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Lea, Denise

lea garofalo

LEA, GIARDINIERA DELLA LIBERTA’

SABATO a Petilia Policastro per ricordare e onorare Lea Garofalo c’ero anch’io. Per niente al mondo avrei rinunciato ad essere presente in quella piazza, per testimoniare la mia gratitudine per una donna che ha difeso con coraggio, pagandone un prezzo altissimo, come tante altre, la sua e la nostra libertà di donne.

La giornata non prometteva bene, piovigginava, il sole tardava ad apparire, quando io e la mia amica Lina Scalzo ci siamo messe in macchina per raggiungere il piccolo paese del crotonese. Nessuna di noi due era mai stata a Petilia. Arrivate al bivio per Cutro abbiamo imboccato la strada che si inerpica, come un serpente, su, su fino al paese. Ci siamo fermate più volte per chiedere indicazioni. Alcuni uomini si sono offerti di farci da apri – strada con la loro macchina. Finalmente dopo aver percorso strade tortuose, simili a quelle di tanti altri paesini interni della Calabria, siamo arrivate a destinazione.

Eravamo emozionate. Non ci siamo sentite estranee né abbiamo sentito la pesantezza della presenza della ‘ndrangheta. Petilia per noi era Lea, eravamo lì per lei. Carabinieri, polizia, vigili urbani, uomini della Protezione civile ci hanno indirizzate alla piazza, con cortesia e cordialità. Ci siamo sentite accolte. Ci siamo sentite a casa. Petilia, grazie a Lea, ci apparteneva e non avevamo niente da temere. Intanto il sole faceva la sua apparizione ed espandeva il tiepido calore dei suoi raggi sulla piazza che, piano piano, si andava riempiendo di donne e uomini e di tanta “bella gioventù”, studenti, ragazze, molte ragazze, dal viso pulito e raggiante, venuti ad onorare Lea, maestra di vita, lei che la sua vita l’ha persa per qualcosa di più grande, di più importante, per una donna, della legalità e della lotta alla ‘ndrangheta, la libertà femminile.

Libertà di decidere della propria vita e del proprio futuro. Libertà da ogni violenza sul proprio corpo. E’ questa consapevolezza femminile, irreversibile, che distruggerà, lo sta già facendo, questa ‘ndrangheta dove la famiglia mafiosa si identifica con quella di sangue. E’ questa consapevolezza di tante donne, di questa Calabria, che cambierà, ha già cambiato, questa terra.

Lea Garofalo non è un’ “eccezione”, né una martire o una santa, ma una donna “comune”, una di noi a cui è capitato di vivere in questo tempo di libertà femminile. Viviamo in un tempo di passaggio di civiltà nei rapporti tra i sessi e molte donne, e ancora di più donne come Lea, stanno pagando con la propria vita la fine di un mondo maschile, fondato sul dominio degli uomini sul corpo femminile. Gli uomini della ‘ndrangheta hanno da subito intuito la forza dirompente, devastante per loro, della libertà femminile. La temono più della giustizia e dei magistrati. Più del carcere e della galera. Temono il suo contagio e combattono, ammazzano, distruggono quelle come Lea, che credevano essere le “loro” donne.

Essere abbandonati da una donna è insopportabile per un uomo, come dimostrano le tante uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, ex, ma per un mafioso lo è ancora di più, perché ne va del suo “onore” di uomo e di ‘ndranghetista. Ecco da dove viene la crudeltà, l’efferatezza di chi non si è accontentato di uccidere Lea, dopo averla torturata, ma ne ha bruciato il corpo, come è accaduto a tante donne nella storia, su cui si è abbattuto l’odio degli uomini – da Ipazia d’Alessandria alle tante bruciate sui roghi come streghe ed eretiche –.

Un gesto simbolico per dire la volontà di cancellazione di una donna dalla faccia della terra. Lea è più viva che mai –come ha ricordato anche don Ciotti – , lo è e lo sarà in sua figlia Denise e in tutte le donne che sabato erano in piazza, e non solo. Dal parco giochi, dove è stato sistemato il monumento a Lea, lei potrà – secondo la felice espressione del professore Giovanni Ierardi – essere “la giardiniera dell’infanzia di Petilia e del mondo”.

