“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”
Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.
La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.
A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.
Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.
1) L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.
2) Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.
Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.
L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.
Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo – famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.
Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.
Io non ho paura di nessuno. Be’ con grandi protezioni alle spalle si può dire. Manal al Sharif ha sfidato, come donna, il potere non certo femminile in Arabia Saudita, senza salvaguardie di nessun genere. E con lei tutte le donne per una delle azioni più comuni: guidare l’auto, vietata per loro in quel paese.
Manal è una delle organizzatrici via web della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne, campagna che data fin dal 1991, quando furono bloccate in massa, ad oggi senza alcun esito. E di nuovo in massa al volante, ma non concentrate, oggi 17 giugno le donne saudite sfidano il regno con una protesta ufficiale. E’ pur sempre una sfida anche se con qualche precauzione: velate in modo rituale, preferibilmente accompagnate da un uomo per facilitare il rilascio se fermate, una bandierina nazionale ben esposta a lato cruscotto, una dichiarazione di fedeltà al regno per evitare accuse di sovversione e naturalmente il simbolo della Campagna.
Manal era stata trattenuta in arresto per nove giorni, perché attivista, per aver guidato e pubblicato il video, per aver invitato alla guida in massa alla data del 17 giugno. Al rilascio, in un comunicato sul giornale al Hayat, Manal riconosce però di aver fatto un errore, dichiara di rinunciare agli obiettivi della campagna e si dice impegnata ad ascoltare solo Allah e il suo paese. E’ facile immaginare con quali argomenti o sistemi di persuasione minacciati o addirittura attuati da parte degli addetti ai lavori.
Nel regno saudita di re Abdullah le donne possono essere solo accompagnate in auto da uomini, parenti o amici, o avere l’autista. E così che una donna manager viene violentata dal suo autista dopo essersi diretto in una zona industriale isolata della città santa di Medina e averla minacciata con la pistola (…).
Il vento del web è inarrestabile dal nord-Africa per le rivoluzioni, all’Italia per acqua e nucleare, all’Arabia Saudita per la patente alle donne …
Il Comitato Pari Opportunità della Provincia di Catanzaro destina i fondi raccolti con il concerto di Noa organizzato per l’8 marzo al Movimento per la vita.
… A Catanzaro, unica città italiana nella quale Assessore provinciale alle Pari Opportunità è un uomo. Ricordiamo a chi legge che l’esigenza della nascita delle commissioni per le pari opportunità è datata 1984 perché sia consentita la reale applicazione dell’articolo 3 della Costituzione Italiana sulla non discriminazione delle donne.
Accade che il Comitato Pari Opportunità dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro promuova per l’8 Marzo un’iniziativa, un concerto presso il Teatro Politeama, i cui proventi saranno destinati ad un Centro inserito a livello nazionale nel “Movimento italiano per la Vita”, organizzazione che contrasta apertamente, e spesso con modalità aggressive e violente, l’applicazione di una legge dello Stato che laicamente garantisce il diritto alla scelta per una maternità libera e responsabile.
L’iniziativa, dicono, è contro ogni forma di violenza sulle donne.
Ma non è forse una forma di violenza, questa? Non è violenza negare alla donna il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita? Non è violenza la volontà di imporre una scelta sui corpi altrui? Chi può decidere, se non la donna stessa se sia in grado o meno di ospitare un altro essere umano dentro di sé, se non la donna stessa, che offre corpo e sangue alla procreazione? Noi siamo per la vita perché siamo donne e la vita ce la portiamo dentro anche quando non la mettiamo al mondo, siamo palingenesi di carne noi, anche se non diventiamo madri. Non siamo incubatrici ma persone, non siamo proprietà della Chiesa e nemmeno dello Stato, siamo (o meglio vorremmo essere) Libere Cittadine.
Dunque il corpo delle donne è il luogo biopolitico per eccellenza e l’Amministrazione provinciale ci marcia sopra come un caterpillar, mentre la cittadinanza e i movimenti politici (anche quelli di sinistra) sono in stato narcolettico, rispetto al significato simbolico dell’evento promosso.
Desideriamo altresì sottolineare, nel “panorama” tutto locale, che l’ospedale Pugliese di Catanzaro sul numero complessivo del personale, dispone di soli due medici non obiettori (fonte:Emilia Celia, referente regionale Cittadinanza Attiva-Tribunale per i diritti del malato- Catanzaro). Come viene tutelata, anche in questo caso, la salute e la libertà di scelta delle donne? Non viene presa in considerazione, dalla struttura ospedaliera, la necessità di bilanciare il diritto all’obiezione di coscienza con la responsabilità professionale e con il diritto di ogni paziente ad accedere tempestivamente a legittime cure mediche ? Pare proprio di no.
Gentile Presidente Ferro,
disconosciamo con forza l’iniziativa dell’Amministrazione provinciale, che porta avanti il solito vessillo di chi non rispetta le scelte altrui e non è avvezzo a una dialettica democratica, ma impone la propria visione del mondo e dell’esistenza alla generalità delle cittadine e dei cittadini. La legge 194 è ancora in vigore: è una legge dello stato, è una conquista delle donne, ha permesso (peraltro) la caduta verticale del tasso di interruzioni di gravidanza nel nostro paese. La richiamiamo, Presidente Ferro, al rispetto di un ruolo istituzionale che ci auguriamo sia prevalente rispetto al suo orientamento personale, religioso e politico e che dovrebbe, prima di tutto tenere conto del dettato normativo e dei suoi principi ispiratori. Scegliere, sotto le mentite spoglie del “contrasto alla violenza”, di finanziare con i soldi della collettività un evento i cui proventi andranno a favore di chi apertamente nega il diritto al pluralismo delle idee, strumentalizzando il significato vero e profondo dell’8 Marzo, ci sembra assai discutibile sul piano istituzionale (ma non solo) e glielo segnaliamo pubblicamente.
Altre considerazioni avremmo potuto esprimere se, ad esempio, si fosse deciso di devolvere il ricavato dell’iniziativa ad un centro antiviolenza, uno dei tanti che rischia la chiusura e che ad oggi, nonostante la legge regionale 20 del 21 Agosto 2007, non ha ricevuto i finanziamenti a sostegno della propria attività. Questa si, che sarebbe un’iniziativa a favore del contrasto alla violenza sulle donne.
Donne Catanzaresi in Rete
(nota aggiuntiva: Siamo a dir poco basite per il fatto che, a Catanzaro e dintorni, nessuna-o abbia dato un commento pubblico alla notizia, rilevandone la gravità. Chiediamo pertanto a tutte le amiche e gli amici di sottoscrivere il nostro comunicato, che verrà inviato – con tutte le firme – alla c.a. dell’Amministrazione provinciale. Grazie)
Chi fugge dai commenti del giorno dopo, chi fa finta di niente, chi rettifica. E poi ci si mette anche Sanremo a formattare. Chi è felice per l’ottima riuscita: il 13 ha portato bene.
Un oceano di donne. Strumentalizzate ? politicizzate? radical-chic?
Per la legge dei grandi numeri in un fenomeno o evento c’è sempre qualcosa che non appartiene per statistica obbligata al fenomeno stesso: assumere questo campione per etichettare o derubare di un significato non è corretto. C’erano sindacalisti o rappresentanti di partito o qualche radical-chic naturalmente, ma lo ritengo un “relativo” rispetto ad un “assoluto” rappresentato dalla massa di donne e uomini che erano presenti per esprimere uno stato d’animo e obiettivi che prescindono da interessi di partito. Non partecipare può aver significato anche allinearsi con quell’area partitica che non condivideva, ed essere accomunati a quel tipo di sentire.
L’appello è stato lanciato da donne. A quel punto o ci interessava l’appello o ci interessava l’aspetto che queste donne incarnassero i desiderata di un partito. Alla stragrande maggioranza di noi ha interessato l’appello, come raccolta civica degli umori generali. E non mi sembrano ragionevoli i distinguo quando la situazione politica e sociale va verso il disastro. Condivido quanto scrive la sociologa Bianca Beccalli … Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali … partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta?
Le valutazioni politico-teorica, sociologica, mediatica, non coincidono sicuramente e il perenne gioco del tiro alla fune è sempre presente.
Una cosa è certa: nessun gruppo, associazione, sindacato o partito, in un solo giorno in contemporanea e con risonanza anche in molte capitali estere, è mai riuscito a raccogliere tante donne. Circa 230 città in Italia e una trentina nel globo. Con tutto l’intorno di radio e televisioni, stampa, fb, sms. La paura della strumentalizzazione la ritengo un sottovalutare l’intelligenza e la libertà di quante hanno scelto, senza ricette, di volersi incontrare nella giornata del 13 perché un nuovo corso avvenga. Se no perché? Se non ora quando? E se sempre, perché non anche il 13?
Fosse solo per far cadere Berlusconi se la sarebbero spicciata i due tre partiti e qualche altro soggetto, con preponderanza di uomini, in questo caso sì, politicizzati. A parte il fatto che essere politicizzati/e nei modi e nei luoghi non è un’infamia, e a insultare o rifuggire per questo ci si trascina appresso il luogo comune che la politica è cosa sporca. Come quello che le donne sono tutte con la p.
Ridare dignità e credibilità alla politica ecco il compito primario che ci spetta e ci aspetta.
A Reggio nessun palco, donne e uomini hanno parlato in piedi sul basalto di piazza Camagna gremita fin sopra le rampe scenografiche, con un microfono-amplificazione recuperati chissà come, non proprio da grande concerto. Un cerchio prossemico naturale e chi ha voluto ha parlato. Tre grandi pannelli di cartone con pennarelli apposti, su cui scrivere qualsiasi cosa. Le frasi scritte nella loro contrazione e frammentazione denotano un gran bisogno di saggezza, di filosofia di vita, di immaginario altro, quello che molto raramente si ha modo di cogliere per strada, nei media, perfino in famiglia: amore, dignità, figli/e, giustizia, lavoro, futuro… qualche lampo poetico che lega il sorriso del figlio, l’odore del mare, l’arcobaleno… E qualche cartello di sapore antiberlusconiano: io sono la figlia di Agamennone. Una signora mi ha chiesto cosa volesse dire, non essendo riuscita ad agganciare le parentele fino a Mubarak.
Difficile pensare che l’antiberlusconismo come punto unico potesse essere così ben organizzato e nello stesso tempo dissimulato. Il senso da cogliere è più apocalittico, universale, è: basta, oltre. Con quella determinazione e risolutezza della femmina animale quando la sua prole è in pericolo. Ecco, Il livello di guardia di un’esondazione del degrado generale questa volta lo ha voluto esprimere un grandissimo numero di donne. Con una partecipazione alquanto eterogenea. Perfino il clero femminile per dire alla società e mandare a dire anche alla loro domus aurea. Qui potrebbe infilarsi il tanto sbandierato “moralismo” e “ puritanesimo”. Le donne, tutte, dalle prostitute alle giovani veline, sono libere di usare il proprio corpo come credono, ma la mercificazione va oltre la proprietà del proprio corpo e richiamo nuovamente B. Beccalli … Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale… quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili.
Ci sono state ragioni per prendere le distanze e buone ragioni per esserci. L’Udi di Reggio c’è stata, oltre che per condivisione, per un principio di inclusione che è nel nostro nome, non separatezza.
Perché il corpo femminile non rimanga intrappolato in un sistema di potere, come baratto, ricompensa, ornamento, usufrutto.
Ma la dignità femminile ha le altre molteplici coniugazioni che riguardano il lavoro come diritto, la scelta come diritto senza la quale non vi è libertà, la parità come diritto e non fittizia, o concessione…
E per questo abbiamo lavorato e lavoreremo con passione e… fatica.
Si calcola un milione di donne accorse. E un milione i messaggi di donne raccolti nell’Anfora della Staffetta Udi poco più di un anno fa.
DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA
Olympe de Gouges
“Uomo, sei capace d’essere giusto? E’ una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale.
Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più”.
Noi Donne on line (…) pubblica l’intervista a cura di Tiziana Bartolini a Carla Cantatore, che conduce l’incontro, sull’iniziaiva di UDILab Monteverde.
Olympe de Gouges fu una di quelle donne la cui grandezza non è mai stata riconosciuta. Il suo pensiero fu interrotto dalla ghigliottina nel 1793 con le esecuzioni del Terrore sui girondini durante la Rivoluzione francese. La sua opera è fondativa nella concezione delle democrazie moderne, soprattutto per quanto riguarda i diritti e il riconoscimento sociale delle donne. Nei testi scolastici abbiamo appreso che nel contesto della Rivoluzione francese nacque quella che sarà chiamata poi la Carta dei diritti dell’uomo, ma non che contemporaneamente Olympe de Gouges stese una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in parallelo a quella dell’uomo e del cittadino. Aveva anticipato i tempi ponendo i problemi che attanagliano ancora i nostri giorni e che non hanno a tutt’ oggi una soddisfacente soluzione. Il diritto al voto universale, il divorzio, il sostegno alla maternità, un tetto per i diseredati, un tavolo di studio per contrastare la disoccupazione …
Per la sua condanna a morte venne espressa soddisfazione. Era andata troppo oltre l’obbligo dei comportamenti morali muliebri oltre ad essersi opposta all’esecuzione di Luigi XVI.
E un secolo e mezzo prima Marie de Gournay aveva scritto dell’Uguaglianza degli uomini e delle donne.
Sono indignata oggi, lo sono nel profondo. Sono certa che lo siamo tutte. Quello che si sta consumando nel nostro paese in questi mesi è forse il peggiore delitto culturale nella storia d’Italia, e si sta consumando proprio su noi donne. E ciò che rende questo delitto tra i peggiori è l’escalation assurda di questi anni, questo di oggi è il frutto estremo e amaro di un ventennio in cui, lentamente, sub liminalmente, sottilmente e furbescamente, la cattiva politica, il potere e diversi uomini che, con cattiva politica e potere, hanno costruito il proprio consenso, hanno attaccato il concetto stesso di dignità umana calpestando ripetutamente diritti, conquiste, sacrifici.
