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Reggio Calabria, solo due donne

rc 26-10-2014

Solo due donne nella Giunta comunale.

“Per ragioni storiche il potere è saldamente in mani maschili e ancora vi rimane, a meno che non intervengano specifiche norme a porre limiti e regole contro un monopolio di fatto che si protrae. Solo una legge lo può spezzare. I monopoli si sa non finiscono spontaneamente” Lorenza Carlassare, la prima donna alla cattedra di Diritto Costituzionale in una università italiana).

Il governo della città resta dunque ancora appannaggio di un unico genere, quello maschile. Nonostante la presenza massiccia delle donne nelle liste elettorali, a Reggio C. ci saranno praticamente solo uomini a decidere le complesse e delicate dinamiche sociopolitiche della città. Le misure predisposte dalle nuove norme elettorali con la doppia preferenza non potevano garantire e non hanno garantito l’elezione di una rappresentanza equilibrata fra uomini e donne nell’amministrazione della cosa pubblica. Alla fine sono risultate inefficaci. Prevedibile, previsto. Il paradosso è che questa volta la presenza delle donne nelle liste è stata alta, dunque le donne hanno avuto voglia di partecipare, esserci, ma… senza ricevere consenso. Uomini e donne non hanno votato per le donne.

Gli uomini perché non intendono cedere il potere, che rappresenta nella stratificazione dell’immaginario maschile forse l’unico strumento di identificazione individuale-collettiva. Perderebbero il proprio status, la propria identità. Ma non si tratta di perdere il potere, solo di condividerlo. Anzi di assumere insieme delle responsabilità pubbliche.

Le donne perché dopo secoli di recinzioni domestiche e imput mentali scoraggianti tendono a diffidare delle donne, diffidando al fondo di sè stesse. Infinito il sillabario misogino, distruttivo, decostruente piuttosto che costruttivo dell’autostima, recitato fin dalla più tenera età, dentro e fuori casa. Le donne finiscono per crederci.  Gli uomini in questo senso vincono due volte: la prima perché mantengono granitico e sotto traccia il dominio, la seconda perché le hanno convinte che questo è giusto.

La Calabria, ma l’Italia tutta, è in una condizione di particolare arretratezza … Solo con precise e intelligenti norme antimonopolistiche si potrà spezzare un dominio maschile radicato, mantenuto e difeso.

Il 50E50 pensato dall’UDI (a distanza di anni dalla sua proposta, dopo una iniziale irrisione, tutti a correre sul 50e50 da destra e da sinistra)  era un’idea di legge che permetteva di concorrere nella gara elettorale in parità numerica, indipendentemente dal risultato, serviva e servirebbe come porta aperta per un coinvolgimento in quella parità di diritti riconosciuta dalla Costituzione nel lavoro e nella vita pubblica. Una porta aperta è solo una porta aperta, non determina né i soggetti o gli oggetti né la loro qualità che troveremo al di là nella stanza, ma favorisce l’entrata di diritto per i due generi, non di fatto per uno solo. E tante le situazioni in cui le donne prenderebbero decisioni diverse da quelle degli uomini, presumibilmente senza prevaricazioni ma per il bene collettivo.

Questo  però non basta. Occorrono misure di sensibilizzazione nell’istruzione scolastica, è necessaria un’educazione ai sentimenti e alla socialità, un’educazione civica fatta non solo di normative. La obbligatorietà delle leggi anche se necessaria, per la giusta impazienza di migliorare una democrazia monca, si deve accompagnare al processo di acquisizione delle consapevolezze per azzerare pregiudizi e stereotipi. E dunque educazione, formazione, cultura.

L’interscambio, la condivisione delle responsabilità, la negoziazione sono il futuro di quello che chiamiamo civiltà. Nel privato come nel pubblico. Una forma democratica più matura che metta in discussione perfino il concetto di maggioranza e proponga nuovi modi di pensare, nuove visioni,  che le donne sono in grado di esprimere secondo la loro specificità … sarà un altro discorso.

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Incontro UDI con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti a Reggio C.