Una “giardiniera” che, ancora una volta, avvicina Milano alla Calabria, a Petilia Policastro. Le giardiniere, infatti, si sono chiamate quelle donne che a Milano, nei primi decenni dell’800, si sono spese per la causa risorgimentale. Giardiniere perché si trovavano nei giardini per far nascere un’altra patria, un’altra Milano, liberata dall’oppressione e dalla tirannia.

Grazie Lea. Grazie Denise.

Franca Fortunato

[05.05.2014 - Il quotidiano della Calabria]

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Carolina Girasole, sindaca di Isola Capo Rizzuto – Rosy Canale, Donne di San Luca

Riceviamo da Franca Fortunato che ringraziamo. 

LE SPIEGAZIONI CHE  CAROLINA CI DEVE

DOLORE, smarrimento, incredulità sono i sentimenti che mi hanno stretta in una morsa alla notizia dell’arresto di Carolina Girasole. Ho sentito il vuoto di parole dentro di me. Non riuscivo a dire a me stessa se non “non è possibile”, “non può essere vero”. Poi ho letto i giornali e la cronaca giudiziaria. A quel punto ho deciso di scrivere questa che vuole essere una lettera aperta, da parte di una donna che, pur non avendola mai conosciuta personalmente, ha sempre scritto e parlato di lei, non come simbolo dell’anti ‘ndrangheta (i simboli non appartengono alla storia delle donne), ma semplicemente come una donna tra le tante che, giorno dopo giorno, lottano, anche in questa terra, per poter affermare la propria libertà e riappropriarsi della propria vita. Lei aveva scelto di affermare il suo desiderio di donna stando nelle istituzioni, come le altre sindache con cui ha stretto una relazione politica forte, in nome della buona politica e della buona amministrazione.

“Carolina Girasole è una delle tante donne che stanno dimostrando che anche in Calabria è possibile la buona politica e la buona amministrazione, lontane dal malaffare e dalla complicità mafiosa. La sua esperienza, come quella che stanno portando avanti altre donne quali Maria Carmela Lanzetta, Annamaria Cardamone, Elisabetta Tripodi ed altre, presentate in modo riduttivo dai mass media come “sindache anti-‘ndrangheta”, credo che ci parli innanzitutto di passione politica, di amore per il proprio paese e la propria terra, che è amore per la madre, di desiderio libero femminile di amministrare con trasparenza e correttezza. La ‘ndrangheta non ama la buona politica e la buona amministrazione. Ecco perché ha combattuto Carolina e combatte le altre, cerca di fermarle con violenze e intimidazioni. Chiamare Carolina Girasole e le altre “sindache anti-‘ndrangheta” non rende giustizia al senso libero della loro differenza, ingabbiandole in un immaginario mass-mediatico che vuole la Calabria terra di ‘ndrangheta e anti ‘ndrangheta. Carolina come Giuseppina (Pesce) e le altre sono donne accomunate non dalla lotta alla ‘ndrangheta ma dal desiderio di libertà per sé, per i propri figli e figlie e per la Calabria tutta.                 

E gli uomini di ‘ndrangheta le combattono, innanzitutto per tutto questo. Non so se Carolina sarà rieletta sindaca e se Giuseppina riuscirà a ricostruirsi una vita, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, ma stiano sicure che niente e nessuno potrà cancellare il valore delle loro scelte con cui hanno segnato questa terra”.

Cosi scrivevo su questo giornale appena  qualche mese fa, prima delle elezioni amministrative a Isola Capo Rizzuto, rispondendo a un editoriale del direttore Matteo Cosenza che generosamente ringraziava Carolina e Giuseppina Pesce, per la “speranza di cambiamento” che rappresentavano per la Calabria. Per anni, il nome di Carolina Girasole l’ho portato in giro tra le donne di tutta Italia e nelle aule scolastiche, tra le mie alunne, come testimonianza di una realtà femminile che è già cambiata e sta cambiando la Calabria.