Oggi, noi donne, perdiamo una battaglia culturale.
La perdiamo di fronte agli occhi del resto del mondo che ci guarda inebetito, la perdiamo di fronte alle nuove generazioni, di fronte all’Italia stessa che non merita, ne sono certa, questa classe politica.
Sono indignata dai linguaggi, dalle parole, dal modo orrendo di stigmatizzare uno scandalo che non è semplicemente uno “scandalo sessuale”, dai sorrisi ammiccanti di fronte alle notizie che ricoprono i giornali, i sorrisi e le barzellette di fronte a notizie agghiaccianti, di fronte a un uso delle parole sempre più violento, sempre più irrispettoso e sbracato.
Oggi perdiamo una battaglia lunga un cinquantennio e oltre e che per un attimo ci eravamo illuse di aver vinto e che subito dopo invece, in una controffensiva senza pari, ci ha disarmato del tutto e ci sta annientando giorno dopo giorno.
Ho riletto la riflessione breve pubblicata da Udi Nazionale, mi inquieta perché dice “noi donne Udi” e dentro quel Noi ci dovrei stare anche io. Una riflessione che richiama alla “responsabilità femminile”, che sostanzialmente rimprovera le donne di aver voluto sì l’autodeterminazione ma in fondo di non essere sufficientemente responsabili. Certo, care “noi donne Udi”, so bene che Ruby Rubacuori e le sue amiche non rappresentano il mio essere donna, so bene di essere diametralmente differente da loro. Non ho bisogno di prendere le distanze da loro e, vi dirò di più, care “noi donne Udi”, non lo voglio nemmeno.
Non cedo a questa provocazione, troppo facile dire che ci sono delle donne cattive ed altre buone, delle donne responsabili altre meno responsabili. No, oggi è calpestata la dignità dell’intero genere femminile.
Sono arrabbiata con Ruby ma, permettetemi, lo sono decisamente di più con quell’uomo ottantenne che ha abusato di lei, delle sue fragilità, della sua giovane età, della sua situazione drammatica e della sua vita sbandata. Sono arrabbiata con Noemi, Nicole e le altre come loro, ma lo sono ancora di più con i loro genitori, con le loro madri e i loro padri che le “spronano verso il successo”. Sono arrabbiata con Alessandra che sognava di fare la meteorina e ci è riuscita, probabilmente vendendo il suo corpo. A chi? A uomini. Uomini potenti (ma cosa è il potere?…), con tanti soldi e con una buona dose di depravazione. Ecco con loro, con questi uomini, sono molto più arrabbiata, sono furente.
Sono arrabbiata di più con chi questo modello sub-culturale fatto di sesso, soldi, potere, mercificazione l’ha costruito negli anni e lo ha fatto scientificamente, con l’intento reale di sfornare nuove generazioni le cui aspirazioni potessero essere queste, andare a cena di illustri potenti, calcare un palco seminuda o anche diventare onorevole e parlamentare ma pur sempre con labbra e seno rifatti, corpi fintamente perfetti e stili di vita all’insegna dell’eccesso credendo che sia questa la vita.
Sono arrabbiata anche con me stessa e con noi donne che, invece, questo modello sub-culturale abbiamo imparato a riconoscerlo e a distanziarcene, magari anche ad additarlo e a criticarlo senza renderci conto, però, che mentre noi isolavamo un fenomeno, uno schifoso fenomeno, questa stessa società isolava noi relegandoci a una minoranza (o una maggioranza?) poco rumorosa. E così adesso abbiamo difficoltà noi stesse a riconoscerci e rimaniamo fortemente inadeguate di fronte a un pensiero forte traviato (ma pur sempre un pensiero forte) senza essere in grado di contrapporne uno che possa almeno tenerne testa. In questo sì, siamo state irresponsabili o semplicemente non ci siamo riuscite. Non siamo riuscite a rielaborare il nostro pensiero in una società che cambiava velocissimamente e che si riempiva di innumerevoli nuove contraddizioni, prima di tutto economiche e sociali. E forse oggi, quelle stesse contraddizioni restate irrisolte sono il terreno fertile dove si consumano scelte a nostro giudizio immorali (e lo sono!) per cui se hai 25 anni e una laurea in tasca puoi comunque fare leva sul tuo bel sorriso (se ne hai uno) e sperare che un uomo ricco e potente ti sposi o ti sistemi. Ecco dove siamo state irresponsabili e forse continuiamo ad esserlo. Nel non riuscire a progettare alternative plausibili, fossero anche delle speranze, nel non provarci nemmeno! Anzi, ci siamo allontanate anche dalla politica e dall’impegno perché non siamo state in grado di superare le nostre delusioni per riscattarci, o comunque abbiamo preso le distanze con superficialità anche dai partiti o dall’impegno istituzionale, dagli strumenti della democrazia, senza renderci conto che stavamo continuando a delegare. Abbiamo smarrito persino l’aspirazione a un’egemonia culturale che potesse essere fatta di principi e valori sani, di progetti virtuosi per vite piene. E conseguentemente abbiamo perso gli strumenti, abbiamo iniziato a “far cultura” per il nostro stesso gusto e continuiamo a perdere ancora oggi la dimensione sociale di noi stesse. Anzi, oggi sono costretta a leggere che “noi donne Udi” e chissà quante altre prendono le distanze dalle donne che non rappresentano il genere femminile così come si dovrebbe, ma non una parola contro chi ha usato le donne, chi le ha violentate nel corpo e nell’anima, ripetutamente e negli anni, arrivando a modificarle e a trasformarle, e lo ha fatto con tutti gli strumenti che aveva a disposizione.
Care “noi donne Udi”, di fronte a questo scatafascio culturale, vi appellate alla responsabilità delle donne che non sanno “amministrare” la propria autodeterminazione e che sperperano il proprio corpo o che imboccano scorciatoie senza nemmeno fermarvi un attimo a pensare: ma lo hanno scelto consapevolmente e se sì in base a quale sistema culturale di riferimento? E chi lo ha creato questo sistema di riferimento? Chi lo ha voluto e avallato?
Allora io vi dico che siete voi delle irresponsabili, lo siete gravemente e io prendo le distanze da quel “noi” e mi indigno ancora di più. State facendo il loro gioco, il gioco degli uomini e di chi ora avrà un motivo in più per dire che le giovani donne d’oggi sono disposte a tutto per ottenere ciò che credono di volere. Additiamo “le donne del Presidente” ma non additiamo il Presidente o almeno ciò che la sua persona disgustosamente rappresenta. E’ inconcepibile!
Non può essere quella la riflessione da compiere né quella il punto dal quale ripartire. No, non è da un’ipotetica irresponsabilità delle donne a saper gestire il proprio corpo che dobbiamo ripartire. Semmai dall’irresponsabilità di alcuni uomini a rivestire ruoli istituzionali importanti e a gestire il potere e il corpo delle donne a proprio uso e consumo e da un’incapacità, quella sì anche femminile (ma non solo), a saper confutare questo modello culturale con forza.
Cordialmente
Laura Cirella
Artemisia Gentileschi
Susanna e i Vecchioni, 1610, collezione Schönborn, Pommersfelden
di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.
La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.
D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.
Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.
Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .
Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.
A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.
Denise Celentano
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Le relatrici
Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.
Franca Fortunato
Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.
Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.
Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.
Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il Quotidiano della Calabria.
RELAZIONE INVIATA A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.
26 NOVEMBRE 2010
IL SESSISMO NELLA LINGUA
RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
PREMESSA
La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.
Alla fine degli anni ’80 e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato. L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto.
Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare la storia italiana < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.
Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).
< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.
IL SESSISMO NELLA LINGUA
Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.
Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto - riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.
Vediamo come questo avviene.
1. IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO
Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.
1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.
I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.
2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE
Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.
Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.
Ma, non c’è solo che l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.
2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile
- Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo
- Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino
- Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.
Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.
3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile
- … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi
- … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente
- … tre padovani, due fanciulle e un maschietto
Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.
Basterebbe usare la doppia concordanza.
Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratricedelreddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).
La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.
Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna
Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.
Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:
“… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “
“… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”
“La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.
Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).
CONCLUSIONI
Concludendo ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve - molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.
Franca Fortunato
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Monica Francioso
Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxfordall’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.
COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.
Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.
La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.
Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.
La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.
Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.
Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:
“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.
Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:
VIDEO MÜLLER ITALIA
VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE
In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).
Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….
Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me. Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.
Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo.
Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.
Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.
Ha destato meraviglia la risposta data il 27 ottobre dalla Presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità alle sollecitazioni provenienti da moltissime donne e associazioni femminili che nei giorni scorsi hanno inondato di mail e fax la Regione chiedendo l’attuazione della legge 20 del 2007 a sostegno dei centri antiviolenza.
Da lei, per la posizione istituzionale che riveste, ci si sarebbe aspettata – o almeno auspicata – totale solidarietà rispetto alle ragioni delle donne e dei Centri in difficoltà e non certo un ingiustificato attacco ai Centri, aggravato dal fatto che le circostanze invocate a pretesto dell’inazione della Giunta non hanno nulla a che vedere con l’applicazione della legge da parte della Regione.
La Presidente Cusumano ha spostato l’attenzione dall’inosservanza da parte della Regione dell’obbligo di attivare le procedure per erogazione di contributi a favore dei Centri antiviolenza a presunte irregolarità circa la mancata predisposizione, da parte dei Centri già assegnatari dei contributi, di relazioni e resoconti sulle attività svolte.
I fatti riferiti sono però inesatti e assolutamente fuorvianti.
Vero è, invece, che l’emanazione del bando per finanziare le attività dei Centri antiviolenza è un preciso impegno che la Regione ha inteso assumere con la legge 20 del 2007, e al cui adempimento non può certo sottrarsi. Non solo, nel testo normativo vi è un espresso obbligo a concludere l’istruttoria dei progetti entro il 30 ottobre di ogni anno. Ad oggi si proclama, nella nota della Presidente della Commissione Regionale Pari opportunità, solo la generica volontà “di sostenere azioni per realizzare infrastrutture dirette a migliorare le condizioni di vita di categorie svantaggiate”, nascondendosi dietro il dito della sensibilità al fenomeno della violenza ed alle politiche di genere, mentre invece, se la Giunta Regionale avesse bene operato, avrebbe dovuto già da mesi approvare il bando per la selezione dei progetti dei centri antiviolenza, e dunque concludere il procedimento proprio in questi giorni. Solo ottemperando alle disposizioni normative si sarebbe consentita l’erogazione di prestazioni ad alta valenza sociale e favorita realmente l’azione sul territorio dei Centri antiviolenza, costretti invece, proprio a causa dell’inadempimento della Regione, a contrarre sensibilmente la loro attività o addirittura a chiudere le case d’accoglienza per mancanza di fondi, con grave nocumento anche per l’offerta al pubblico del servizio.
Il presunto ritardo nell’esibizione della relazione o dei rendiconti da parte di tutti i Centri antiviolenza che sono risultati negli anni precedenti destinatari del finanziamento, anche qualora fosse reale, non può essere certo preso a pretesto dalla Regione per omettere un comportamento dovuto. Il fatto grave è che si sia erroneamente ritenuto che le due attività fossero l’un l’altra condizionanti e che figure istituzionali, seppure animate dalle migliori intenzioni, pensino che l’azione dei pubblici poteri debba solo per questo paralizzarsi, anche a discapito di nuovi soggetti interessati a partecipare alla procedura selettiva.
Si precisa, infine, che non sono ancora scaduti i termini per l’esibizione dei rendiconti e quant’altro e che, ancor prima della scadenza, alcuni Centri hanno fatto pervenire alla Regione la documentazione di rito. Ma questo, come dicevamo, è del tutto irrilevante.
Nella speranza che la parte dell’Italia indignata dalle ultime berlusconate, esternazioni omofobe annesse, sia maggioritaria; nella speranza che quella stessa parte d’Italia, un minuto prima di entrare dentro la prossima cabina elettorale, non scelga di abdicare il proprio cervello alla demenza mediatica imperante scegliendo quantomeno con ragionevolezza, è triste constatare come la nocività del singolo spesso sia contagiosa. “Meglio guardare le belle ragazze che essere gay”: l’esternazione è spregevole, omofoba, discriminatoria. Però chissà quanti uomini, sentendola, hanno reagito a tali parole con il ghigno beffardo di soddisfazione. Qualcuno, pochi mi auguro, si sarà detto “Bravo Silvio! Diglielo tu quanto sei virile!”. Parlare alla pancia delle persone è uno stratagemma facile e subdolo ma, non me ne vogliano gli uomini, è altrettanto facile fare breccia nel loro orgoglio virile! Temo, purtroppo, che anche molte donne abbiano sorriso ugualmente. Saranno state le stesse che, sentita la notizia che il Presidente del Consiglio ha a cuore le sorti di una diciassettenne pagata 7.000 euro per fargli “compagnia”, abbiano esclamato “Troia lei!” piuttosto che “Schifoso lui…”, rimuovendo automaticamente il dettaglio, che però fa la differenza, che Ruby, anzi, Karima aveva soli 17 anni fino a ieri e dormiva sulle panchine, prima di finire ad Arcore. Poi c’è stato chi, tantissimi, preso dall’indignazione e, sono certa, nella buona fede, ha inteso parafrasare Berlusconi. Si sono susseguiti in un tamtam via web i “Meglio Gay che Berlusconi; meglio gay che sporcaccione; meglio gay che malato di mente; meglio gay che pedofilo; meglio gay che la peggiore cosa del mondo…” e via dicendo. Un pò senza rendersi conto, narcotizzati ormai dal linguaggio, che il gioco alla rovescia risulta ugualmente omofobo, ugualmente discriminatorio, ugualmente irragionevole. Perchè “gay” non è una condizione scelta, non è una categoria sociale, non è un dare o avere, non è nemmeno una tendenza sessuale o una moda, non è una qualità migliore o peggiore di un essere umano. E’ appunto un essere umano. Oggi anche queste declinazioni sono nei nostri vocabolari e purtroppo non ne usciranno più facilmente. Oggi è toccato ai gay…come altre volte…come alle donne. Perchè le “veline” nelle liste elettorali hanno consentito a molti, troppi, di umiliare tutte le donne impegnate in politica, di bollarle facilmente come facili e stupide. Perchè una che è stata dodici mesi con il seno al vento, scelta da uomini a ricoprire l’incarico di Ministro della Repubblica, ha permesso di svilire un concetto così fine e indispensabile per una democrazia o anche solo per la civiltà che è quello delle “pari opportunità per tutti”, pari diritti, pari dignità. Non so se Berlusconi sia davvero un uomo malato, ma noi siamo ammalati da tempo.