L’UDI - Unione donne in Italia - sede di Reggio Calabria invita a un incontro con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti sul tema: “Produzione / Riproduzione – dalla politica allo spazio vissuto -” presso la Sala delle Conferenze della Provincia, il 3 novembre alle ore 16.
Il primo di una serie di incontri sugli interrogativi che ci poniamo di fronte alla cattiva politica, ad un modo di vivere autodistruttivo e alle relazioni difficili tra le persone e con l’ambiente in cui viviamo. Riflettendo su possibili proposte, in un’ottica specificamente di genere, poichè le alternative non possono prescindere dalla necessità di colmare le forti disparità ancora esistenti.
Abbiamo conosciuto Lidia Menapace negli anni 90 qui a Reggio nel corso di un seminario organizzato dall’UDI di Rc. Ci affascinò subito e questo fascino è rimasto intatto fino ad oggi. Lidia ha vissuto le esperienze più significative della storia d’Italia, dalla Resistenza all’attività parlamentare. E’ stata ed è tra i riferimenti primari in tutti i passaggi della storia del Movimento delle donne, anche nel panorama attuale, e dell’UDI di cui è parte. Dal 2011 è parte anche del Comitato Nazionale ANPI. Autrice di numerosi libri  tra cui l’ultimo, A furor di popolo, che mette insieme ricordi di vita e preziose riflessioni politiche. E su cui poggeranno  le riflessioni dell’incontro.Rosangela Pesenti, fa parte del direttivo di UDI naz. Mente fra le più incisive del mondo intellettuale e del Movimento delle donne. Complessi e integrati i suoi campi di ricerca come testimoniano i numerosi sritti. Docente, Analista Transazionale, Counselor e formatrice. Redattrice della rivista di cultura di genere Marea. Studiosa di Antropologia ed Epistemologia. Da questi studi il suo ultimo saggio pronto per la stampa: Racconti di case – Il linguaggio dell’abitare nella relazione tra generi e generazioni.  Dalla sua ricerca recente e dai suoi saperi integrati prenderà spunto la sua relazione.

Vi aspettiamo e vi auguriamo un piacevole e costruttivo ascolto.

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Donne, media, speranza

 … Anzi ho scritto un articolo in risposta ad una lettera accorata di Lorella che chiede a tutte le donne di fare qualcosa, di muoversi, di parlare, di esserci, di obbligare i partiti a darci delle risposte importanti, serie, sui temi della rappresentazione delle donne in televisione, nella pubblicità, sulla violenza contro le donne. Troppe donne uccise, violentate, quasi sempre dai mariti, dai conviventi, dagli exfidanzati. Lo leggi e mi dici che ne pensi?
E’ troppo triste. Vero, sacrosanto, ma non dai speranza così… devi dare una via di uscita, devi dare delle indicazioni per dire come fare per andare avanti per migliorare le cose.
Non ce l’ho la via d’uscita, non ce l’ho un messaggio, oggi sono solo sconsolata. È troppo brutto quello che accade, è troppo triste questa nostra società, c’è troppo sfacelo intorno, oggi sono solo desolata. Non vedo vie di uscita.
Allora non lo mandare. Lascia perdere. Non si può non dare la speranza del cambiamento.

Sono parole di Loredana Cornero, di tenero ricordo per la perdita del suo meraviglioso compagno, in un suo articolo su noi donne. Ma è lui che dice a lei non si può non dare la speranza del cambiamento.

Alle donne. A tutti. 

E Loredana al di là di un momento di scoramento che abbiamo, che abbiamo avuto, continua a lavorare per un debito sociale di speranza e d’amore. 

E tantissime altre. E noi.

Forse abbiamo sbagliato a non aspettarci un Gheddafi di carta.   

A Catanzaro all’Istituto Comprensivo, tutti gli allievi e le allieve  di una classe – terza media soltanto – si rifiutano di andare in gita scolastica perché un loro compagno viene discriminato. La dirigente (sì, aimè donna) non lo aveva autorizzato a partecipare alla gita perché portatore della sindrome di Down ().

E’ bellissimo. E’ la speranza. 

Se no il 13 a che serve?

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“La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, gli anziani e i minori”.

Donne e media in Italia: intervista a Loredana Cornero

(Pubblicato da La redazione Donne di oggi
il 22/11/2010 – www.alfemminile.com ()

© Loredana Cornero
  
Veline, letterine, troniste e, ultime arrivate, velone. Per ogni età, in Italia i media hanno costruito uno stereotipo all’interno del quale rinchiudere le donne italiane. Stereotipi  favoriti da una cultura che si ispira soprattutto alle immagini da televisione e gossip. Un mondo in cui l’apparire prevale sull’essere.
Ma in Italia, c’è una coscienza critica che si sta facendo lentamente strada, grazie all’azione di giornaliste, scrittrici, filosofe, ma anche di donne normali che lottano, nel loro piccolo, per proteggere la propria femminilità dai modelli che i media impongono violentemente. Donne come Loredana Cornero*.
Abbiamo discusso con lei cercando di capire come costruire una nuova immagine prevalente per le donne italiane, più vera e rispettosa.
 