In nome di tutto questo chiedo pubblicamente a Carolina Girasole di dire chi è veramente e come è arrivata ad amministrare il Comune. Smentisca tutto quello che ho scritto su di lei. Ogni donna che sceglie di entrare nelle istituzioni, che lo sappia o meno, deve rendere e rende sempre conto alle altre donne di quello che fa, di come agisce e di come si rapporta a uomini e donne in quei luoghi. Carolina deve rendere conto, del suo operato e delle accuse che le vengono mosse dai magistrati, a tutte le donne come me, che hanno creduto e credono ancora in lei.

Aspetto, pertanto, che lo faccia con una lettera pubblica alle donne calabresi.

Franca Fortunato

(sul Quotidiano della Calabria del 05.12.2013)

per approfondire

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Una copertina e sedici pagine dedicate dalla rivista svedese Dagens Nyhetera a Rosy Canale e al Movimento delle Donne di San Luca nell’ottobre del 2011. Peter Loewe autore del servizio aveva visitato San Luca e Polsi l’anno prima in occasione della festa di settembre.  

Un altro caposaldo è caduto?

E’ notizia di oggi che Rosy Canale è agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta Inganno, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Sei ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere di tipo mafioso, per reati contro l’amministrazione pubblica, finalità agevolative nei confronti di cosche, giro fittizio di beni.

L’aggravante delle finalità agevolative nei confronti della ‘ndrangheta non riguarda, stando alle notizie, l’imputazione per Rosy Canale che è invece di peculato e truffa aggravata. Reato verso la socialità comunque grave.

Rosy in questi giorni (appena ieri al Teatro Morelli di Cosenza) era impegnata in uno spettacolo teatrale itinerante chiamato Malaluna, come il locale discoteca-ristorante da lei gestito a Reggio. Malaluna. Storie di ordinaria resistenza nella terra di nessuno, musiche di Battiato, ispirato al libro La mia ‘ndrangheta di Emanuela Zuccalà (giornalista di Io Donna/Corsera) e Rosy coautricepubblicato dalle Edizioni Paoline, 2012.

“Quando mi hanno proposto lo spettacolo, ero spiazzata, non sono un’attrice, poi ho capito che il teatro poteva essere un’opportunità per sensibilizzare. All’inizio rivivevo il vissuto, mi commuovevo, piangevo, poi il regista mi ha aiutato a controllarmi, ed è diventata un’esperienza magica”.

Una sfida aperta. Il Movimento delle donne di San Luca infatti da lei fondato con epicentro proprio nel paese ha raccolto circa 400 donne. Tutto inizia con la sua ribellione allo spaccio di droga imposto nel suo locale, viene malmenata gravemente e avrà bisogno di tre anni di riabilitazione. Il suo impegno non poteva essere finto. Premi, riconoscimenti. Un’icona.

L’inchiesta Inganno era partita nel 2009 ed era tesa ad accertare come parte delle risorse ricevute per il sostegno del Movimento delle Donne di San Luca abbiano avuto un utilizzo privato da parte della fondatrice, e come una ludoteca non abbia mai svolto attività, sebbene inaugurata nel 2009, provenendo da un bene confiscato ad una cosca. (fonte newz.it)

E ora? Una buccia di banana? Rosy dovrà chiarire si spera onorevolmente la vicenda in cui è incappata. E intanto lo stesso sgomento di Franca Fortunato ci attanaglia.

Rosy spiegaci.

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Per l’Otto Marzo / UDI RC

Evento in collaborazione col Teatro Athena.

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Riceviamo da Laura Cirella.

Tra il dire e il fare… 

A proposito di “festa della donna”, tra riflessioni e celebrazioni, non può non cadere l’attenzione sul recente bando pubblicato a gennaio 2012 per la nuova erogazione dei “voucher per la conciliazione”.

