fortunato

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Ildegarda oltre alla sua profonda religiosità coltivò una attenta osservazione delle forze della natura, dei processi vitali, delle energie fisiche e mentali annotando anche come fossero diverse le manifestazioni nella donna e nell’uomo.  Tanta passione e intelligenza nell’osservare e riflettere, quanta nel creare, denotano una mente che oggi definiamo di scienziata, per l’epoca, anticonformista e all’avanguardia nel senso del ricercare. Ricorda anche Ipazia per l’autorevolezza e il prestigio culturale riconosciuto (molte personalità ricorrono a lei per consiglio).

Ma la sua particolarità più sorprendente è quella che non annulla il suo essere donna, come richiesto dalla religiosità canonica, non de-sessualizza il suo pensiero nel magma mistico da lei vissuto.

Molto riportati sul web alcuni capoversi estratti dal Liber causae et curae sulla sessualità differente:

“Quando nel maschio si fa sentire l’impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco affinché venga trasmesso ai genitali del maschio facendolo bruciare… Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell’uomo…”

Razionale  e sistematica (pur nello sfondo delle visioni mistiche) nutre la sua personalità di arte, filosofia, musica, architettura, scienze naturali, medicina, in una concezione armonica (per certi versi pre-umanistica) dell’essere vivente col cosmo, e cosciente del suo essere femminile. Tre secoli dopo un altro grande curioso del vivere, Leonardo, con lo stesso spirito di investigazione/creazione continuerà a percorrere la stessa strada verso le scienze moderne. E come tratto comune non avevano una profonda cultura in senso stretto accademico. Leonardo consapevolmente si definiva omo sanza lettere, Ildegarda si considerava povera creatura cui mancano salute, vigore, forza e istruzione, e dettava a segretari i pensieri o le voci che sentiva.

Nella simbologia iconica, curioso l’accostamento dell’Uomo-microcosmo di Ildegarda, non sessuato, immerso nell’armonia cosmica e precursore dell’Uomo vitruviano, sessuato, di Leonardo.

Uomo vitruviano

 

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Donne, media, speranza

 … Anzi ho scritto un articolo in risposta ad una lettera accorata di Lorella che chiede a tutte le donne di fare qualcosa, di muoversi, di parlare, di esserci, di obbligare i partiti a darci delle risposte importanti, serie, sui temi della rappresentazione delle donne in televisione, nella pubblicità, sulla violenza contro le donne. Troppe donne uccise, violentate, quasi sempre dai mariti, dai conviventi, dagli exfidanzati. Lo leggi e mi dici che ne pensi?
E’ troppo triste. Vero, sacrosanto, ma non dai speranza così… devi dare una via di uscita, devi dare delle indicazioni per dire come fare per andare avanti per migliorare le cose.
Non ce l’ho la via d’uscita, non ce l’ho un messaggio, oggi sono solo sconsolata. È troppo brutto quello che accade, è troppo triste questa nostra società, c’è troppo sfacelo intorno, oggi sono solo desolata. Non vedo vie di uscita.
Allora non lo mandare. Lascia perdere. Non si può non dare la speranza del cambiamento.

Sono parole di Loredana Cornero, di tenero ricordo per la perdita del suo meraviglioso compagno, in un suo articolo su noi donne. Ma è lui che dice a lei non si può non dare la speranza del cambiamento.

Alle donne. A tutti. 

E Loredana al di là di un momento di scoramento che abbiamo, che abbiamo avuto, continua a lavorare per un debito sociale di speranza e d’amore. 

E tantissime altre. E noi.

Forse abbiamo sbagliato a non aspettarci un Gheddafi di carta.   

A Catanzaro all’Istituto Comprensivo, tutti gli allievi e le allieve  di una classe – terza media soltanto – si rifiutano di andare in gita scolastica perché un loro compagno viene discriminato. La dirigente (sì, aimè donna) non lo aveva autorizzato a partecipare alla gita perché portatore della sindrome di Down ().

E’ bellissimo. E’ la speranza. 

Se no il 13 a che serve?

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“La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, gli anziani e i minori”.

Donne e media in Italia: intervista a Loredana Cornero

(Pubblicato da La redazione Donne di oggi
il 22/11/2010 – www.alfemminile.com ()

© Loredana Cornero
  
Veline, letterine, troniste e, ultime arrivate, velone. Per ogni età, in Italia i media hanno costruito uno stereotipo all’interno del quale rinchiudere le donne italiane. Stereotipi  favoriti da una cultura che si ispira soprattutto alle immagini da televisione e gossip. Un mondo in cui l’apparire prevale sull’essere.
Ma in Italia, c’è una coscienza critica che si sta facendo lentamente strada, grazie all’azione di giornaliste, scrittrici, filosofe, ma anche di donne normali che lottano, nel loro piccolo, per proteggere la propria femminilità dai modelli che i media impongono violentemente. Donne come Loredana Cornero*.
Abbiamo discusso con lei cercando di capire come costruire una nuova immagine prevalente per le donne italiane, più vera e rispettosa.
 