* Rai, Relazioni Istituzionali e Internazionali
Segretaria Generale Comunità Radiotelevisiva Italofona
Presidente Gruppo Donne COPEAM (Permanent Conference of Mediterranean Audiovisual Operators)
  
Attualmente quali sono gli stereotipi femminili prevalenti in Italia?
Gli stereotipi prevalenti oggi in Italia sono quelli veicolati in particolar modo dalla televisione e dalla pubblicità che usano il corpo delle donne come oggetto. Una delle caratteristiche principali che definiscono la cultura della comunicazione attuale è espressa dalla evidente forzatura che viene esercitata nella rappresentazione di genere.
La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali interessa ormai diversi media. Ma questo non diminuisce le responsabilità della televisione. Quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.
 
Esistono delle leggi che proteggano le donne nella rappresentazione mediatica delle donne?
Proprio in questo periodo la Rai sta firmando un nuovo contratto di servizio all’interno del quale sono state inserite, a fronte di una grande campagna e di numerose pressioni di vari gruppi di donne che da tempo lavorano su questi temi, molte clausole per migliorare la rappresentazione femminile in televisione, lavorare per il superamento degli stereotipi e aumentare i modelli femminili rappresentati in televisione. Non dimenticando di aprire spazi informativi sul ruolo e la presenza delle donne nella nostra società e sulla lotta alla violenza sulle donne. Ovviamente bisognerà vigilare affinché tutto questo non rimanga solo sulla carta.
 
Ci può dare la sua opinione sui “corpi femminili” nella nostra società?
Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quante siano in Italia le giovani donne tra i 20 e i 30 anni e quale percentuale sia quella che ci viene presentata come la quasi totalità delle aspiranti veline. Credo che sia l’ora di dire chiaramente che ci sono giovani donne che studiano, che da grandi vogliono diventare astronaute o missionarie, bibliotecarie o Segretarie Generali dell’ONU; giovani donne che lavorano con successo e professionalità in posti anche di rilevo, ma di cui nessuno o quasi nessuno parla. Ed è quindi alle giovani donne che credo sia importante rivolgersi, a quante si interessano a questi argomenti, a quante sono disponibili a farsi carico di un tema che ci riguarda tutte e in maniera così fondamentale.

E’ la cultura o la politica responsabile dell’immagine delle donne nei media?

Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali ma è anche vero che non è essa ad inventarli né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. L’Italia, lo confermano le statistiche, è al sessantaduesimo posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni. E con il suo 17,3% di donne a Montecitorio e il 13,7% al Senato, e’ ben lontana dalla maggior parte dei Paesi scandinavi dove la presenza di donne nelle istituzioni supera abbondantemente il 30% e, nel caso della Svezia, e’ al 47,3%. Anche i dati relativi all’informazione televisiva segnano il passo nella nostra televisione. Prendendo spunto dai primi risultati del GMMP 2010 (Global Media Monitoring Project) i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, ma nei servizi di politica la 3% e in quelli di economia allo 0%. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo il 22% dei soggetti delle notizie sono donne per scendere al 7% nel ruolo di esperte. Ci sono però dei casi in cui le donne superano gli uomini. Sono per esempio il 48% quando vengono raccontate come vittime, contro il 15% degli uomini. E per il 23% vengono identificate con il loro ruolo familiare contro il 6% degli uomini.
 
Come si può migliorare? Ci può dare degli esempi positivi?
Credo, anzi sono certa, che migliorare sia possibile, anzi si debba. In Italia stanno nascendo e lavorando proprio sulla rappresentazione femminile nei media moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente in Italia. Un esempio è senza dubbio il grande successo che ha avuto il documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” che partito in sordina sul web è diventato un po’ il simbolo di questo cambiamento. E poi l’associazione “Donne e media” e la costituzione del gruppo “Parie dispare” che si sono mosse proprio per una diversa rappresentazione femminile sui media, Francesca e Cristina Comencini che, insieme ad altre artiste ed intellettuali hanno realizzato uno spettacolo teatrale dal titolo “Libere”. Con il Gruppo Donne della COPEAM stiamo organizzando per settembre la presentazione in anteprima nazionale dei dati del GMMP, giunto alla sua quarta edizione sulla rappresentazione delle donne nell’informazione e anche del toolkit “Screening Gender” finalmente tradotto anche in italiano, per dotare tutte noi anche di uno strumento concreto che ci aiuti nella formazione, perché crediamo che sia giusta la denuncia, importante la ricerca, ma che ci debba essere anche un momento formativo per le/gli operatrici/ori del mondo della comunicazione per creare un argine ad una rappresentazione femminile nei media che lede la dignità delle donne e ne sottrae la realtà e preoccupate per la crescente quantità di episodi di violenza contro le donne in Italia.
 