Si chiamano “azioni positive”, ovvero il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato. Queste azioni positive sono tanto più efficaci quante più donne riescono a coinvolgere e quanto più riescono ad abbracciare tutto l’universo dei lavori di cura affidati ancora oggi in prevalenza alle donne. Già la giunta precedente aveva proceduto nel 2008, all’erogazione di questi voucher con un medesimo bando ma, la giunta Scopelliti ha avuto la capacità di “affossare” anche questo prezioso strumento. Basta fare il vecchio gioco enigmistico delle differenze, scoprendo in tal modo quanto sarà limitata l’efficacia dei voucher previsti dall’attuale bando di questa giunta, e quanto potente e ad ampio raggio d’azione sia stato il precedente bando che ha elargito i voucher a circa 3.000 donne. Il bando pubblicato dall’attuale giunta non contempla tutti i lavori di cura di cui, nella nostra regione si occupano, quasi esclusivamente, le donne, avendo escluso la copertura di spesa per assistenza ad anziani e disabili che non siano figli (il precedente bando copriva i parenti e affini fino al III° grado per es. suoceri, cognati, zii, pronipoti e bisnonni anche acquisiti) i malati cronici non autosufficienti e i malati terminali (che il precedente bando copriva ugualmente entro il terzo grado). La cifra riconosciuta è assolutamente irrisoria (250,00 €) rispetto alla precedente (600,00 €). Ad ogni beneficiaria fu riconosciuta la consistente somma di € 6.000,00 per ogni familiare a carico. Inoltre l’erogazione non avverrà più con cadenza bimestrale (dunque 5 tranche per 10 mesi), come nel precedente voucher, ma solo in due tranches (al 5° e 10° mese).  Vengono oggi escluse le disoccupate, a meno che non siano in attività di formazione, vanificando la ratio stessa del bando. Infatti la finalità è quella di  “liberare tempo” a quelle donne che non hanno lavoro e non possono affidare i propri familiari alle cure di qualcun altro per mancanza di reddito e sono alla ricerca di un lavoro o vorrebbero frequentare un’attività formativa.

A proposito di badanti e baby sitter, il vecchio bando aveva avuto anche il grande merito di aver fatto emergere tutto il lavoro sommerso di queste figure indispensabili, generando un circolo virtuoso di donne che lavorano e che danno lavoro ad altre donne, con contratto regolare (grazie all’obbligo di rendicontare la spesa con busta paga e relativo bonifico o assegno – dunque con tracciabilità della spesa – e contratto registrato all’INPS, previsto dal bando precedente) e non più in nero! Scomparse dunque le baby sitter a domicilio: sono infatti riconosciute solo le spese per frequenza a servizi di prima infanzia (rette e servizi a pagamento per asili nido e servizi integrativi scuole materne, comprese quelle di baby sitting), e per figli fino a 3 anni, non più fino a 13 anni. Scoperte le differenze, riteniamo che l’intero bando debba essere sottoposto ad una revisione se vi è la reale intenzione da parte di questo governo regionale di rendere conciliabile il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia.

Laura Cirella

Di seguito schema di comparazione tra bando 2008 e bando 2012.

Bando giunta Loiero maggio 2008 Bando giunta Scopelliti 13/01/2012
“Voucher di Conciliazione” circa3.000 erogati “Voucher di Conciliazione” circa600 previsti
Ripartizione per province Catanzaro: 18,57% Ripartizione per province nessuna
Cosenza: 36,31%
Crotone: 8,57%
Reggio Calabria: 27,92%
Vibo Valentia:8,63%
Beneficiari le donne, anche immigrate, che: siano residenti o svolgano attività lavorativa in Calabria Beneficiari donne italiane e straniere che: Siano residenti, ovvero svolgano attività lavorativa/formativa in Calabria
siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, inoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione o una borsa Lavoro o disoccupateai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 181/2000 Siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, ovveroinoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione
reddito familiare dichiarato non superiore a € 40.000,00 calcolato con il metodo ISEE situazione economico-patrimoniale dichiarata non superiore a € 10.000,00 calcolata con il metodo ISEE
durata massima di 10 mesi durata massima di 10 mesi
misura massima di € 600,00 mensili misura massima di € 250,00 mensili
Per l’assistenza di

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Per Anna Maria Scarfò lunedì 27/2

Si moltiplicano nelle ultime ore le manifestazioni di solidarietà sui net-work e sui blog nei confronti di Anna Maria Scarfò. L’UDI dalla sede nazionale ha diramato il comunicato stampa che qui leggete e ha esteso a tutte le sue associate la conoscenza del triste episodio che su stampa e media ha avuto finora poco risalto. Saranno presenti all’udienza molte rappresentanze di altri movimenti e associazioni e non solo di donne. E’ importante non lasciare sola Anna Maria. Insieme per costruire civiltà. 