* Rai, Relazioni Istituzionali e Internazionali
Segretaria Generale Comunità Radiotelevisiva Italofona
Presidente Gruppo Donne COPEAM (Permanent Conference of Mediterranean Audiovisual Operators)
  
Attualmente quali sono gli stereotipi femminili prevalenti in Italia?
Gli stereotipi prevalenti oggi in Italia sono quelli veicolati in particolar modo dalla televisione e dalla pubblicità che usano il corpo delle donne come oggetto. Una delle caratteristiche principali che definiscono la cultura della comunicazione attuale è espressa dalla evidente forzatura che viene esercitata nella rappresentazione di genere.
La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali interessa ormai diversi media. Ma questo non diminuisce le responsabilità della televisione. Quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.
 
Esistono delle leggi che proteggano le donne nella rappresentazione mediatica delle donne?
Proprio in questo periodo la Rai sta firmando un nuovo contratto di servizio all’interno del quale sono state inserite, a fronte di una grande campagna e di numerose pressioni di vari gruppi di donne che da tempo lavorano su questi temi, molte clausole per migliorare la rappresentazione femminile in televisione, lavorare per il superamento degli stereotipi e aumentare i modelli femminili rappresentati in televisione. Non dimenticando di aprire spazi informativi sul ruolo e la presenza delle donne nella nostra società e sulla lotta alla violenza sulle donne. Ovviamente bisognerà vigilare affinché tutto questo non rimanga solo sulla carta.
 
Ci può dare la sua opinione sui “corpi femminili” nella nostra società?
Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quante siano in Italia le giovani donne tra i 20 e i 30 anni e quale percentuale sia quella che ci viene presentata come la quasi totalità delle aspiranti veline. Credo che sia l’ora di dire chiaramente che ci sono giovani donne che studiano, che da grandi vogliono diventare astronaute o missionarie, bibliotecarie o Segretarie Generali dell’ONU; giovani donne che lavorano con successo e professionalità in posti anche di rilevo, ma di cui nessuno o quasi nessuno parla. Ed è quindi alle giovani donne che credo sia importante rivolgersi, a quante si interessano a questi argomenti, a quante sono disponibili a farsi carico di un tema che ci riguarda tutte e in maniera così fondamentale.

E’ la cultura o la politica responsabile dell’immagine delle donne nei media?

Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali ma è anche vero che non è essa ad inventarli né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. L’Italia, lo confermano le statistiche, è al sessantaduesimo posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni. E con il suo 17,3% di donne a Montecitorio e il 13,7% al Senato, e’ ben lontana dalla maggior parte dei Paesi scandinavi dove la presenza di donne nelle istituzioni supera abbondantemente il 30% e, nel caso della Svezia, e’ al 47,3%. Anche i dati relativi all’informazione televisiva segnano il passo nella nostra televisione. Prendendo spunto dai primi risultati del GMMP 2010 (Global Media Monitoring Project) i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, ma nei servizi di politica la 3% e in quelli di economia allo 0%. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo il 22% dei soggetti delle notizie sono donne per scendere al 7% nel ruolo di esperte. Ci sono però dei casi in cui le donne superano gli uomini. Sono per esempio il 48% quando vengono raccontate come vittime, contro il 15% degli uomini. E per il 23% vengono identificate con il loro ruolo familiare contro il 6% degli uomini.
 
Come si può migliorare? Ci può dare degli esempi positivi?
Credo, anzi sono certa, che migliorare sia possibile, anzi si debba. In Italia stanno nascendo e lavorando proprio sulla rappresentazione femminile nei media moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente in Italia. Un esempio è senza dubbio il grande successo che ha avuto il documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” che partito in sordina sul web è diventato un po’ il simbolo di questo cambiamento. E poi l’associazione “Donne e media” e la costituzione del gruppo “Parie dispare” che si sono mosse proprio per una diversa rappresentazione femminile sui media, Francesca e Cristina Comencini che, insieme ad altre artiste ed intellettuali hanno realizzato uno spettacolo teatrale dal titolo “Libere”. Con il Gruppo Donne della COPEAM stiamo organizzando per settembre la presentazione in anteprima nazionale dei dati del GMMP, giunto alla sua quarta edizione sulla rappresentazione delle donne nell’informazione e anche del toolkit “Screening Gender” finalmente tradotto anche in italiano, per dotare tutte noi anche di uno strumento concreto che ci aiuti nella formazione, perché crediamo che sia giusta la denuncia, importante la ricerca, ma che ci debba essere anche un momento formativo per le/gli operatrici/ori del mondo della comunicazione per creare un argine ad una rappresentazione femminile nei media che lede la dignità delle donne e ne sottrae la realtà e preoccupate per la crescente quantità di episodi di violenza contro le donne in Italia.
 
Ci può fare alcuni esempi?
Alcuni spettacoli televisivi, usano ragazze giovani, belle e magre come arredamento della scena, senza che abbiano un ruolo o la possibilità di fare alcunché. Molte pubblicità utilizzano il corpo delle donne, spesso discinto, per lanciare nuovi prodotti.
L’ammiccamento e la volgarità sono spesso presenti. D’altra parte ci dicono con frequenza quotidiana su giornali e tv che le ragazze italiane da grandi vogliono fare le veline, che è la loro massima aspirazione, che di studiare non hanno voglia, ma soprattutto dato che sono belle e giovani, non ne hanno alcun bisogno.
Ovviamente non è così nella realtà.