Una carta di 41 provvedimenti verrà discussa lunedì per mettere in riga le donne che ultimamente sono diventate troppo provocatrici con l’abbigliamento. Appena l’aria s’intiepidisce smaniano per esibire. A Castellammare tutti gli uomini camminano con gli occhi in alto, inciampano e sbattono continuamente. Un disastro tra gli automobilisti che guidano con gli occhi bassi.
Il parroco sostiene i provvedimenti.
Trovo sia una decisione giusta – spiega il parroco Don Paolo Cecere – in questo modo si contrasta anche il dilagare delle molestie sessuali.
Infatti considerata la donna oggetto d’uso e di desiderio, calmierando l’offerta diminuisce certamente la domanda, o meglio la rapina. Insomma le donne se le vanno a cercare. Infatti ne fanno fuori una al giorno.
Occorre mettere finalmente un po’ d’ordine. Modi e apparenze, comportamenti un po’ più castigati. Ecco, castigarle.
Ma con l’idea ingegnosa di due piccioni con una fava: fare cassa – i comuni sono tutti barboni ormai – e castigarle. Contravvenzioni da 25 a 500 €.
Ripristinare il decoro urbano per favorire una migliore convivenzacivile, dice il sindaco Pdl Luigi Bobbio. Omette di dire per favorire le casse comunali.
Per infliggere una contravvenzione ad un automobilista non basta redigere il verbale con su scritto che andava troppo veloce. Non è l’impressione percettiva che sanziona ma la quantità, la misura, il limite, e dove è complicato stabilire una misura sorge un complicato problema giuridico.
L’autovelox non comporta dubbi. Dunque per abolire ogni contestazione occorrono il gonnometro, lo scollometro, l’ombelicometro. Tre millimetri di fascia ombelicale sono meno gravi di otto centimetri. Il torsiometro con sensori-deretano, per la misura di quanto torce alla camminata e quanto un emideretano alza rispetto all’altro.
Uno scollo seno da misura terza in su 500 € + 100 € ogni due cm di profondità. Reggiseno che spunta, sequestro. Canotta senza reggi, sequestro. Shorts 500 € da sopraginocchio + 300 ogni cm in su. Hots 500 € per il davanti + 500×2 per didietro. Braccio scoperto 25 €. Avambraccio scoperto 250 €. Collo scoperto 50 €. Tacchi spillo, sequestro. Capelli lunghi permessi fino base collo; oltre: 25 € ogni 2,5 cm. Orecchie coperte. Se scoperte 50 € ogni orecchio.
Sicuramente vietata la corsetta mattutina. Ballano i seni. Se cadono le chiavi per terra o per allacciarsi una scarpa: attente, potrebbe essere in agguato un fotofinish.
Oltre alla certezza della pena occorre la certezza della norma. Una norma non fatta rispettare oltre che inefficace è anche ridicola. Dunque occorrono missi dominici in senso proprio, in coppia, uno laico per il comune e uno ecclesiastico. E squadre di guardoni comunali, oculones, per scovare e sanzionare le disobbedienti.
Le controversie e i reclami si dovranno risolvere de visu e in corpore vili.
Una nuova era dei guiness del ridicolo potrebbe inaugurarsi proprio da lunedì quando verranno discussi dall’Amministrazione stabiese i 41 articoli per la normativa del decoro urbano.
Mentre si svolgerà la seduta del Consiglio comunale, all’esterno del Comune stazionerà un sit-in di associazioni di donne con la Consigliera provinciale PO, l’UDI e la Camera delle Donne.
Numerose donne e associazioni femminili da tutta la Calabria si sono incontrate alla Casa delle Culture di Cosenza sabato 9 ottobre per istituire la Rete delle Donne Calabresi, gruppo nato spontaneamente ma non casualmente. Hanno deciso di fare rete per iniziare un confronto permanente sulle politiche di genere, quelle mancate e quelle da costruire.
Si sono liberamente confrontate per sostenere il Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino” di Cosenza, in grave difficoltà per la mancata emanazione dell’Avviso relativo alla Legge Regionale n. 20 del 21 agosto 2007 “Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.
L’associazione Roberta Lanzino è stata costretta a chiudere la Casa Rifugio per donne in temporaneo disagio dopo dieci anni di vita, presenza importante sul territorio calabrese che ha garantito a donne in condizioni di difficoltà e pericolo di trovare un luogo sicuro dove acquistare forza e riprendere in mano la propria esistenza. Le donne del Centro hanno lavorato con passione e impegno, quasi sempre senza il sostegno delle Istituzioni ma solo per responsabilità e spirito di volontario servizio, garantendo ascolto, aiuto ed accoglienza.
Nell’evidenziare le gravi inadempienze e l’assenza delle Istituzioni – in sala era presente solo l’Assessora Provinciale M.F. Corigliano, che ha espresso solidarietà alle donne del Centro e si è fatta promotrice di un tavolo interistituzionale Regione-Provincia-Comune – le Donne Calabresi in Rete hanno programmato una serie di iniziative volte alla promozione di politiche di genere organiche e di reale impatto sociale e culturale.
Le donne hanno sottolineato il danno sociale che viene inferto alla popolazione calabrese per la mancata applicazione della Legge Regionale n. 20 del 21/8/07 e hanno prospettato, in mancanza di risposte, ulteriori interventi intesi alla tempestiva risoluzione del problema causato dall’inadempimento da parte delle istituzioni.
Le Associazioni e i gruppi – Fabbrica delle idee (Cosenza), Women’s Studies Unical, Unione Donne in Italia di Reggio Calabria, Ass. Emily (Cosenza), Centro Italiano Femminile di Reggio Calabria, Donne DaSud di Roma, Associazione Jineca-Percorsi Femminili di Reggio Calabria, Ass. Zahir, Coop. Interzona, Movimento Antirazzista Catanzaro, Io Donna, Gruppo PD Calabria 25 aprile, Io Resto in Calabria, Centro Margherita RC – e le donne intervenute e presenti hanno prospettato un’azione di capillare diffusione mediatica del problema volta a risolvere tempestivamente l’emergenza Centro Lanzino.
La preoccupazione emersa negli interventi sarà indirizzata per sollecitare le Istituzioni a confrontarsi per accogliere il punto di vista delle donne calabresi e le loro inascoltate necessità.
Cosenza, Casa delle Culture, 9 ottobre 2010, ore 16
Potrebbe rimanere una data storica: le donne calabresi risalgono coraggiosamente le rapide che tentano sempre più di travolgere non solo loro ma tutte le donne, malgrado l’apparente sfolgorante e disinibita onnipresenza femminile nei media, ma non certo negli organismi istituzionali di governo regionale calabrese, per esempio.
Il comunicato del Centro Antiviolenza Roberta Lanzino di poche settimane fa, che riguardava la chiusura del Rifugio per le donne perseguitate, ha prodotto un primo effetto, non da poco. Doriana, una attenta e appassionata blogger di Catanzaro, aveva suggerito di riunirsi per esprimere solidarietà al Centro Lanzino e per trovare una qualche forma di pressione democratica nei confronti di quelle istituzioni che non vedono non sentono non parlano. Contemporaneamente il raduno poteva costituire un punto di avvio per una aggregazione in rete delle donne calabresi.
Donne Calabresi in Rete, appunto, con già un primo spontaneo logo.
Un frenetico scambio di contatti fra amiche e associazioni porta alla necessità di una bozza preparatoria di discussione, non certo sistematica da congresso, dal momento che i tempi devono essere fulminei.
A Cosenza dunque tante donne, singole o di associazioni provenienti da tutte le province, ma anche non calabresi, convergono per il 9 pomeriggio alla Casa delle Culture, al primo tratto del faticoso, bellissimo e morente corso Telesio.
Intanto che si procede all’iscrizione per gli interventi, Antonella Veltri, del Centro L., apre ringraziando per tanta solidarietà e dopo un accenno alla storia e al contesto operativo fa il punto.
Da giugno non è stato possibile sostenere i costi di gestione del Rifugio del Centro, ma non è stato divulgato per non creare sfiducia e allarme tra le donne vittime. Stanno continuando tuttavia le altre attività e il punto di ascolto. Il Centro si fonda nel 1988 sull’onda di commozione dopo lo stupro e l’uccisione di Roberta Lanzino (stava andando al mare…), avvenuti in quell’anno. Una rete di volontarie di grande passione civile vi ha lavorato e vi lavora. Il Centro Antiviolenza R. Lanzino di Cosenza è l’unico in tutta la regione per completezza e professionalità ad avere i requisiti convenuti nella Carta della Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e di cui fa parte.
La Giunta Regionale per il 2010 non ha emesso il bando annuale relativo alla Legge 20, 8/2007, che prevede contributi finalizzati alla promozione e al sostegno dei Centri Antiviolenza. Il termine è scaduto a settembre, e dunque non sarà possibile continuare. Nel corso degli interventi verrà chiarito da un’avvocata che si tratta di una vera e propria inadempienza amministrativa da parte della Regione. Per la mancata emissione del bando sarebbe possibile, pertanto, ricorrere in giudizio con tempi però purtroppo allungati.
Unica donna delle Istituzioni calabresi malgrado altre adesioni e presenze assicurate, l’assessora Corigliano della Provincia di Cosenza. In sintesi dice che non sarà possibile supportare finanziariamente il Centro, non resta che lavorare sui progetti. L’Assessora, dietro la vivace discussione seguita, ribadisce che si impegnerà a promuovere un Tavolo di concertazione tra i vari livelli inter-governativi.
Intanto si inonderà la Giunta Regionale di fax-mail per sollecitare l’emanazione del bando previsto dalla Legge 20, 8/2007, il cui modello si può trovare più sotto nel post precedente.
La perdita del Centro sarebbe una ulteriore destrutturazione della società non solo calabrese, dal momento che tali strutture non abbondano in nessuna regione, anche se su un altro versante si può riscontrare un certo proliferare di microstrutture predilette da questa o quella politica locale o nazionale, a volte senza i requisiti minimi (il comma 4 dell’art. 4 della Legge 20 prevede il centralino telefonico attivo 24 ore su 24) o magari per essere solo confessionali. Senza dire dei sarchiatori professionali di fondi che hanno buone entrature. Sarebbe interessante inoltre seguire la tracciabilità dei fondi europei destinati ad hoc.
La discussione tra le donne presenti (probabilmente un campionario completo tra precarie disoccupate ricercatrici studentesse professioniste passionarie…) volge sulla costituzione di una rete regionale (e non soltanto) per quanto riguarda scambi e tematiche.
Donne Calabresi in Rete sulla base delle discussioni e delle proposte emerse vuole tracciare alcune linee di lavoro comune tra donne singole e donne appartenenti alle varie associazioni che vogliano aderire. Telefono, facebook, internet, mail sono gli strumenti fulminei di lavoro per tentare di strapparsi di dosso quella camicia di forza che media, istituzioni, società, impongono. Per strapparsi quel cerotto trasparente sulla bocca che continuamente viene applicato. Per oltrepassare quel muro di gomma. Per prendersi democraticamente spazi di discussione e visibilità pubblica in una società che ignora e vuole ignorare, perché monocratica nella sostanza, le esigenze e le politiche di genere di cui, in particolare, vi è una larga ignoranza.
Fra gli ultimi interventi Laura, passionaria di UDIrc, sottolinea che se la situazione è questa è anche perché le donne sono sottorappresentate in politica, dunque lancia l’invito a straripare e a far propria la linea dell’Udi 50E50, per una condivisione di responsabilità in una democrazia paritaria reale.
Le donne ancora una volta hanno parlato, ma malgrado i comunicati stampa né RAI3 regionale né altre testate giornalistiche registrano un’assemblea regionale dal basso che non ha precedenti nella storia della Regione.
Lasciate che le notizie vengano a me sarà il motto di certo giornalismo.
Il 30 settembre 2010 è scaduto il termine per la pubblicazione del bando relativo all’applicazione della Legge regionale 20 agosto 2007 (Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei Centri antiviolenza e delle Case di accoglienza per donne in difficoltà).
Le Donne Calabresi in Reteil 9 di ottobre alla fine della riunione, convocata alla Casa della Cultura di Cosenza per l’emergenza ed il sostegno del Centro antiviolenza Roberta Lanzino e più in generale per la programmazione e lo sviluppo delle politiche di genere per la Regione Calabria, hanno deciso come primo punto all’ordine del giorno di indirizzare mail e fax all’attenzione del Presidente della Giunta :
Presidente Comitato Regionale Pari Opportunità, crpo@consrc.it
Oggetto: Attuazione Legge n. 20 del 21.8.2007
A sostegno delle politiche di genere e dell’attuazione della Legge 20 del 21 agosto 2007 la/il sottoscritto, ____________, residente a _____________ chiede :
- che vengano rimossi, con urgenza, gli ostacoli burocratici che impediscono l’attuazione della Legge regionale n. 20 del 21 agosto 2007 a sostegno dei Centri antiviolenza. (La mancata pubblicazione del relativo bando annuale, il cui limite è fissato nella legge al 30 settembre: un’omissione grave che chiama direttamente in causa le Istituzioni, uniche responsabili a riguardo).
- che venga costituito e convocato un tavolo interistituzionale (Comuni Province Regione) di confronto e dibattito con le Donne Calabresi in Rete, riunitesi in pubblica assemblea presso la Casa della Cultura a Cosenza, lo scorso 9 Ottobre sul tema della violenza di genere e sulle politiche di genere da programmare in Calabria.
