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Lea, Denise

lea garofalo

LEA, GIARDINIERA DELLA LIBERTA’

SABATO a Petilia Policastro per ricordare e onorare Lea Garofalo c’ero anch’io. Per niente al mondo avrei rinunciato ad essere presente in quella piazza, per testimoniare la mia gratitudine per una donna che ha difeso con coraggio, pagandone un prezzo altissimo, come tante altre, la sua e la nostra libertà di donne.

La giornata non prometteva bene, piovigginava, il sole tardava ad apparire, quando io e la mia amica Lina Scalzo ci siamo messe in macchina per raggiungere il piccolo paese del crotonese. Nessuna di noi due era mai stata a Petilia. Arrivate al bivio per Cutro abbiamo imboccato la strada che si inerpica, come un serpente, su, su fino al paese. Ci siamo fermate più volte per chiedere indicazioni. Alcuni uomini si sono offerti di farci da apri – strada con la loro macchina. Finalmente dopo aver percorso strade tortuose, simili a quelle di tanti altri paesini interni della Calabria, siamo arrivate a destinazione.

Eravamo emozionate. Non ci siamo sentite estranee né abbiamo sentito la pesantezza della presenza della ‘ndrangheta. Petilia per noi era Lea, eravamo lì per lei. Carabinieri, polizia, vigili urbani, uomini della Protezione civile ci hanno indirizzate alla piazza, con cortesia e cordialità. Ci siamo sentite accolte. Ci siamo sentite a casa. Petilia, grazie a Lea, ci apparteneva e non avevamo niente da temere. Intanto il sole faceva la sua apparizione ed espandeva il tiepido calore dei suoi raggi sulla piazza che, piano piano, si andava riempiendo di donne e uomini e di tanta “bella gioventù”, studenti, ragazze, molte ragazze, dal viso pulito e raggiante, venuti ad onorare Lea, maestra di vita, lei che la sua vita l’ha persa per qualcosa di più grande, di più importante, per una donna, della legalità e della lotta alla ‘ndrangheta, la libertà femminile.

Libertà di decidere della propria vita e del proprio futuro. Libertà da ogni violenza sul proprio corpo. E’ questa consapevolezza femminile, irreversibile, che distruggerà, lo sta già facendo, questa ‘ndrangheta dove la famiglia mafiosa si identifica con quella di sangue. E’ questa consapevolezza di tante donne, di questa Calabria, che cambierà, ha già cambiato, questa terra.

Lea Garofalo non è un’ “eccezione”, né una martire o una santa, ma una donna “comune”, una di noi a cui è capitato di vivere in questo tempo di libertà femminile. Viviamo in un tempo di passaggio di civiltà nei rapporti tra i sessi e molte donne, e ancora di più donne come Lea, stanno pagando con la propria vita la fine di un mondo maschile, fondato sul dominio degli uomini sul corpo femminile. Gli uomini della ‘ndrangheta hanno da subito intuito la forza dirompente, devastante per loro, della libertà femminile. La temono più della giustizia e dei magistrati. Più del carcere e della galera. Temono il suo contagio e combattono, ammazzano, distruggono quelle come Lea, che credevano essere le “loro” donne.

Essere abbandonati da una donna è insopportabile per un uomo, come dimostrano le tante uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, ex, ma per un mafioso lo è ancora di più, perché ne va del suo “onore” di uomo e di ‘ndranghetista. Ecco da dove viene la crudeltà, l’efferatezza di chi non si è accontentato di uccidere Lea, dopo averla torturata, ma ne ha bruciato il corpo, come è accaduto a tante donne nella storia, su cui si è abbattuto l’odio degli uomini – da Ipazia d’Alessandria alle tante bruciate sui roghi come streghe ed eretiche –.

Un gesto simbolico per dire la volontà di cancellazione di una donna dalla faccia della terra. Lea è più viva che mai –come ha ricordato anche don Ciotti – , lo è e lo sarà in sua figlia Denise e in tutte le donne che sabato erano in piazza, e non solo. Dal parco giochi, dove è stato sistemato il monumento a Lea, lei potrà – secondo la felice espressione del professore Giovanni Ierardi – essere “la giardiniera dell’infanzia di Petilia e del mondo”.

Una “giardiniera” che, ancora una volta, avvicina Milano alla Calabria, a Petilia Policastro. Le giardiniere, infatti, si sono chiamate quelle donne che a Milano, nei primi decenni dell’800, si sono spese per la causa risorgimentale. Giardiniere perché si trovavano nei giardini per far nascere un’altra patria, un’altra Milano, liberata dall’oppressione e dalla tirannia.

Grazie Lea. Grazie Denise.

Franca Fortunato

[05.05.2014 - Il quotidiano della Calabria]

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Carolina Girasole, sindaca di Isola Capo Rizzuto – Rosy Canale, Donne di San Luca

Riceviamo da Franca Fortunato che ringraziamo. 

LE SPIEGAZIONI CHE  CAROLINA CI DEVE

DOLORE, smarrimento, incredulità sono i sentimenti che mi hanno stretta in una morsa alla notizia dell’arresto di Carolina Girasole. Ho sentito il vuoto di parole dentro di me. Non riuscivo a dire a me stessa se non “non è possibile”, “non può essere vero”. Poi ho letto i giornali e la cronaca giudiziaria. A quel punto ho deciso di scrivere questa che vuole essere una lettera aperta, da parte di una donna che, pur non avendola mai conosciuta personalmente, ha sempre scritto e parlato di lei, non come simbolo dell’anti ‘ndrangheta (i simboli non appartengono alla storia delle donne), ma semplicemente come una donna tra le tante che, giorno dopo giorno, lottano, anche in questa terra, per poter affermare la propria libertà e riappropriarsi della propria vita. Lei aveva scelto di affermare il suo desiderio di donna stando nelle istituzioni, come le altre sindache con cui ha stretto una relazione politica forte, in nome della buona politica e della buona amministrazione.

“Carolina Girasole è una delle tante donne che stanno dimostrando che anche in Calabria è possibile la buona politica e la buona amministrazione, lontane dal malaffare e dalla complicità mafiosa. La sua esperienza, come quella che stanno portando avanti altre donne quali Maria Carmela Lanzetta, Annamaria Cardamone, Elisabetta Tripodi ed altre, presentate in modo riduttivo dai mass media come “sindache anti-‘ndrangheta”, credo che ci parli innanzitutto di passione politica, di amore per il proprio paese e la propria terra, che è amore per la madre, di desiderio libero femminile di amministrare con trasparenza e correttezza. La ‘ndrangheta non ama la buona politica e la buona amministrazione. Ecco perché ha combattuto Carolina e combatte le altre, cerca di fermarle con violenze e intimidazioni. Chiamare Carolina Girasole e le altre “sindache anti-‘ndrangheta” non rende giustizia al senso libero della loro differenza, ingabbiandole in un immaginario mass-mediatico che vuole la Calabria terra di ‘ndrangheta e anti ‘ndrangheta. Carolina come Giuseppina (Pesce) e le altre sono donne accomunate non dalla lotta alla ‘ndrangheta ma dal desiderio di libertà per sé, per i propri figli e figlie e per la Calabria tutta.                 

E gli uomini di ‘ndrangheta le combattono, innanzitutto per tutto questo. Non so se Carolina sarà rieletta sindaca e se Giuseppina riuscirà a ricostruirsi una vita, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, ma stiano sicure che niente e nessuno potrà cancellare il valore delle loro scelte con cui hanno segnato questa terra”.

Cosi scrivevo su questo giornale appena  qualche mese fa, prima delle elezioni amministrative a Isola Capo Rizzuto, rispondendo a un editoriale del direttore Matteo Cosenza che generosamente ringraziava Carolina e Giuseppina Pesce, per la “speranza di cambiamento” che rappresentavano per la Calabria. Per anni, il nome di Carolina Girasole l’ho portato in giro tra le donne di tutta Italia e nelle aule scolastiche, tra le mie alunne, come testimonianza di una realtà femminile che è già cambiata e sta cambiando la Calabria.

In nome di tutto questo chiedo pubblicamente a Carolina Girasole di dire chi è veramente e come è arrivata ad amministrare il Comune. Smentisca tutto quello che ho scritto su di lei. Ogni donna che sceglie di entrare nelle istituzioni, che lo sappia o meno, deve rendere e rende sempre conto alle altre donne di quello che fa, di come agisce e di come si rapporta a uomini e donne in quei luoghi. Carolina deve rendere conto, del suo operato e delle accuse che le vengono mosse dai magistrati, a tutte le donne come me, che hanno creduto e credono ancora in lei.

Aspetto, pertanto, che lo faccia con una lettera pubblica alle donne calabresi.

Franca Fortunato

(sul Quotidiano della Calabria del 05.12.2013)

per approfondire

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Una copertina e sedici pagine dedicate dalla rivista svedese Dagens Nyhetera a Rosy Canale e al Movimento delle Donne di San Luca nell’ottobre del 2011. Peter Loewe autore del servizio aveva visitato San Luca e Polsi l’anno prima in occasione della festa di settembre.  

Un altro caposaldo è caduto?

E’ notizia di oggi che Rosy Canale è agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta Inganno, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Sei ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere di tipo mafioso, per reati contro l’amministrazione pubblica, finalità agevolative nei confronti di cosche, giro fittizio di beni.

L’aggravante delle finalità agevolative nei confronti della ‘ndrangheta non riguarda, stando alle notizie, l’imputazione per Rosy Canale che è invece di peculato e truffa aggravata. Reato verso la socialità comunque grave.

Rosy in questi giorni (appena ieri al Teatro Morelli di Cosenza) era impegnata in uno spettacolo teatrale itinerante chiamato Malaluna, come il locale discoteca-ristorante da lei gestito a Reggio. Malaluna. Storie di ordinaria resistenza nella terra di nessuno, musiche di Battiato, ispirato al libro La mia ‘ndrangheta di Emanuela Zuccalà (giornalista di Io Donna/Corsera) e Rosy coautricepubblicato dalle Edizioni Paoline, 2012.

“Quando mi hanno proposto lo spettacolo, ero spiazzata, non sono un’attrice, poi ho capito che il teatro poteva essere un’opportunità per sensibilizzare. All’inizio rivivevo il vissuto, mi commuovevo, piangevo, poi il regista mi ha aiutato a controllarmi, ed è diventata un’esperienza magica”.

Una sfida aperta. Il Movimento delle donne di San Luca infatti da lei fondato con epicentro proprio nel paese ha raccolto circa 400 donne. Tutto inizia con la sua ribellione allo spaccio di droga imposto nel suo locale, viene malmenata gravemente e avrà bisogno di tre anni di riabilitazione. Il suo impegno non poteva essere finto. Premi, riconoscimenti. Un’icona.

L’inchiesta Inganno era partita nel 2009 ed era tesa ad accertare come parte delle risorse ricevute per il sostegno del Movimento delle Donne di San Luca abbiano avuto un utilizzo privato da parte della fondatrice, e come una ludoteca non abbia mai svolto attività, sebbene inaugurata nel 2009, provenendo da un bene confiscato ad una cosca. (fonte newz.it)

E ora? Una buccia di banana? Rosy dovrà chiarire si spera onorevolmente la vicenda in cui è incappata. E intanto lo stesso sgomento di Franca Fortunato ci attanaglia.

Rosy spiegaci.

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Per l’Otto Marzo / UDI RC

Evento in collaborazione col Teatro Athena.

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Riceviamo da Laura Cirella.

Tra il dire e il fare… 

A proposito di “festa della donna”, tra riflessioni e celebrazioni, non può non cadere l’attenzione sul recente bando pubblicato a gennaio 2012 per la nuova erogazione dei “voucher per la conciliazione”.

Si chiamano “azioni positive”, ovvero il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato. Queste azioni positive sono tanto più efficaci quante più donne riescono a coinvolgere e quanto più riescono ad abbracciare tutto l’universo dei lavori di cura affidati ancora oggi in prevalenza alle donne. Già la giunta precedente aveva proceduto nel 2008, all’erogazione di questi voucher con un medesimo bando ma, la giunta Scopelliti ha avuto la capacità di “affossare” anche questo prezioso strumento. Basta fare il vecchio gioco enigmistico delle differenze, scoprendo in tal modo quanto sarà limitata l’efficacia dei voucher previsti dall’attuale bando di questa giunta, e quanto potente e ad ampio raggio d’azione sia stato il precedente bando che ha elargito i voucher a circa 3.000 donne. Il bando pubblicato dall’attuale giunta non contempla tutti i lavori di cura di cui, nella nostra regione si occupano, quasi esclusivamente, le donne, avendo escluso la copertura di spesa per assistenza ad anziani e disabili che non siano figli (il precedente bando copriva i parenti e affini fino al III° grado per es. suoceri, cognati, zii, pronipoti e bisnonni anche acquisiti) i malati cronici non autosufficienti e i malati terminali (che il precedente bando copriva ugualmente entro il terzo grado). La cifra riconosciuta è assolutamente irrisoria (250,00 €) rispetto alla precedente (600,00 €). Ad ogni beneficiaria fu riconosciuta la consistente somma di € 6.000,00 per ogni familiare a carico. Inoltre l’erogazione non avverrà più con cadenza bimestrale (dunque 5 tranche per 10 mesi), come nel precedente voucher, ma solo in due tranches (al 5° e 10° mese).  Vengono oggi escluse le disoccupate, a meno che non siano in attività di formazione, vanificando la ratio stessa del bando. Infatti la finalità è quella di  “liberare tempo” a quelle donne che non hanno lavoro e non possono affidare i propri familiari alle cure di qualcun altro per mancanza di reddito e sono alla ricerca di un lavoro o vorrebbero frequentare un’attività formativa.

A proposito di badanti e baby sitter, il vecchio bando aveva avuto anche il grande merito di aver fatto emergere tutto il lavoro sommerso di queste figure indispensabili, generando un circolo virtuoso di donne che lavorano e che danno lavoro ad altre donne, con contratto regolare (grazie all’obbligo di rendicontare la spesa con busta paga e relativo bonifico o assegno – dunque con tracciabilità della spesa – e contratto registrato all’INPS, previsto dal bando precedente) e non più in nero! Scomparse dunque le baby sitter a domicilio: sono infatti riconosciute solo le spese per frequenza a servizi di prima infanzia (rette e servizi a pagamento per asili nido e servizi integrativi scuole materne, comprese quelle di baby sitting), e per figli fino a 3 anni, non più fino a 13 anni. Scoperte le differenze, riteniamo che l’intero bando debba essere sottoposto ad una revisione se vi è la reale intenzione da parte di questo governo regionale di rendere conciliabile il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia.

Laura Cirella

Di seguito schema di comparazione tra bando 2008 e bando 2012.