Qual è l’effetto di questi stereotipi?
La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse, che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, e in particolar modo i minori. E guardando anche a questo va sottolineato che in genere l’immagine delle donne che la televisione propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. L’effetto è travolgente soprattutto sulle giovani generazioni. Ragazze ma anche ragazzi, prendono ad esempio le giovani che vedono in TV e cercano di diventare come loro, diminuendo così la loro autostima, il rispetto verso se stesse e spesso rasentando la malattia, come l’anoressia o la bulimia. Inoltre l’esempio che arriva da queste ragazze usate in pubblicità ed in televisione come puro arredamento arriva anche ai bambini, ai ragazzi che identificano il loro immaginario femminile in quelle espressioni costruendo un’immagine distorta di tutto il genere femminile.

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Presentazione del Rapporto Social Watch 2010

Segnaliamo l’unica presentazione in tutto il Mezzogiorno dell’ importante rapporto relativo a cosa ha prodotto la cooperazione internazionale nel mondo (ma c’è anche una attenta riflessione sull’Italia) in termini di diritti sociali, sradicamento della povertà ed equità di genere.



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1960. Rosa Oliva è una dottoressa, ma in scienze politiche. Ha fatto dire 33 alla Corte Costituzionale.

Prefetta? No!

Magistrata? No!

Diplomatica? No!

Signora generale? No!

A parte gli aggettivi tuttora  considerati stridenti al femminile, quelle carriere erano vietate alle donne: tutti i posti  e le mansioni nell’Amministrazione Pubblica sia direttive che di semplice organico. Una legge ante Costituzione, del 17 luglio 1919, attiva per il principio di continuità dello Stato, ma incostituzionale.

L’art. 7 recitava:

Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengano alla difesa militare dello Stato secondo la specificazione che sarà fatta con apposito regolamento.

E l’art. 8:

Gli atti compiuti dalla donna maritata prima del giorno dell’entrata in vigore della presente legge non possono impugnarsi per difetto di autorizzazione maritale o giudiziale, se la relativa azione non sia stata proposta prima di detto giorno.

In sostanza la concezione patriarcale della società riservava ai maschi italiani, per una sorta di tacita legge salica naturale, la successione nella gestione della cosa pubblica, pur con certe concessioni collaterali come il libero accesso alle professioni e la soppressione della potestà maritale. Lo Statuto Albertino d’altra parte prevedeva solo eredi maschi per il Regno d’Italia.

Il voto per la gestione della res publica come suffragio universale viene concesso (il termine suona: ti dono qualcosa delle mie proprietà)  per la prima volta alle donne nel 1945 (governo Bonomi, proposta di legge Togliatti-De Gasperi) ed esercitato il 2 giugno del 1946 nella importante scelta del referendum monarchia-repubblica. In realtà le donne votavano già in Italia fin dal 1924, ma solo per le amministrative (la ministra Carfagna recentemente su questo si è parecchio impappinata: http://www.youtube.com/watch?v=B4jtlzSS-1c&feature=player_embedded).

Era il 1960. Le donne dunque già votavano (in Turchia dal 1923, Svizzera solo  1971), ma erano ancora gravemente penalizzate nell’esercizio dei diritti che i Padri e le Madri della Costituzione (non oso mettere prima le madri perché solo 21 su  556) avevano riconosciuto e istituito.

Rosa Oliva, una ragazza qualsiasi, fresca di laurea in Scienze politiche, appassionata degli studi appena compiuti si chiede: perché  non posso entrare nell’Amministrazione dello Stato?

Certo non potevo ignorare la disparità fra ciò che avevo studiato e una realtà che, di fatto, negava i miei diritti. Come? La Costituzione sanciva, con l’articolo 3, il principio di uguaglianza davanti alla legge. Con l’articolo 51, l’uguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Qualcosa non andava.

Rispondendo a un bando di concorso del Ministero dell’Interno aveva fatto domanda per il primo grado nella carriera di Prefetto, essendone molto attratta.

Fu respinta, ma chiese le motivazioni per iscritto.

Si consulta col suo professore Costantino Mortati, grande giurista calabrese di Corigliano Calabro (aveva partecipato all’Assemblea Costituente), della  generazione che considera la Costituzione un’icona sacra piuttosto che scia del diavolo, e parte un’operazione che stravolgerà l’immagine e la vita pubblica delle donne.

Rosa col patrocinio di Mortati produce ricorso alla Corte Costituzionale e al Consiglio di Stato impugnando la norma del Regno sopra riportata – L. 17 luglio 1919, n. 1176, Norme circa la capacità giuridica della donna - per “ illegittimità costituzionale”.

Rosa vinse il ricorso.