In attesa di urgente riscontro porgo cordiali saluti.
“nome cognome”
Presidente Giunta Regionale: Via Sensales, 20 -88100-Catanzaro, fax: 0961- 702322, e-mail: giuseppescopelliti@consreg.it
Vice Presidente: Via Massara, 2 -88100-Catanzaro, fax: 0961-779790, e-mail: antonella.stasi@regcal.it
CHIEDIAMO A TUTTE LE/GLI AMICHE/I CALABRESI DI INVIARE FAX, E ALLE/GLI AMICHE/I NON CALABRESI, IN ALTERNATIVA, DI INVIARE PER FAVORE UNA MAIL ALLA PRESIDENTE CRPO E AL CONSIGLIO REGIONALE.
PER LE/GLI ISCRITTE/I AD ASSOCIAZIONI, E’ PREFERIBILE SPECIFICARE ANCHE L’APPARTENENZA.
Per motivi di opportunità, sostanzialmente per stare piu’ comode visto che il numero delle donne presenti non sarà esiguo, l’incontro di sabato 9 ottobre delle Donne Calabresi in Rete si terrà, anzichè al Centro Lanzino, presso la Casa delle Culture in Corso Bernardino Telesio 98 a Cosenza, zona centro storico, ore 16,00. (mappa).
La “dichiarazione d’intenti” di questo nostro primo incontro la trovate qui , nel comunicato del 25 settembre.
L’incontro, naturalmente, non avrà un carattere formale ma, sempre tenuto conto del numero delle partecipanti, è stata fissata una scaletta rispetto ad una serie di obiettivi della giornata che vogliamo perseguire.
Per ulteriori informazioni potete scrivere a suddegenere@hotmail.com
e anche a donneinrete@hotmail.it
Ringraziamo fn d’ora le tante donne che in questi giorni hanno confermato la loro presenza, e anche tutte le donne che, anche da lontano, ci sostengono. A presto
La puntata di domenica 26 settembre di Presa Diretta intitolata “Senza Donne” può essere un’utile risposta a chi ancora (e ce ne sono) si affatichi ad affermare che la “lotta” per le pari opportunità non abbia ragione di esistere nel 2010 nel mondo occidentale.
Fra l’altro, particolarmente apprezzabile è stata la conclusione della puntata, con un servizio sulla pubblicità sessista, inserita dopo un excursus generale sulle discriminazioni delle donne sul posto di lavoro. Il nesso così stabilito coglie un punto: c’è un legame strutturale tra tutte le problematiche di genere – dalla “colpa” della maternità allo sfruttamento del corpo femminile e connessa umiliazione delle donne – come se tutte scaturissero da un’unico centro gravitazionale culturale comune. Questo legame strutturale spesso non è colto e l’averlo messo sia pur indirettamente in luce è, a mio avviso, importante.
Ovviamente, nulla di esaustivo/esauriente, i problemi cosiddetti di genere sono parecchi e la trasmissione com’è naturale non ne ha evidenziata che una parte. Tuttavia, benché siano state avanzate diverse critiche alla trasmissione, per esempio al titolo della puntata, ecc, si tratta di una eccezione da salutare positivamente nel panorama televisivo italiano. Di solito, infatti, si parla di donne e di problemi connessi all’essere donne in Italia, nei salotti semplificazionisti che promuovono stereotipi, facili dicotomie, sintesi brutali, effetti strappalacrime, e insomma complessivamente utili solo a rafforzare la base ideologica contro cui l’UDI e non solo lotta da tempo.
In questo panorama, dunque, è da salutare positivamente un reportage che racconti concretamente di cosa, fra l’altro, parliamo, quando usiamo i termini ormai retorici “pari opportunità”. Ma non vogliamo trascrivere i contenuti della puntata, che è visibile qui:
Segue il comunicato di un’iniziativa a cui l’UDI di Reggio prende attivamente parte. Il comunicato sarà successivamente integrato con altre informazioni relative alle partecipanti, cittadine e associazioni.
Le Donne Calabresi in Rete si danno appuntamento il 9 ottobre 2010 presso il Centro contro la violenza alle Donne “Roberta Lanzino” a Cosenza, ore 16,00.
la Casa Rifugio del Centro Lanzino, a giugno, ha chiuso i battenti per mancanza di fondi. Il Centro Lanzino è l’unico centro in Calabria attivo da vent’anni, facente parte del Circuito Nazionale dei centri antiviolenza, fondato da donne e nel quale operano solo donne, tutte con alto livello di formazione professionale.
Lo scorso anno sei nuove associazioni che si occupano di violenza alle donne, hanno ricevuto dei finanziamenti, che dovrebbero essere interrotti a novembre 2010, tramite una legge regionale, la n. 20 del 21 agosto 2007 “Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà”.
Noi tutte ci chiediamo, assieme alle donne del Lanzino, quanti di essi ancora siano realmente attivi, e quali possibilità abbiano di continuare la loro attività, esauriti i contributi regionali.
Noi tutte vogliamo chiedere alle Istituzioni di voler manifestare un reale interesse nell’affrontare e cercare di porre rimedio ai gravi problemi sociali connessi con la violenza alle donne.
In Calabria manca una sensibilizzazione adeguata al problema, manca una cultura organica di contrasto che diventi politica.
Le istituzioni tacciono. Dunque la società civile tutta, in specie le donne, riteniamo debbano interessarsi alla questione, da un lato per sollecitare l’avvio di politiche serie, sistematiche e capillari, di contrasto; dall’altro perché le donne stesse siano partecipi e contribuiscano alla crescita collettiva. Il contrasto alla violenza sulle donne non dev’essere opzionale ma strutturale, non dev’essere intermittente ma continuo.
Ma noi tutte ci poniamo anche altre domande, che riguardano il nostro vivere e lavorare (o non lavorare) in una terra come la nostra. Questo incontro, quindi, ci sembra un’importante occasione perché le donne calabresi comincino ad uscire allo scoperto per fare rete, e anche rumore. Un rumore costruttivo, che giunga alle orecchie di chi abita i palazzi del potere e soprattutto della società civile nel suo complesso, che molto probabilmente necessita di una scossa da quella parte della popolazione, le donne, che troppo spesso non ha voce ed è vittima oltre che del collasso economico anche di quello culturale.
E allora si comincino a tessere le fila di questa rete. Inizieremo con un filo sottile, ma intriso di entusiasmo e partecipazione, destinato a intersecarsi con altri fili sempre piu fittamente intrecciati, fino a diventare una rete solida, capace di produrre risultati concreti in una Calabria che ancora stenta a sentire le voci delle donne – non perché queste voci non esistano, bensì perché esse sono state fino ad ora difficilmente corali.
Chiediamo perciò a tutte le donne calabresi di partecipare all’incontro del 9 ottobre, che molte spontaneamente hanno deciso di organizzare.
L’iniziativa “Donne calabresi in rete” non è voluta o promossa da un´associazione in particolare piuttosto che da un´altra, da nessun ente e da nessun partito, ma è voluta e promossa solamente da donne che, con ogni evidenza, sentono la necessità e l´urgenza di un confronto e di un’azione politica concreta a favore delle donne.
Ad oggi aderiscono: Udi le Orme di Reggio Calabria, Associazione Jineca (Rc), le donne del Centro Lanzino, Emily Cosenza, le donne del Centro Interdipartimentale di Women’s Studies dell’Unical, Donne daSud, le donne del Movimento antirazzista Catanzaro, e numerose altre donne variamente impegnate.
Presto sarà pubblicata una lista delle cittadine partecipanti e delle altre associazioni.
Doriana Righini e Denise Celentano per le Donne Calabresi in Rete
La Scuola Politica UDI, giunta alla quinta edizione, si pone sempre più come “momento gestazionale” di progetti che abbiano come obiettivo il cambiamento culturale e politico.
La tecnologia può costituire una grande occasione per rivoluzionare i canoni tradizionali del sapere tramandato attraverso un’ottica maschile; il web si presta al cambiamento, proprio per la sua “democraticità”: le donne possono intervenire con le loro competenze personali e mettere in gioco il loro punto di vista.
“E’ perfettamente inutile, o tutt’al più è un di più, fare enciclopedia “femministe” parallele che nessuna e nessuno trova. Wikipedia è la prima cosa che esce, se si cerca una qualsiasi cosa sul web e allora, si fa così: irrompiamo in massa su Wikipedia. Basta fare un giro per vedere gli occultamenti, le ambiguità e le mortificazioni di un sapere che noi sappiamo che c’è, c’è, c’è. C’è, ma non si vede. Sul sito dell’UDI creeremo uno spazio chiamato Operazione Womenpedia, dove (come per le segnalazioni in Immagini Amiche) ognuna potrà comunicare l’iniziativa intrapresa: inserimento di parole nuove o modifica di parole già esistenti, e così via. Possiamo fare con Wikipedia – continua l’Udi – quello che non riusciamo ancora a fare con i libri di testo nelle scuole: far emergere l’apporto delle donne in tutti i campi del sapere.
Le donne sono state occultate, dimenticate, cancellate dall’arte, dalla letteratura, dalla filosofia perché la storia dell’umanità è scritta e descritta quasi esclusivamente da uomini. In questa storia le donne hanno solo il ruolo di personaggi delineati dalla mente maschile e mai di soggetti che creano, scrivono e progettano, nonostante testi, ricerche, scoperte delle donne occupino ormai interi scaffali di librerie e biblioteche”. “Wikipedia permette di modificare, correggere, inserire argomenti nuovi, con l’unica condizione di citare le fonti della nozione inserita: sono proprio le fonti del sapere al femminile che possono cambiare e arricchire la storia della cultura, scritta e raccontata dagli uomini. È necessario rivedere tutto questo affinché ‘la storia possa includere le donne’ come sosteneva Virginia Woolf ‘senza ferire nessuno’ e oggi, con lo strumento internet, finalmente si può fare”.
Dunque Womenpedia, dalla parola donne in inglese e pedia, che in greco vuol dire educare!
Già sconcertate per l’”amicizia” promossa da Berlusconi col dittatore Gheddafi, assistiamo a questo festival della misoginia più kitsch – mascherata dalle solite buone intenzioni, la “lectio magistralis” – con una preoccupazione segnata da incredulità per il senso di normalità con cui è stata trasmessa dai media, come se si trattasse di ordinaria informazione, e non fosse clamorosa l’istituzionalità che ammanta l’iniziativa di legittimità e credibilità. Il leader libico, anzitutto, si fa scortare da amazzoni perché a suo avviso più fedeli al capo, ovvero più brave a sottomettersi (secondo testuali parole), quindi vuole insegnare l’Islam a donne avvenenti, accuratamente preselezionate, ed ecco questa sfilata pacchiano-misogina, con imbarazzanti punti di sovrapposizione con gli ultimi prodotti trash della televisione, di donne imbellettate, ben dotate e “parate a festa”, raggiungere il dittatore dalle cui labbra penderanno a pagamento.
D’altronde, tutto questo è perfettamente coerente con l’ideologia berlusconiana della femmina come “pupazzo con le tette” in balìa del maschio virile.
Segue un articolo critico di Francesco Merlo pubblicato su Repubblicasull’ultimo exploit di Gheddafi in Italia.
ANCHE ieri c’era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell’avanspettacolo, l’omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d’onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l’ultimo tocco di brillantina al primo attore.
È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia.
Nessun’altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace - e lo diciamo sinceramente – anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell’eccesso, nella vanità, nel vagheggiare l’epica dell’immortalità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare.
Di nuovo ieri Gheddafi si è esibito davanti a 500 ragazze, reclutate da un’agenzia di hostess, che hanno ascoltato i suoi gorgoglii gutturali tradotti da un interprete, le solite banalità sulla teologia e sulla libertà delle donne in Libia, il Corano regalato proprio come Berlusconi regala “L’amore vince sempre sull’odio”, quel libro agiografico e sepolcrale edito da Mondadori. È fuffa senza interesse anche per gli islamici ma è roba confezionata per andare in onda nella televisione di Tripoli. Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta. Addirittura, con la regia dell’amico Berlusconi, tre di queste donne ieri si sono subito convertite, a gloria della mascolinità petrolchimica libica: “Italiane, convertitevi. Venite a Tripoli e sposate i miei uomini”.
E di nuovo ci mortifica tutta questa organizzazione, il cerimoniale approntato dalla nostra diplomazia, con Gheddafi serio ed assorto che suggella la fulminea conversione di tre italiane libere e belle: un gesto di compunzione, gli occhi chiusi per un attimo, il capo piegato come un officiante sul calice. “L’Islam deve diventare la religione di tutta l’Europa” ha osato dire nella capitale del cattolicesimo, mentre l’Europa (con l’America) si mobilita per salvare la vita di una donna che rischia la lapidazione per avere fatto un figlio fuori dal matrimonio. Certo, l’Islam non è tutto fanatismo ma nello sguardo di Gheddafi c’è condensata la sua lunga vita di dittatore, di stratega del terrorismo, di tiranno che dal 1° settembre del 1969 opprime il suo popolo.
Ebbene, è a lui che oggi Berlusconi di nuovo bacerà la mano, come ha già fatto a Tripoli. Berlusconi, lasciandosi andare con i suoi amici fidati, ha più volte detto di invidiare Muammar perché comanda e non ha lacci, non combatte con il giornalismo del proprio paese, non ha bisogno di fare leggi ad personam ma gli basta un solo editto tribale, non ha né Fini né Napolitano, non ha neppure bisogno di pagare le donne… È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell’avanspettacolo, al revival di Petrolini: “Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul”.