Bando giunta Loiero maggio 2008 Bando giunta Scopelliti 13/01/2012
“Voucher di Conciliazione” circa3.000 erogati “Voucher di Conciliazione” circa600 previsti
Ripartizione per province Catanzaro: 18,57% Ripartizione per province nessuna
Cosenza: 36,31%
Crotone: 8,57%
Reggio Calabria: 27,92%
Vibo Valentia:8,63%
Beneficiari le donne, anche immigrate, che: siano residenti o svolgano attività lavorativa in Calabria Beneficiari donne italiane e straniere che: Siano residenti, ovvero svolgano attività lavorativa/formativa in Calabria
siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, inoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione o una borsa Lavoro o disoccupateai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 181/2000 Siano lavoratrici dipendenti o autonome, anche con contratto di lavoro “atipico” e/o a tempo determinato, ovveroinoccupate/disoccupate che abbiano in corso attività di formazione
reddito familiare dichiarato non superiore a € 40.000,00 calcolato con il metodo ISEE situazione economico-patrimoniale dichiarata non superiore a € 10.000,00 calcolata con il metodo ISEE
durata massima di 10 mesi durata massima di 10 mesi
misura massima di € 600,00 mensili misura massima di € 250,00 mensili
Per l’assistenza di

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Per Anna Maria Scarfò lunedì 27/2

Si moltiplicano nelle ultime ore le manifestazioni di solidarietà sui net-work e sui blog nei confronti di Anna Maria Scarfò. L’UDI dalla sede nazionale ha diramato il comunicato stampa che qui leggete e ha esteso a tutte le sue associate la conoscenza del triste episodio che su stampa e media ha avuto finora poco risalto. Saranno presenti all’udienza molte rappresentanze di altri movimenti e associazioni e non solo di donne. E’ importante non lasciare sola Anna Maria. Insieme per costruire civiltà. 

Domani 27/2, lunedì alle 15 al Tribunale di Cinquefrondi (RC) sezione staccata di Palmi, riprende l’udienza nel processo in atto, rimandata dal lunedì scorso perché uno degli avvocati degli imputati non si era presentato. (Vedi post del 20-21/2 più sotto).

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale

COMUNICATO STAMPA

DOMANI UNIONE DONNE IN ITALIA SARA’ CON ANNA MARIA

 L’UDI, Unione Donne in Italia come sempre al fianco delle donne, sarà presente domani, nelle persona della referente di UDI Reggio Calabria, insieme ad altre realtà siciliane e calabresi, all’udienza del processo partito dalle denunce di Anna Maria Scarfò, presso la sezione distaccata del Tribunale di Palmi a Cinquefrondi (RC).

Anna Maria all’età di 13 anni era stata vittima di uno stupro di branco nel suo paese di San Martino di Taurianova (RC) che l’ha poi emarginata, giudicata e marchiata a vita con una sorta di “lettera scarlatta”.

Dopo due anni di violenze Anna Maria ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini per tutelare la sorellina, che rischiava di diventare la seconda vittima. Anna Maria ha oggi 24 anni e vive, si fa per dire, in località protetta avendo subito stalking e minacce.

In quasi dieci anni di processi questa coraggiosa donna è riuscita a far condannare, con sentenza definitiva, sei dei suoi dodici stupratori.

 L’UDI ci sarà, al fianco di Anna Maria.

Le responsabili della sede nazionale 

Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste

 

Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma

Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103

udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org

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vedi un servizio di Chi l’ha visto? di marzo 2010

 

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mediterranea

 

Udi Catania –  speciale dicembre 2011

Un anno di primavera araba / Dov’è l’Europa / E le donne?

Mediterranea_speciale dic11

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UDI Catania – novembre supplemento

“Spero che ogni donna sia protagonista di un cambiamento in nome della legalità: in Calabria sono loro l’ago della bilancia, è grazie alle donne che la mafia può essere battuta”. E l’auspicio lanciato dal magistrato Michele Prestipino, della DDA di Reggio Calabria …

L’identikit del ‘boss in gonnella’ / Se le donne calabresi rompono l’omertà

Mediterranea_suppl nov11

Mediterranea_nov11

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Più che una festa

Ringraziamo Mimma Iannò Latorre per averci inviato una riflessione sull”8 Marzo.

Questo “otto marzo” è diverso dagli altri. L’eco dell’ultima manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio scorso, mi spinge a considerare l’aspetto positivo della lotta delle donna per la propria liberazione. Si intravede, infatti, oggi più che mai una reale possibilità di poter coinvolgere, anche le più restie e pigre tra di noi, a lottare tutte insieme per la rivendicazione dei nostri diritti. E non solo. Per stabilire, anche, un patto intergenerazionale che connoti finalmente la lotta della donna alla stessa maniera della lotta portata avanti dall’intera umanità per i diritti di tutte e tutti alla vita. Quest’anno, poi, la ricorrenza coincide con l’ultimo giorno della festa di carnevale. E questa sovrapposizione casuale di data, mi porta ulteriormente a riflettere sia sul senso della festa carnascialesca sia sull’altro significato più serio legato alla memoria e alla consapevolezza delle dure lotte che molte donne hanno affrontato per affermare i propri diritti nei posti di lavoro e nella società, dalla Rivoluzione industriale ad oggi.

Il carnevale si sa è un eccesso liberatorio dal sottile gioco della rappresentazione farsesca del quotidiano, illusione del disfarsi delle maschere imposte, dalle relazioni distorte fondate sullo scontro e sulla difesa ad oltranza dal volto dell’altro considerato nemico del nostro “io”. Tutto è lecito, è uno scherzo, un lazzo, un guizzo ironico della mente per schernire e sorprendere la monotonia del rapporto tra uomini e donne. Quale collegamento potrebbe esserci tra il carnevale e la festa della donna? La festa della donna non è uno scherzo, una sacra rappresentazione dell’eterno femminino da idolatrare in modo ironico ma è un amaro ricordo. E’ memoria di dure rivendicazioni, di tragedie, che col passare degli anni si tramutò in Giornata di lotta internazionale delle donne per la difesa e il riconoscimento dei propri diritti economici, sociali e politici e contro la discriminazione sessuale. Sembra che il doppio significato insito nella natura delle cose possa aiutare la riflessione sullo specifico femminile come veniva definita anni or sono la differenza di genere e i problemi ad essa collegati. L’unico legame possibile tra le due ricorrenze è senza dubbio la globalizzazione del libero mercato che si impadronisce degli eventi per fare business. L’uso consumistico di coriandoli e mimose che si spandono in un folle volo sulle nostre città gonfie di beni materiali e svuotate di qualsivoglia bene spirituale. Nella ricchezza si nasconde la miseria. I fili del male si intrecciano in modo inestricabile con i fili misteriosi del bene. Sembra che non si possa trovare soluzione alcuna ai problemi delle donne. Il Parlamento ha sempre problemi più urgenti da risolvere… ma basta una piazza dove si possa urlare la rabbia e il dolore, e l’attenzione della gente si concentra su un punto anche solo per poco e lentamente, se si riesce a mantenere desta l’attenzione in mezzo al turbinio costante delle news multimediali, si può riprendere il cammino per raggiungere la meta.

Noi donne, stiamo facendo dall’epoca della Rivoluzione francese fino ad oggi, un percorso di liberazione per il riconoscimento della differenza e della parità dei diritti. Sarebbe utile che le giovani generazioni nelle scuole o nelle associazioni, conoscessero meglio questa storia… ma non è questo aspetto della questione femminile, il contenuto della mia riflessione. Mi pare utile, invece, porre l’attenzione sul recente fenomeno dell’ “escortismo“ che sta pervadendo con più clamore, il mondo dei nostri politici. Forse Ruby e le altre come lei, non lo sanno, ma anche loro sono donne che dovrebbero iniziare un cammino di liberazione dal giogo patriarcale. Chi glielo farà notare? Non di certo il loro “oppressore”. Essere oppresse è un lavoro faticoso ma un lavoro. Non è forse considerato il mestiere più antico del mondo? Dal guadagno facile ed immediato e dalla coscienza sorda? Non è forse una donna libera dagli schemi moralistici, una che lavora con il proprio corpo? Alcune donne furbe come le “signorine a pagamento” glissano così l’ostacolo della povertà affidando il loro corpo ai giochi di un uomo che  curano e allietano alleggerendolo dalle fatiche causate dal logorio del potere… Sono libere senz’altro queste donne ma non sono, certamente, donne liberate dall’ossessione sessuale.

Quante le schiave del volere maschile che nei secoli si sono date generosamente e continuano a farlo? Per un frainteso senso di appartenenza al proprio ruolo (una donna ama… non si vende)  e per una non compiuta identità, (il valore e la stima della sacralità del proprio corpo) in cambio della sicurezza e del benessere si sono prostituite e si prostituiscono all’uomo potente che le impreziosiva e le impreziosisce rendendole oggetto di desideri carnali più che soggetto e protagonista del cambiamento e della trasformazione nei costumi e nelle relazioni tra cittadine e cittadini di una società cosiddetta civile? Mentre milioni di donne oneste, povere, lavoratrici, schiave del martoriato sud del mondo oppure ricche ed emancipate dell’occidente opulento, profughe e migranti con obiettivi comuni e differenti, in lotta sempre, tutte unite per rivendicare i diritti umani fondamentali e universali, per esprimere desideri, proporre e trasmettere saperi e pratiche di liberazione dall’antico dominio maschile, sono in continuo travaglio da ormai troppo tempo… altrettante rappresentanti del genere femminile sono invece impegnate a svendersi al miglior offerente. 

Oggi in ogni settore della società la presenza femminile fa la differenza. Quale differenza? La visione dei problemi del mondo scritta dalla fatica femminile sui campi di grano, nelle risaie, nelle officine, nei luridi tuguri e nelle baraccopoli delle megalopoli di oriente e occidente, la lettura seria e determinata delle madri di tutte le piazze in rivolta  contro il dittatore di turno, i pianti strazianti e le ferite dei corpi violati ed uccisi non rappresentano ogni giorno per ognuno di noi un senso profondo di conversione ad una vita giusta, dignitosa, pacifica?  Non sono queste donne un richiamo autentico alla bellezza e alla bontà di ogni essere umano, donna o uomo che sia e che ha il diritto di vivere e di non essere ucciso o uccisa? Ma questa differenza nell’azione nonviolenta si paga ancora a caro prezzo. La parità, miraggio delle femministe degli anni 70 non è ancora pienamente realizzata. Non tutte le donne sono però consapevoli dei propri diritti e della propria uguaglianza sul piano della legge. Le nuove generazioni di donne pare che non si entusiasmino troppo a queste battaglie che furono invece ideali e scopi esistenziali delle loro madri. Strette dal bisogno di trovare un lavoro subito, sono propense per questioni di sopravivenza ad accettare con facilità qualsiasi proposta venga fatta loro e pur di uscire dai meandri tortuosi dell’indigenza vanno incontro inconsapevolmente ad un assurda felicità che le incatena per sempre alla schiavitù del corpo, al suo apparire fallace e precario. Il lavoro onesto non si trova, la disoccupazione giovanile nel nostro Bel Paese è a livelli altissimi. La fuga dei cervelli aumenta, il popolo italiano è un popolo di vecchie e vecchi! Non sarebbe il momento, come è stato detto nella manifestazione ultima delle donne, scese nella piazze per protestare contro l’uso e la violenza dell’immagine del corpo della donna nella pubblicità, di sentirci ancora più unite tutte, anche se di corrente politica diversa, atee e religiose, nella comune lotta per la nostra liberazione? A cominciare dal lavoro. Fonte di sostentamento onesto e dignitoso. Lavoro per tutte, per poter crescere e realizzare ed esprimere pienamente il nostro “genio femminile” senza paura di essere sminuite, oltraggiate, prevaricate ed uccise. Lavorare è un nostro diritto.

Eppure l’articolo 37 della nostra Costituzione recita.” La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

In una società democratica come la nostra è urgente portare avanti una politica “paritaria” non solo per puntare al miglioramento effettivo della condizione sociale della donna italiana ma per creare percorsi lavorativi accessibili a tutti e tutte quelli e quelle che provengono da Paesi e culture differenti e che in questi giorni stanno arrivando sulle nostre coste per sfuggire ai regimi totalitari che non assicurano di certo un futuro lavorativo dignitoso. Mi riferisco certamente al miglioramento dei servizi pubblici come gli asili nido per le madri lavoratrici, il tempo pieno nelle scuole primarie, la defiscalizzazione del lavoro delle baby sitter e delle badanti, un effettiva tutela legislativa del lavoro delle donne, ad esempio: fissando delle “quote rosa”, imponendo ai datori di lavoro un’assunzione paritaria (uomo-donna) dei dipendenti e sanzionando efficacemente i sempre più frequenti licenziamenti “giustificati” dalla maternità. Questo “otto marzo” vorrei infine che fosse una forte presa di coscienza soprattutto da parte di tutte quelle giovani donne che non si amano abbastanza e non credono che solo puntando in alto, salvaguardano la propria dignità personale e rinsaldano la coscienza con la ferma convinzione di appartenere al genere femminile e orgogliose di esserlo!

 Mimma Iannò Latorre



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Una scelta assai discutibile dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro per l’8 Marzo

Il Comitato Pari Opportunità della Provincia di Catanzaro destina i fondi raccolti con il concerto di Noa organizzato per l’8 marzo al Movimento per la vita.

Da www.suddegenere.wordpress.com ()

Che significato ha, oggi, celebrare l’8 Marzo ?

… A Catanzaro, unica città italiana nella quale Assessore provinciale alle Pari Opportunità è un uomo. Ricordiamo a chi legge che l’esigenza della nascita delle commissioni per le pari opportunità è datata 1984 perché sia consentita la reale applicazione dell’articolo 3 della Costituzione Italiana sulla non discriminazione delle donne.

Accade che il Comitato Pari Opportunità dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro promuova per l’8 Marzo un’iniziativa, un concerto presso il Teatro Politeama, i cui proventi saranno destinati ad un Centro inserito a livello nazionale nel “Movimento italiano per la Vita”, organizzazione che contrasta apertamente, e spesso con modalità aggressive e violente, l’applicazione di una legge dello Stato che laicamente garantisce il diritto alla scelta per una maternità libera e responsabile.

L’iniziativa, dicono, è contro ogni forma di violenza sulle donne.

Ma non è forse una forma di violenza, questa? Non è violenza negare alla donna il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita? Non è violenza la volontà di imporre una scelta sui corpi altrui? Chi può decidere, se non la donna stessa se sia in grado o meno di ospitare un altro essere umano dentro di sé, se non la donna stessa, che offre corpo e sangue alla procreazione?
Noi siamo per la vita perché siamo donne e la vita ce la portiamo dentro anche quando non la mettiamo al mondo, siamo palingenesi di carne noi, anche se non diventiamo madri. Non siamo incubatrici ma persone, non siamo proprietà della Chiesa e nemmeno dello Stato, siamo (o meglio vorremmo essere) Libere Cittadine.

Dunque il corpo delle donne è il luogo biopolitico per eccellenza e l’Amministrazione provinciale ci marcia sopra come un caterpillar, mentre la cittadinanza e i movimenti politici (anche quelli di sinistra) sono in stato narcolettico, rispetto al significato simbolico dell’evento promosso.

Desideriamo altresì sottolineare, nel “panorama” tutto locale, che l’ospedale Pugliese di Catanzaro sul numero complessivo del personale, dispone di soli due medici non obiettori (fonte:Emilia Celia, referente regionale Cittadinanza Attiva-Tribunale per i diritti del malato- Catanzaro). Come viene tutelata, anche in questo caso, la salute e la libertà di scelta delle donne? Non viene presa in considerazione, dalla struttura ospedaliera, la necessità di bilanciare il diritto all’obiezione di coscienza con la responsabilità professionale e con il diritto di ogni paziente ad accedere tempestivamente a legittime cure mediche ? Pare proprio di no.