Se la costituzione non fosse stata retta dai profondi principi pensati dai quei Padri e quelle Madri, di  uguaglianza, di parità, di giustizia, se soltanto avesse strizzato l’occhio a questa o quella lobby, oligarchia, casta, oggi la vita delle donne sarebbe stata ancora più dispari e sottomessa per potere salico.

Fu una grande restituzione dei diritti della persona, ma soprattutto dei diritti di tutte le donne per opera di una solitaria e sconosciuta sabotatrice che con mezzi legali e intelligenza ha aperto una falla nella storia tracciata al maschile mai più richiudibile.

Grazie, Rosa Oliva.

(una delle interviste a Rosa:

http://job24.ilsole24ore.com/news/Articoli/2010/05/%20rosaoliva-apre-13052010.php?uuid=83c57ed6-5e77-11df-9173-01a2af354a3e&DocRulesView=Libero)

Sabato 11 settembre 2010 l’UDI Monteverde di Roma, l’UDI di Milano e il Comitato 503360, tramite patrocinio della Provincia  di Roma, hanno celebrato il 50° anniversario della Sentenza n.33/13 maggio 1960 della Corte Costituzionale con una conferenza, “50 Verso la parità – Responsabilità individuali e responsabilità collettive delle donne”, che si è tenuta presso l’Aula Consiliare di Palazzo Valentini, a Roma.

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Esecuzioni

Riceviamo da UDI Monteverde e immettiamo. 

LE DONNE FANNO STORIA

Vi trasmetto il comunicato che abbiamo inviato oggi.

Saremo presenti anche al sit-in davanti all’Ambasciata iraniana, alle ore 16.30, via Nomentana 363, con il nostro STOP FEMMINICIDIO. Carla Cantatore

 

Sakineh

Condannata a morte Carla Bruni, definita la “ PROSTITUTA ITALIANA” che ha scritto nella lettera a Sakineh «Versare il tuo sangue, privare i tuoi figli di una madre? Perché? Perché hai vissuto, perché hai amato, perché sei una donna, un’iraniana? Ogni parte di me rifiuta di accettare questo».

NO non accettiamo, SI’siamo tutte prostitute.

L’opinione pubblica internazionale si mobilita per salvare la vita a Sakineh Mohammadi-Ashtiani.
L’Italia espone la gigantografia di Sakineh sul Palazzo del Ministero delle Pari Opportunità

Da ogni parte si stanno moltiplicando petizioni e richieste ufficiali a Teheran per salvarla.

La Francia esorta l’Ue a minacciare sanzioni contro l’Iran se Sakineh verrà lapidata, e chiede all’Alto rappresentante dell’Unione Europea Catherine Ashton, che venga inviato un messaggio comune dai 27 Paesi Ue all’Iran per salvare la donna. Stati Uniti e il Brasile, le hanno offerto asilo per tentare di salvarle la vita.

Salvarla, sì il minimo, per quale vita però? Sakineh è stata condannata nel 2006. La pena è stata confermata nel 2007 dalla Corte Suprema iraniana. Sakineh afferma di essere stata costretta a confessare, e frustata, secondo la denuncia di Amnesty International.  Oggi otto donne e tre uomini si trovano attualmente nei bracci della morte del paese, in attesa della lapidazione. La lapidazione resta in vigore, in diversi paesi o regioni, tra cui, oltre all’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Nigeria, il Pakistan, il Sudan e lo Yemen. La lapidazione può anche essere introdotta come è successo in Indonesia nel 2009.

Le pietre non devono essere così grandi da far morire, in questo caso la condannata, lanciandone solo una o due, ma non devono nemmeno essere così piccole da non essere pietre.

Chi scaglia le pietre dunque avrà diritto a tutto il tempo necessario a scegliere la pietra “giusta” per far soffrire tanto e a lungo.

Secondo Amnesty le lapidazioni vengono eseguite anche da attori non statali.

Anche da noi avvengono  esecuzioni private, poiché questo è il femminicidio, esecuzione capitale senza processo, per mano di uomini, per capriccio, in casa o in macchina preferibilmente, per infliggere sofferenza e guardarle.

Dolori d’amore? Tradizione culturale? Atto di fede?

 

STOP FEMMINICIDIO

Il FEMMINICIDIO è la summa teologica delle tante violazioni dei diritti universali dell’umanità, che ovunque alle donne capita di subire.

L’ONU si assume la responsabilità di definire lo stupro crimine di guerra?  E il FEMMINICIDIO?

La dimensione di genere, che nella violazione di questi diritti è da considerarsi cruciale, deve essere considerata punto cardine dei diritti universali dell’umanità.

Nel 2008 il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato all’unanimità la risoluzione 1820 che definisce lo stupro un’arma di guerra, “un crimine di guerra” e “contro l’umanità“. Si impone “l’immediata e completa cessazione” di “tutti gli atti di violenza sessuale contro i civili” e “l’adozione immediata di misure per proteggere i civili, comprese donne e bambine, da tutte le forme di violenza sessuale“.

Ora occorre una analoga risoluzione circa esecuzioni capitali e torture di ogni tipo alle quali vengano sottoposte le donne in quanto tali, sia in condizioni di evidente conflitto bellico, sia in condizione presunte di pace.