Ci può fare alcuni esempi?
Alcuni spettacoli televisivi, usano ragazze giovani, belle e magre come arredamento della scena, senza che abbiano un ruolo o la possibilità di fare alcunché. Molte pubblicità utilizzano il corpo delle donne, spesso discinto, per lanciare nuovi prodotti.
L’ammiccamento e la volgarità sono spesso presenti. D’altra parte ci dicono con frequenza quotidiana su giornali e tv che le ragazze italiane da grandi vogliono fare le veline, che è la loro massima aspirazione, che di studiare non hanno voglia, ma soprattutto dato che sono belle e giovani, non ne hanno alcun bisogno.
Ovviamente non è così nella realtà.

Qual è l’effetto di questi stereotipi?
La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse, che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, e in particolar modo i minori. E guardando anche a questo va sottolineato che in genere l’immagine delle donne che la televisione propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. L’effetto è travolgente soprattutto sulle giovani generazioni. Ragazze ma anche ragazzi, prendono ad esempio le giovani che vedono in TV e cercano di diventare come loro, diminuendo così la loro autostima, il rispetto verso se stesse e spesso rasentando la malattia, come l’anoressia o la bulimia. Inoltre l’esempio che arriva da queste ragazze usate in pubblicità ed in televisione come puro arredamento arriva anche ai bambini, ai ragazzi che identificano il loro immaginario femminile in quelle espressioni costruendo un’immagine distorta di tutto il genere femminile.

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Riceviamo e immettiamo nella convinzione che riflessioni e approfondimenti  contribuiscano alla crescita della consapevolezza. I simboli e le semplificazioni viaggiano più velocemente dei discorsi. E qui Rosangela Pesenti ne fa uno splendido.

Donne manifeste

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.

Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse.

L’adesione di moltissime donne, me compresa, non è tanto condivisione di un appello, che dice il minimo e poco l’indispensabile, ma l’urgenza di rendere visibile una rabbia dentro cui stanno ragioni così grandi e gravi che nessun luogo chiuso può più contenerle.

Ha superato ogni misura questo governo nei confronti delle donne, a cominciare dalla ferocia nei confronti di Eluana Englaro fino alle leggi contro l’autodeterminazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla persecuzione delle migranti.

Possiamo dire che oggi è svelato e sotto gli occhi di tutte e tutti, anche di chi non voleva vedere o faceva finta, quello che molte di noi hanno capito con chiarezza già molto prima del 1994,  con l’attacco al femminismo della fine anni ’80, la proposta del rampantismo ai giovani, il successo come parola d’ordine entrata anche nella scuola al posto del diritto, l’esaltazione dell’evasione fiscale a sostegno di un benessere rapace nei confronti del territorio, l’abito firmato come divisa di un esercito votato al disprezzo del lavoro manuale, il corpo modellato da fantasie erotiche malate come elemento decorativo e componente fondamentale dell’accesso a beni e carriere, la mortificazione del lavoro, l’introduzione della schiavitù, la dilapidazione dei beni comuni, la legittimazione della delinquenza, la violenza su donne, minori e chiunque possa essere definito inferiore, il femminicidio, l’esaltazione della famiglia ipocrita, l’attacco all’autodeterminazione delle donne, la proprietà privata dei figli, l’invenzione dello straniero attraverso definizioni emarginanti e leggi liberticide, la falsificazione della storia, il razzismo di Stato, la vergognosa omofobia,  l’ostentazione della ricchezza, la mortificazione della sobrietà e dell’onestà, il disprezzo del servizio pubblico, la rilegittimazione della scuola come veicolo e copertura delle gerarchie sociali, la manipolazione delle parole come nel caso del federalismo, l’attacco ai principi fondamentali della costituzione.   Potrei continuare a lungo e di ogni elemento qui confusamente elencato, portare le prove, i fatti, il sistema delle collusioni, la rete delle connivenze di un intero paese nel quale il degrado della politica ha cancellato qualsiasi immagine di futuro.

Possiamo dire? Possiamo davvero farlo in questo Paese dove l’accesso all’informazione è blindato e intere generazioni di giornalisti sono vendute o asservite, perfino in buona fede, che è peggio, al degrado di un potere che ha messo in ginocchio la democrazia con leggi e provvedimenti sessisti e classisti a cominciare dalla legge elettorale?

Possiamo farlo noi che non facciamo mai notizia per tutte le cose ordinarie e straordinarie che facciamo? Noi che siamo conteggiate solo nelle statistiche, politicamente cancellate quando non derise o deformate per la buona pace dei benpensanti?

Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunità per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio, (che sia una casa o una carriera) il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.

Dovremmo ricordare che il patriarcato è una struttura mentale, oltre che sociale, molto antica, sostenuta dalle religioni e dai vari sistemi di potere, trasmessa dal conformismo educativo di genere, amplificato oggi dalla pubblicità e dai media.