Gentile Presidente Ferro,

disconosciamo con forza l’iniziativa dell’Amministrazione provinciale, che porta avanti il solito vessillo di chi non rispetta le scelte altrui e non è avvezzo a una dialettica democratica, ma impone la propria visione del mondo e dell’esistenza alla generalità delle cittadine e dei cittadini. La legge 194 è ancora in vigore: è una legge dello stato, è una conquista delle donne, ha permesso (peraltro) la caduta verticale del tasso di interruzioni di gravidanza nel nostro paese. La richiamiamo, Presidente Ferro, al rispetto di un ruolo istituzionale che ci auguriamo sia prevalente rispetto al suo orientamento personale, religioso e politico e che dovrebbe, prima di tutto tenere conto del dettato normativo e dei suoi principi ispiratori. Scegliere, sotto le mentite spoglie del “contrasto alla violenza”, di finanziare con i soldi della collettività un evento i cui proventi andranno a favore di chi apertamente nega il diritto al pluralismo delle idee, strumentalizzando il significato vero e profondo dell’8 Marzo, ci sembra assai discutibile sul piano istituzionale (ma non solo) e glielo segnaliamo pubblicamente.

Altre considerazioni avremmo potuto esprimere se, ad esempio, si fosse deciso di devolvere il ricavato dell’iniziativa ad un centro antiviolenza, uno dei tanti che rischia la chiusura e che ad oggi, nonostante la legge regionale 20 del 21 Agosto 2007, non ha ricevuto i finanziamenti a sostegno della propria attività. Questa si, che sarebbe un’iniziativa a favore del contrasto alla violenza sulle donne.

Donne Catanzaresi in Rete

(nota aggiuntiva: Siamo a dir poco basite per il fatto che, a Catanzaro e dintorni, nessuna-o abbia dato un commento pubblico alla notizia, rilevandone la gravità. Chiediamo pertanto a tutte le amiche e gli amici di sottoscrivere il nostro comunicato, che verrà inviato – con tutte le firme – alla c.a. dell’Amministrazione provinciale. Grazie)

Per aderire e sottoscrivere: suddegenere@hotmail.com

mail-action: http://www.facebook.com/event.php?eid=168382846544066  

presidente@provincia.catanzaro.it, m.vento@provincia.catanzaro.it, n.montepaone@provincia.catanzaro.it, r.costanzo@provincia.catanzaro.it, m.ciurleo@provincia.catanzaro.it, s.polisicchio@provincia.catanzaro.it, s.garito@provincia.catanzaro.it, g.matacera@provincia.catanzaro.it, v.attisani@provincia.catanzaro.it, g.merante@provincia.catanzaro.it, incubatoredis@libero.it, dis-po@libero.it

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Donne, media, speranza

 … Anzi ho scritto un articolo in risposta ad una lettera accorata di Lorella che chiede a tutte le donne di fare qualcosa, di muoversi, di parlare, di esserci, di obbligare i partiti a darci delle risposte importanti, serie, sui temi della rappresentazione delle donne in televisione, nella pubblicità, sulla violenza contro le donne. Troppe donne uccise, violentate, quasi sempre dai mariti, dai conviventi, dagli exfidanzati. Lo leggi e mi dici che ne pensi?
E’ troppo triste. Vero, sacrosanto, ma non dai speranza così… devi dare una via di uscita, devi dare delle indicazioni per dire come fare per andare avanti per migliorare le cose.
Non ce l’ho la via d’uscita, non ce l’ho un messaggio, oggi sono solo sconsolata. È troppo brutto quello che accade, è troppo triste questa nostra società, c’è troppo sfacelo intorno, oggi sono solo desolata. Non vedo vie di uscita.
Allora non lo mandare. Lascia perdere. Non si può non dare la speranza del cambiamento.

Sono parole di Loredana Cornero, di tenero ricordo per la perdita del suo meraviglioso compagno, in un suo articolo su noi donne. Ma è lui che dice a lei non si può non dare la speranza del cambiamento.

Alle donne. A tutti. 

E Loredana al di là di un momento di scoramento che abbiamo, che abbiamo avuto, continua a lavorare per un debito sociale di speranza e d’amore. 

E tantissime altre. E noi.

Forse abbiamo sbagliato a non aspettarci un Gheddafi di carta.   

A Catanzaro all’Istituto Comprensivo, tutti gli allievi e le allieve  di una classe – terza media soltanto – si rifiutano di andare in gita scolastica perché un loro compagno viene discriminato. La dirigente (sì, aimè donna) non lo aveva autorizzato a partecipare alla gita perché portatore della sindrome di Down ().

E’ bellissimo. E’ la speranza. 

Se no il 13 a che serve?

***

 

“La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, gli anziani e i minori”.

Donne e media in Italia: intervista a Loredana Cornero

(Pubblicato da La redazione Donne di oggi
il 22/11/2010 – www.alfemminile.com ()

© Loredana Cornero
  
Veline, letterine, troniste e, ultime arrivate, velone. Per ogni età, in Italia i media hanno costruito uno stereotipo all’interno del quale rinchiudere le donne italiane. Stereotipi  favoriti da una cultura che si ispira soprattutto alle immagini da televisione e gossip. Un mondo in cui l’apparire prevale sull’essere.
Ma in Italia, c’è una coscienza critica che si sta facendo lentamente strada, grazie all’azione di giornaliste, scrittrici, filosofe, ma anche di donne normali che lottano, nel loro piccolo, per proteggere la propria femminilità dai modelli che i media impongono violentemente. Donne come Loredana Cornero*.
Abbiamo discusso con lei cercando di capire come costruire una nuova immagine prevalente per le donne italiane, più vera e rispettosa.
 
* Rai, Relazioni Istituzionali e Internazionali
Segretaria Generale Comunità Radiotelevisiva Italofona
Presidente Gruppo Donne COPEAM (Permanent Conference of Mediterranean Audiovisual Operators)
  
Attualmente quali sono gli stereotipi femminili prevalenti in Italia?
Gli stereotipi prevalenti oggi in Italia sono quelli veicolati in particolar modo dalla televisione e dalla pubblicità che usano il corpo delle donne come oggetto. Una delle caratteristiche principali che definiscono la cultura della comunicazione attuale è espressa dalla evidente forzatura che viene esercitata nella rappresentazione di genere.
La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali interessa ormai diversi media. Ma questo non diminuisce le responsabilità della televisione. Quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.
 
Esistono delle leggi che proteggano le donne nella rappresentazione mediatica delle donne?
Proprio in questo periodo la Rai sta firmando un nuovo contratto di servizio all’interno del quale sono state inserite, a fronte di una grande campagna e di numerose pressioni di vari gruppi di donne che da tempo lavorano su questi temi, molte clausole per migliorare la rappresentazione femminile in televisione, lavorare per il superamento degli stereotipi e aumentare i modelli femminili rappresentati in televisione. Non dimenticando di aprire spazi informativi sul ruolo e la presenza delle donne nella nostra società e sulla lotta alla violenza sulle donne. Ovviamente bisognerà vigilare affinché tutto questo non rimanga solo sulla carta.
 
Ci può dare la sua opinione sui “corpi femminili” nella nostra società?
Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quante siano in Italia le giovani donne tra i 20 e i 30 anni e quale percentuale sia quella che ci viene presentata come la quasi totalità delle aspiranti veline. Credo che sia l’ora di dire chiaramente che ci sono giovani donne che studiano, che da grandi vogliono diventare astronaute o missionarie, bibliotecarie o Segretarie Generali dell’ONU; giovani donne che lavorano con successo e professionalità in posti anche di rilevo, ma di cui nessuno o quasi nessuno parla. Ed è quindi alle giovani donne che credo sia importante rivolgersi, a quante si interessano a questi argomenti, a quante sono disponibili a farsi carico di un tema che ci riguarda tutte e in maniera così fondamentale.

E’ la cultura o la politica responsabile dell’immagine delle donne nei media?

Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali ma è anche vero che non è essa ad inventarli né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. L’Italia, lo confermano le statistiche, è al sessantaduesimo posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni. E con il suo 17,3% di donne a Montecitorio e il 13,7% al Senato, e’ ben lontana dalla maggior parte dei Paesi scandinavi dove la presenza di donne nelle istituzioni supera abbondantemente il 30% e, nel caso della Svezia, e’ al 47,3%. Anche i dati relativi all’informazione televisiva segnano il passo nella nostra televisione. Prendendo spunto dai primi risultati del GMMP 2010 (Global Media Monitoring Project) i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, ma nei servizi di politica la 3% e in quelli di economia allo 0%. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo il 22% dei soggetti delle notizie sono donne per scendere al 7% nel ruolo di esperte. Ci sono però dei casi in cui le donne superano gli uomini. Sono per esempio il 48% quando vengono raccontate come vittime, contro il 15% degli uomini. E per il 23% vengono identificate con il loro ruolo familiare contro il 6% degli uomini.
 
Come si può migliorare? Ci può dare degli esempi positivi?
Credo, anzi sono certa, che migliorare sia possibile, anzi si debba. In Italia stanno nascendo e lavorando proprio sulla rappresentazione femminile nei media moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente in Italia. Un esempio è senza dubbio il grande successo che ha avuto il documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” che partito in sordina sul web è diventato un po’ il simbolo di questo cambiamento. E poi l’associazione “Donne e media” e la costituzione del gruppo “Parie dispare” che si sono mosse proprio per una diversa rappresentazione femminile sui media, Francesca e Cristina Comencini che, insieme ad altre artiste ed intellettuali hanno realizzato uno spettacolo teatrale dal titolo “Libere”. Con il Gruppo Donne della COPEAM stiamo organizzando per settembre la presentazione in anteprima nazionale dei dati del GMMP, giunto alla sua quarta edizione sulla rappresentazione delle donne nell’informazione e anche del toolkit “Screening Gender” finalmente tradotto anche in italiano, per dotare tutte noi anche di uno strumento concreto che ci aiuti nella formazione, perché crediamo che sia giusta la denuncia, importante la ricerca, ma che ci debba essere anche un momento formativo per le/gli operatrici/ori del mondo della comunicazione per creare un argine ad una rappresentazione femminile nei media che lede la dignità delle donne e ne sottrae la realtà e preoccupate per la crescente quantità di episodi di violenza contro le donne in Italia.
 
Ci può fare alcuni esempi?
Alcuni spettacoli televisivi, usano ragazze giovani, belle e magre come arredamento della scena, senza che abbiano un ruolo o la possibilità di fare alcunché. Molte pubblicità utilizzano il corpo delle donne, spesso discinto, per lanciare nuovi prodotti.
L’ammiccamento e la volgarità sono spesso presenti. D’altra parte ci dicono con frequenza quotidiana su giornali e tv che le ragazze italiane da grandi vogliono fare le veline, che è la loro massima aspirazione, che di studiare non hanno voglia, ma soprattutto dato che sono belle e giovani, non ne hanno alcun bisogno.
Ovviamente non è così nella realtà.

Qual è l’effetto di questi stereotipi?
La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse, che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, e in particolar modo i minori. E guardando anche a questo va sottolineato che in genere l’immagine delle donne che la televisione propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. L’effetto è travolgente soprattutto sulle giovani generazioni. Ragazze ma anche ragazzi, prendono ad esempio le giovani che vedono in TV e cercano di diventare come loro, diminuendo così la loro autostima, il rispetto verso se stesse e spesso rasentando la malattia, come l’anoressia o la bulimia. Inoltre l’esempio che arriva da queste ragazze usate in pubblicità ed in televisione come puro arredamento arriva anche ai bambini, ai ragazzi che identificano il loro immaginario femminile in quelle espressioni costruendo un’immagine distorta di tutto il genere femminile.

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Pink Blindsight

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Riceviamo e immettiamo nella convinzione che riflessioni e approfondimenti  contribuiscano alla crescita della consapevolezza. I simboli e le semplificazioni viaggiano più velocemente dei discorsi. E qui Rosangela Pesenti ne fa uno splendido.

Donne manifeste

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.

Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse.

L’adesione di moltissime donne, me compresa, non è tanto condivisione di un appello, che dice il minimo e poco l’indispensabile, ma l’urgenza di rendere visibile una rabbia dentro cui stanno ragioni così grandi e gravi che nessun luogo chiuso può più contenerle.

Ha superato ogni misura questo governo nei confronti delle donne, a cominciare dalla ferocia nei confronti di Eluana Englaro fino alle leggi contro l’autodeterminazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla persecuzione delle migranti.

Possiamo dire che oggi è svelato e sotto gli occhi di tutte e tutti, anche di chi non voleva vedere o faceva finta, quello che molte di noi hanno capito con chiarezza già molto prima del 1994,  con l’attacco al femminismo della fine anni ’80, la proposta del rampantismo ai giovani, il successo come parola d’ordine entrata anche nella scuola al posto del diritto, l’esaltazione dell’evasione fiscale a sostegno di un benessere rapace nei confronti del territorio, l’abito firmato come divisa di un esercito votato al disprezzo del lavoro manuale, il corpo modellato da fantasie erotiche malate come elemento decorativo e componente fondamentale dell’accesso a beni e carriere, la mortificazione del lavoro, l’introduzione della schiavitù, la dilapidazione dei beni comuni, la legittimazione della delinquenza, la violenza su donne, minori e chiunque possa essere definito inferiore, il femminicidio, l’esaltazione della famiglia ipocrita, l’attacco all’autodeterminazione delle donne, la proprietà privata dei figli, l’invenzione dello straniero attraverso definizioni emarginanti e leggi liberticide, la falsificazione della storia, il razzismo di Stato, la vergognosa omofobia,  l’ostentazione della ricchezza, la mortificazione della sobrietà e dell’onestà, il disprezzo del servizio pubblico, la rilegittimazione della scuola come veicolo e copertura delle gerarchie sociali, la manipolazione delle parole come nel caso del federalismo, l’attacco ai principi fondamentali della costituzione.   Potrei continuare a lungo e di ogni elemento qui confusamente elencato, portare le prove, i fatti, il sistema delle collusioni, la rete delle connivenze di un intero paese nel quale il degrado della politica ha cancellato qualsiasi immagine di futuro.

Possiamo dire? Possiamo davvero farlo in questo Paese dove l’accesso all’informazione è blindato e intere generazioni di giornalisti sono vendute o asservite, perfino in buona fede, che è peggio, al degrado di un potere che ha messo in ginocchio la democrazia con leggi e provvedimenti sessisti e classisti a cominciare dalla legge elettorale?

Possiamo farlo noi che non facciamo mai notizia per tutte le cose ordinarie e straordinarie che facciamo? Noi che siamo conteggiate solo nelle statistiche, politicamente cancellate quando non derise o deformate per la buona pace dei benpensanti?

Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunità per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio, (che sia una casa o una carriera) il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.

Dovremmo ricordare che il patriarcato è una struttura mentale, oltre che sociale, molto antica, sostenuta dalle religioni e dai vari sistemi di potere, trasmessa dal conformismo educativo di genere, amplificato oggi dalla pubblicità e dai media.

Il problema di questo Paese è fatto a cipolla: le vicende di un vecchio sporcaccione che fa pena coprono la sua corte prezzolata che procede con gli slogans populisti, sotto stanno nascosti i loschi affari di un governo a cui non manca il fedele sostegno della chiesa e della borghesia, la prima incapace di fede, la seconda incompetente di opere, entrambe in vendita per quei privilegi con i quali l’una atrofizza ancora le coscienze e l’altra mortifica il lavoro svendendo l’economia.