E infatti ogni volta che Berlusconi va a Tripoli Gheddafi fa di tutto per stupirlo con gli effetti speciali del potere assoluto, gli fa indossare la galabìa e lo fa assistere alle parate militari delle amazzoni, organizza il caravanserraglio di Mercedes piene di farina, orzo e datteri da distribuire agli affamati recitando il ruolo del salvatore, proprio come Berlusconi all’Aquila… E ha pure imposto nei passaporti libici la foto di Berlusconi. Se lo porta nel deserto di notte per mostrargli la magia del freddo glaciale, tutti e due ad aspettare l’alba e il sole che torni ad arroventare la tenda. E ogni volta alla tv libica il viso di Berlusconi diventa in dissolvenza il viso di Gheddafi, e va in onda Berlusconi contrito nel museo degli orrori commessi dagli italiani, e c’è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna…
Gheddafi a Roma fa quello che vuole non soltanto in cambio delle galere e dei campi di concentramento dove la polizia libica trattiene gli africani che vorrebbero fuggire verso l’Italia, e non solo perché i due fanno affari privati, come da tempo sospetta la stampa internazionale, e ora anche italiana. Il punto è che Berlusconi gli mette a disposizione tutto quello di cui ha bisogno l’eccentricità beduina perché con Gheddafi ha un patto antropologico. È una somiglianza tra capi che la storia conosce già, sono identità che finiscono con il confondersi: Trujllo e Franco, Pinochet e Videla, Ceausescu ed Enver Hoxha, Pol Pot e Kim il Sung… Non è l’ideologia a renderli somiglianti ma l’idea del potere, quello stesso che oggi lega Berlusconi e Gheddafi, Berlusconi e Chavez, Berlusconi e Putin. Ecco cosa offende e degrada l’Italia: l’Asse internazionale della Satrapia.
Troviamo su fb che a sua volta cita ipsnoticias una interessante intervista a Rose Maria Muraro. Molti spunti, suscettibili anche di qualche obiezione, in ogni caso gli argomenti sono cruciali e anche l’approccio. L’obiezione principale è: perché relegare ancora una volta le donne nel rango della cura? Benché trasformare una condanna storica in riscatto di genere possa essere segno di pragmatismo e operatività, resta problematico riproporre lo schema storico della cura come caratterizzante in quanto tale il genere femminile.
Intervista del quotidiano IPS a Rose Maria Muraro madre del femminismo brasiliano, autrice di 35 libri. Muraro si mantiene produttiva e combattiva con i suoi 79 anni ed ha annunciato una nuova opera per il 2011 con proposte per un’economia di cooperazione e solidarietà che recupera valori come il baratto e incorpora una prospettiva di genere per lo sviluppo.
E’ nata quasi cieca e solamente a 66 anni grazie ad un intervento chirurgico è riuscita ad ottenere la vista.
Ma la sua menomazione non le ha impedito di studiare Fisica ed Economia, sposata da 23 anni ha cinque figli, di dare impulso al femminismo brasiliano e di opporsi alla dittatura militare che ha governato il paese dal 1964 al 1985. Né ha ostacolato il ruolo di divulgatora della Teologia della Liberazione attraverso “Vozes” rivista cattolica che ha co-diretto con il teologo Leonardo Boff.
IPS: Come spiega che le donne pur avendo un grado di istruzione maggiore a quello degli uomini, guadagnano di meno e patiscano la disoccupazione?
RMM: Qualcosa sta migliorando e le donne guadagnano circa il 90% di quello che guadagnano gli uomini. Un grande ostacolo è la scarsa rappresentanza femminile nelle legislature nazionali, degli Stati e a livello locale. Le donne tendono a votare per gli uomini. Abbiamo bisogno di campagne per il voto alle donne.
IPS: Perché le donne non riescono a farsi eleggere pur rappresentando la maggioranza dell’elettorato?
RMM: Grazie al pregiudizio interiorizzato che le donne sono esseri inferiori. Abbiamo ancora una maggioranza di donne conservatrici, che difendono il patriarcato e considerano l’uomo più adatto a governare. E visto che sembrerebbe più ‘naturale’ che gli uomini abbiano più probabilità di essere eletti, i partiti danno ad essi più risorse. Le candidate quindi hanno meno visibilità e meno risorse economiche in campagna elettorale. Abbiamo avuto però una rivoluzione con la pillola abortiva. Quarant’anni fa vi erano solo il 5% di donne parlamentari, oggi il doppio. Il Brasile è uno dei paesi con il più basso indice di rappresentanza, lontano dal 50% dei paesi del Nord Europa, ma stiamo cercando di migliorarlo grazie al lavoro femminista.
IPS: In Brasile è stata stabilita una quota femminile del 30% nelle candidature dei partiti. Non crede che questo aiuti una maggiore partecipazione?
RMM: Molto poco, perché i partiti non si conformano e l’assenza di autostima alle donne giudicate inferiori, fa si che essa rimanga inapplicata. Poi, c’è il problema delle candidate “arancia”figlie, mogli, sorelle dei candidati più conosciuti che si succedono. E’ un meccanismo perverso.
IPS: Non è in contraddizione con la superiorità scolastica e l’istruzione universitaria delle donne?
RMM: La scolarizzazione da sola non basta. E’ necessaria un’educazione specifica di genere. Che non si dividano i giocattoli per le femminucce e per i maschietti, che i ragazzi e le ragazze pratichino lo stesso sport e non le le bambole per le bambine e il calcio per i maschietti. Dobbiamo cambiare l’educazione sessista.
IPS: Però l’insegnamento è in mano alle donne, le donne dominano nella docenza.
RMM: Fisicamente non culturalmente. E’ necessario formare insegnanti per l’educazione di genere. Bisogna allora cambiare i libri. Il vocabolario è impregnato di sessismo, la grammatica è diretta all’uomo e potete immaginare com’è la mentalità delle persone. Il compito è enorme e richiede generazioni perché il cambiamento è più profondo e quindi più lento. E’ da trent’anni che lotto solitaria ed isolata. Adesso la società mi riconosce. C’è stato il progresso, ma non la vittoria, perché questa parola interiorizza la competitività maschile.
IPS: Lei collega la parità tra i sessi al cambiamento dell’economia. Perché?
RMM: Si, perché l’economia è ancora di sesso maschile. Il che significa il dominio e la concorrenza, la matematica del successo, la massimizzazione degli utili. La visione delle donne è all’opposto, collaborazione, sviluppo di un’economia di solidarietà, il successo della persona e non gli utili.
IPS: Come si concretizza l’economia al femminile?
RMM: Con il microcredito ad esempio, che è destinato ai poveri e alle donne indigenti. Nell’esperienza dell’economia solidale con monete complementari.
L’economia di ‘cura’ (bambini, anziani, malati) è nettamente al femminile e poco valorizzata sul mercato. Le donne secondo le Nazioni Unite, rappresentano il 90% delle badanti. La donna al potere cambia la natura del denaro. E’ quello che spiego nel libro “Reiventare il capitale monetario”, che dovrebbe essere pubblicato nella prima metà del 2011.
IPS: Lei ha anche scritto ” Dialogo per il futuro” assieme all’economista americano Hazel Henderson, dove propone di cambiare le misure e il concetto del Pil
RMM: Il Pil racconta la ricchezza e il gioco dei soldi e le risorse che si perdono, per esempio il petrolio, viene esportato e non è rinnovabile. Non tiene conto dell’ inquinamento,della deforestazione, del degrado del territorio. La distruzione della specie umana è
dovuta all’uomo che ha promosso il super-consumo e non paga per l’inquinamento.
IPS: Il femminismo coinvolge altra scienza e tecnologia?
RMM: Si, le donne hanno un diverso modo di fare scienza, una scienza collaborativa, una scienza per la , per la distribuzione a tutt* ,mai patentaria come quella di Craig Venter (biologo americano che ha guidato il progetto privato sul genoma umano).
Perché? Perché si fa carico del feto, nutre il neonato, si prende cura di tutti.
Altri dati delle Nazioni Unite indicano che è femminile l’80% della militanza ecologista ; 90% quella contro la militarizzazione ;70% contro la povertà.
Vive in Svezia da 45 anni. Un giorno a vent’anni vi andò forse a cercare le bionde e non è ancora tornato. Sul suo blog bilingue, Franco: dalla Svezia con amore [...], qualche giorno fa ci ha ricordato qualcosa della Svezia che non è molto divulgato, ma comunque già in circolazione da diversi anni.
L’insospettabile ha molto a che fare con le disavventure o con le sciagure che colpiscono le donne. E’ che la Svezia, il luogo dove forse è più alta l’attenzione per la parità, sta ai primi posti in Europa per violenze sessuali sulle donne. E gli altri paesi scandinavi non sono molto distanti. La Svezia è un mito per alcuni atti legislativi di civiltà che in altri paesi sono arrivati in seguito o non sono mai arrivati. Per esempio è stato il primo paese europeo a sanzionare, a qualsiasi titolo, le punizioni corporali sui bambini già nel ’79, contrariamente ad altri paesi dell’Unione che ancora non vi hanno provveduto (anzi il famoso scapaccione viene ritenuto perfino utile). Per l’otto marzo 2010 Amnesty International sul problema dello stupro nei paesi scandinavi rilanciava un appello speciale, fatto già l’anno prima (6/3/2009) in seguito all’allarmante rapporto del 2008.
“Nel rapporto del 2008, intitolato “Il caso è chiuso: stupro e diritti umani nei paesi scandinavi” Amnesty International sottolinea come le donne che riferiscono alla polizia di essere state stuprate hanno una piccola possibilità che i loro casi siano giudicati da un tribunale a causa delle barriere che incontrano nelle leggi e nelle procedure e a causa delle norme stereotipate relative al comportamento sessuale di uomini e donne. Il pregiudizio di genere, inoltre, interferisce ad ogni livello dell’iter legale intrapreso dalle donne sopravvissute. Di conseguenza molti responsabili non sono mai stati chiamati a rispondere dei loro reati.”
Viene in mente Ciudad Juàrez (ma le realtà complessive sono enormemente diverse e non paragonabili) per il muro di gomma che si può avere anche nel fior fiore del primo mondo e con tanto di fiore all’occhiello in tema di parità.
Ad un aumento dei casi di violenza sessuale, per es. di 140% negli anni ’80-2000, non corrisponde in proporzione un numero conseguente di condanne, statisticamente fermo come indice agli anni 60-70.
Nel suo blog, Franco Fazio, conoscendo bene ormai la Svezia e vivendoci da 45 anni, afferma che tutt’oggi statisticamente una persona rischia più di subire uno stupro che una rapina.
Volete sapere – racconta Lilli Gruber - che faccia ha una donna che è stata maltrattata e picchiata per anni dal marito? Eccola. Così ho conosciuto la prima volta, a un dibattito al Parlamento Europeo per la Festa della Donna nel 2005, la giornalista Maria Carlshamre. La sua denuncia ha squarciato un velo che per anni ha nascosto una verità inconfessabile.
Pubblicamente, in diretta televisiva, Maria trova il coraggio di denunciare suo marito, mandando in mille pezzi il grande porta-ritratto di cristallo con la foto cartolina della Svezia.
«Volete sapere che faccia ha una donna che è stata picchiata? Eccola. Mio marito abusa di me da più di dieci anni». Immediatamente licenziata. Avevano tentato in ogni modo di dissuaderla, dove lavorava. Uno shock per il paese.
Appena rotti gli argini molte altre donne rivelano di essere state malmenate e stuprate. Il dato costante europeo è che la maggioranza dei casi di violenza, intorno al 70%, avviene in famiglia. Questo conferma con chiarezza che il filo rosso del patriarcato annoda ancora la struttura societaria ancestrale a quella moderna. Una triste realtà di sopraffazione emerge con forza nel paese della più avanzata parità di genere raggiunta. Meno di un quarto delle donne che subiscono violenza sporge denuncia, il resto per paura di ritorsione, paura di non essere credute, per vergogna, subisce in silenzio. Gli agenti che ricevono le denunce tendono più a sminuire e ridimensionare, che a perseguire la reale e completa entità del fatto violento, in un eccesso di garantismo insospettabile a rovescio.
Conclude il corrispondente bloger dalla Svezia: … è parere comune tra gli ufficiali che le donne che denunciano questo tipo di crimine “stiano mentendo o si stiano confondendo”. Questo atteggiamento dei poliziotti genera un fenomeno denominato “attrito”: le donne preferiscono non denunciare l’accaduto, o far cadere le accuse in un secondo momento. La condizione degli stupratori in Svezia è quindi di sostanziale impunità.
«Dobbiamo cambiare l’immagine di noi stessi. Non siamo i campioni del mondo dell’uguaglianza» è l’amara riflessione di Maria Carlshamre divenuta in seguito parlamentare europea.
Il film Racconti da Stoccolma, di Anders Nilsson, 2008, in una delle tre storie racconta proprio quella di Maria. Lo abbiamo proiettato al Politeama Siracusa, la sera del 10 gennaio 2009, al passaggio dell’Anfora da Reggio (vedi ABBIAMO FATTO). Al 57mo Festival di Berlino ha ricevuto il Premio Amnesty International.
“L’onore o la perdita dell’onore è al centro di queste tre storie. Storie che ho voluto raccontare nello stile di Alfred Hitchcock, ovvero dal punto di vista delle vittime” dichiara il regista Nilsson in un’intervista prima dell’uscita del film a Roma. Gli viene chiesto se per caso non c’entri l’alcol: ”… mi sembra riduttivo pensare questo. Conosco delle persone che bevono che non hanno mai picchiato la moglie e altri sobri che lo fanno. Insomma non me la sento di segnalare l’alcol come la principale causa della violenza“. (ANSA, 2008-04-24, 49501295).
«Sono stata picchiata e maltrattata per dieci anni da mio marito … e io tutte le volte ero convinta che la colpa era mia, che ero io la causa … È fondamentale che le vittime parlino di questa loro condizione». Nel film si chiama Carina (Boysen), nella realtà è Maria Carlshamre, una giornalista svedese che ha avuto il coraggio di “uscire allo scoperto” e denunciare in diretta televisiva le violenze subite ad opera del marito, collega di lavoro e “geloso” del successo della moglie. Eletta poi al Parlamento Europeo, Carina /Maria ha potuto presentare un programma per la difesa dei diritti delle donne.