Il problema di questo Paese è fatto a cipolla: le vicende di un vecchio sporcaccione che fa pena coprono la sua corte prezzolata che procede con gli slogans populisti, sotto stanno nascosti i loschi affari di un governo a cui non manca il fedele sostegno della chiesa e della borghesia, la prima incapace di fede, la seconda incompetente di opere, entrambe in vendita per quei privilegi con i quali l’una atrofizza ancora le coscienze e l’altra mortifica il lavoro svendendo l’economia.

C’è una questione politica che riguarda specificamente le donne e  il modo con il quale stanno dentro i luoghi, anche quelli politici e istituzionali, dove si giocano le relazioni storiche tra i generi molto più di quanto l’astrattezza dei ruoli possa uniformare e nascondere.

Ci sono posizioni politiche che vanno esplicitate, personalmente non mi sento rappresentata dalle “veline”, quelle donne che svolgono il ruolo di  “ripetelle” del leader di turno, arruolate alla difesa ubbidiente, educata o  sguaiata che sia, né dalle “governanti”, quelle assunte per un casalingato di lusso a pieno servizio, addette a una fedeltà un po’ meschina come nei matrimoni convenienti, ma non apprezzo nemmeno le “vestali”, donne che mortificano la propria intelligenza presidiando i valori che altri provvedono a dissipare, immolate al sacro fuoco mentre gli “uomini di Roma” da un lato gozzovigliano e dall’altro balbettano, e intanto si affonda nel fango.

Con queste parole non giudico donne, quel mistero della vita di cui ognuna sa di sé nel profondo, ma un modo di essere sociale, un insieme di comportamenti e di scelte in cui si finisce per cadere, perfino controvoglia, nei luoghi in cui la presenza femminile è così esigua, come il Parlamento, o la forma dell’istituzione patriarcale così potente (come la scuola) che la soggettività politica delle donne, nei modi in cui si è articolata e dispiegata nella storia, viene totalmente cancellata.

Riuscire a renderci “manifeste” in tante nelle piazze aiuta sempre ognuna nei luoghi che abita e oggi ha significato cominciare a contrastare la dittatura dell’immaginario mediatico che ci mortifica, ma soprattutto documentare la multiforme esistenza delle donne per le giovani generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti nell’ignoranza e perfino disprezzo della storia di questo Paese.

Siamo sempre noi, tornate il giorno dopo alla fatica quotidiana, alle incertezze del futuro, ai pensieri e luoghi dove siamo diversamente occupate o precarie o disoccupate, ma la visibilità collettiva di un giorno ci rende oggi più visibili anche a noi stesse, apre scenari che non riuscivamo più a immaginare, ci consente di porre alla politica questioni su cui abbiamo a lungo lavorato coinvolgendo altre donne.

Sono grata alle donne dello spettacolo che si sono esposte in prima persona in questa manifestazione (e loro più di tante dipendono da un mercato del lavoro feroce) e sono grata alle donne del sindacato e anche dei partiti perché so quanto sia difficile esistere come donna in luoghi costruiti al maschile, soprattutto perché di questi luoghi di appartenenza hanno correttamente usato il potere degli strumenti che maneggiano, ma si sono presentate sulla scena come donne, richiamandosi ad un’appartenenza politica che va oltre le tessere, le associazioni, le carriere, le condizioni, fondata nella propria storia individuale perché consapevolmente legata al cammino della soggettività politica femminile che sta capovolgendo pacificamente e in modo irreversibile le relazioni umane ovunque.

Per un lungo momento nelle piazze abbiamo sentito il respiro di quella grande storia e di quel respiro ci siamo commosse, perché sappiamo che ci ha fatto fare un passo avanti rispetto alle tante meschinità del vivere, alle quali oggi torniamo con accresciuta capacità di lotta e resistenza, forse capaci perfino di spostare qualche equilibrio in una classe politica nella quale si fa fatica a discernere differenze rilevanti di programmi e comunque interamente complice del degrado presente.

In piazza, a Bergamo, ho detto che questo parlamento non mi rappresenta perché le donne sono più della metà della popolazione e i meccanismi politici le costringono in percentuali irrisorie, ma le donne sono anche per la maggior parte lavoratrici dipendenti, nelle aziende private e nei servizi pubblici, sono più povere, più disoccupate, più precarie, più sfruttate nel lavoro domestico, più perseguitate, più vittime di violenza, e in parlamento sono rappresentate soprattutto le libere professioni, le carriere dirigenti, le appartenenze famigliari alle classi più ricche, l’abitudine al privilegio, la servitù al denaro.

Ci sono donne che possono permettersi di non andare in piazza perché hanno la possibilità di far sentire comunque la loro voce, io sto con quelle che non hanno mai “voce in capitolo” e con quelle che sanno utilizzare la propria posizione per ristabilire condizioni di pari opportunità per tutte.