C’è una questione politica che riguarda specificamente le donne e  il modo con il quale stanno dentro i luoghi, anche quelli politici e istituzionali, dove si giocano le relazioni storiche tra i generi molto più di quanto l’astrattezza dei ruoli possa uniformare e nascondere.

Ci sono posizioni politiche che vanno esplicitate, personalmente non mi sento rappresentata dalle “veline”, quelle donne che svolgono il ruolo di  “ripetelle” del leader di turno, arruolate alla difesa ubbidiente, educata o  sguaiata che sia, né dalle “governanti”, quelle assunte per un casalingato di lusso a pieno servizio, addette a una fedeltà un po’ meschina come nei matrimoni convenienti, ma non apprezzo nemmeno le “vestali”, donne che mortificano la propria intelligenza presidiando i valori che altri provvedono a dissipare, immolate al sacro fuoco mentre gli “uomini di Roma” da un lato gozzovigliano e dall’altro balbettano, e intanto si affonda nel fango.

Con queste parole non giudico donne, quel mistero della vita di cui ognuna sa di sé nel profondo, ma un modo di essere sociale, un insieme di comportamenti e di scelte in cui si finisce per cadere, perfino controvoglia, nei luoghi in cui la presenza femminile è così esigua, come il Parlamento, o la forma dell’istituzione patriarcale così potente (come la scuola) che la soggettività politica delle donne, nei modi in cui si è articolata e dispiegata nella storia, viene totalmente cancellata.

Riuscire a renderci “manifeste” in tante nelle piazze aiuta sempre ognuna nei luoghi che abita e oggi ha significato cominciare a contrastare la dittatura dell’immaginario mediatico che ci mortifica, ma soprattutto documentare la multiforme esistenza delle donne per le giovani generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti nell’ignoranza e perfino disprezzo della storia di questo Paese.

Siamo sempre noi, tornate il giorno dopo alla fatica quotidiana, alle incertezze del futuro, ai pensieri e luoghi dove siamo diversamente occupate o precarie o disoccupate, ma la visibilità collettiva di un giorno ci rende oggi più visibili anche a noi stesse, apre scenari che non riuscivamo più a immaginare, ci consente di porre alla politica questioni su cui abbiamo a lungo lavorato coinvolgendo altre donne.

Sono grata alle donne dello spettacolo che si sono esposte in prima persona in questa manifestazione (e loro più di tante dipendono da un mercato del lavoro feroce) e sono grata alle donne del sindacato e anche dei partiti perché so quanto sia difficile esistere come donna in luoghi costruiti al maschile, soprattutto perché di questi luoghi di appartenenza hanno correttamente usato il potere degli strumenti che maneggiano, ma si sono presentate sulla scena come donne, richiamandosi ad un’appartenenza politica che va oltre le tessere, le associazioni, le carriere, le condizioni, fondata nella propria storia individuale perché consapevolmente legata al cammino della soggettività politica femminile che sta capovolgendo pacificamente e in modo irreversibile le relazioni umane ovunque.

Per un lungo momento nelle piazze abbiamo sentito il respiro di quella grande storia e di quel respiro ci siamo commosse, perché sappiamo che ci ha fatto fare un passo avanti rispetto alle tante meschinità del vivere, alle quali oggi torniamo con accresciuta capacità di lotta e resistenza, forse capaci perfino di spostare qualche equilibrio in una classe politica nella quale si fa fatica a discernere differenze rilevanti di programmi e comunque interamente complice del degrado presente.

In piazza, a Bergamo, ho detto che questo parlamento non mi rappresenta perché le donne sono più della metà della popolazione e i meccanismi politici le costringono in percentuali irrisorie, ma le donne sono anche per la maggior parte lavoratrici dipendenti, nelle aziende private e nei servizi pubblici, sono più povere, più disoccupate, più precarie, più sfruttate nel lavoro domestico, più perseguitate, più vittime di violenza, e in parlamento sono rappresentate soprattutto le libere professioni, le carriere dirigenti, le appartenenze famigliari alle classi più ricche, l’abitudine al privilegio, la servitù al denaro.

Ci sono donne che possono permettersi di non andare in piazza perché hanno la possibilità di far sentire comunque la loro voce, io sto con quelle che non hanno mai “voce in capitolo” e con quelle che sanno utilizzare la propria posizione per ristabilire condizioni di pari opportunità per tutte.

Ho imparato, proprio in una grande associazione di donne come l’Udi, ad ascoltare una donna, le sue parole, a studiare le donne e i loro pensieri, ma anche a chiedermi sempre chi è questa donna, da dove viene, di che cosa vive e come, qual è il rapporto tra la sua vita e le sue parole perché so che questo conta e fa la differenza, la fa ancora per me che pure ho avuto il privilegio dell’istruzione in un momento in cui non era ancora diritto per la mia famiglia e la mia classe. Differenze che contano per tutte, ma ancora di più per le donne che accudiscono le nostre case, i nostri figli, i nostri vecchi, lavoratrici a cui la repubblica fondata sul lavoro nega la cittadinanza: molte erano in piazza con noi e insieme abbiamo parlato per tutte.

Non penso che sarà facile, penso solo che si può fare, basta che lo vogliamo in tante, facendo tutte un passo avanti, ogni giorno, ma preparandoci a fare anche qualche passo indietro per fare posto ad altre donne e nuovi pensieri. E non è solo questione di generazione o di età, ma di visioni del mondo, proposte politiche, pensieri e della capacità di interpretarli, diffonderli, crescerli e praticarli a beneficio di tutte.

So che si fa un passo per volta, ma allora perché non condividere questo passo quando è proposto da altre?

In vent’anni tutto è peggiorato, ma la condizione delle donne italiane è precipitata e una politica misogina ha aggredito quella piccola possibilità di giustizia e democrazia che ci eravamo faticosamente conquistate, così è difficile che donne senza privilegi o che non si vendono, arrivino ad essere presenti nel dibattito o nelle istituzioni, anche se i nuovi mezzi di comunicazione possono essere d’aiuto e la capacità delle donne di andare oltre le proprie possibilità ci può sempre felicemente sorprendere.

Vedo molte associazioni, e non solo di donne, che faticano a costruire opportunità di espressione democratica interna, anche perché vivono di scarse risorse, mortificate da leggi che volutamente escludono l’associazionismo politico dal sostegno pubblico.

Tanti anni fa abbiamo detto che non ci serviva denaro, ci basterebbero sedi con affitto simbolico, spazi gratuiti per le iniziative, agevolazioni per i viaggi, permessi per chi lavora, altrimenti inevitabilmente anche la politica delle donne è affidata a chi gode di qualche privilegio, perfino piccolo e onestamente ottenuto, che consente però di avere tempo libero, tempo per sé.

Ho citato l’Udi perché è l’associazione in cui sono cresciuta politicamente e oggi la guardo, da semplice iscritta, con molta perplessità.

Nell’associazione si diceva spesso “siamo donne Udi” più che “dell’Udi”, e quella preposizione articolata, che saltava nella conversazione, diceva molto di un’associazione cresciuta e vissuta, soprattutto negli ultimi trent’anni, nel corpo a corpo tra donne più che attraverso  il documento cartaceo delle tessere, peraltro assente a livello nazionale per molto tempo, o i comunicati ufficiali. Un’associazione fatta, in fondo, come sono fatte le donne, che porta iscritto nella sua storia il cammino politico delle donne italiane e non solo quello delle battaglie e delle campagne vittoriose, delle manifestazioni e delle dichiarazioni, ma anche quello più minuto e invisibile, e infinitamente più importante per la democrazia, della costruzione di luoghi d’incontro, case e sedi, aperti a molti attraversamenti e consapevoli residenzialità.

L’Udi è la prima associazione di donne, nata dentro la lotta di liberazione dal fascismo, che porta scritti nel proprio DNA la Repubblica e la democrazia, l’antifascismo e la parità tra i sessi, uniti ad una ininterrotta vocazione a praticare nella vita quotidiana la passione politica.

Sono entrata in un’Udi, nel 1978, in cui le dirigenti visibili a livello nazionale erano molte, una caratteristica che è rimasta spesso nelle Udi locali con esiti positivi. Erano donne diverse tra loro, con posizioni politiche talvolta contrastanti e perfino opposte: l’associazione non ne soffriva, anzi, ne traeva alimento e opportunità di crescita, ma erano anche donne cresciute dentro un modello organizzativo di cui tutte, loro per prime, avvertivano ormai i limiti.

Nel 1982 l’XI Congresso ha simbolicamente azzerato l’organizzazione verticale gerarchica e la struttura modellata su quella dei partiti, rompendo anche il modesto legame economico di dipendenza dal PCI, concludendo così il percorso dell’emancipazione con una parità che in quegli anni sembrava la possibilità, aperta a tutte, di raggiungere l’autonomia economica che avrebbe consentito il processo di liberazione individuale dai lacci del patriarcato familista e dell’economia misogina.

Un’operazione simbolica dirompente in un mondo politico poco lungimirante che ancora non prevedeva la frana del sistema di potere democristiano e la diaspora confusa del partito comunista.

Si trattò allora di una scelta a lungo dibattuta e sofferta per le dirigenti storiche dell’Udi, che avevano avviato da anni un confronto serrato con il femminismo al quale, non dimentichiamolo, proprio le sedi dell’associazione facevano, talvolta o spesso, da supporto logistico, offrendo ospitalità di spazi e attrezzature.

Un’operazione simbolica forte, in sintonia con l’esperienza più dirompente del femminismo che per quasi dieci anni era stato presente sulla scena politica con l’orizzontalità diffusa dei collettivi, in sintonia soprattutto con noi, giovani donne arrivate all’Udi proprio dall’esperienza femminista, che ci sembrava, di quella vecchia solenne e matronale associazione, la continuità naturale.

La pratica fu diversa poi nei vari luoghi e richiese, soprattutto a livello nazionale, una capacità d’invenzione e sperimentazione politica per molti versi inedita nel panorama circostante, che mobilitò le nostre energie intorno alla possibilità di far emergere una rappresentazione di noi che uscisse dalle strettoie, avvertite da tutte, di una rappresentanza costruita, come ovunque, sulla cooptazione.

La scommessa fu quella di riuscire a liberare le autorevolezze dai ruoli, consentendo a più donne di svolgerli, a rotazione, sperimentandosi nella responsabilità.

La scelta fu quella di avere sempre responsabilità condivise per rendere visibile il rifiuto della pratica verticistica e liberare potenzialità e intelligenze senza costruire inamovibili rendite di potere.

La scommessa era quella di aprire a qualsiasi donna la possibilità di assumere responsabilità nazionali, oltre che locali, senza discriminazioni di età, provenienza, condizione sociale.

Propositi ambiziosi certo, ma profondamente giusti e anche se non sono stati tempi facili, hanno sedimentato in molte di noi competenze politiche che abbiamo saputo praticare ovunque.

Propositi fondamentali anche per l’agenda politica che vogliamo costruire oggi.

Alle tante campagne di lotta, che l’Udi ha sempre condotto e continua a promuovere, si è aggiunta in quegli anni una libertà e qualità del dibattito che ha generato riflessioni politiche utili per il presente, una per tutte proprio quella “gestione politica delle differenze teoricamente incomponibili” che Lidia Menapace propose all’Udi e che ancora oggi può essere un’indicazione utile per tutte le donne in movimento.

Ne parlo perché la questione non è solo dell’Udi, ma di tutte le associazioni vecchie e nuove che si propongano di andare oltre la cerchia delle amiche, e investe direttamente tutte le donne che si chiedono oggi come far vivere nella pratica politica tutto ciò che abbiamo visto di noi e tra noi il 13 febbraio, in una manifestazione che ha dato alle ragazze la possibilità di esserci e a noi di riconoscere anche in loro le tante lotte vinte della nostra storia.

Ne parlo perché la storia dell’Udi è storia di tutte, un patrimonio dentro cui guardare e soprattutto da utilizzare come bene comune con il rispetto che oggi chiediamo per l’acqua, la terra, l’aria che respiriamo. Il bene comune di una storia nella quale ognuna può trovare le sue risorse proprio perché nessuna ne è proprietaria.

Rosangela Pesenti

Cresciuta nei luoghi in cui le donne s’incontrano, della Rivista Marea, del Gruppo Sconfinate di Romano di Lombardia, dell’Udi Monteverde, del 13 febbraio

(testo pubblicato su Noi Donne di marzo)

(foto Udirc)

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13 febbraio

Chi fugge dai commenti del giorno dopo, chi fa finta di niente, chi rettifica. E poi ci si mette anche Sanremo a formattare. Chi è felice per l’ottima riuscita: il 13 ha portato bene.

Un oceano di donne. Strumentalizzate ? politicizzate? radical-chic?

Per la legge dei grandi numeri in un fenomeno o evento c’è sempre qualcosa che non appartiene per statistica obbligata al fenomeno stesso: assumere questo campione per etichettare o derubare di un significato non è corretto. C’erano sindacalisti o rappresentanti di partito o qualche radical-chic naturalmente, ma lo ritengo un “relativo” rispetto ad un “assoluto” rappresentato dalla massa di donne e uomini che erano presenti per esprimere uno stato d’animo e obiettivi che prescindono  da interessi di partito. Non partecipare può aver significato anche allinearsi con quell’area partitica che non condivideva, ed essere accomunati a quel tipo di sentire. 

L’appello è stato lanciato da donne. A quel punto o ci interessava l’appello o ci interessava l’aspetto che queste donne incarnassero i desiderata di un partito. Alla stragrande maggioranza di noi ha interessato l’appello, come raccolta civica degli umori generali. E non mi sembrano ragionevoli i distinguo quando la situazione politica e sociale va verso il disastro. Condivido quanto scrive la sociologa Bianca Beccalli … Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali … partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta?

Le valutazioni politico-teorica, sociologica, mediatica, non coincidono sicuramente e il perenne gioco del tiro alla fune è sempre presente.

Una cosa è certa: nessun gruppo, associazione, sindacato o partito, in un solo giorno in contemporanea e con risonanza anche in molte capitali estere, è mai riuscito a raccogliere tante donne. Circa 230 città in Italia e una trentina nel globo. Con tutto l’intorno di radio e televisioni, stampa, fb, sms. La paura della strumentalizzazione la ritengo un sottovalutare l’intelligenza e la libertà di quante hanno scelto, senza ricette, di volersi incontrare nella giornata del 13 perché un nuovo corso avvenga. Se no perché? Se non ora quando? E se sempre, perché non anche il 13?

Fosse solo per far cadere Berlusconi se la sarebbero spicciata i due tre partiti e qualche altro soggetto, con preponderanza di uomini, in questo caso sì, politicizzati. A parte il fatto che essere politicizzati/e nei modi e nei luoghi non è un’infamia, e a insultare o rifuggire per questo ci si trascina appresso il luogo comune che la politica è cosa sporca. Come quello che le donne sono tutte con la p.

Ridare dignità e credibilità alla politica ecco il compito primario che ci spetta e ci aspetta.