Domani 27/2, lunedì alle 15 al Tribunale di Cinquefrondi (RC) sezione staccata di Palmi, riprende l’udienza nel processo in atto, rimandata dal lunedì scorso perché uno degli avvocati degli imputati non si era presentato. (Vedi post del 20-21/2 più sotto).

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale

COMUNICATO STAMPA

DOMANI UNIONE DONNE IN ITALIA SARA’ CON ANNA MARIA

 L’UDI, Unione Donne in Italia come sempre al fianco delle donne, sarà presente domani, nelle persona della referente di UDI Reggio Calabria, insieme ad altre realtà siciliane e calabresi, all’udienza del processo partito dalle denunce di Anna Maria Scarfò, presso la sezione distaccata del Tribunale di Palmi a Cinquefrondi (RC).

Anna Maria all’età di 13 anni era stata vittima di uno stupro di branco nel suo paese di San Martino di Taurianova (RC) che l’ha poi emarginata, giudicata e marchiata a vita con una sorta di “lettera scarlatta”.

Dopo due anni di violenze Anna Maria ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini per tutelare la sorellina, che rischiava di diventare la seconda vittima. Anna Maria ha oggi 24 anni e vive, si fa per dire, in località protetta avendo subito stalking e minacce.

In quasi dieci anni di processi questa coraggiosa donna è riuscita a far condannare, con sentenza definitiva, sei dei suoi dodici stupratori.

 L’UDI ci sarà, al fianco di Anna Maria.

Le responsabili della sede nazionale 

Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste

 

Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma

Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103

udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org

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vedi un servizio di Chi l’ha visto? di marzo 2010

 

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mediterranea

 

Udi Catania –  speciale dicembre 2011

Un anno di primavera araba / Dov’è l’Europa / E le donne?

Mediterranea_speciale dic11

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UDI Catania – novembre supplemento

“Spero che ogni donna sia protagonista di un cambiamento in nome della legalità: in Calabria sono loro l’ago della bilancia, è grazie alle donne che la mafia può essere battuta”. E l’auspicio lanciato dal magistrato Michele Prestipino, della DDA di Reggio Calabria …

L’identikit del ‘boss in gonnella’ / Se le donne calabresi rompono l’omertà

Mediterranea_suppl nov11

Mediterranea_nov11

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Più che una festa

Ringraziamo Mimma Iannò Latorre per averci inviato una riflessione sull”8 Marzo.

Questo “otto marzo” è diverso dagli altri. L’eco dell’ultima manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio scorso, mi spinge a considerare l’aspetto positivo della lotta delle donna per la propria liberazione. Si intravede, infatti, oggi più che mai una reale possibilità di poter coinvolgere, anche le più restie e pigre tra di noi, a lottare tutte insieme per la rivendicazione dei nostri diritti. E non solo. Per stabilire, anche, un patto intergenerazionale che connoti finalmente la lotta della donna alla stessa maniera della lotta portata avanti dall’intera umanità per i diritti di tutte e tutti alla vita. Quest’anno, poi, la ricorrenza coincide con l’ultimo giorno della festa di carnevale. E questa sovrapposizione casuale di data, mi porta ulteriormente a riflettere sia sul senso della festa carnascialesca sia sull’altro significato più serio legato alla memoria e alla consapevolezza delle dure lotte che molte donne hanno affrontato per affermare i propri diritti nei posti di lavoro e nella società, dalla Rivoluzione industriale ad oggi.