Poiché la pace deve valere per tutti, donne e uomini, negli eserciti come nelle case.

Poiché non si potrà più affannarsi per il raggiungimento di un empowerment femminile nascondendo alla vista e alle coscienze il grave pericolo di morte che incombe sulle donne.

Ma la vita delle donne prima di tutto deve essere garantita, come recita l’articolo 3 della dichiarazione: ogni persona ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza.

Ma questo non sarà possibile finché sarà ammesso che la libera scelta di un amore di donna possa  essere considerato delitto, e la pena la morte.

E finché la tortura di una donna sarà concessa perché donna, anche in presunte condizioni di pace, in questo nuovo mondo nel quale le guerre non vengono più dichiarate e la maggior parte delle violenze è diretta contro la popolazione civile, e le peggiori atrocità contro i non combattenti ma soprattutto le non combattenti, e non vi sarà un nuovo patto di rispetto fra donne e uomini in nome della perpetuazione dell’umanità, non si potrà dire o presumere di aver fatto il nostro dovere di esseri umani capaci di amore e giustizia.

Una gigantografia di Sakineh su un palazzo governativo a Roma vuole esporne l’immagine di questa donna per salvarle la vita e per testimoniare l’esecrazione di un paese per chi vuole invece annientarla. Così questa vita o morte di donna entra a pieno diritto nella Storia degli uomini e delle donne, lei, una per tutte, le vittime della Cronaca giornaliera.

Lo stesso paese che vede a braccetto, nello stesso momento, il proprio rappresentante e l’uomo avvolto nel mantello, fra feste sardanapaliche, queste sì spudorate nel mentre che le famiglie vengono cacciate dalle case di cui non riescono più a pagare i mutui, gli uomini perdono il lavoro e le donne ancor di più.

E attraverso la tv assistiamo impotenti e attoniti a presunte e superpromozionate conversioni di giovani donne, prescelte o acquistate da quel tipo d’uomini, coloro che non scherzavano quando si autodefinivano “utenti finali”.

Sempre la tv, quella in cui Sakineh fu costretta a confessare quella che non può essere chiamata colpa.

Anna Maria Spina

UDILab Monteverde

 

La gigantografia di Sakineh in piazza Colonna a Roma (Adnkronos)

E oggi, 2 settembre, l’ennesima dal bollettino delle esecuzioni. Milano. Prima un colpo nel cortile, poi prende la mira dal balcone e uccide Teresa.  Si stavano separando.

 

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Per un’economia femminile

Troviamo su fb che a sua volta cita ipsnoticias una interessante intervista a Rose Maria Muraro. Molti spunti, suscettibili anche di qualche obiezione, in ogni caso gli argomenti sono cruciali e anche l’approccio. L’obiezione principale è: perché relegare ancora una volta le donne nel rango della cura? Benché trasformare una condanna storica in riscatto di genere possa essere segno di pragmatismo e operatività, resta problematico riproporre lo schema storico della cura come caratterizzante in quanto tale il genere femminile.

Intervista  del  quotidiano IPS a  Rose Maria Muraro madre del femminismo brasiliano, autrice di 35 libri. Muraro si mantiene produttiva e combattiva con i suoi 79 anni ed ha annunciato una nuova opera per il 2011 con proposte per un’economia di cooperazione e solidarietà che recupera valori come il baratto e incorpora una prospettiva di genere per lo sviluppo.

E’ nata quasi cieca e solamente a 66 anni grazie ad un intervento chirurgico è riuscita ad ottenere la vista.

Ma la sua menomazione  non le ha impedito di studiare Fisica ed Economia, sposata da 23 anni ha cinque figli, di dare  impulso al femminismo brasiliano e  di opporsi  alla dittatura militare che ha governato il paese dal 1964 al 1985. Né ha ostacolato il ruolo di divulgatora della Teologia della Liberazione attraverso “Vozes” rivista cattolica che ha co-diretto con il teologo Leonardo Boff.

IPS:  Come spiega che le donne pur avendo un grado di istruzione maggiore a quello degli uomini, guadagnano di meno e patiscano la disoccupazione?

RMM: Qualcosa sta migliorando e le donne guadagnano  circa il 90% di quello che guadagnano gli uomini. Un grande ostacolo è la scarsa rappresentanza femminile nelle legislature nazionali, degli Stati e a livello locale. Le donne tendono a votare per gli uomini. Abbiamo bisogno di campagne per il voto alle donne.

IPS: Perché le donne non riescono a farsi eleggere pur rappresentando la maggioranza dell’elettorato?

RMM: Grazie al pregiudizio interiorizzato che le donne sono esseri inferiori. Abbiamo ancora una maggioranza di donne conservatrici, che difendono il patriarcato e considerano l’uomo più adatto a governare. E visto che sembrerebbe più ‘naturale’ che gli uomini abbiano più probabilità di essere eletti, i partiti danno ad essi più risorse. Le candidate quindi hanno meno visibilità e meno risorse economiche in campagna elettorale. Abbiamo avuto però una rivoluzione con la pillola abortiva. Quarant’anni fa vi erano solo il 5% di donne parlamentari, oggi il doppio. Il Brasile è uno dei paesi con il più basso indice di rappresentanza, lontano dal 50% dei paesi del Nord Europa, ma stiamo cercando di migliorarlo grazie al lavoro  femminista.