A Reggio nessun palco, donne e uomini hanno parlato in piedi sul basalto di piazza Camagna gremita fin sopra le rampe scenografiche, con un microfono-amplificazione recuperati chissà come, non proprio da grande concerto. Un cerchio prossemico naturale e chi ha voluto ha parlato. Tre grandi pannelli di cartone con pennarelli apposti, su cui scrivere qualsiasi cosa. Le frasi scritte nella loro contrazione e frammentazione denotano un gran bisogno di saggezza, di filosofia di vita, di immaginario altro, quello che molto raramente si ha modo di cogliere per strada, nei media, perfino in famiglia: amore, dignità, figli/e, giustizia, lavoro, futuro…  qualche lampo poetico che lega il sorriso del figlio, l’odore del mare, l’arcobaleno…  E qualche cartello di sapore antiberlusconiano: io sono la figlia di Agamennone. Una signora mi ha chiesto cosa volesse dire, non essendo riuscita ad  agganciare le parentele fino a Mubarak.  

Difficile pensare che l’antiberlusconismo come punto unico potesse essere così ben organizzato e nello stesso tempo dissimulato. Il senso da cogliere è più apocalittico, universale, è: basta, oltre. Con quella determinazione e risolutezza della femmina animale quando la sua prole è in pericolo.  Ecco, Il livello di guardia di un’esondazione del degrado generale questa volta lo ha voluto esprimere un grandissimo numero di donne. Con una partecipazione alquanto eterogenea. Perfino il clero femminile per dire alla società e mandare a dire anche alla loro domus aurea. Qui potrebbe infilarsi il tanto sbandierato “moralismo” e “ puritanesimo”.  Le donne, tutte, dalle prostitute alle giovani veline, sono libere di usare il proprio corpo come credono, ma la mercificazione va oltre la proprietà del proprio corpo e richiamo nuovamente  B. Beccalli Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale… quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili.

Ci sono state ragioni per prendere le distanze e buone ragioni per esserci. L’Udi di Reggio c’è stata, oltre che per condivisione, per un principio di inclusione che è nel nostro nome, non separatezza.

Perché il corpo femminile non rimanga intrappolato in un sistema di potere, come baratto, ricompensa, ornamento, usufrutto.

Ma la dignità femminile ha le altre molteplici coniugazioni che riguardano il lavoro come diritto, la scelta come diritto senza la quale non vi è libertà, la parità come diritto e non fittizia, o concessione… 

E per questo abbiamo lavorato e lavoreremo con passione e… fatica.

Si calcola un milione di donne accorse. E un milione i messaggi di donne raccolti nell’Anfora della Staffetta Udi poco più di un anno fa.

marsia

(foto Udirc)

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Assemblea della Rete delle Donne Calabresi

Rientro dalla riunione delle Donne Calabresi in Rete del 22 gennaio a Catanzaro e ho una rinnovata energia. Grazie. Ho avuto l’impressione, quasi la certezza, che dal Sud, dalle donne del Sud, possa finalmente ripartire una controcorrente. Forse siamo pronte per ridiventare quel fiume di donne che lottò negli anni passati per diritti e libertà. Forse siamo pronte  per ridare un nuovo senso alle cose: quello che per secoli  le donne non hanno conosciuto  o hanno creduto sbagliato o è stato loro negato, quello che gli uomini non hanno per costituzione, il senso della femminità (non ho sbagliato, volevo dire proprio femminità, non umanità). Non ci conosciamo tutte, ma ci intendiamo, e sappiamo che ci basterà un segnale per ritrovarci, tutte insieme chissà forse in ventimila come in Campo dei Fiori negli anni ’70. Questa mi è scappata. So quanto sia percepito con diffidenza oggi solo il riferimento al femminismo, soprattutto perché c’è una pluralità di femminismi ritenuti secondo i punti di vista e di svista, buoni o cattivi, opportuni o importuni, necessari o controproducenti. Va notato che esiste, accanto alla negazione e al rifiuto, anche un femminismo oppositivo  che implica zero disponibilità di ascolto, carrierismo e individualismo.

Ho sentito un’aria fresca e leggera che aleggiava nella sala del Comune nonostante lo sfratto (benevolo) da una sala all’altra e l’accerchiamento iconico sulle quattro pareti dei quadri dei politici, tutti ritratti di uomini che hanno fatto la storia amministrativa di Catanzaro, quasi un monito storico minaccioso. In una foto, raddoppiati e rovesciati nel riflesso del tavolo ci schiacciano come in un sandwich.

In riunioni come quella del 22 lo spirito del dialogo pacato e costruttivo evidenzia  la maturità di pensiero e comportamento di cui siamo capaci. Le questioni sono incalzanti e preme l’intreccio dei fatti collaterali che riguardano sia le esperienze di ognuna sia quella voragine di traffici berlusconiani che ha inquietato e inquieta le nostre giornate. Varrà la pena discuterne in profondità perché la questione sesso-potere-denaro travalica  la sfera della morale o del pettegolezzo e interferisce sulla  qualità della vita di tutti e sul nostro futuro.  Ci siamo promesse di ripuntualizzare i temi, tutti: la violenza, il lavoro, la formazione e l’istruzione da cui non si può prescindere per far maturare rispetto e consapevolezza, in un nuovo  appuntamento e in dibattito pubblico. Dobbiamo lavorare per salvaguardare il centro Antiviolenza R. Lanzino che si muove in una  situazione di improbabile sopravvivenza. Vogliamo ottenere trasparenza delle procedure amministrative. Occorrerà vigilare su ogni forma di discriminazione. Pretendere una pari rappresentanza  negli organi gestionali. E lavorando  di comunanza, tentare di rifondare il concetto stesso di politica e degli ordini e delle convenzioni esistenti, nel rispetto delle differenze, affinando e calibrando  la comunicazione, sciogliendo e riannodando nodi.

Grande sorpresa la presenza e gli interventi di due uomini. Uno lo conosco bene.

Rimando infine al sito delle Donne Calabresi in Rete ().

marsia

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

***

Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto – riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

-        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

-        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

-        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

-    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

-    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

-    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve – molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

***

Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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LE DONNE: “CATEGORIA SVANTAGGIATA” DALLA REGIONE

Comunicato stampa delle Donne Calabresi in Rete

Ha destato meraviglia la risposta data il 27 ottobre dalla Presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità alle sollecitazioni provenienti da moltissime donne e associazioni femminili che nei giorni scorsi hanno inondato di mail e fax la Regione chiedendo l’attuazione della legge 20 del 2007 a sostegno dei centri antiviolenza.

Da lei, per la posizione istituzionale che riveste, ci si sarebbe aspettata – o almeno auspicata – totale solidarietà rispetto alle ragioni delle donne e dei Centri in difficoltà e non certo un ingiustificato attacco ai Centri, aggravato dal fatto che le circostanze invocate a pretesto dell’inazione della Giunta non hanno nulla a che vedere con l’applicazione della legge da parte della Regione.

La Presidente Cusumano ha spostato l’attenzione dall’inosservanza da parte della Regione dell’obbligo di attivare le procedure per erogazione di contributi a favore dei Centri antiviolenza a presunte irregolarità circa la mancata predisposizione, da parte dei Centri già assegnatari dei contributi, di relazioni e resoconti sulle attività svolte.

I fatti riferiti sono però inesatti e assolutamente fuorvianti.

Vero è, invece, che l’emanazione del bando per finanziare le attività dei Centri antiviolenza è un preciso impegno che la Regione ha inteso assumere con la legge 20 del 2007, e al cui adempimento non può certo sottrarsi. Non solo, nel testo normativo vi è un espresso obbligo a concludere l’istruttoria dei progetti entro il 30 ottobre di ogni anno. Ad oggi si proclama, nella nota della Presidente della Commissione Regionale Pari opportunità, solo la generica volontà “di sostenere azioni per realizzare infrastrutture dirette a migliorare le condizioni di vita di categorie svantaggiate”, nascondendosi dietro il dito della sensibilità al fenomeno della violenza ed alle politiche di genere, mentre invece, se la Giunta Regionale avesse bene operato, avrebbe dovuto già da mesi approvare il bando per la selezione dei progetti dei centri antiviolenza, e dunque concludere il procedimento proprio in questi giorni. Solo ottemperando alle disposizioni normative si sarebbe consentita l’erogazione di prestazioni ad alta valenza sociale e favorita realmente l’azione sul territorio dei Centri antiviolenza, costretti invece, proprio a causa dell’inadempimento della Regione, a contrarre sensibilmente la loro attività o addirittura a chiudere le case d’accoglienza per mancanza di fondi, con grave nocumento anche per l’offerta al pubblico del servizio.

Il presunto ritardo nell’esibizione della relazione o dei rendiconti da parte di tutti i Centri antiviolenza che sono risultati negli anni precedenti destinatari del finanziamento, anche qualora fosse reale, non può essere certo preso a pretesto dalla Regione per omettere un comportamento dovuto. Il fatto grave è che si sia erroneamente ritenuto che le due attività fossero l’un l’altra condizionanti e che figure istituzionali, seppure animate dalle migliori intenzioni, pensino che l’azione dei pubblici poteri debba solo per questo paralizzarsi, anche a discapito di nuovi soggetti interessati a partecipare alla procedura selettiva.

Si precisa, infine, che non sono ancora scaduti i termini per l’esibizione dei rendiconti e quant’altro e che, ancor prima della scadenza, alcuni Centri hanno fatto pervenire alla Regione la documentazione di rito. Ma questo, come dicevamo, è del tutto irrilevante.

Cosenza, 6 Novembre 2010 Donne Calabresi in Rete

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IMPORTANTE: COMUNICATO STAMPA DELLE DONNE CALABRESI IN RETE

Numerose donne e associazioni femminili da tutta la Calabria si sono incontrate alla Casa delle Culture di Cosenza sabato 9 ottobre per istituire la Rete delle Donne Calabresi, gruppo nato spontaneamente ma non casualmente. Hanno deciso di fare rete per iniziare un confronto permanente sulle politiche di genere, quelle mancate e quelle da costruire.

Si sono liberamente confrontate per sostenere il Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino” di Cosenza, in grave difficoltà per la mancata emanazione dell’Avviso relativo alla Legge Regionale n. 20 del 21 agosto 2007 Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.

L’associazione Roberta Lanzino è stata costretta a chiudere la Casa Rifugio per donne in temporaneo disagio dopo dieci anni di vita, presenza importante sul territorio calabrese che ha garantito a donne in condizioni di difficoltà e pericolo di trovare un luogo sicuro dove acquistare forza e riprendere in mano la propria esistenza. Le donne del Centro hanno lavorato con passione e impegno, quasi sempre senza il sostegno delle Istituzioni ma solo per responsabilità e spirito di volontario servizio, garantendo ascolto, aiuto ed accoglienza.

Nell’evidenziare le gravi inadempienze e l’assenza delle Istituzioni – in sala era presente solo l’Assessora Provinciale M.F. Corigliano, che ha espresso solidarietà alle donne del Centro e si è fatta promotrice di un tavolo interistituzionale Regione-Provincia-Comune – le Donne Calabresi in Rete hanno programmato una serie di iniziative volte alla promozione di politiche di genere organiche e di reale impatto sociale e culturale.

Le donne hanno sottolineato il danno sociale che viene inferto alla popolazione calabrese per la mancata applicazione della Legge Regionale n. 20 del 21/8/07 e hanno prospettato, in mancanza di risposte, ulteriori interventi intesi alla tempestiva risoluzione del problema causato dall’inadempimento da parte delle istituzioni.

Le Associazioni e i gruppi – Fabbrica delle idee (Cosenza), Women’s Studies Unical, Unione Donne in Italia di Reggio Calabria, Ass. Emily (Cosenza), Centro Italiano Femminile di Reggio Calabria, Donne DaSud di Roma, Associazione Jineca-Percorsi Femminili di Reggio Calabria, Ass. Zahir, Coop. Interzona, Movimento Antirazzista Catanzaro, Io Donna, Gruppo PD Calabria 25 aprile, Io Resto in Calabria, Centro Margherita RC – e le donne intervenute e presenti hanno prospettato un’azione di capillare diffusione mediatica del problema volta a risolvere tempestivamente l’emergenza Centro Lanzino.

La preoccupazione emersa negli interventi sarà indirizzata per sollecitare le Istituzioni a confrontarsi per accogliere il punto di vista delle donne calabresi e le loro inascoltate necessità.

Le Donne Calabresi in Rete, 12.10.2010

donneinrete@hotmail.it

***

 

Cosenza, Casa delle Culture, 9 ottobre 2010, ore 16

Potrebbe rimanere una data storica: le donne calabresi risalgono coraggiosamente le rapide che tentano sempre più di travolgere non solo loro ma tutte le donne, malgrado l’apparente sfolgorante e disinibita onnipresenza femminile nei media, ma non certo negli organismi istituzionali di governo regionale calabrese, per esempio.

Il comunicato del Centro Antiviolenza Roberta Lanzino di poche settimane fa, che riguardava la chiusura del Rifugio per le donne perseguitate, ha prodotto un primo effetto, non da poco.  Doriana, una attenta e appassionata blogger di Catanzaro, aveva suggerito di riunirsi per esprimere solidarietà al Centro Lanzino e per trovare una qualche forma di pressione democratica nei confronti di quelle istituzioni che non vedono non sentono  non parlano. Contemporaneamente il raduno poteva costituire un punto di avvio per una aggregazione in rete delle donne calabresi.

Donne Calabresi in Rete, appunto, con già un primo spontaneo logo.

Un frenetico scambio di contatti fra amiche e associazioni porta alla necessità di una bozza preparatoria di discussione, non certo sistematica da congresso, dal momento che i tempi devono essere fulminei.

A Cosenza dunque tante donne, singole o di associazioni provenienti da tutte le province, ma anche non calabresi, convergono per il 9 pomeriggio alla Casa delle Culture, al primo tratto del faticoso, bellissimo e morente corso Telesio.

Intanto che si procede all’iscrizione per gli interventi, Antonella Veltri, del Centro L., apre ringraziando per tanta solidarietà e dopo un accenno alla storia e al contesto operativo fa il punto.

Da giugno non è stato possibile sostenere i costi di gestione del Rifugio del Centro, ma non è stato divulgato per non creare sfiducia e allarme tra le donne vittime. Stanno continuando tuttavia le altre attività e il punto di ascolto. Il Centro si fonda nel 1988 sull’onda di commozione dopo lo stupro e l’uccisione di Roberta Lanzino (stava andando al mare…), avvenuti in quell’anno. Una rete di volontarie di grande passione civile vi ha lavorato e vi lavora. Il Centro Antiviolenza R. Lanzino di Cosenza è l’unico in tutta la regione per completezza e professionalità ad avere i requisiti convenuti nella Carta della Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e di cui fa parte.

La Giunta Regionale per il 2010 non ha emesso il bando annuale relativo alla Legge 20, 8/2007, che prevede contributi finalizzati alla promozione e al sostegno dei Centri Antiviolenza. Il termine è scaduto a settembre, e dunque non sarà possibile continuare. Nel corso degli interventi verrà chiarito da un’avvocata che si tratta di una vera e propria inadempienza amministrativa da parte della Regione. Per la mancata emissione del bando sarebbe possibile, pertanto, ricorrere in giudizio con tempi però purtroppo allungati.

Unica donna delle Istituzioni calabresi malgrado altre adesioni e presenze assicurate, l’assessora Corigliano della Provincia di Cosenza. In sintesi dice che non sarà possibile supportare finanziariamente il Centro,  non resta che lavorare sui progetti. L’Assessora, dietro la vivace discussione seguita, ribadisce che si impegnerà a promuovere un Tavolo di concertazione tra i vari livelli inter-governativi.