La violenza degli uomini contro le donne non costituisce solo un reato ma anche un grave problema per la società nonché una violazione dei diritti umani. E’ quanto afferma la relazione d’iniziativa di Maria CARLSHAMRE (ADLE/ADLE, SE) – adottata dalla Plenaria con 545 voti favorevoli, 13 contrari e 56 astensioni – sottolineando che la violenza contro le donne è un fenomeno universale “collegato all’iniqua distribuzione del potere tra i generi che ancora caratterizza la nostra società”.
La relazione ricorda inoltre che una dichiarazione dell’ONU definisce la violenza contro le donne come “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o nel privato”.
Il Parlamento europeo ha adottato il 2 febbraio il parere dell’on. Maria Carlshamre, elaborato in seno alla commissione per i diritti delle donne, in cui si raccomanda alla Commissione europea e a tutti gli Stati membri di adottare azioni ed iniziative tese a combattere la violenza sulle donne e soprattutto di considerare la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani. (…)
UN FATTO La Regione Puglia nel marzo scorso con la delibera n.735 ha avviato un’azione di potenziamento della rete dei Consultori e del “percorso nascita”, che prevede l’inserimento di ginecologi ed ostetriche non obiettori di coscienza, questo ha scatenano polemiche e la giunta Vendola è stata accusata dal Pdl di voler trasformare i consultori in «abortifici». Gli assessori firmatari della delibera 735, Tommaso Fiore e Elena Gentile, difendendo le ragioni del provvedimento, replicano: “Non è in atto alcuna discriminazione dei medici obiettori, solo la ferma volontà di garantire la piena applicazione della legge 194 e la tutela dei diritti delle donne”. Nove medici cattolici, tra i quali il Presidente dell’Associazione nazionale dei medici cattolici, hanno presentato ricorso al Tar di Bari, chiedendo l’annullamento del provvedimento in questione e della delibera numero 405, con la quale la giunta pugliese anticipa “il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza”.
Nel ricorso si parla di “scelta discriminatoria”.
E a noi verrebbe da dire che chi di obiezione ferisce, di obiezione perisce.
E si invocano principi sacrosanti che noi per prime rispettiamo, quando sono autentici. Ma è ormai cosa risaputa, che, dal primo giorno in cui è entrata in vigore la 194, si è abusato fino all’inverosimile dell’obiezione di coscienza.
In questi anni abbiamo visto obiettare non solo i medici, ma anche i portantini, le donne che dovevano abortire dovevano andarci con i loro piedi in sala operatoria. Hanno obiettato, in alcuni casi, gli infermieri addetti alla distribuzione dei pasti “…a quella io non do da mangiare!”. Tantissime strutture pubbliche, dimostrando che l’autodeterminazione proprio non va giù, si sono impegnate in ogni modo per rendere la vita difficile alle donne.
In tutti questi anni l’UDI non ha mai smesso di indicare nell’obiezione di coscienza - per quello che la fanno diventare – il nodo ormai da affrontare nella teoria e nella pratica. Significa che dobbiamo, oggi come ieri, pretendere la piena applicazione della 194 attaccando il cavallo di Troia che vi è stato posto dentro per disinnescarla.
L’azione politica della giunta Vendola dimostra che è possibile governare riferendosi alle donne come cittadine, titolari di diritti e di doveri, e non come corpi su cui scatenare battaglie ideologiche. Dopo avere detto 50E50…ovunque si decide!, il nostro corpo fertile è la cartina di tornasole del grado di cittadinanza che riusciamo ad esercitare nella nostra società. Su questo misuriamo assistenza, leggi e utilizzo delle risorse. La scelta della stessa giunta Vendola, come della Regione Toscana, dimostra che, intanto, è possibile applicare il principio del 50E50.
UN FATTO In premessa della Proposta di Legge della Regione Lazio sul riordino dei Consultori si parla dei Consultori come luoghi per il consolidamento della famiglia e dei valori etici di cui essa è portatrice. Per chi ha redatto questa proposta la donna non è un soggetto, non è una cittadina, ma una componente di una struttura a conduzione patriarcale – la famiglia - i cui interessi vengono prima di tutto. Il concepito stesso viene difeso in quanto già componente della famiglia. Viene da pensare che neanche l’uomo della strada si ritroverebbe nel quadretto di famiglia per come viene rappresentata in questa proposta di legge. Il senso comune degli uomini e delle donne, della società civile, è sicuramente più avanti di certi governanti e amministratori.
E’ ora di rovesciare le questioni, di interrogare invece di rispondere, consapevoli che la posta in gioco non è la vita umana come principio teorico, ma la nostra vita di donne, molto concreta e la nostra libertà. E’ ora di contrastare una restaurazione che prima ancora che politica è e vuole essere culturale. Una restaurazione che trova le sue ragioni nella necessità delle Istituzioni di rappresentarsi all’Istituzione religiosa come i capaci di mantenere l’ordine. Tutta la cosiddetta “cultura pro life” trasuda inviti alle donne a tornare nei ruoli di donne accoglienti, testimoni di una cultura della vita e di una società che deve essere, sempre attraverso le donne, aperta ed accogliente. Persino la contraccezione, è ormai vista come ostile alla vita, e questo messaggio al negativo è ben più pericoloso e violento della pur insopportabile melassa mediatica attorno alle famiglie numerose, alle mamme ad oltranza, a quelle eroiche ecc.
E ANCORA Sulla RU486, l’ipocrisia con cui si finge di preoccuparsi della salute della donna, per costringerla ad entrare in una sala operatoria anche se potrebbe evitarlo, è la stessa che regola molte, troppe questioni legate al generare e al corpo delle donne. Attraverso l’insostenibilità del ricovero obbligatorio di tre giorni, si sta forse preparando la “soluzione finale” per la RU486.
E’ facile morire ammazzate dopo anni di minacce, ma sui femminicidi non si fanno i compulsivi monitoraggi, indagini, inchieste, verifiche a cui è soggetta la legge 194 (oltre a quello annuale dell’istituto Superiore di Sanità previsto dalla legge stessa).
E’ facile che in quella famiglia, sia italiana che straniera, così genericamente nominata, basata sui valori etici, di cui i Consultori dovrebbero diventare custodi e garanti, si compiano più del novanta per cento delle violenze contro le donne.
VOGLIAMO CHIAREZZA sulla contraccezione d’emergenza che viene deliberatamente confusa con la RU486 e vogliamo la sua demedicalizzazione, dunque che sia tolto l’obbligo di ricetta. Perché la pillola del giorno dopo NON E’ UN ABORTIVO, quindi non ha senso che i farmacisti facciano obiezione, perché non possono come categoria e non ha senso che la facciano i medici perché, lo ripetiamo, non è un abortivo.
A tanta arretratezza culturale, ma anche spirituale che ci sta inseguendo, a tanta prepotenza, primitiva e volgare, l’UDI risponderà con le sue parole, con le sue denunce, con le sue azioni.
A tutto ciò, però, fanno da sponda iniziative illuminate su cui invitiamo a riflettere soprattutto quelle donne che occupano posti di responsabilità e prestigio.
A loro chiediamo di non costringere le donne ad una divisione su questioni che ci devono vedere invece solidali e rispettose.
A loro chiediamo un confronto franco e diretto che superi gli schieramenti ideologici.
E dunque dopo la sventagliata di proteste da parte di associazioni contro la pubblicità offensiva nei confronti delle donne, rivolte alla ditta che l’ha utilizzata montatrice dei pannelli fotovoltaici in fabula, al Sindaco di Milazzo, alle PO siciliane ed europee e a tantissimi altri organismi, i cartelloni apparsi a Milazzo vengono rimossi. L’ufficio stampa del Comune comunica che il responsabile della ditta si scusa per quanto accaduto e assicura che “i cartelli saranno sostituiti in giornata”.
A pensarci prima sarebbe stato meglio se la ditta avesse mantenuto l’eleganza della schermata d’ingresso al suo sito, piuttosto che sporcarla. Dunque una opportuna riflessione va fatta. La segnalazione e la protesta tempestiva in forze sui canali giusti in caso di pubblicità offensive è efficace. Come dire che chi pecora si fa il lupo se la mangia. La ditta che si avventura in una campagna a dir poco discutibile utilizzando il corpo e la figura della donna con intenzioni sessiste ha tutto da perdere. Occorre evitare tuttavia di far un ulteriore regalo in termini di pubblicità alla ditta che gioca d’azzardo. Infatti specialmente da parte di marchi minori vengono deliberatamente studiati dei blitz in campo pubblicitario con messaggi studiati per guadagnare maggiore visibilità, salvo poi rientrare e scusarsi, ma intanto l’espansione del marchio è ottenuta (vedi a proposito nostro post del 1° luglio più in basso).
Oltre ogni limite. Non c’è nemmeno l’ammiccamento o il doppio senso. No, una locuzione esplicita, diretta, non fatta dire al maschio nell’esercizio della funzione ma, con lavoro mediaticamente sporco, fatta dire alla donna. Una ditta per pubblicizzare i suoi pannelli fotovoltaici ricorre in modo estremamente volgare, offensivo come mai fino ad ora, all’utilizzo del verbo montare in relazione ai suoi pannelli ma contemporaneamente affianca a mo’ di pecora una donna nuda accovacciata sui quattro arti (il riferimento linguistico è immediato).
L’abbassamento della soglia sul piano dell’offesa al genere femminile, al corpo della donna considerato meno di un pallone su cui tirare quattro calci è calcolato. Non c’è eros o ironia o gioco che tenga come potrebbe/potrà tentare di dire il responsabile della pubblicità o del marchio. E’ offensivo anche per gli uomini a cui arriva un messaggio che li considera animali randagi o ominidi a spasso per la giungla delle strade in cerca della prima femmina su cui mettere in pratica il suggerimento.
Questo è il gradino d’invito di quella mentalità che poi prosegue verso i piani alti o bassi dove si macellano le donne quando manifestano autonomia o trovano la forza di ribellarsi a chi le considera proprietà privata o galline che devono solo produrre uova. O pecore.
Su questo tipo di pubblicità vedi il nostro post del 1° luglio, più in basso.
Alcuni post di donne da varie bacheche su fb:
BLEAH!
schifosi!!!
aaaarggghhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
veramente troppo!
vomito!!!
disgustoso!
non c’è fine allo schifo…
Questo l’indirizzo della direzione della ditta a cui inviare proteste e mail bombing:
E dopo aver fatto giacere nei magazzini, per mesi, gli scatoloni contenenti la pillola abortiva, la ex radicale, ex (finta) femminista non si arrende ed insiste, approfittando del fatto che la nostra attenzione è rivolta al “caldo” e alle “passioni” che uccidono. Oggi: “Il sottosegretario Roccella: irregolari le dimissioni volontarie delle pazienti. Diventa aborto a domicilio. Il governo minaccia: Ai governatori che dovessero sostenere protocolli non compatibili con quelli del ministero si ricorda anche che potrebbero essere oggetto di contenziosi legislative…. Abbiamo comunicato alle Regioni che esiste una criticità amministrativa che potrebbe determinare dei problemi sul piano del rimborso della prestazione da parte del servizio pubblico” si legge in un articolo del Corriere della Sera. L’unica Regione che ha esplicitamente indicato il day hospital come forma di assistenza legata alla Ru486 è l’Emilia Romagna.
Questo, un bellissimo video controinformativo delle Donne di Torino per l’autodeterminazione:
“Vuoi sul piano simbolico, vuoi nella realtà, tutto mira a dominare il potere che risiede nel corpo femminile” Gloria Steinem
Scena Verticale nel mese di giugno ha portato in scena, con qualche tappa in Italia ma anche in Argentina ed in Germania, gli spettacoli: DISSONORATA e LA BORTO. Scena Verticale, ovvero: Saverio La Ruina, Dario De Luca e Settimio Pisano, tre uomini calabresi, per la serie: yes, we can…
LA BORTO, è l’ultimo lavoro della compagnia:
“ “Non è solo la storia di un aborto. È la storia di una donna in una società dominata dall’atteggiamento e dallo sguardo maschili: uno sguardo predatorio che si avvinghia, violenta e offende; un atteggiamento che provoca gli eventi ma fugge le responsabilità. L’aborto ne è solo una delle tante conseguenze. Ma ne è la conseguenza più estrema.
La protagonista racconta l’universo femminile di un paese del meridione. Schiacciata da una società costruita da uomini con regole che non le concedono appigli, e che ancora oggi nel suo profondo stenta a cambiare, soprattutto negli atteggiamenti maschili, racconta il suo calvario in un sud arretrato e opprimente. E lo fa nei toni ironici, realistici e visionari insieme, propri di certe donne del sud.
Non mancano momenti sarcastici e ironici come quando gli uomini geometri misurano il corpo femminile come se al posto degli occhi avessero il metro. O come quando il paese si trasforma in una immensa chiesa a cielo aperto per scongiurare le gravidanze. Né quelli commoventi legati alla decimazione del “coro” delle donne.
Ma quando la protagonista chiude il cerchio col racconto del calvario della nipote, il sarcasmo e la commozione lasciano il posto a una profonda amarezza, mettendoci davanti alla dura e ambigua realtà dei nostri giorni.
… Stavìanu assittati nanti u circulu Unione e jucavinu a carti. I chiamavinu i giòmitri picchì ti misuravinu cu l’ùacchi u stessu i cumi s’avissiru u metru. A li posti i bloccu ci stavìanu i chiù zinni, allìavi, e a la “dogana” ci stavìanu i chiù granni, i giòmitri, e mìanzu i giòmitri cumannavi u ngignìaru, Duminicu u Bellu, u capu cantìaru, sempi cu a sigaretta mmucca, sempi cu a cammisa a la moda, ma sempi russa o celeste, sempi sbuttunata, sbuttunata a lu pìattu quannu facìa friddu e sbuttunata a la panza quannu facìa cavudu. Cu u cambiu i staggione gavuzavi o vasciavi u buttonu. Duminicu u bellu stavìa sempi stracatu supa a na seggia cumi a quannu avìa natu stancu. Però nun i scappavi na musca. E quannu u capu cantìaru giravidi a capa tutti l’ati a giravinu apprìassu. E l’ùacchi s’attaccavinu ncùaddu. T’i sintìasi ncùaddu cumi quannu ti ci appuggiavinu i mani. E partìa a radiografia. Sintìu u stessu rumuru i cumi quannu ti fanu a radiografia u spitalu. Cu pigghiavi di gammi, cu di spaddi, cu a mpìattu e cu a nculu. Pu si guardavinu e si passavinu i nformazioni, sulu cu l’ùacchi, senza paroli… “ “( Fonte: http://www.scenaverticale.it/ )
Riportiamo l’appello-manifesto della Casa Internazionale delle Donne di Roma che dal 12 luglio è in stato di agitazione permanente. Lanciamo un segnale di allarme a tutte le donne che condividono sdegno e preoccupazione per un momento storico molto grave in cui vediamo umiliata la notra dignità e a rischio i nostri diritti. In particolare per l’inquietante proposta di schedatura delle madri partorienti, in via preventiva, in quanto possibili criminali infanticide.