IPS: In Brasile è stata stabilita una quota femminile del 30% nelle candidature dei partiti. Non crede che questo aiuti una maggiore partecipazione?

RMM: Molto poco, perché i partiti non si conformano e l’assenza di autostima alle donne giudicate inferiori,  fa si che essa rimanga inapplicata. Poi, c’è il problema delle candidate “arancia”figlie, mogli, sorelle dei candidati più conosciuti  che si succedono. E’ un meccanismo perverso.

IPS: Non è in contraddizione con la superiorità scolastica e l’istruzione universitaria delle donne?

RMM: La scolarizzazione da sola non basta. E’ necessaria un’educazione specifica di genere. Che non si dividano i giocattoli per le femminucce e per i maschietti, che i ragazzi e le ragazze pratichino lo stesso sport e non le le bambole per le bambine e il calcio per i maschietti. Dobbiamo cambiare l’educazione sessista.

IPS: Però l’insegnamento  è in mano alle donne, le donne dominano nella docenza.

RMM: Fisicamente non culturalmente. E’ necessario formare insegnanti per l’educazione di genere. Bisogna allora cambiare i libri. Il vocabolario è impregnato di sessismo, la grammatica è diretta all’uomo e potete immaginare com’è la mentalità delle persone. Il compito è enorme e richiede generazioni  perché il cambiamento è più profondo e quindi più lento.  E’ da trent’anni che lotto solitaria ed isolata. Adesso la società mi riconosce. C’è stato il progresso, ma non la vittoria, perché questa parola interiorizza la competitività maschile.

IPS: Lei collega la parità tra i sessi al cambiamento dell’economia. Perché?

RMM: Si, perché l’economia è ancora di sesso maschile. Il che significa il dominio e la concorrenza, la matematica del successo, la massimizzazione degli utili. La visione delle donne è all’opposto, collaborazione, sviluppo di un’economia di solidarietà, il successo della persona e non gli utili.

IPS:  Come si concretizza l’economia al femminile?

RMM: Con il microcredito ad esempio, che è destinato ai poveri e alle donne indigenti. Nell’esperienza dell’economia solidale con monete complementari.

L’economia di ‘cura’ (bambini, anziani, malati) è nettamente al femminile e poco valorizzata sul mercato. Le donne  secondo le Nazioni Unite, rappresentano il 90% delle badanti. La donna al potere cambia la natura del denaro. E’ quello che spiego nel libro “Reiventare il capitale monetario”, che dovrebbe essere pubblicato nella prima metà del 2011.

IPS: Lei ha anche scritto ” Dialogo per il futuro” assieme all’economista americano Hazel Henderson, dove propone di cambiare le misure e il concetto del Pil

RMM: Il Pil racconta la ricchezza e il gioco dei soldi e  le risorse che si perdono, per esempio il petrolio, viene esportato e non è rinnovabile. Non tiene conto dell’ inquinamento,della deforestazione, del degrado del territorio. La distruzione della specie umana è

dovuta all’uomo che ha promosso il super-consumo e non  paga per  l’inquinamento.

IPS:  Il femminismo coinvolge altra scienza e tecnologia?

RMM: Si, le donne hanno un diverso modo di fare scienza, una scienza collaborativa, una scienza per la , per la distribuzione a tutt* ,mai patentaria come quella di Craig Venter (biologo americano che ha guidato il progetto privato sul genoma umano).

Perché? Perché si fa carico del feto, nutre il neonato, si prende cura di tutti.

Altri dati delle Nazioni Unite indicano che è femminile l’80% della militanza ecologista ; 90% quella contro la militarizzazione ;70% contro la povertà.

Fonte: http://ipsnoticias.net/notaasp?idnews=96159

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L’insospettabile 2

 foto från Aftonbladet

 

Se  Maria Carlshamre [vedi post prec.] tenta di aprire la prigione delle vittime, Göran Lindberg ci conduce nell’acquartieramento  dei violentatori. Ventitré capi di accusa tra cui sadismo, crudeltà, stupro, molestie e violenze fisiche, associazione per delinquere a sfondo sessuale, intermediario in un giro di perversione. Almeno undici adolescenti violentate e seviziate … minacce in puro stile mafioso: so dove abiti, carina …

Era stato beccato dalla polizia mentre andava all’appuntamento avendo adescato una 14enne. In macchina i ferri del mestiere: corde, catene, bavagli, manette, altri oggetti di godimento … e  naturalmente viagra.

Il massimo dell’insospettabilità. Capo della polizia di Upsala per nove anni fino al 2006 e direttore dell’Accademia di polizia. Consulente del governo, faceva perfino conferenze del tipo donne e violenza per conto dell’ONU, come esperto sulla parità di genere e sull’abuso nei confronti delle donne. Un perfetto mix di teoria e pratica.