Intanto si inonderà la Giunta Regionale di fax-mail per sollecitare l’emanazione del bando previsto dalla Legge 20, 8/2007, il cui modello si può trovare più sotto nel post precedente.

 

La perdita del Centro sarebbe una ulteriore destrutturazione della società non solo calabrese, dal momento che tali strutture non abbondano in nessuna regione, anche se su un altro versante si può riscontrare un certo proliferare di microstrutture predilette da questa o quella politica locale o nazionale, a volte senza i requisiti minimi (il comma 4 dell’art. 4 della Legge 20 prevede il centralino telefonico attivo 24 ore su 24) o magari per essere solo confessionali. Senza dire dei sarchiatori professionali di fondi che hanno buone entrature. Sarebbe interessante inoltre seguire la tracciabilità dei fondi europei destinati ad hoc.

 

La discussione tra le donne presenti (probabilmente un campionario completo tra precarie disoccupate ricercatrici studentesse professioniste passionarie…) volge sulla costituzione di una rete regionale (e non soltanto)  per quanto riguarda scambi e tematiche.

Donne Calabresi in Rete  sulla base delle discussioni e delle proposte emerse vuole tracciare alcune linee di lavoro comune tra donne singole e donne appartenenti alle varie associazioni che vogliano aderire. Telefono, facebook, internet, mail sono gli strumenti fulminei di lavoro per tentare di strapparsi di dosso quella camicia di forza che media, istituzioni, società, impongono. Per strapparsi quel cerotto trasparente sulla bocca che continuamente viene applicato. Per oltrepassare quel muro di gomma. Per prendersi democraticamente spazi di discussione e visibilità pubblica in una società che ignora e vuole ignorare, perché monocratica nella sostanza, le esigenze e le politiche di genere di cui, in particolare, vi è una larga ignoranza.

Fra gli ultimi interventi Laura, passionaria di UDIrc, sottolinea che se la situazione è questa è anche perché le donne sono sottorappresentate in politica, dunque lancia l’invito a straripare e a far propria la linea dell’Udi 50E50, per una condivisione di responsabilità in una democrazia paritaria reale.

 

Le donne ancora una volta hanno parlato, ma malgrado i comunicati stampa né RAI3 regionale né altre testate giornalistiche registrano un’assemblea regionale dal basso che non ha precedenti nella storia della Regione.

Lasciate che le notizie vengano a me sarà il motto di certo giornalismo.

Le donne? Zittite.

 

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Inviamo un fax di sollecito per sostenere i centri antiviolenza

Il 30 settembre 2010 è scaduto il termine per la pubblicazione del bando relativo all’applicazione della Legge regionale 20 agosto 2007 (Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei Centri antiviolenza e delle Case di accoglienza per donne in difficoltà).
Le Donne Calabresi in Rete il 9 di ottobre alla fine della riunione, convocata alla Casa della Cultura di Cosenza per l’emergenza ed il sostegno del Centro antiviolenza Roberta Lanzino e più in generale per la programmazione e lo sviluppo delle politiche di genere per la Regione Calabria, hanno deciso come primo punto all’ordine del giorno di indirizzare mail e fax all’attenzione del Presidente della Giunta : 

 

Al Presidente della Regione Calabria,

On. G. Scopelliti,  giuseppescopelliti@consreg.it
alla Vice Presidente della Giunta
Dott. ssa Antonella Stasi,  antonella.stasi@regcal.it
ai Consiglieri tutti,  consiglioregionale@consrc.it
Presidente Comitato Regionale Pari Opportunità,  crpo@consrc.it

 

Oggetto: Attuazione Legge n. 20 del 21.8.2007

A sostegno delle politiche di genere e dell’attuazione della Legge 20 del 21 agosto 2007 la/il sottoscritto, ____________, residente a _____________ chiede : 

- che vengano rimossi, con urgenza, gli ostacoli burocratici che impediscono l’attuazione della Legge regionale n. 20 del 21 agosto 2007 a sostegno dei Centri antiviolenza. (La mancata pubblicazione del relativo bando annuale, il cui limite è fissato nella legge al 30 settembre: un’omissione grave che chiama direttamente in causa le Istituzioni, uniche responsabili a riguardo).

- che venga costituito e convocato un tavolo interistituzionale (Comuni Province Regione) di confronto e dibattito con le Donne Calabresi in Rete, riunitesi in pubblica assemblea presso la Casa della Cultura a Cosenza, lo scorso 9 Ottobre sul tema della violenza di genere e sulle politiche di genere da programmare in Calabria.

In attesa di urgente riscontro porgo cordiali saluti.

“nome cognome”

Presidente Giunta Regionale: Via Sensales, 20 -88100-Catanzaro, fax: 0961- 702322, e-mail: giuseppescopelliti@consreg.it

Vice Presidente: Via Massara, 2 -88100-Catanzaro, fax: 0961-779790, e-mail: antonella.stasi@regcal.it

Consiglio regionale della Calabria: Via Cardinale Portanova, 89123 RC, e-mail: consiglioregionale@consrc.it

Presidente CRPO:

Giovanna Cusumano, e-mail: crpo@consrc.it
..
.
CHIEDIAMO A TUTTE LE/GLI AMICHE/I CALABRESI DI INVIARE FAX, E ALLE/GLI AMICHE/I NON CALABRESI, IN ALTERNATIVA, DI INVIARE PER FAVORE UNA MAIL ALLA PRESIDENTE CRPO E AL CONSIGLIO REGIONALE.
PER LE/GLI ISCRITTE/I AD ASSOCIAZIONI, E’  PREFERIBILE SPECIFICARE ANCHE L’APPARTENENZA.
 
Il sostegno di tutte e tutti è molto importante.
 

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Il cetriolo dovrà sparire

Letizia Ciancio
Resp. Comunicazione
Direttivo Corrente Rosa

ci comunica:

far togliere dalle strade una pubblicità che ci offende tutte si può fare
in seguito alla sua denuncia e delle altre allo IAP

la pubblicità della ragazza col cetriolo in mano della campagna Sisley “let it flow” è stata ritenuta offensiva e non conforme al codice di Autodisciplina Pubblicitaria. 

 

Continuiamo a denunciare secondo le indicazioni del nostro post del 28 settembre!

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Fiaccolate separate in casa e mulino bianco

 

Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di una pausa di silenzio dopo l’ultimo shock dello strangolamento e dell’abuso post mortem di Sarah Scazzi che un altro femminicidio ci obbliga alla stessa fatica di Sisifo.  A spingere in salita questo pesantissimo masso, delle riflessioni, delle fiaccolate, delle parole, della rabbia al vento.

Passano venti quattro-quarant’otto ore, a volte solo un’ora, cinque minuti, e il masso ci rotola addosso, ci travolge, torna di nuovo in fondo dove sono gli altri massi degli stereotipi, dell’indifferenza, della sprovvedutezza, della disattenzione colpevole, della malafede culturale. Nei confronti delle donne.

E’ certo che se lo sdegno rimane isolato, se resta su facebook, tra le amiche, su un testo, produce poco. La prospettiva di lotta è durissima per cambiare una mentalità, quel fondo torbido e melmoso dove le donne che ci capitano affondano senza scampo e senza aiuto.

La mentalità della proprietà maschile del corpo della donna. Il possesso esclusivo  dei suoi affetti.

Occorre crearsi una motivazione profonda della necessità della lotta (termine che in fondo non ci piace), del lavoro intenso che ci aspetta per incidere nella società che ruba i nostri corpi e le nostre immagini e non ci rispetta. Ci è contro nella sostanza e nei fatti.

Non c’è lotta o lavoro che possa avere un risultato allargato se non vi è unione, associazione. La miriade di associazioni femminili resta frammentata, forse soffre anche di una sorta di campanilismo, nella prospettiva velleitaria di dire la parola nuova e diversa. Poco o nulla c’è da dire di nuovo, bisogna unirsi, entrare nella cosa pubblica e amministrare, incidere nella comunicazione, ampliare le consapevolezze. 

 

Petronilla Sanfilippo è l’ultima, ma non l’ultima. A chi toccherà nelle prossime ore? 

Una relazione burrascosa – l’uomo, tossicodipendente e senza lavoro, ha sfondato il cranio della donna nella sua stanza da letto. Un omicidio d’impeto, secondo il colonnello Roberto Fabiani, del Gruppo carabinieri Monza, titolare dell’indagine” (Corriere, 7/10/2010).

Le indagini si sono concentrate da subito su quel compagno difficile, la scena del delitto lasciava pochi dubbi: quasi una firma per un delitto passionale, non premeditato, frutto di un’esplosione di ira furiosa,  aggravata dall’improvvisa irreperibilità del disoccupato  (Repubblica-Milano, 7/10/2010).

Coltellate al fianco e il cranio fracassato dal ferro da stiro in camera da letto. Un simbolo beffardo il ferro da stiro, si direbbe pensato con estrema perfidia dalla casualità se non dallo stesso femminicida. E il luogo, la camera da letto dice più di una trattazione sistematica.

Un serial killer virtuale sceglie i luoghi, le donne, le situazioni. Non è il raptus, diamine! E’ una forma di educazione, un comportamento appreso, un modo di conoscere, un modo “tipico” di percepire l’altro sesso con egocentrismo.

Ancora il cronista e l’ufficiale usano il linguaggio di rito del mattinale di nera. Il delitto è omicidio, non viene avvertita l’esigenza almeno di adeguare il termine. Delitto passionale, non premeditatoira furiosa … Il delitto passionale fa pensare che, poverino, voleva troppo bene e non ricambiato, poi a un certo punto non ha capito più niente… ed è successo …! Tossicodipendente e disoccupato. Insomma attenuanti formali.

 

Lo zio di Sarah adesso è mostro. Il profilo dato da conoscenti e amici è quello che prevale: nessuno avrebbe mai sospettato (sugli insospettabili1/2 vedi post 11 agosto), normalissimo lavoratore, brava persona dalla mattina alla sera in campagna … 

Secondo l’ufficiale, «il profilo psicologico di chi compie un delitto d’impeto è compatibile con quello di un soggetto che poi simula il ritrovamento casuale del cellulare della vittima e che sa gestire lo stress».

Adesso viene descritto l’orco, il mostro, con grande dovizia di particolari, ma senza un minimo di chiave di lettura né criminologica ne sociologica. Se avvengono delle rapine con determinate modalità ricorrenti in tutto il territorio nazionale, anche il meno dotato degli appuntati capisce che è la stessa banda. Per una così violenta mattanza che ha per soggetto le donne da nord a sud, per restare in casa, non si riescono a indicare cause e affrontarle a livello istituzionale. E mica possiamo mettere un carabiniere in ogni famiglia, qualcuno direbbe …

Salvo se l’omicida, pardon, il femminicida non sia pakistano. Allora la ministra delle Pari Opportunità  con grande clamore dice di costituirsi parte civile e che non verranno tollerati usi e costumi contrari alle leggi italiane e quindi chi non si integra va buttato fuori dall’Italia.

 “Chi compie violenze e abusi contro le donne, chi addirittura pensa di disporre della loro vita, non può e non deve trovare accoglienza nel nostro Paese”  ritorcendo il problema sull’etnia. Sul suo sito grondano le approvazioni, non saremo tanto ingenue da cercarvi voci critiche.

 Ma il grosso dei violenti sta in Italia, come la mettiamo …  Anche i liceali che svolgono il temino di attualità sulla violenza alle donne sanno che le violenze per il 70-70-70-70-70-70-70% (non è errore di tasto) si svolgono in famiglia. Sono i buoni padri, fidanzati, mariti, conviventi, nonni, fratelli, figli, gli zii grandi faticatori. Lo zio di Sarah non è un lampo a ciel sereno, proviene da un cielo perennemente gonfio di tempesta.

Se non vi va di chiamarli femminicidi, fatevi almeno la domanda elementare: ma che cos’è questa catena quasi giornaliera di morte ammazzate? Uno straccio di chiave topografica-criminologica-sociologica dovrà pure esistere da qualche parte …

 

Così oggi 8 ottobre, fiaccolata indetta dalle Istituzioni a Novi di Modena promossa dall’Unione dei Comuni delle Terre d’Argine per l‘uccisione di Bègm Shnez a colpi di pietra.

Domani 9 ottobre fiaccolata di Donne a Novi, indetta fin dalle prime ore dopo l’uccisione di Bègm da un’altra Unione: delle Donne in Italia. Due fiaccolate separate in casa. UDI Novi, Carpi, Modena, UDI Nazionale, scrivono alla Sindaca con rammarico … ci saremmo aspettate dalle istituzioni sostegno e riconoscimentoLa Commissione Pari Opportunità dell’Ente, poi, trova più naturale stare con gli enti locali che con le donne … 

Mi meraviglio e mi rammarico del fatto che, anziché trovare un accordo con le Donne dell’UDI, che già avevano organizzato una fiaccolata, abbiate voluto farne il doppione il giorno prima. Che senso ha? Scrive Ernestina Galimberti dell’UDI di Cernusco alla sindaca di Novi.

E Stefania Cantatore, UDI Napoli: Mi rendo conto leggendo, l’uno e l’altro comunicato, che se la proposta “estetica” è la stessa, le motivazioni sono differenti, quindi assolutamente non concorrenti.

La fiaccolata dell’8 è per l’integrazione, mentre quella del 9 è contro il femminicidio

Se potrà, io l’aspetterò a Novi, che non è la mia città ma è più che mai il mio Paese.

 

Un comunicato stampa del CIF, Centro Italiano Femminile, della Presidenza di Roma e diramato da CIF Carpi (6/10/2010) gronda un fraseggio maldestro che spiace definire razzista:

Immigrazione: un SOS per la questione femminile   

 “E’ davvero inaccettabile che si possano giustificare comportamenti violenti nei confronti delle donne perché espressione di usi e costumi dei paesi dai quali si proviene, usi e costumi comunque primitivi e violenti. Chi vive in Italia ha l’obbligo di rispettare la nostra Carta Costituzionale, posta a fondamento della convivenza civile.

Segue apprezzamento alla  ministra Carfagna per la volontà di costituirsi parte civile contro l’uccisore marito di Bègm Shnez. E siccome il problema è solo di barbarie etnica il comunicato suggerisce il farmaco:

… auspica in tal senso una campagna di promozione culturale e sociale a favore delle comunità di immigrati: spot televisivi, corsi nelle scuole, corsi di formazione da svolgersi anche nei posti di lavoro e indirizzati a tutti, donne e uomini immigrati …

La chiusa:

… ripropone con forza modelli  culturali e familiari, basati sull’educazione e sulla reciprocità di coppia.

Un grande passo avanti sulla conoscenza del problema, per il resto ci pensa già il Mulino bianco.

Il popolo di Facebook intanto si esprime.

Due gruppi maschilisti misogini americani sono stati prontamente rimossi dalla polizia postale di Catania: “Michele Misseri e’ un eroe” e “Fans di Michele Misseri”, chiedevano “giustizia per questo povero uomo…” invitando a “non difendere la mocciosa”, perché, scrivevano, Michele Misseri “ha fatto la cosa giusta”. (Italiainformazioni.com – 105348 )

E un pensiero di Alyssa sulla povera Sarah raccolto su  fb :

Sei morta in un modo bruttissimo, nn dovrebbe accadere a nessuno. per questi bastardi ke stanno in giro nn basta stare attenti agli estranei ora anche hai parenti. cmq addio ora sarai in pace“.