Il carnevale si sa è un eccesso liberatorio dal sottile gioco della rappresentazione farsesca del quotidiano, illusione del disfarsi delle maschere imposte, dalle relazioni distorte fondate sullo scontro e sulla difesa ad oltranza dal volto dell’altro considerato nemico del nostro “io”. Tutto è lecito, è uno scherzo, un lazzo, un guizzo ironico della mente per schernire e sorprendere la monotonia del rapporto tra uomini e donne. Quale collegamento potrebbe esserci tra il carnevale e la festa della donna? La festa della donna non è uno scherzo, una sacra rappresentazione dell’eterno femminino da idolatrare in modo ironico ma è un amaro ricordo. E’ memoria di dure rivendicazioni, di tragedie, che col passare degli anni si tramutò in Giornata di lotta internazionale delle donne per la difesa e il riconoscimento dei propri diritti economici, sociali e politici e contro la discriminazione sessuale. Sembra che il doppio significato insito nella natura delle cose possa aiutare la riflessione sullo specifico femminile come veniva definita anni or sono la differenza di genere e i problemi ad essa collegati. L’unico legame possibile tra le due ricorrenze è senza dubbio la globalizzazione del libero mercato che si impadronisce degli eventi per fare business. L’uso consumistico di coriandoli e mimose che si spandono in un folle volo sulle nostre città gonfie di beni materiali e svuotate di qualsivoglia bene spirituale. Nella ricchezza si nasconde la miseria. I fili del male si intrecciano in modo inestricabile con i fili misteriosi del bene. Sembra che non si possa trovare soluzione alcuna ai problemi delle donne. Il Parlamento ha sempre problemi più urgenti da risolvere… ma basta una piazza dove si possa urlare la rabbia e il dolore, e l’attenzione della gente si concentra su un punto anche solo per poco e lentamente, se si riesce a mantenere desta l’attenzione in mezzo al turbinio costante delle news multimediali, si può riprendere il cammino per raggiungere la meta.

Noi donne, stiamo facendo dall’epoca della Rivoluzione francese fino ad oggi, un percorso di liberazione per il riconoscimento della differenza e della parità dei diritti. Sarebbe utile che le giovani generazioni nelle scuole o nelle associazioni, conoscessero meglio questa storia… ma non è questo aspetto della questione femminile, il contenuto della mia riflessione. Mi pare utile, invece, porre l’attenzione sul recente fenomeno dell’ “escortismo“ che sta pervadendo con più clamore, il mondo dei nostri politici. Forse Ruby e le altre come lei, non lo sanno, ma anche loro sono donne che dovrebbero iniziare un cammino di liberazione dal giogo patriarcale. Chi glielo farà notare? Non di certo il loro “oppressore”. Essere oppresse è un lavoro faticoso ma un lavoro. Non è forse considerato il mestiere più antico del mondo? Dal guadagno facile ed immediato e dalla coscienza sorda? Non è forse una donna libera dagli schemi moralistici, una che lavora con il proprio corpo? Alcune donne furbe come le “signorine a pagamento” glissano così l’ostacolo della povertà affidando il loro corpo ai giochi di un uomo che  curano e allietano alleggerendolo dalle fatiche causate dal logorio del potere… Sono libere senz’altro queste donne ma non sono, certamente, donne liberate dall’ossessione sessuale.

Quante le schiave del volere maschile che nei secoli si sono date generosamente e continuano a farlo? Per un frainteso senso di appartenenza al proprio ruolo (una donna ama… non si vende)  e per una non compiuta identità, (il valore e la stima della sacralità del proprio corpo) in cambio della sicurezza e del benessere si sono prostituite e si prostituiscono all’uomo potente che le impreziosiva e le impreziosisce rendendole oggetto di desideri carnali più che soggetto e protagonista del cambiamento e della trasformazione nei costumi e nelle relazioni tra cittadine e cittadini di una società cosiddetta civile? Mentre milioni di donne oneste, povere, lavoratrici, schiave del martoriato sud del mondo oppure ricche ed emancipate dell’occidente opulento, profughe e migranti con obiettivi comuni e differenti, in lotta sempre, tutte unite per rivendicare i diritti umani fondamentali e universali, per esprimere desideri, proporre e trasmettere saperi e pratiche di liberazione dall’antico dominio maschile, sono in continuo travaglio da ormai troppo tempo… altrettante rappresentanti del genere femminile sono invece impegnate a svendersi al miglior offerente. 