Ho imparato, proprio in una grande associazione di donne come l’Udi, ad ascoltare una donna, le sue parole, a studiare le donne e i loro pensieri, ma anche a chiedermi sempre chi è questa donna, da dove viene, di che cosa vive e come, qual è il rapporto tra la sua vita e le sue parole perché so che questo conta e fa la differenza, la fa ancora per me che pure ho avuto il privilegio dell’istruzione in un momento in cui non era ancora diritto per la mia famiglia e la mia classe. Differenze che contano per tutte, ma ancora di più per le donne che accudiscono le nostre case, i nostri figli, i nostri vecchi, lavoratrici a cui la repubblica fondata sul lavoro nega la cittadinanza: molte erano in piazza con noi e insieme abbiamo parlato per tutte.

Non penso che sarà facile, penso solo che si può fare, basta che lo vogliamo in tante, facendo tutte un passo avanti, ogni giorno, ma preparandoci a fare anche qualche passo indietro per fare posto ad altre donne e nuovi pensieri. E non è solo questione di generazione o di età, ma di visioni del mondo, proposte politiche, pensieri e della capacità di interpretarli, diffonderli, crescerli e praticarli a beneficio di tutte.

So che si fa un passo per volta, ma allora perché non condividere questo passo quando è proposto da altre?

In vent’anni tutto è peggiorato, ma la condizione delle donne italiane è precipitata e una politica misogina ha aggredito quella piccola possibilità di giustizia e democrazia che ci eravamo faticosamente conquistate, così è difficile che donne senza privilegi o che non si vendono, arrivino ad essere presenti nel dibattito o nelle istituzioni, anche se i nuovi mezzi di comunicazione possono essere d’aiuto e la capacità delle donne di andare oltre le proprie possibilità ci può sempre felicemente sorprendere.

Vedo molte associazioni, e non solo di donne, che faticano a costruire opportunità di espressione democratica interna, anche perché vivono di scarse risorse, mortificate da leggi che volutamente escludono l’associazionismo politico dal sostegno pubblico.

Tanti anni fa abbiamo detto che non ci serviva denaro, ci basterebbero sedi con affitto simbolico, spazi gratuiti per le iniziative, agevolazioni per i viaggi, permessi per chi lavora, altrimenti inevitabilmente anche la politica delle donne è affidata a chi gode di qualche privilegio, perfino piccolo e onestamente ottenuto, che consente però di avere tempo libero, tempo per sé.

Ho citato l’Udi perché è l’associazione in cui sono cresciuta politicamente e oggi la guardo, da semplice iscritta, con molta perplessità.

Nell’associazione si diceva spesso “siamo donne Udi” più che “dell’Udi”, e quella preposizione articolata, che saltava nella conversazione, diceva molto di un’associazione cresciuta e vissuta, soprattutto negli ultimi trent’anni, nel corpo a corpo tra donne più che attraverso  il documento cartaceo delle tessere, peraltro assente a livello nazionale per molto tempo, o i comunicati ufficiali. Un’associazione fatta, in fondo, come sono fatte le donne, che porta iscritto nella sua storia il cammino politico delle donne italiane e non solo quello delle battaglie e delle campagne vittoriose, delle manifestazioni e delle dichiarazioni, ma anche quello più minuto e invisibile, e infinitamente più importante per la democrazia, della costruzione di luoghi d’incontro, case e sedi, aperti a molti attraversamenti e consapevoli residenzialità.

L’Udi è la prima associazione di donne, nata dentro la lotta di liberazione dal fascismo, che porta scritti nel proprio DNA la Repubblica e la democrazia, l’antifascismo e la parità tra i sessi, uniti ad una ininterrotta vocazione a praticare nella vita quotidiana la passione politica.

Sono entrata in un’Udi, nel 1978, in cui le dirigenti visibili a livello nazionale erano molte, una caratteristica che è rimasta spesso nelle Udi locali con esiti positivi. Erano donne diverse tra loro, con posizioni politiche talvolta contrastanti e perfino opposte: l’associazione non ne soffriva, anzi, ne traeva alimento e opportunità di crescita, ma erano anche donne cresciute dentro un modello organizzativo di cui tutte, loro per prime, avvertivano ormai i limiti.

Nel 1982 l’XI Congresso ha simbolicamente azzerato l’organizzazione verticale gerarchica e la struttura modellata su quella dei partiti, rompendo anche il modesto legame economico di dipendenza dal PCI, concludendo così il percorso dell’emancipazione con una parità che in quegli anni sembrava la possibilità, aperta a tutte, di raggiungere l’autonomia economica che avrebbe consentito il processo di liberazione individuale dai lacci del patriarcato familista e dell’economia misogina.