Bisogna informare Alyssa: ai parenti molto di più che agli estranei.   

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Aggiornamento sull’incontro Donne Calabresi in Rete

Per motivi di opportunità, sostanzialmente per stare piu’ comode visto che il numero delle donne presenti non sarà esiguo, l’incontro di sabato 9 ottobre delle Donne Calabresi in Rete si terrà, anzichè al Centro Lanzino, presso la Casa delle Culture in Corso Bernardino Telesio 98 a Cosenza, zona centro storico, ore 16,00. (mappa).

La “dichiarazione d’intenti” di questo nostro primo incontro la trovate  qui , nel comunicato del 25 settembre.

L’incontro, naturalmente, non avrà un carattere formale ma, sempre tenuto conto del numero delle partecipanti, è stata fissata una scaletta rispetto ad una serie di obiettivi della giornata che vogliamo perseguire.

Per  ulteriori informazioni potete scrivere a suddegenere@hotmail.com

e anche a  donneinrete@hotmail.it

Ringraziamo fn d’ora le tante donne che in questi giorni  hanno confermato la loro presenza, e anche tutte le donne che, anche da lontano, ci sostengono. A presto

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Compleanno UDI

Il 2 ottobre di 65 anni fa nasceva l’UDI.

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Il disco rotto della pubblicità offensiva e sessista

La campagna Immagini Amiche è sempre in corso. E intanto è tutto un frenetico proliferare come in una mitosi cellulare 2, 4, 8, 16, 32, 64… Sempre donna a pezzi o intera sdraiata in attesa, magari con oggetti collaterali stretti in mano, ma soprattutto in bocca.

Sembra un Rinascimento. Dello Stupidario.

Da qualche settimana è apparsa una “nuova” campagna autunno-inverno di un noto marchio e noto fotografo, recidivo, con una collezione “pensata per parlare il linguaggio dei giovani” amanti dello streetwear, della vita, del sesso e del divertimento.

Viene spontaneo dare qualche titolo  ai ritagli tratti dagli originali:

esonda da una lavatrice (dopo il ciclo)

cetriolata1

cetriolata2

del leccare

eccomi

avanti un altro

Bellissime, che male c’è…, se ci togliete pure le belle ragazze che ci resta…, è solo un belvedere… queste le impressioni più comuni. In realtà l’immagine e l’intento incalzano il desiderio di una prestazione sessuale occasionale purché la donna sia del tipo classificato. In una delle immagini la modella sdraiata di schiena, su una moto, con lo sguardo e col corpo si offre. Il capolinea è quello dell’utilizzazione finale, sessuale. In nome del marchio e sotto il suo occhio da grande fratello. Alla modella vengono fatte assumere mille pose che devono risultare inviti più o meno ammiccanti o espliciti, così l’immaginario virtuale, evidentemente solo maschile, è costantemente autoalimentato. La funzione è paradigmatica e la modella è tutte le donne. Un disastro di inconsapevolezza per le generazioni in età evolutiva dei generi.

Pezzi di donna o donne intere sdraiate servono per vendere una tegola un nastro adesivo una biro una cuccia per fido un asciuga-pipì (solo lei è incontinente) uno yogurt per eliminare il gonfiore (solo lei soffre di meteorismo) un coltello per tagliare l’aria…

Ti assumo ma a concorso anatomico, devi sfilare e mostrarci lato A lato B lato C…, poi può darsi che ti chiamerò, ma non credere ti potrò sostituire quando voglio. Un  padroncino di bar aveva messo in palio un posto di cameriera in cambio della stima tecnica corporea.

Ci siamo appena sorbite l’irrisione e la mortificazione delle anziane, le velone (dietro compenso di 250.000 euro), e la grande fiera annuale della valutazione anatomica, per 3300 kg di carne circa in posa con gambetta avanti (dietro compenso della corona di reginetta d’Italia, premi, auto in regalo e contratti).

Il controllo assoluto mediatico sui corpi delle donne avanza forsennatamente e si fa canone pubblico cui sottostare, pena irrisione e vergogna per non appartenere allo schedario. E’ la cancellazione del corpo stesso come vissuto affettivo. Per installare autocrazie basta oggi utilizzare – pensano – feromoni visual-sessuali femminili, efficaci anche sul sesso portatore – pensano -.

Una ditta asciugaumido che vende salviettine-umidificate-struccanti-detergenti-assorbentti-salvaslip-toglismalto-mettitutto-toglitutto è anche molto prodiga per valorizzare il patrimonio d’uso e guardonistico dell’umanità (in senso letterale). Mette in palio 6000 euro con un’estrazione se comprate i suoi prodotti, per rifarvi, di sopra avanti e di sotto dietro, nel caso non rispondeste ai canoni indicati dalla loro pubblicità o del catalogo pubblico dominante. Sexy mostruosità labiali, zigomi presi a pugni, tette fatte con lo stampino come la nonna faceva i biscotti perfettamente rotondi  pressando col bordo del bicchiere.

Il linguaggio, il claim, è quello di lui-utilizzatore nei confronti di lei-mantenuta, come veniva chiamata tempo fa lei-amante se economicamente non autosufficiente.

(non è censura, è soltanto oscurato il marchio asciugaumido)

Proteste direttamente a:

Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria

http://www.iap.it/it/messaggi.htm

compilando il modulo on line, indicando prodotto e produttore e il motivo per cui la pubblicità si reputa lesiva:

http://www.sisley.com/portal/web/sisley/campaign-ai2010?startpage=WOMAN&area=CAMPAIGN

http://www.sweetwipes.com/index.php/concorso

Le proteste all’IAP solitamente hanno buon esito. Agire per via associativa o personale principalmente attraverso l’IAP, ma anche direttamente nei confronti del produttore:

paoletti@sisley.com

***

Portala in un prato deserto con la scusa di “andare a farfalle” …

Un vero e proprio incitamento allo stupro riportato da:

***

Per un’autodifesa personale e collettiva rinnoviamo l’invito a tenere alta l’attenzione e a sostenere la campagna nazionale contro la comunicazione sessista e offensiva promossa dall’UDI seguendo alcune indicazioni (vale anche per qualsiasi altra ritenuta offensiva verso qualsiasi soggetto):

  • ogni donna iscritta o no all’UDI se rileva una pubblicità ritenuta offensiva della dignità e del corpo della donna può comunicare con noi inviandoci una foto o descriverla segnalando il luogo;
  • può direttamente segnalare allo IAP  on line compilando il modulo e fornendo materiali e indicazioni via mail o fax.
  • Conviene non diffondere o pubblicare se non qualche indicazione indispensabile tra immagine-testo-marchio per non moltiplicare gli effetti deleteri e offensivi e per non fare ulteriore pubblicità gratis che molte volte è il vero obiettivo. Viene prevista infatti l’amplificazione automatica di ritorno, e della visibilità durante il percorso per impollinazione e inquilinismo;
  • contemporaneamente è bene inviare proteste direttamente al produttore minacciando di boicottare il prodotto e di fare pubblicità negativa presso tutta la cerchia dei propri amici e conoscenti, nonché la denuncia al Giurì della pubblicità.
  • Evitare di taggare e linkare, non segnalare alla grande stampa, scambiare solo nella propria cerchia a meno di non farne un saggio di analisi. E vero che a volte per la grande forza di suggestione del linguaggio visivo, una cosa è descrivere o immaginare, altra cosa è vedere e far vedere. Nessun moralismo, si tratta di contrastare prammaticamente e con efficacia un fenomeno deleterio galoppante (qualsiasi impresina se ne inventa una) che disgrega pezzi di società.

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Quando le donne si uniscono: Donne Calabresi in Rete

Segue il comunicato di un’iniziativa a cui l’UDI di Reggio prende attivamente parte. Il comunicato sarà successivamente integrato con altre informazioni relative alle partecipanti, cittadine e associazioni.

Le Donne Calabresi in Rete si danno  appuntamento il 9 ottobre 2010 presso il Centro contro la violenza alle Donne “Roberta Lanzino” a Cosenza, ore 16,00.

la Casa Rifugio del Centro Lanzino, a giugno, ha chiuso i battenti per mancanza di fondi. Il Centro Lanzino è l’unico centro in Calabria attivo da vent’anni, facente parte del Circuito Nazionale dei centri antiviolenza, fondato da donne e nel quale operano solo donne, tutte con alto livello di formazione professionale.

Lo scorso anno sei nuove associazioni che si occupano di violenza alle donne, hanno ricevuto dei finanziamenti, che dovrebbero essere interrotti a novembre 2010, tramite una legge regionale, la n. 20 del 21 agosto 2007 “Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.

Noi tutte ci chiediamo, assieme alle donne del Lanzino, quanti di essi ancora siano realmente attivi, e quali possibilità abbiano di continuare la loro attività, esauriti i contributi regionali.

Noi tutte vogliamo chiedere alle Istituzioni di voler manifestare un reale interesse nell’affrontare e cercare di porre rimedio ai gravi problemi sociali connessi con la violenza alle donne.

In  Calabria manca una sensibilizzazione adeguata al problema, manca una cultura organica di contrasto che diventi politica.
Le istituzioni tacciono. Dunque la società civile tutta, in specie le donne, riteniamo debbano interessarsi alla questione, da un lato per sollecitare l’avvio di politiche  serie, sistematiche e capillari, di contrasto; dall’altro perché le donne stesse siano partecipi e contribuiscano  alla crescita collettiva. Il contrasto alla violenza sulle donne non dev’essere opzionale ma strutturale, non dev’essere intermittente ma continuo.

Ma noi tutte ci poniamo anche altre domande, che riguardano il nostro vivere e lavorare (o non lavorare) in una terra come la nostra. Questo incontro, quindi, ci sembra un’importante occasione perché le donne calabresi comincino ad uscire allo scoperto per fare rete, e anche rumore. Un rumore costruttivo, che giunga alle orecchie di chi abita i palazzi del potere e soprattutto della società civile nel suo complesso, che molto probabilmente necessita di una scossa da quella parte della popolazione, le donne, che troppo spesso non ha voce ed è vittima oltre che del collasso economico anche di quello culturale.

E allora si comincino a tessere le fila di questa rete. Inizieremo con un filo sottile, ma intriso di entusiasmo e partecipazione, destinato a intersecarsi con altri fili sempre piu fittamente intrecciati, fino a diventare una rete solida, capace di produrre risultati concreti in una Calabria che ancora stenta a sentire le voci delle donne – non perché queste voci non esistano, bensì perché esse sono state fino ad ora difficilmente corali.

Chiediamo perciò a tutte le donne calabresi di partecipare all’incontro del 9 ottobre, che molte spontaneamente hanno deciso di organizzare.

L’iniziativa “Donne calabresi in rete” non è  voluta o promossa da un´associazione in particolare piuttosto che da un´altra, da nessun ente e da nessun partito, ma è voluta e promossa solamente da donne che, con ogni evidenza, sentono la necessità e l´urgenza di un confronto e di un’azione politica concreta a favore delle donne.

Ad oggi aderiscono: Udi le Orme di Reggio Calabria, Associazione Jineca (Rc),  le donne del Centro Lanzino, Emily Cosenza, le donne del Centro Interdipartimentale di Women’s Studies dell’Unical, Donne daSud, le donne del Movimento antirazzista Catanzaro, e numerose altre donne variamente impegnate.

Presto sarà pubblicata una lista delle cittadine partecipanti e delle altre associazioni.

Doriana Righini e Denise Celentano per le Donne Calabresi in Rete

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Rende. La casa rifugio del Centro antiviolenza R. Lanzino ha chiuso

Il cellulare di emergenza ha continuato a squillare nei mesi di luglio e agosto le volontarie hanno comunque risposto cercando di far sentire meno sole e di indirizzare le donne in difficoltà.

( http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/calabria/cosenza_...)

Con grande tristezza apprendiamo la notizia che il Centro Antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza non ha i fondi per poter proseguire. Un’attività che con grande passione e professionalità le donne del centro svolgono da più di venti anni facendosi carico del dolore di altre donne, da quando nell’88 Roberta fu stuprata e assassinata. Un arco di tempo che dimostra quanta competenza e quale livello abbia raggiunto sul piano non soltanto regionale, ma nella considerazione della rete nazionale.

Come è possibile lasciar morire una struttura completa e complessa che ha sempre funzionato dignitosamente, che rientra in un ambito di servizi sociali primari e irrinunciabili del territorio… Servizi di questo tipo che non abbondano in nessuna regione italiana, e proprio per  questo in una regione che non  ha molte eccellenze è un fiore all’occhiello…

Tristezza e vergogna ci assalgono. Vergogna per chi dovesse lasciar morire la struttura ma vergogna anche per noi che dovessimo perderla. Un centro, forse l’unico in Calabria, che ha tutte le carte in regola per continuare a lavorare, non un centro fantasma giusto per spillare fondi o di quelli con solo la facciata senza continuità di muri perimetrali, che fondi riescono a ricevere lo stesso. Non può morire.

L’UDI di Reggio Calabria rivolge un accorato appello alle Autorità della Regione, della Provincia e del Comune di Cosenza perché operino per una pronta risoluzione della situazione di carenza in cui versa il Centro Antiviolenza Roberta Lanzino, consapevoli tutti, particolarmente tutte le donne,  che la perdita impoverisce non solo la società calabrese, ma tutta la società italiana. Non vogliamo, non permettiamo che la Calabria possa ancora arretrare, e in particolare su questo fronte.

Roberta (foto Fondazione R. Lanzino)

Centro Antiviolenza Roberta Lanzino:

http://centrolanzino.medianetis.it/

Fondazione Roberta Lanzino:

http://www.fondazionerobertalanzino.it/index.html

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Catanzaro: il Tar annulla graduatoria Arpacal che aveva escluso una concorrente in stato di gravidanza

Buone notizie da strill.it:  

Sentenza storica del Tar di Catanzaro nella lotta alle discriminazioni e per l’affermazione del principio di pari opportunità per uomini e donne in materia di accesso al lavoro: su ricorso presentato dalla lavoratrice e con l’intervento ad adiuvandum della Consigliera Regionale di Parità Stella Ciarletta il Tribunale Amministrativo Regionale ha disposto l’annullamento della graduatoria del concorso pubblico per titoli ed esami per la copertura di 2 posti come dirigente biologo presso l’Arpacal, nonché dei provvedimenti amministrativi con i quali l’Amministrazione ha escluso la ricorrente dalla prova orale in quanto in stato di gravidanza, violando così un principio costituzionale nonché la normativa in vigore in materia di pari opportunità e contrasto alle discriminazioni di genere, contenuta nel Codice sulle Pari Opportunità tra uomo e donna.

“La sentenza assume un significato strategico, condannando una grave discriminazione operata dalla Commissione nell’escludere la concorrente dal concorso solo perchè in stato di gravidanza. E’ importante ricostruire brevemente i fatti: la dottoressa si iscrive al concorso e, superata la prova scritta, viene ammessa all’orale; la data di convocazione coincide con il periodo del parto e la concorrente chiede di posticipare l’orale a un giorno successivo. La Commissione esclude tale possibilità, ma concede di poter effettuare l’esame lo stesso giorno ma in un’altra sede più vicina alla donna, e malgrado la stessa accetti, suo malgrado, tale proposta, non le viene mai comunicata la sede dell’esame e, ironia della sorte, partorisce proprio il giorno prima. Dopo di che il silenzio dell’Amministrazione, che si interrompe solo con la pubblicazione della graduatoria finale del concorso”.