Oggi in ogni settore della società la presenza femminile fa la differenza. Quale differenza? La visione dei problemi del mondo scritta dalla fatica femminile sui campi di grano, nelle risaie, nelle officine, nei luridi tuguri e nelle baraccopoli delle megalopoli di oriente e occidente, la lettura seria e determinata delle madri di tutte le piazze in rivolta  contro il dittatore di turno, i pianti strazianti e le ferite dei corpi violati ed uccisi non rappresentano ogni giorno per ognuno di noi un senso profondo di conversione ad una vita giusta, dignitosa, pacifica?  Non sono queste donne un richiamo autentico alla bellezza e alla bontà di ogni essere umano, donna o uomo che sia e che ha il diritto di vivere e di non essere ucciso o uccisa? Ma questa differenza nell’azione nonviolenta si paga ancora a caro prezzo. La parità, miraggio delle femministe degli anni 70 non è ancora pienamente realizzata. Non tutte le donne sono però consapevoli dei propri diritti e della propria uguaglianza sul piano della legge. Le nuove generazioni di donne pare che non si entusiasmino troppo a queste battaglie che furono invece ideali e scopi esistenziali delle loro madri. Strette dal bisogno di trovare un lavoro subito, sono propense per questioni di sopravivenza ad accettare con facilità qualsiasi proposta venga fatta loro e pur di uscire dai meandri tortuosi dell’indigenza vanno incontro inconsapevolmente ad un assurda felicità che le incatena per sempre alla schiavitù del corpo, al suo apparire fallace e precario. Il lavoro onesto non si trova, la disoccupazione giovanile nel nostro Bel Paese è a livelli altissimi. La fuga dei cervelli aumenta, il popolo italiano è un popolo di vecchie e vecchi! Non sarebbe il momento, come è stato detto nella manifestazione ultima delle donne, scese nella piazze per protestare contro l’uso e la violenza dell’immagine del corpo della donna nella pubblicità, di sentirci ancora più unite tutte, anche se di corrente politica diversa, atee e religiose, nella comune lotta per la nostra liberazione? A cominciare dal lavoro. Fonte di sostentamento onesto e dignitoso. Lavoro per tutte, per poter crescere e realizzare ed esprimere pienamente il nostro “genio femminile” senza paura di essere sminuite, oltraggiate, prevaricate ed uccise. Lavorare è un nostro diritto.

Eppure l’articolo 37 della nostra Costituzione recita.” La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

In una società democratica come la nostra è urgente portare avanti una politica “paritaria” non solo per puntare al miglioramento effettivo della condizione sociale della donna italiana ma per creare percorsi lavorativi accessibili a tutti e tutte quelli e quelle che provengono da Paesi e culture differenti e che in questi giorni stanno arrivando sulle nostre coste per sfuggire ai regimi totalitari che non assicurano di certo un futuro lavorativo dignitoso. Mi riferisco certamente al miglioramento dei servizi pubblici come gli asili nido per le madri lavoratrici, il tempo pieno nelle scuole primarie, la defiscalizzazione del lavoro delle baby sitter e delle badanti, un effettiva tutela legislativa del lavoro delle donne, ad esempio: fissando delle “quote rosa”, imponendo ai datori di lavoro un’assunzione paritaria (uomo-donna) dei dipendenti e sanzionando efficacemente i sempre più frequenti licenziamenti “giustificati” dalla maternità. Questo “otto marzo” vorrei infine che fosse una forte presa di coscienza soprattutto da parte di tutte quelle giovani donne che non si amano abbastanza e non credono che solo puntando in alto, salvaguardano la propria dignità personale e rinsaldano la coscienza con la ferma convinzione di appartenere al genere femminile e orgogliose di esserlo!

 Mimma Iannò Latorre



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