Un’operazione simbolica dirompente in un mondo politico poco lungimirante che ancora non prevedeva la frana del sistema di potere democristiano e la diaspora confusa del partito comunista.

Si trattò allora di una scelta a lungo dibattuta e sofferta per le dirigenti storiche dell’Udi, che avevano avviato da anni un confronto serrato con il femminismo al quale, non dimentichiamolo, proprio le sedi dell’associazione facevano, talvolta o spesso, da supporto logistico, offrendo ospitalità di spazi e attrezzature.

Un’operazione simbolica forte, in sintonia con l’esperienza più dirompente del femminismo che per quasi dieci anni era stato presente sulla scena politica con l’orizzontalità diffusa dei collettivi, in sintonia soprattutto con noi, giovani donne arrivate all’Udi proprio dall’esperienza femminista, che ci sembrava, di quella vecchia solenne e matronale associazione, la continuità naturale.

La pratica fu diversa poi nei vari luoghi e richiese, soprattutto a livello nazionale, una capacità d’invenzione e sperimentazione politica per molti versi inedita nel panorama circostante, che mobilitò le nostre energie intorno alla possibilità di far emergere una rappresentazione di noi che uscisse dalle strettoie, avvertite da tutte, di una rappresentanza costruita, come ovunque, sulla cooptazione.

La scommessa fu quella di riuscire a liberare le autorevolezze dai ruoli, consentendo a più donne di svolgerli, a rotazione, sperimentandosi nella responsabilità.

La scelta fu quella di avere sempre responsabilità condivise per rendere visibile il rifiuto della pratica verticistica e liberare potenzialità e intelligenze senza costruire inamovibili rendite di potere.

La scommessa era quella di aprire a qualsiasi donna la possibilità di assumere responsabilità nazionali, oltre che locali, senza discriminazioni di età, provenienza, condizione sociale.

Propositi ambiziosi certo, ma profondamente giusti e anche se non sono stati tempi facili, hanno sedimentato in molte di noi competenze politiche che abbiamo saputo praticare ovunque.

Propositi fondamentali anche per l’agenda politica che vogliamo costruire oggi.

Alle tante campagne di lotta, che l’Udi ha sempre condotto e continua a promuovere, si è aggiunta in quegli anni una libertà e qualità del dibattito che ha generato riflessioni politiche utili per il presente, una per tutte proprio quella “gestione politica delle differenze teoricamente incomponibili” che Lidia Menapace propose all’Udi e che ancora oggi può essere un’indicazione utile per tutte le donne in movimento.

Ne parlo perché la questione non è solo dell’Udi, ma di tutte le associazioni vecchie e nuove che si propongano di andare oltre la cerchia delle amiche, e investe direttamente tutte le donne che si chiedono oggi come far vivere nella pratica politica tutto ciò che abbiamo visto di noi e tra noi il 13 febbraio, in una manifestazione che ha dato alle ragazze la possibilità di esserci e a noi di riconoscere anche in loro le tante lotte vinte della nostra storia.

Ne parlo perché la storia dell’Udi è storia di tutte, un patrimonio dentro cui guardare e soprattutto da utilizzare come bene comune con il rispetto che oggi chiediamo per l’acqua, la terra, l’aria che respiriamo. Il bene comune di una storia nella quale ognuna può trovare le sue risorse proprio perché nessuna ne è proprietaria.

Rosangela Pesenti

Cresciuta nei luoghi in cui le donne s’incontrano, della Rivista Marea, del Gruppo Sconfinate di Romano di Lombardia, dell’Udi Monteverde, del 13 febbraio

(testo pubblicato su Noi Donne di marzo)

(foto Udirc)

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13 febbraio

Chi fugge dai commenti del giorno dopo, chi fa finta di niente, chi rettifica. E poi ci si mette anche Sanremo a formattare. Chi è felice per l’ottima riuscita: il 13 ha portato bene.

Un oceano di donne. Strumentalizzate ? politicizzate? radical-chic?

Per la legge dei grandi numeri in un fenomeno o evento c’è sempre qualcosa che non appartiene per statistica obbligata al fenomeno stesso: assumere questo campione per etichettare o derubare di un significato non è corretto. C’erano sindacalisti o rappresentanti di partito o qualche radical-chic naturalmente, ma lo ritengo un “relativo” rispetto ad un “assoluto” rappresentato dalla massa di donne e uomini che erano presenti per esprimere uno stato d’animo e obiettivi che prescindono  da interessi di partito. Non partecipare può aver significato anche allinearsi con quell’area partitica che non condivideva, ed essere accomunati a quel tipo di sentire. 