E’ evidente come la Commissione abbia ignorato le legittime richieste della concorrente, andando in aperto contrasto con i principi costituzionali di parità uomo donna sul lavoro e in particolare del Codice Pari Opportunità laddove vieta, all’art. 27, trattamenti discriminatori nell’accesso al lavoro. In tal senso, scrive il Tar nel provvedimento “l’applicazione concreta di tali enunciazioni imponeva, nella specie, alla Commissione di consentire alla ricorrente di svolgere la prova orale successivamente al parto e nel rispetto delle condizioni di salute della madre e del bambino”. “Con la sentenza del Tar – afferma la consigliera regionale di parità Stella Ciarletta – si apre uno squarcio giuridico sul mondo delle discriminazioni in Calabria, che vede un mercato del lavoro ostile e irto d’ostacoli per le donne, tanto nel settore pubblico che privato, laddove in apparenza sembrano essere garantiti eguali diritti e opportunità per lavoratrici e lavoratori, ma in realtà, si perpetrano prassi illegittime e si penalizzano coloro che scelgono l’esperienza della maternità. L’impegno come consigliera di parità è quello di eliminare i fattori che causano questi fenomeni discriminatori, principalmente dialogando con i datori di lavoro, siano essi pubblici o privati, per spiegare loro che la maternità è un valore aggiunto e non una condizione di svantaggio della lavoratrice madre e per trovare una soluzione condivisa in favore della permanenza della stessa sul posto di lavoro. Ma quando ci si trova di fronte un silenzio immotivato, allora è necessario ricorrere agli strumenti giudiziari per stigmatizzare prassi illegittime, ingiustificate e lesive dei diritti delle donne”.

Giustizia, dunque, è stata fatta e l’Arpacal dovrà entro 30 giorni annullare la graduatoria e permettere alla giovane biologa di sostenere l’esame orale compatibilmente con le poppate del suo bambino, oltre che rimborsarle le spese legali sostenute per presentare il ricorso innanzi al Tar. “Affinchè non succedano più casi simili, – conclude la Ciarletta – l’Ufficio della Consigliera Regionale di Parità rimane sempre disponibile a collaborare con la Direzione dell’ Agenzia per individuare le criticità che hanno determinato l’increscioso episodio e avviare un percorso condiviso di promozione delle pari opportunità sul posto di lavoro in favore del benessere dei lavoratori e delle lavoratrici.

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Lo spot dell’UDI di Reggio contro la comunicazione sessista

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Il Tg3 regionale ha mandato in onda il nostro spot contro la comunicazione sessista

La Campagna prende ufficialmente avvio. Nell’edizione serale del 30 giugno 2010, il TgR Calabria RaiTre ne ha dato notizia trasmettendo il video che abbiamo realizzato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’offensività ordinaria della comunicazione mediatica di cui abbiamo parlato spesso (per approfondire, v. qui) .

Lo spot viene già trasmesso quotidianamente da RTV con tre passaggi e da GS Channel.

Il link del servizio al Tg3 è, al momento, questo.

Ringraziamo Rai3 Regione e le emittenti  reggine  per la sensibilità dimostrata.

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E’ in corso la campagna contro la comunicazione offensiva per le donne

Campagna Immagini Amiche

8 marzo  – 25 novembre 2010

L’UDI nazionale ha promosso una campagna di contrasto alla comunicazione sessista, chiamata Immagini amiche e alla quale ha aderito l’UDI  Le Orme di Reggio Calabria. La Campagna è in corso, e si concluderà il 25 novembre prossimo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Risultati, materiali raccolti e istanze verranno quindi portati all’ONU.

Il suo obiettivo è di contrastare una pratica di comunicazione massicciamente generalizzata nei media, soprattutto visuale ma anche linguistica, che usa un unico modello stereotipato e lesivo dell’immagine femminile.

Il corpo, e di conseguenza la figura della donna e del suo immaginario, vengono tradotti in semplici quanto logore equazioni o metafore di seduzione, e mercificati. In modo grossolanamente esplicito o più raffinato o subliminale, il desiderio, il possesso, l’attrazione per gli attributi che deve suscitare l’oggetto da vendere vengono sessualizzati secondo un’esclusiva ottica maschile. In ogni circostanza di comunicazione, anche la più banale, il corpo e la figura della donna  sono di  servizio, non pensanti, non parlanti, semplici strumenti di piacere visivo, in ricorrenti posture erotiche codificate. Per la missione tecnica di vendita devono svolgere le funzioni simboliche di vampiro e di odalisca con la finalità del consumo-acquisto. Tali tecniche di suggestione ben studiate e sperimentate da specialisti  hanno ormai creato un vero e proprio linguaggio sul piano percettivo e, quando manca una riflessione critica, non vengono consapevolmente avvertite perché ormai hanno dato forma a una normalità.

Continua qui

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Convegno sulla conciliazione vita-lavoro

Venerdì 14 maggio, nella sala Giuditta Levato del Palazzo Campanella di Reggio Calabria si terrà un convegno sul tema:

La conciliazione vita-lavoro: il ruolo pubblico e privato tra politiche di pari opportunità e responsabilità sociale di impresa.

Scarica qui il programma.

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Storia dell’UDI di Reggio

di Maria Calvarano, con la collaborazione di Marsia Modola

La costituzione dell’UDI a Reggio Calabria risale al 1944 in seguito alla creazione nell’Italia centro-meridionale del Comitato di iniziativa dell’Unione Donne Italiane  promosso essenzialmente dalle donne dei Gruppi di Difesa delle donne, sorti nel 1943 durante il periodo dell’occupazione tedesca.
In seguito, con il primo congresso del 1945 i Gruppi di difesa delle donne e il Comitato promotore dell’UDI si fondano in una unica Associazione, l’UDI appunto, con sede a Roma.
La prima donna a reggere la segreteria dell’UDI di Reggio Calabria è stata Licia Calarco, confermata ancora alla direzione negli anni successivi.

L’Associazione, che ha fatto proprio lo Statuto e le decisioni assunte dal Congresso Nazionale, ricerca l’unità delle donne, con l’unica discriminante antifascista per affermare l’esistenza di una donna nuova che uscita dall’oppressione del ventennio fascista lavora per la ricostruzione del Paese. Ma vuole anche partecipare attivamente alla vita politica e sociale e alla direzione delle istituzioni libere che nel Paese si venivano costruendo.

Emerge significativamente fin da allora nel movimento la figura di Rita Maglio che rappresentò il Centro Nazionale al primo Congresso di Reggio.
Una donna straordinaria. Profuse passione politica, coraggio e intelligenza con impegno costante in tutti i campi e incarnò nella realtà reggina la donna nuova che rompe con gli schemi patriarcali della donna segregata in casa, esclusa dalla sfera politica, sociale e culturale, esprimendo cosi libertà femminile. Nel 1945, nel pieno della battaglia per il diritto al voto delle donne, si costituisce un Comitato pro-voto a cui aderiscono le donne di tutti i partiti e le Associazioni femminili, essenzialmente l’UDI e il CIF che avevano in comune l’impegno per l’affermazione della dignità della donna anche attraverso il riconoscimento dei diritti politici, civili e sociali, mentre le divideva la concezione, presente nell’associazionismo cattolico, di riconferma del ruolo separato e diverso della donna nella famiglia e, più in generale, nel tessuto sociale.

Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 vide I’UDI schierata a favore della Repubblica. Una scelta motivata dalle radici storiche dell’Associazione, nata in un’area politica che proponeva il rinnovamento delle strutture della società e dello Stato tradizionalmente autoritarie, paternalistiche, proprietà esclusiva dei ceti dominanti.

Negli anni della ricostruzione del Paese le donne dell’UDI di Reggio si occupano di assistenza, ma rivendicando anche il diritto delle donne al controllo. Nasce per esempio a Maropati nel 1944 per iniziativa di una giovane donna, Annunziata Tevere, un Comitato di 57 donne impegnato a controllare l’assistenza ai figli dei reduci, la distribuzione delle derrate alimentari e degli indumenti.

Vengono promossi centri di assistenza, raccolta e distribuzione di viveri e di indumenti per sostenere le famiglie e l’infanzia più disagiata, si organizzano mense, asili nido, colonie, posti di ristoro.
Nel 1947 l’UDI di Reggio, superando enormi difficoltà, realizza la prima colonia estiva per bambini a Gallico Marina. Enza D’Agostino è l’organizzatrice intelligente e l’instancabile promotrice delle colonie estive UDI per molti anni.
Ma l’associazione non perde di vista la difesa dei diritti delle lavoratrici, contro la cacciata delle donne dal mondo del lavoro in conseguenza del ritorno dei reduci, e contro le discriminazioni salariali.

Nel 1949 l’UDI, nell’ambito dell’attività a favore del bracciantato femminile, partecipa all’occupazione delle terre incolte nella Piana. Questa battaglia mette in evidenza la massiccia presenza, nell’economia agricola, di donne a cui non vengono riconosciuti i più elementari diritti dì lavoratrici. L’Impegno dell’Associazione prosegue fino agli anni ‘60 quando finalmente viene riconosciuto il lavoro delle donne come braccianti a cui compete lo stesso salario degli uomini. Proprio nel 1960, l’UDI (segretaria Silvana Croce) organizza a Reggio il Convegno meridionale delle donne braccianti in cui si evidenzia che il loro sfruttamento non riguarda soltanto le discriminazioni salariali, ma anche la mancata tutela della salute e della maternità.

Gli anni ‘60 sono stati i più ricchi di impegno per l’emancipazione delle donne e non soltanto delle lavoratrici.

Fino al 1968 l’UDI è retta da Silvana Croce che ha raccolto tante donne attorno ad importanti iniziative, per la casa, per il lavoro, per i servizi.
L’UDI a quel tempo operava per campagne i cui temi venivano sviluppati in tutto il territorio nazionale.
L’inizio degli anni ‘60 fu segnato dalla lotta per la pensione alle casalinghe in cui per la prima volta in tutto il Paese le donne a livello di massa prendono coscienza di una forma specifica dello sfruttamento femminile.
Si realizzano importanti conquiste: la parità di retribuzione, l’accesso delle donne a tutte le carriere (1963), l’abolizione della clausola del nubilato che consentiva la rescissione di un contratto di lavoro nel momento in cui la donna contraeva matrimonio (1962).  E in tutte queste battaglie l’UDI si impegnò sempre con determinazione e costanza.
Sempre in quegli anni l’UDI sollevò la grande questione dei servizi sociali alla prima infanzia, scuole materne e asili nido pubblici. Rappresentò una grande rottura culturale la presa di coscienza che la cura, l’allevamento, l’educazione dei bambini non sono compito delle sole donne, ma costituiscono una funzione in cui la società deve intervenire.
Gli anni successivi sono quelli in cui esplode quello straordinario movimento che è stato il femminismo. Si dipana attorno alla categoria della differenza di genere e segna il vero punto di ingresso delle donne da protagoniste in una dimensione politica sentita come propria, perché fa del genere la discriminante per un modo nuovo di fare politica.
L’UDI,  che negli anni ‘60 era completamente fuori dall’ideologia femminista perché esplicitava la contraddizione donna-società piuttosto che la contraddizione di genere, negli anni settanta si avvicinò culturalmente a quei movimenti.
Ma per l’UDI di Reggio i primi anni ‘70 sono stati gli anni della inagibilità democratica in conseguenza dei moti per Reggio capoluogo. Di fatto l’Associazione si rifonda nel 1975, nel pieno di quel movimento femminista che resterà per sempre nella cultura umana e che ha cambiato la vita delle donne.

E’ di quegli anni la lunga, faticosa, ma esaltante battaglia per l’apertura della fabbrica di S. Leo che vede scendere in campo qualche migliaio di donne. Per la prima volta decidono di uscire dalle case per entrare nel mondo della produzione, spinte non tanto dal bisogno economico, quanto dal desiderio di poter decidere di sé stesse e della loro vita per conquistare autonomia e libertà.

Partendo dalla concezione della maternità come valore sociale, per il superamento dei ruoli, per l’autodeterminazione della donna e per l’affermazione delle maternità come libera scelta, l’UDI presenta in quegli anni al Consiglio Regionale una proposta per la promulgazione della legge istitutiva dei consultori familiari, servizi che l’ associazione ha seguito negli anni della loro istituzione e dell’avvio dell’attività con una presenza fattiva all’interno del servizio.
Sono di quegli anni le grandi lotte per il divorzio, contro la violenza sessuale,  per la difesa della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Non era in gioco il diritto ad abortire ma la libertà della donna a decidere su se stessa e sulla riproduzione della specie, con la necessità di sconfiggere la piaga dell’aborto clandestino.

Il 7 dicembre 1978 l’UDI organizza a Reggio una manifestazione sul tema della libertà femminile, della partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale del paese, dei servizi. Al corteo, che attraversò tutta la città partecipò più di un migliaio di donne provenienti da tutta la Calabria e da altre regioni d’Italia (Emilia, Toscana, Lazio, ecc.).

Nel 1979 il problema della violenza sessuale viene affrontato con la proposta di una legge di iniziativa popolare che viene presentata con più di 300.000 firme di donne raccolte in tutto il Paese. Poi la legge contro la violenza sessuale fu varata, conseguenza del pensiero che le donne produssero sul corpo femminile e sul rapporto tra i sessi, rifiutando la legge patriarcale del possesso dei corpi, della libertà concessa agli uomini di abusare e controllare i corpi delle donne. Ma di quella formulazione proposta dalle donne rimase soltanto l’inserimento tra i reati contro la morale e non contro la persona. Fu solo con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996 che la violenza sessuale fu riconosciuta come crimine contro la persona.

Gli anni ’80 hanno segnato una svolta fondamentale per l’UDI, L’Xl Congresso del 1982 ha operato importanti modifiche nel modo di essere organizzazione:  rinuncia a segreterie, comitati nazionali, dirigenti. Le decisioni vengono assunte dall’Assemblea auto-convocata e la Carta degli Intenti è lo strumento di identità collettiva dell’UDI che tuttavia non esclude altre forme di espressione e di impegno su specifici interessi di singole o di gruppi.

Negli anni, gli effetti di quel Congresso e dei successivi portano allo sviluppo di un impegno nuovo, teorico e culturale dei vari gruppi che possono anche scegliere di lavorare su progetti collettivi. Esprimono, in ogni caso, un bisogno di affermazione e di autonomia, si sforzano di costruire un’identità personale e nello stesso tempo pongono la relazione tra donne come il contenuto della politica delle donne.
Nel 2003 si è svolto il XIV Congresso Nazionale che ha sancito il rinnovo del patto fondativo dell’Associazione e dell’impegno a costruire un mondo in cui “l’emancipazione delle donne sviluppi solidarietà e uguaglianza, e l’esperienza della libertà femminile generi legami sociali improntati a giustizia e creatori di pace”. Tenendo tuttavia presente la necessità di rielaborare le idealità proprie dell’Associazione alla luce dell’attuale epoca di radicali  trasformazioni e guardando al futuro.
Per sottolineare l’attenzione verso le donne che, nate altrove, vivono in Italia, l’UDI rilegge il proprio acronimo come Unione Donne in Italia.
Il Congresso formula un nuovo Statuto in cui vengono ridefinite la forma associativa e gli organi dell’Associazione.

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