Il 29 giugno scorso tutta la Svezia lo vede davanti ai giudici dove la Pubblica accusa gli rovescia una caterva d’immondizia accusatoria. Si difende, sì ho pagato qualche prostituta, ma non ho mai usato violenza. E’ tutto falso. Ho sempre pagato e ho avuto rapporti equilibrati.

Le testimonianze invece schiaccianti: «Si sedeva su di me, fino a togliermi il fiato … Mi ha stretto le mani al collo, sono diventata cianotica» (Corsera, 30 giugno,2010).

La grande metafora del potere totale è vissuta di nascosto in un ciclo completo di sottomissione fisica del corpo femminile, con delirio di piacere e annientamento.

Un altro shock nazionale nella Svezia genericamente tranquilla. Tutta la nazione segue il caso. A fine luglio (impensabile in Italia) il tribunale di Sodertorn lo condanna a 6 anni e sei mesi, avendo riconosciuto almeno dieci capi d’accusa a suo carico.

foto da: http://www.fokus.se/2010/06/goran-linberg-infor-ratta

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L’insospettabile 1

Maria Carlshamre

Vive in Svezia da 45 anni. Un giorno a vent’anni vi andò forse a cercare le bionde e non è ancora tornato. Sul suo blog bilingue, Franco: dalla Svezia con amore [...], qualche giorno fa ci ha ricordato qualcosa della Svezia che non è molto divulgato, ma comunque già in circolazione da diversi anni.

L’insospettabile ha molto a che fare con le disavventure o con le sciagure che colpiscono le donne. E’ che la Svezia, il luogo dove forse è più alta l’attenzione per la parità, sta ai primi posti in Europa per violenze sessuali sulle donne. E gli altri paesi scandinavi non sono molto distanti. La Svezia è un mito per alcuni atti legislativi di civiltà che in altri paesi sono arrivati in seguito o non sono mai arrivati. Per esempio è stato il primo paese europeo a sanzionare, a qualsiasi titolo, le punizioni corporali sui bambini già nel ’79, contrariamente ad altri paesi dell’Unione che ancora non vi hanno provveduto (anzi il famoso scapaccione viene ritenuto perfino utile). Per l’otto marzo 2010 Amnesty International sul problema dello stupro nei paesi scandinavi rilanciava un appello speciale, fatto già l’anno prima (6/3/2009) in seguito all’allarmante rapporto del 2008.   

“Nel rapporto del 2008, intitolato “Il caso è chiuso: stupro e diritti umani nei paesi scandinavi” Amnesty International sottolinea come le donne che riferiscono alla polizia di essere state stuprate hanno una piccola possibilità che i loro casi siano giudicati da un tribunale a causa delle barriere che incontrano nelle leggi e nelle procedure e a causa delle norme stereotipate relative al comportamento sessuale di uomini e donne. Il pregiudizio di genere, inoltre, interferisce ad ogni livello dell’iter legale intrapreso dalle donne sopravvissute. Di conseguenza molti responsabili non sono mai stati chiamati a rispondere dei loro reati.”

(http://www.amnesty.it/scandinavia_stupro_protezione_donne.html)

 

Viene in mente Ciudad Juàrez (ma le realtà complessive sono enormemente diverse e non paragonabili) per il muro di gomma che si può avere anche nel fior fiore del primo mondo e con tanto di fiore all’occhiello in tema di parità.

Ad un aumento dei casi di violenza sessuale, per es. di 140% negli anni ’80-2000, non corrisponde in proporzione un numero conseguente di condanne, statisticamente fermo come indice agli anni 60-70.

Nel suo blog, Franco Fazio, conoscendo bene ormai la Svezia e vivendoci da 45 anni, afferma che tutt’oggi statisticamente una persona rischia più di subire uno stupro che una rapina.

 

Volete sapere – racconta Lilli Gruber - che faccia ha una donna che è stata maltrattata e picchiata per anni dal marito? Eccola. Così ho conosciuto la prima volta, a un dibattito al Parlamento Europeo per la Festa della Donna nel 2005, la giornalista Maria Carlshamre. La sua denuncia ha squarciato un velo che per anni ha nascosto una verità inconfessabile.

Pubblicamente, in diretta televisiva, Maria trova il coraggio di denunciare suo marito, mandando in mille pezzi il grande porta-ritratto di cristallo con la foto cartolina della Svezia.

«Volete sapere che faccia ha una donna che è stata picchiata? Eccola. Mio marito abusa di me da più di dieci anni». Immediatamente licenziata. Avevano tentato in ogni modo di dissuaderla, dove lavorava.  Uno shock per il paese.

Appena rotti gli argini molte altre donne rivelano di essere state malmenate e stuprate. Il dato costante europeo è che la maggioranza dei casi di violenza, intorno al 70%, avviene in famiglia. Questo conferma con chiarezza che il filo rosso del patriarcato annoda ancora la struttura societaria ancestrale a quella moderna. Una triste realtà di sopraffazione emerge con forza nel paese della più avanzata parità di genere raggiunta. Meno di un quarto delle donne che subiscono violenza sporge denuncia, il resto per paura di ritorsione, paura di non essere credute, per vergogna, subisce in silenzio. Gli agenti che ricevono le denunce tendono più a sminuire e ridimensionare, che a perseguire la reale e completa entità del fatto violento, in un eccesso di garantismo insospettabile a rovescio.