L’appello è stato lanciato da donne. A quel punto o ci interessava l’appello o ci interessava l’aspetto che queste donne incarnassero i desiderata di un partito. Alla stragrande maggioranza di noi ha interessato l’appello, come raccolta civica degli umori generali. E non mi sembrano ragionevoli i distinguo quando la situazione politica e sociale va verso il disastro. Condivido quanto scrive la sociologa Bianca Beccalli … Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali … partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta?

Le valutazioni politico-teorica, sociologica, mediatica, non coincidono sicuramente e il perenne gioco del tiro alla fune è sempre presente.

Una cosa è certa: nessun gruppo, associazione, sindacato o partito, in un solo giorno in contemporanea e con risonanza anche in molte capitali estere, è mai riuscito a raccogliere tante donne. Circa 230 città in Italia e una trentina nel globo. Con tutto l’intorno di radio e televisioni, stampa, fb, sms. La paura della strumentalizzazione la ritengo un sottovalutare l’intelligenza e la libertà di quante hanno scelto, senza ricette, di volersi incontrare nella giornata del 13 perché un nuovo corso avvenga. Se no perché? Se non ora quando? E se sempre, perché non anche il 13?

Fosse solo per far cadere Berlusconi se la sarebbero spicciata i due tre partiti e qualche altro soggetto, con preponderanza di uomini, in questo caso sì, politicizzati. A parte il fatto che essere politicizzati/e nei modi e nei luoghi non è un’infamia, e a insultare o rifuggire per questo ci si trascina appresso il luogo comune che la politica è cosa sporca. Come quello che le donne sono tutte con la p.

Ridare dignità e credibilità alla politica ecco il compito primario che ci spetta e ci aspetta.

A Reggio nessun palco, donne e uomini hanno parlato in piedi sul basalto di piazza Camagna gremita fin sopra le rampe scenografiche, con un microfono-amplificazione recuperati chissà come, non proprio da grande concerto. Un cerchio prossemico naturale e chi ha voluto ha parlato. Tre grandi pannelli di cartone con pennarelli apposti, su cui scrivere qualsiasi cosa. Le frasi scritte nella loro contrazione e frammentazione denotano un gran bisogno di saggezza, di filosofia di vita, di immaginario altro, quello che molto raramente si ha modo di cogliere per strada, nei media, perfino in famiglia: amore, dignità, figli/e, giustizia, lavoro, futuro…  qualche lampo poetico che lega il sorriso del figlio, l’odore del mare, l’arcobaleno…  E qualche cartello di sapore antiberlusconiano: io sono la figlia di Agamennone. Una signora mi ha chiesto cosa volesse dire, non essendo riuscita ad  agganciare le parentele fino a Mubarak.  

Difficile pensare che l’antiberlusconismo come punto unico potesse essere così ben organizzato e nello stesso tempo dissimulato. Il senso da cogliere è più apocalittico, universale, è: basta, oltre. Con quella determinazione e risolutezza della femmina animale quando la sua prole è in pericolo.  Ecco, Il livello di guardia di un’esondazione del degrado generale questa volta lo ha voluto esprimere un grandissimo numero di donne. Con una partecipazione alquanto eterogenea. Perfino il clero femminile per dire alla società e mandare a dire anche alla loro domus aurea. Qui potrebbe infilarsi il tanto sbandierato “moralismo” e “ puritanesimo”.  Le donne, tutte, dalle prostitute alle giovani veline, sono libere di usare il proprio corpo come credono, ma la mercificazione va oltre la proprietà del proprio corpo e richiamo nuovamente  B. Beccalli Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale… quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili.

Ci sono state ragioni per prendere le distanze e buone ragioni per esserci. L’Udi di Reggio c’è stata, oltre che per condivisione, per un principio di inclusione che è nel nostro nome, non separatezza.

Perché il corpo femminile non rimanga intrappolato in un sistema di potere, come baratto, ricompensa, ornamento, usufrutto.

Ma la dignità femminile ha le altre molteplici coniugazioni che riguardano il lavoro come diritto, la scelta come diritto senza la quale non vi è libertà, la parità come diritto e non fittizia, o concessione… 

E per questo abbiamo lavorato e lavoreremo con passione e… fatica.

Si calcola un milione di donne accorse. E un milione i messaggi di donne raccolti nell’Anfora della Staffetta Udi poco più di un anno fa.

marsia

(foto Udirc)

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Costituzione, donna

Intervento di Lorenza Carlassarre, costituzionalista.

Milano, 5 febbraio 2011.

http://video.sky.it/?bckey=AQ~~,AAAAAFYiOQ4~,wE6_nns21hLgEp1xQxpOJXQ6isZrSrig&bctid=778866316001#video

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