Casa Internazionale delle Donne
Palazzo del Buon Pastore • Via della Lungara, 19, Roma
LUNEDI’ 12 LUGLIO ore 18,00
alla Casa Internazionale delle Donne
Stiamo vivendo un momento di pesante attacco all’autodeterminazione delle donne. L’immagine delle donne sui media televisivi è quotidianamente svilita
D’altra parte si moltiplicano le iniziative per controllare la vita delle donne e il loro corpo. Non si vuole l’introduzione della Ru 486, la pillola che permette l’aborto farmacologico, perché le donne debbano essere sottoposte alla chirurgia, quando hanno bisogno di fare un aborto, per punizione. Ma che paese è quello in cui si pensa che la chirurgia possa essere una punizione o un deterrente?
Si presenta una proposta di Legge sui Consultori in cui si dice che le donne dovranno chiedere l’interruzione della gravidanza presso le associazioni familiari, e firmare un verbale quando rifiutano di tenere la gravidanza, anche solo per dare in adozione il figlio. Nella stessa proposta di legge, la soggettività delle donne e la loro libertà di scelta è completamente cancellata e viene sostituita con la difesa della famiglia e dei suoi “valori etici”, con il riconoscimento della centralità dei consultori privati: uno spostamento culturale gravissimo, che contraddice il senso della istituzione stessa dei consultori e il compito basilare di garanzia della salute delle donne.
Si presenta una proposta di schedatura per le donne in gravidanza, per valutare la loro pericolosità per il neonato, in modo da controllarle, quando si sa che sono eventi imprevedibili con questi mezzi, e che solo il sostegno e l’aiuto dopo il parto possono prevenire queste tragedie della solitudine.
E d’altra parte nessuno pensa a schedare gli uomini per il rischio violenza, quando vengono uccise più di 120 donne all’anno, in questo paese, per lo più all’interno della famiglia.
E’ indispensabile una ripresa di attività politica da parte delle donne, per difendere i diritti civili di cui sono titolari; è urgente una iniziativa diffusa che possa fermare questo attacco violento alla nostra libertà.
Dichiariamo lo stato di agitazione permanente. Tutti i lunedì, alla Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, dalle ore 18,00 “Comitato per affermare la nostra autodeterminazione e per la difesa dei diritti delle donne” per organizzare manifestazioni e altre proteste.
Venite sulla pagina di facebook della Casa Internazionale delle donne per proporre iniziative e conoscere quelle in atto. Organizzate assemblee e riunioni nei posti di lavoro, noi vi metteremo a disposizione il materiale. Casa Internazionale delle Donne,
Consulta dei Consultori, Ass. Vita di Donna
Domenica alle 18,00 distribuiremo dei volantini informativi sulla campagna contro la comunicazione sessista nel centro di Reggio Calabria, tra il Corso Garibaldi e il Lungomare Falcomatà.
Questa è la pagina di fb dell’evento, a cui tutti possono iscriversi.
La diffusione dello spot in rete e nelle televisioni locali è infatti un momento dell’iniziativa integrato con fasi partecipative diverse: fra queste è fondamentale il contatto diretto con la cittadinanza e l’azione di sensibilizzazione vis-à-vis sul problema del degrado culturale e maschilista promosso sistematicamente dai media nella rappresentazione delle donne, per la quale ci adopereremo questa domenica.
Diffondete l’iniziativa, come ha fatto oggi www.LiberaReggio.org (che sentitamente ringraziamo), e soprattutto, partecipate!
La Campagna prende ufficialmente avvio. Nell’edizione serale del 30 giugno 2010, il TgR Calabria RaiTre ne ha dato notizia trasmettendo il video che abbiamo realizzato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’offensività ordinaria della comunicazione mediatica di cui abbiamo parlato spesso (per approfondire, v. qui) .
Lo spot viene già trasmesso quotidianamente da RTV con tre passaggi e da GS Channel.
E’ una pubblicità “faccia di bronzo” (pubblicitari e committenti) che come al solito ci strumentalizza e ci offende. L’analisi che segue è uno smontaggio e rimontaggio di pezzi di comunicazione, dove l’arrampico sui vetri per farla ingoiare (o darla a bere)è esilarante o tragicomica. Grazie ner*
Quando la pubblicità è cattiva maestra, vecchia, (auto)spacciata per nuovissima e … si vende
di ner*
Si tratta di una pubblicità apparsa a Riccione e dintorni che annuncia una Notte rosa a base di fi.GA’ e bOmbOIOni, ovvero …OIO…, organizzata da un’associazione locale. Non è quello che pensate perché c’è l’accento sulla A (a parte il grafismo fallico), o meglio sì è quello, però è una cosa simpatica: “si è voluto fraintendere lo spirito ludico e goliardico” come recita un comunicato stampa dell’associazione organizzatrice. Buttate i vocabolari e il repertorio che avete in testa perché quello che sentite o vedete significano un’altra cosa, a parte che la regola è: qui lo dico e qui lo nego, oppure è colpa vostra che fraintendete sempre o non capite mai, fondamenti della comunicazione attuale. Anatomo-visualizzazione e incarnazione del complicato concetto multivalente sarà una ben scelta grande sorella, attrazione rimorchiante della nottata …
Andiamo con ordine. L’associazione affigge la pubblicità per la grande notte, che non passa inosservata ovviamente. Cominciano le segnalazioni e le proteste, donne offese, offesa per la donna considerata solo fi.GA’: ma questi sono matti, c’è perfino il patrocinio della Provincia e del Comune con tanto di logo … La Provincia diffida e nega il patrocinio: hanno affisso senza autorizzazione e senza sottoporre il progetto. Comunicato stampa dell’associazione: “la leggerezza dell’inserimento del logo della Provincia, del Comune e de la Notte Rosa, in assenza di una previa autorizzazione formale degli enti preposti, è avvenuta in totale buonafede, ritenendo sottinteso il patrocinio dei suddetti enti …”, inoltre l’associazione chiarisce che non ha ricevuto né riceverà alcun contributo da parte della Provincia per l’evento. Prosegue il comunicato precisando che essendo l’associazione formata “da sei donne e tre uomini, è da escludere a priori qualsiasi forma e volontà di discriminazione e/o svilimento sessuale nei confronti del sesso femminile”.
Immediatamente però il comunicato ammette: “effettivamente abbiamo giocato con le parole, ma durante la serata del 3 luglio, così come pubblicizzato nel manifesto incriminato, verranno distribuiti gratuitamente la bevanda di nome fi.-GA’ (con l’accento sulla A) e i bomboloni rosa”. Segue la precisazione, quasi risentita rispetto a quanto riportato dalla stampa, “la bibita non è un energizzante bensì un semplice succo di frutta analcolico”.
Se si è capito bene: basta un accento e quello che pensate non è più quello, anzi è quello però durante la serata verranno distribuiti bomboloni e bibita gratuitamente. A titolo di … risarcimento, la forza testuale delle parole farebbe capire.
Per quelle o quelli che hanno protestato o protesteranno segue tirata d’orecchie, con attribuzione di scarso comprendonio per non riuscire a capire lo splendore dell’iniziativa, e di malizia e volgarità per andare oltre lettura: “ la malizia e la volgarità è negli occhi di chi la “legge” e di chi la vuol vedere a tutti i costi”. Massima che ha del vero ma che in questo caso è utilizzata con molto manico.
Chiaro? Volgari siete voi o siamo noi che ravvisiamo l’ennesima riduzione della figura e del corpo delle donne a una parte anatomica di servizio, e tutto questo ogni volta che serve per vendere un’acquetta zuccherata.
In un blog che esalta la genialità di marketing di questa bevanda e riporta l’evento, vi sono 4 commenti e Leonardo dice:
Ahhhh, ti ricordi ? che schifezza … e i promoter che la caldeggiavano facendo finta di niente del nome
Giulia, appena più sotto:
io nella mia beata ignoranza questo cartellone la’vevo (sic) visto, ma mica avevo capito di cosa si parlasse. Ho smeplicemente (sic) pensato all’ennesima tettona attira gente, ma per cosa chi lo sa…
Facciamo una visita al sito dell’acquetta zuccherata.
Volto di ragazza con la mano appoggiata alla tempia, fili di capelli su mezzo volto e bacio d’aria al primo nanosecondo, occhio allentato forse per la notte, espressione neutra ma che vuol dire ti stavo aspettando. Infatti tra il marchio a sinistra e il grande primo piano della bottiglietta c’è l’invito a impulsi : Vuoi entrare nel mondo fi.GA’? L’accento sulla A è molto grande e colorato a scanso equivoci e viene ripetuto a grossi goccioloni sulla bottiglietta bianca, anzi diventa il segno grafico iterativo delle collezioni nelle pagine successive. Come a dire occhio all’accento! … è la chiave. E’ un segno dinamico nell’ambivalenza delle letture di suggestione: c’è ma sai anche che non c’è, appare e scompare secondo la sequenza di lettura percettiva indotta o di ritorno (gli esperti della comunicazione subliminale lo definirebbero anche segno glandoide-falloide e … altro). Più sotto di lato: forumEntra (pulsante anch’esso, lettera per lettera, e dinamico per suggerire l’entrata, la marcatura nera e il contesto conferiscono una valenza appropriata). Il mezzo ananas con ciuffetto sopra non mi dite che vi è scappato …
Una spruzzata di francesismo come tocco di finezza d’altri tempi: Oui c’estpour moi (oggi i francesi dicono più volentieri merde!). Il tutto immerso in un bagno di colore rosa intenso che si manterrà per le pagine successive. A riciclo continuo per tutto il tempo della visita una voce femminile canta una canzone francese. Indovinate … La vie en rose, orchestrazione intimo-sentimentale.
Dunque ora è chiaro come la parte anatomica sia stata francesizzata. Il lemma con tutto l’immaginario di trascinamento, secondo loro, de-volgarizzato. Basta un’interpunzione e un accento.
E’ chiaro che i materiali sono ben studiati e manipolati in ogni particolare per raggiungere il target prefissato. Una pubblicità fallita può essere un disastro finanziario e d’immagine. Dunque bisogna presupporre che sia stata studiata per tempo e con molta attenzione. “Niente di quello che vedete è casuale, ma neanche un capello, tutto è studiato, disegnato, approvato, selezionato” dice Ico Gasparri che da vent’anni studia e fotografa la mega pubblicità di strada.
In parole semplici, lo schemino del Brand Image (al maschile) e del target (al maschile) che i pubblicitari (al maschile) devono tradurre con musica parole immagini è:
bibita + feste, pub, discoteca, notte, estate. La nuit est femme.
E cosa si va a trovare quando sabato o domenica notte si va in discoteca o a feste, se la nuit est femme? … la … la… Perfetto. Lavorateci sopra, ha detto il committente.
“Spesso questi sono i trucchi dei marchi minori “ dice Vincenzo Guggino, segretario dell’Istituto di Autocontrollo per la Pubblicità (Repubblica 27/6/’10), “oggi si è più attenti a certi messaggi che offendono le donne. La pubblicità deve essere per sua natura seduttiva ma si deve mantenere al di qua del limite pur frequentandolo”. Il limite è pur sempre di un territorio maschile sessista dove a volte c’è nebbia e si individuano poco le sagome ideogrammatiche, a volte tutto è perfettamente individuabile e scotta sotto un sole a picco.
Una scuola di pensiero del settore “sostiene che l’immagine di marca è “latente” nella mente delle persone e che il nostro compito (Socrate lo avrebbe chiamato maieutico) è “tirarla fuori” (G. Livraghi).
Ma c’è chi tira il peggio del peggio su una piattaforma di cinica predeterminazione o di grande ignoranza delle implicazioni.
Invece nelle pagine successive, così se la cantano e se la suonano.
Voci: La bibita funzionale. Domande frequenti. L’idea virus. La nuit est femme: le feste. La dolce vita …
Vengono decantate le caratteristiche della bevanda, tonica, ma che non ha effetto stimolante né eccitante. Ci tiene il profilo di presentazione a sottolineare che il packaging è molto glamour e “si è avvalso, per la parte grafica, di due fra i migliori designer giapponesi del momento”.
Alle Domande più frequenti si dice che la bibita non si trova in giro o nei supermercati, ma nei “locali serali” e più glamour.
Auto-domanda clou con finto candore in un mare di ipocrisia en rose: Ma il nome poi! Ci sembra un po’ volgare e inventato per far colpo (?). Della serie metto le mani avanti e ti trovo la pezza, ti imbocco, a scuola nei giudizi si leggeva “se guidato si orienta” …
Auto-risposta. In verità il nome è nato per caso … Fiori di Guaranà … troppo lungo e scontato … allora abbiamo deciso di abbreviarlo … fi.GU’ (fandonia: a questo stadio l’accento non è giustificato) … non ancora soddisfacente e interessante … Allora con un piccolo stratagemma abbiamo unito la primo (sic) e l’ultima lettera di “Fiori” (fi), con la prima e l’ultima di “Guaranà” (ga). Risultato “fi.GÀ” (l’accento sulla A). Suonava bene, era corto ma …
Tanta dovizia di passaggi … toh ma guarda giocando a mosca cieca ci siamo imbattuti in questa originalissima contrazione. E che sarà? Ma già …, oddio come l’avrebbero percepito i consumatori … Volgare, trash … figuriamoci le battute. Poi (sempre giocando a mosca cieca) abbiamo pensato … il packaging (è) particolarmente glamour ed elegante, perché non rivolgersi direttamente al pubblico femminile?