Conclude il corrispondente bloger dalla Svezia: … è parere comune tra gli ufficiali che le donne che denunciano questo tipo di crimine “stiano mentendo o si stiano confondendo”. Questo atteggiamento dei poliziotti genera un fenomeno denominato “attrito”: le donne preferiscono non denunciare l’accaduto, o far cadere le accuse in un secondo momento. La condizione degli stupratori in Svezia è quindi di sostanziale impunità.

  

«Dobbiamo cambiare l’immagine di noi stessi. Non siamo i campioni del mondo dell’uguaglianza» è l’amara riflessione di Maria Carlshamre divenuta in seguito parlamentare europea.

 

fonti:

http://www.amnesty.it/scandinavia_stupro_protezione_donne.html
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/03_Marzo/31/violenza.shtml
http://franco-francofaziocom.blogspot.com/2010/08/la-svezia-e-seconda-al-mondo-e-detiene.html

 

 

Il film Racconti da Stoccolma, di Anders Nilsson, 2008, in una delle tre storie racconta proprio quella di Maria. Lo abbiamo proiettato al Politeama Siracusa, la sera del  10 gennaio 2009, al passaggio dell’Anfora da Reggio (vedi ABBIAMO FATTO). Al 57mo Festival di Berlino ha ricevuto il Premio Amnesty International.   

“L’onore o la perdita dell’onore è al centro di queste tre storie. Storie che ho voluto raccontare nello stile di Alfred Hitchcock, ovvero dal punto di vista delle vittime” dichiara il regista Nilsson in un’intervista prima dell’uscita del film a Roma. Gli viene chiesto se per caso non c’entri l’alcol: “… mi sembra riduttivo pensare questo. Conosco delle persone che bevono che non hanno mai picchiato la moglie e altri sobri che lo fanno. Insomma non me la sento di segnalare l’alcol come la principale causa della violenza“. (ANSA, 2008-04-24, 49501295).

«Sono stata picchiata e maltrattata per dieci anni da mio marito … e io tutte le volte ero convinta che la colpa era mia, che ero io la causa … È fondamentale che le vittime parlino di questa loro condizione». Nel film si chiama Carina (Boysen), nella realtà è Maria Carlshamre, una giornalista svedese che ha avuto il coraggio di “uscire allo scoperto” e denunciare in diretta televisiva le violenze subite ad opera del marito, collega di lavoro e “geloso” del successo della moglie. Eletta poi al Parlamento Europeo, Carina /Maria ha potuto presentare un programma per la difesa dei diritti delle donne.

(scheda film:http://www.critamorcinema.it/online/?p=2234)

 

 

La violenza degli uomini contro le donne non costituisce solo un reato ma anche un grave problema per la società nonché una violazione dei diritti umani. E’ quanto afferma la relazione d’iniziativa di Maria CARLSHAMRE (ADLE/ADLE, SE) – adottata dalla Plenaria con 545 voti favorevoli, 13 contrari e 56 astensioni – sottolineando che la violenza contro le donne è un fenomeno universale “collegato all’iniqua distribuzione del potere tra i generi che ancora caratterizza la nostra società”.
La relazione ricorda inoltre che una dichiarazione dell’ONU definisce la violenza contro le donne come “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o nel privato”.

da: 

http://assemblealegislativa.regione.emilia-romagna.it/biblioteca/pubblicazioni/MonitorEuropa/2006/Monitor_2/PE/Violenza_Donne.htm

 

Il Parlamento europeo ha adottato il 2 febbraio il parere dell’on. Maria Carlshamre, elaborato in seno alla commissione per i diritti delle donne, in cui si raccomanda alla Commissione europea e a tutti gli Stati membri di adottare azioni ed iniziative tese a combattere la violenza sulle donne e soprattutto di considerare la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani. (…)

 Testi approvati Giovedì 2 febbraio 2006 – Bruxelles http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?language=IT&pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA2006-0038+0+DOC+XML+V0//IT
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2006-0038+0+DOC+XML+V0//IT&language=IT

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Punti di vista sul femminismo del XXI secolo – Concorso fotografico

Da www.scambieuropei.com

La “European Women’s Lobby (EWL)” invita giovani donne a partecipare al concorso sul concetto di femminismo e cosa significa oggi. Le partecipanti devono avere meno di 40 anni e vivere in un paese UE, Croazia, ex Repubblica Yugoslava di Macedonia o Turchia. Le fotografie devono rappresentare in maniera creativa e forte il tema “Il mio mondo: punti di vista sul femminismo nel 21° secolo”.  I contributi migliori verranno utilizzati per una mostra che sottolinea in che modo il femminismo è ancora importante per una nuova generazione di donne. Ciascuna foto deve essere accompagnata da una breve descrizione.  Scadenza: 30 Giugno 2010

http://www.womenlobby.org/site/1abstract.asp?DocID=2692&v1ID=&RevID=&namePage=&pageParent=&DocID_sousmenu=

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