Manca infatti una bevanda particolarmente rivolta al mondo “donna”. Beh… ci crediate o meno le donne (le donne chi?) ne sono rimaste divertite ed affascinate. Ne sono diventate le testimonials per eccellenza, anche nei confronti del pubblico maschile. Hanno intuìto immediatamente che la “volgarità” sta negli occhi di chi guarda, e che ordinare un fi.GÀ (l’accento sulla A) può invece essere un modo simpatico e divertente per affermare la propria personalità e autostima.
Della serie lasciare la frittata sul fuoco e dire che l’hai bruciata tu, creare e preparare un terreno fittizio per un consenso e un’accettazione reale, creare discredito per chi non volesse accettare o volesse criticare. In questo caso il massimo del dileggio è voler stringere le donne proprio in quella spira sessista che tanto le offende, venendo ridotte a un orifizio, medium di scambio per acquistare-vendere una bottiglietta. Chi sta barando addossa a te l’anatomopatologia di cui è cronicamente portatore, in più, volgare sarai tu che guardi e interpreti. Ti dice invece che affermi la tua personalità e l’autostima se diventi una consumatrice collaborazionista disinvolta, disinibita (addirittura una barlady, richiedete il short form) per mantenere, coltivare, anzi sperimentare e mettere a punto nuovo sessismo più moderno ed efficace.
Danno + beffa. Un monumento ai paradossi di basso profilo. Dal manuale della Grande Comunicazione. Ma non saranno digiuni di sociologia, storia del costume, storia delle bevande, dei fiori di Guaranà, della raccolta della canna da zucchero, della tessitura del lino …? Li avete anticipati. E’ proprio cosi! Anzi no, sono loro ad anticiparvi. La partitura per strumento solo, infatti, continua.
Auto-domanda:Sì va bè! Ma che razza di strategia di marketing è quella di far leva sull’ambiguità del nome per vendere il prodotto. Non vi sembra che questo nasconda una mancanza di idee e una completa ignoranza dei meccanismi del marketing?
Auto-risposta (Ineffabili): E’ proprio così. Abbiamo deciso di non seguire nessuna “strategia di marketing”.
Basta, si sono stancati di elettricisti, parrucchieri, idraulici, avvocati, economisti, gastronauti, intellettuali, economisti, stilisti, insomma di tutti quelli che conoscono bene il loro mestiere, dei tanti moderni guru. Insomma fingendosi dei parvenus fortunati e avventurosi, sprezzanti di tutte le regole (che invece conoscono benissimo) si sono rotti anche dei falsi perbenisti che si scandalizzano di fronte alla possibilità che un bambino possa pronunciare “la fatidica parola”, mentre tranquillamente i genitori fanno a botte davanti a loro per poi separarsi.
Qui l’arte retorica più che leggerla bisogna immaginarla come Grande Etica oratoria in bocca a un Cicerone, a un classico shakespeariano o fate voi:
Non è forse più “volgare” lasciare i nostri bimbi per ore davanti al (sic) trasmissioni “demenziali”, purchè ci lascino liberi di fare i nostri comodi? Non è forse più “ipocrita” con la scusa della pubblicità, della notorietà, e della assoluta liceità, utilizzarli come burattini in spot pubblicitari, in film di cassetta e anche impegnati, in sfilate come finti e finte “baby mannequins”? Tutto questo è demagogico? Può darsi.
Ma benedetti, l’avete detto. Tutto l’indotto bevanda, apparato en rose eaccento compreso, va aggiunto a quanto voi stessi avete appena stigmatizzato. Non potete fare la separazione differenziata indossando la tunica bianca dell’anima bella. Fare una questione della “fatidica parola” è sciocco e riduttivo. Nessun moralismo. Volete giocare col corpo coi corpi con l’eros, fatelo con arte se ne siete capaci, facciamolo ma senza spingere verso il degrado e l’usura, aumentando ogni volta le dosi, la figura il corpo l’immaginario le risorse l’intelligenza della donna. Voi ne fate “uso” subordinando tutta la creatività ad una funzione di soddisfacimento e sfruttamento d’immagine (o di pezzi anatomici) che deve creare un mondo alieno di sudditi dove impera una fallocrazia occulta/manifesta che alimenta se stessa. Un eros monocorde. Dal punto di vista strumentale poi è come utilizzare un montacarichi per spostare balle. Stop.
I consumatori lo giudichino per la sua qualità buona o cattiva. E no, noi vogliamo educarci ad accettare un prodotto oltre alle qualità di cui è portatore anche in base alle simbologie che veicola e all’etica civile del produttore.
Alla voce idea virus segue un mini manuale di tecnica pubblicitaria e la teorizzazione dell’infezione. La pubblicità ormai risulta “invisibile” per quanto i media ci possano martellare. E’ vero, su 50 intervistati per una pubblicità, Gasparri dice che 48 non avevano capito che si trattava di un’acqua minerale. Si chiedono cosa fare allora per diffondere un prodotto “veramente nuovo”. Birra aromatizzata … bibita light … scarpe che respirano(avete mai visto scarpe respirare?) …” non sono vere novità “… Verrebbe da chiedere se hanno mai visto quella cosa là con l’accento. La novità poi deve essere ”straordinaria”. Ecco! per esempio: una “mucca viola”. Il passo successivoè arduo e ingenera non pochi conflitti teorici tra un utile e sano banale contro il brutto, il volgare, l’inutile ma straordinari: La banalità è un prodotto “ottimo”, con un bel “packaging”, con un buon “rapporto qualità-prezzo”. Per creare una “mucca viola”, occorre rompere gli schemi, rischiare magari di essere “volgari”, “troppo cari”, “brutti”, “inutili” ma mai banali. E l’accento?
Ecco infine l’asso nella manica: infettare. Sarà il prodotto stesso a infettare, sarà pubblicità di se stesso. Come l’influenza si propaga da poche persone a milioni attraverso il contagio, così “l’idea virus” è destinata a contagiare sempre più persone, che diventano così i “testimonials” o “infettano” chi ne viene a contatto. E tutto questo senza un euro di spesa pubblicitaria. Felice riferimento sempre alla patologia clinica ed epidemiologica. A questo punto sarebbe stato più forte l’HIV, meno banale dell’influenza. Sarà stato un lapsus freudiano.
Per favore compratevi la penicillina.
Giancarlo Livraghi esperto mondiale in fatto di marketing pone il problema del “come siamo percepiti” e del come “vogliamo essere percepiti”
“Dobbiamo scrivere ciò che, secondo noi, il consumatore pensa, con le sue parole. Non quello che noi diciamo, ma le cose (assai diverse) che il consumatore penserà dopo aver digerito, trasformato e assimilato il nostro messaggio e averlo collocato nel suo sistema percettivo”.
E’ patetica e insultante nello stesso tempo, oggi 2010 anno del signore, la delibera con avviso pubblico dell’Amministrazione di Città di Torre del Greco per un premio di maritaggio. Nemmeno un piccolo sforzo né per la forma giuridica né per i termini. Le terminologie utilizzate e la stessa riesumata consuetudine del maritaggio caritatevole appoggiato, spiega il Sindaco, al lascito del prete Sannino, ci sbalzano fulmineamente non a venti cinquanta e nemmeno cento anni addietro, ma in un’atmosfera da MEDIOEVO in piena signoria feudale tra vassalli valvassori valvassini e vescovi-conti (ultimo in Italia fino al 1786). La tassa di maritaggio riguardava il signore quando convolava a nozze (anche un suo figlio), ed era imposta a tutti i vassalli della signoria. Altra forma di tassa per maritaggio era quella imposta al vassallo quando doveva sposarsi. Norme di maritaggio regolavano o vietavano il matrimonio tra vassalli appartenenti a signorie diverse. La dote di maritaggio derivava da un fondo pubblico o da donazioni private a favore di donzelle povere che non avevano il corredo per potersi sposare. Nell’Italia meridionale al pari del monte di pietà veniva chiamato monte dei maritaggi.
La notizia del bando per il premio viene riportata a volte senza commenti come cosa buona e giusta, invitando ad affrettarsi per produrre i documenti, a volte con disappunto ma solo per i limiti di età. Tanta grossolanità giuridica da parte di un’Amministrazione pubblica lascerebbe senza parole, ma indigna soprattutto l’insulto sociale alla figura della donna sottoposta ancora oggi a signoria. Da notare nell’originale dell’Avviso il punto 8 sottolineato e in maiuscolo.
Lettera inviata dall’UDI di Napoli al sindaco Ciro Borriello di Torre del Greco
Al Sindaco di Torre del Greco
Ciro Borriello
E p. c. Ai capigruppo dei partiti presenti
Nel Consiglio Comunale di
Torre del Greco
Oggetto: illegittimità premio maritaggio
Lette le argomentazioni del Sindaco Borriello, circa un presunto obbligo, creato da un legato testamentario, della Giunta Torrese a perpetuare l’anacronistica usanza di attribuire “un premio maritaggio per fanciulle disagiate” , ce ne riteniamo oltre che insoddisfatte, di più motivate a chiedere il ritiro della delibera per il suo palese conflitto coi principi costituzionali
Tale conflitto non ammette alcun tipo di giustificazione, per cui la narrazione fatta dal Sindaco non pone sotto diversa luce la vicenda e la perpetuazione di una violazione, più grave perché istituzionale, dei diritti e della dignità femminile.
Riassumendo le argomentazioni di cui sopra si apprende che l’ecclesiastico Sannino nel 1883, avrebbe, per legato testamentario, disposto che le autorità cittadine si facessero garanti della distribuzione benefica postuma dei proventi derivanti da uno stabile di sua proprietà. Obbligatoriamente, sostiene il Sindaco, i proventi sono destinati in parte alla chiesa della Santa Croce, in parte all’ex ECA ed in parte al premio maritaggio, ed il comune sarebbe semplice esecutore di una volontà testamentaria.
Queste disposizioni al primo esame, a parte altre perplessità di carattere logico-storico, nella loro mera esecuzione pongono il Comune in una posizione di sudditanza rispetto alle volontà di un singolo cittadino, il cui supposto intento, per l’epoca, benefico attualmente confligge con la prima legge dello Stato. La Costituzione infatti rende illegittima ogni discriminazione per sesso, religione, condizione economica. Un bando pubblico non può quindi stabilire che le candidate debbano comprovare la loro buona condotta con un certificato del Parroco ( vedi testualmente delibera)
Il Sannino non può essere comunque chiamato in correo, per l’operato della Giunta Torrese, in quanto la destinazione testamentaria, forse legittima al tempo della stesura del documento, lo vedeva ignaro del successivo varo Costituzionale. Ci pare inoltre azzardato pensare che legati così rigidi possano aver attraversato, immutati, i cambiamenti radicali avvenuti dopo il 1883 nel nostro Paese e nel mondo, anche nella condizione femminile.
Il Sannino inoltre, al suo tempo, non poteva aver previsto l’istituzione dell’ECA (1937), eppure questo ente fino al suo scioglimento è stato erede beneficiario . Successivamente allo scioglimento dell’ ECA, sostiene il Sindaco, il lascito è impiegato per altre finalità. Per quanto riguarda poi la parte destinata alla Chiesa di Santa Croce pare improbabile che la Curia permetta un’ingerenza comunale sull’uso del lascito.
Insomma l’argomento della fedeltà alle disposizioni postume viene invocata solo per la parte riferita alle “donzelle”, come da presunto testamento, o fanciulle, come da delibera .
Concludendo se il Sannino non poteva auspicare una differente condizione da quella che vedeva imporre alle donne del suo tempo, anche per la sua collocazione nelle gerarchie religiose, Il Sindaco e la Giunta Torresi sono tenuti istituzionalmente non solo ad auspicare una differente condizione femminile da quella che vedono, ma a favorirla.
Il “premio maritaggio” è palesemente una deroga istituzionale al principio della dignità civile delle cittadine: la delibera che stabilisce i criteri di assegnazione, oltre a quanto sopra detto, valuta la condizione delle candidate in base a quella del nucleo familiare d’origine, stabilendo una sorta di svilente tutoraggio familiare esteso alla maggiore età (possono partecipare donne fino ai trent’anni). In sostanza, tra i requisiti, non fa testo la condizione soggettiva dell’eventuale beneficiaria, ma quella dei congiunti. Si assume, nel testo della delibera, il principio, come altri sconfitto dal movimento delle donne, della subordinazione femminile alle gerarchie familiari.[grassetto nostro]
Ampiamente argomentata la richiesta di ritiro della delibera, riservandoci altre azioni legali in caso di mancato buon fine della presente, intendiamo significare con forza l’inconsistenza delle argomentazioni a sostegno della delibera in oggetto e la loro assoluta pretestuosità.
L’evidenza prorompente dietro lo schermo delle scuse addotte, parla di uno scambio di favori tra uomini delle Istituzioni Pubbliche e uomini delle gerarchie religiose, nel controllo, apparentemente, simbolico dell’immagine e delle libertà femminili. Diciamo apparentemente perché è certo che il controllo espresso sulle donne si esprime normalmente e non ufficialmente attraverso le violenze volutamente ignorate da chi ha l’obbligo di combatterle.
Tutto quanto pensiamo della natura antidemocratica di premi, sorteggi ( istituiti, come ha fatto la giunta Torrese, anche sui posti di lavoro) e riffe apre un problema sulla conduzione maschile (solo una consigliera eletta nel comune) del potere, causa la legge elettorale che genera la convinzione, in chi è nominato nel potere, “di potersi permettere tutto”.
Nel rinnovare l’invito a desistere dal procedere al sorteggio per il “premio di maritaggio”, ci firmiamo.
Udi di Napoli, Comitato antiviolenza e salute donne