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Otto Marzo 2013

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Giornata Internazionale della Donna, indetta dall’ONU nel 1977, successivamente fissata dall’UNESCO l’otto marzo di ogni anno.

Giornata molto scolorita rispetto alla valenza delle sue origini, convertita in festa dal sistema commerciale.

Storia, significato originario e luoghi comuni ( )

***

Riceviamo e condividiamo.

8 MARZO CELEBRAZIONE DEL NARCISISMO MASCHILE

SIAMO donne di diverse città, legate da relazioni personali e politiche e facciamo parte della rete delle Città Vicine che riunisce donne e uomini di Associazioni, singole e singoli di città di varie parti d’Italia. In occasione della presentazione a Fondazione Betania della mostra mail art “Immagina che il lavoro .. “ a cui è seguito un dibattito interessante sul lavoro, siamo venute a conoscenza del comunicato stampa su questo giornale con cui Gerardo Frustaci, presidente dell’Unione dei Comuni del Versante Jonico, ha annunciato l’inaugurazione, per l’8 Marzo, del Centro antiviolenza “Mondo Rosa”.

L’enfasi con cui ha dato la notizia e l’indicazione precisa del luogo ci ha particolarmente colpite in quanto contrastano con la necessaria riservatezza che un luogo come questo richiede per salvaguardare l’incolumità delle donne che eventualmente lì trovano rifugio e protezione. Ci teniamo a ricordare come la Giornata Internazionale delle donne non può essere usata dagli uomini per autocelebrarsi anziché farne occasione per riflettere sulla propria sessualità e sull’origine maschile della violenza sulle donne. Così stanno facendo, da anni, tanti uomini come quelli dell’associazione Maschile Plurale, autori tra l’altro nel 2006 dell’appello “ La violenza contro le donne ci riguarda”, a cui hanno aderito giornalisti, scrittori, intellettuali, artisti ecc., e come ha messo in evidenza anche Riccardo Jacona nella sua recente inchiesta a “Presa diretta”. Nel comunicato nulla abbiamo letto sulla gestione del Centro che ci auguriamo venga affidata esclusivamente alle donne, le uniche capaci di comprendere  e accompagnare con empatia nel loro percorso le donne che hanno subito la violenza maschile.

La stessa denominazione data al Centro, “Mondo Rosa”, non ci sembra appropriata. Il rosa è un colore simbolico della gioia della madre e del padre per la nascita della propria bambina per la quale non si aspettano certo violenza e sofferenza. Riteniamo, come è stato condiviso da tutte le donne presenti all’incontro di Fondazione Betania, più adeguato intitolare il luogo a Barbara Bellerofonte, giovane donna di soli 19 anni, uccisa dal proprio fidanzato nel 2009 a Montepaone, uno dei Comuni partner del progetto.

Anna Di Salvo  -  Katia Ricci – Anna Potito – Franca Fortunato – Lina Scalzo

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“Dai voce” “Facciamoci sentire” – Diamo voce alla creatività socialmente responsabile

 

Premio Immagini Amiche – Spot realizzato da TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti per la III edizione 2013.
“Dai voce” “Facciamoci sentire”.

L’iniziativa, promossa dal premio Immagini Amiche presieduto da Daniela Brancati, dall’UDI e dal Parlamento Europeo, si sviluppa sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e in collaborazione con la Commissione Europea, il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca e quello delle Attività Produttive e con il sostegno tecnico di TP, la storica associazione dei pubblicitari professionisti.
credits: Pasquale Diaferia, direttore creativo Nicola Cerzosimo, regia e direttore della fotografia Annachiara Veronesi, art director Vicky Iovinella, copywriter Biagio Vanacore, coordinamento e supervisione.

Lo spot va in onda sulle reti rai con la seguente pianificazione:

PREMIO   IMMAGINI AMICHE
PRESIDENZA DEL   CONSIGLIO DEI MINISTRI
(22 e 23  febbraio 2013)
                                                                                                      Bitmap                          Bitmap                          Bitmap

GIORNO DATA ORA RETE RUBRICA
VENERDI  22/02/2013 11:55 RAI UNO PROVA DEL CUOCO   A
14:00 RAI DUE TUTTOMERIDIANA 2
15:45 RAI UNO PRIMO POMERIGGIO 1   B
17:55 RAI UNO POMERIGGIO 1 C
23:10 RAI TRE SERA 3
SABATO 23/02/2013 11:55 RAI UNO PROVA DEL CUOCO   A
14:05 RAI UNO EASY DRIVER
18:57 RAI TRE TG3 ORE 19.00   WEEK-END
22:40 RAI DUE SERA 2
24:01 RAI UNO SERA 1 A

www.premioimmaginiamiche.it

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Il corpo delle donne in multiproprietà

 

 (vitadapoker.it – carte da gioco firmate Playboy)

Domenica 13 maggio adunata a Roma dei movimenti pro life. Il sindaco di Roma si offre con tutta la fascia tricolore al Movimento per la Vita.

Un’occhiata,  per informazione sull’evento, al sito Movimento per la vita italiano. Sono elencate 14 voci evidentemente fondamentali per lo stesso movimento, e così esplicitate:

Aborto:                                                sedici righe

Famiglia:                                             -

Cellule staminali:                             -

Clonazione:                                         -

Comitato Nazionale Bioetica:      -

Embrione:                                            -

Giornata per la vita:                        del 4 novembre 2011 per il 5 febbraio 2012, (Consiglio perm. dei Vescovi), nulla sul 13 maggio

Manipolazioni genetiche:              -

Metodi naturali:                                 -

Ru 486:                                                 16 righe, conclusioni in termini di business

Contraccezione:                                -

Eutanasia:                                            -

Fecondazione artificiale:               19 righe

Le pillole del giorno e dei 5 giorni dopo: 16 righe, con rimando alla pagina la nuova bugia EllaOne

A parte la concezione del feto come Persona fin dal primo nanosecondo, la donna è pensata come pertinenza istituzionale e confessionale, macchinario di produzione che ha bisogno di manutenzione ufficiale per la vita, corpo in comproprietà anzi multiproprietà con destinazione d’uso irreversibile.

E a proposito di corpi, alla manifestazione erano presenti anche quelli in affitto. Dialogatori marcia per la vita, così chiamati, e reclutati dalla società Orienta spa a 35-40 euro netti per raccolta fondi da effettuare in occasione della marcia per la vita che si svolgerà nella mattina (orientativamente 9-13) del giorno 13-05-2012, che partirà da Colosseo per arrivare a Castel Sant’Angelo. Riportato il 4 maggio da lavoratorio.it  e molte altre agenzie web di offerte lavoro (infojobs.it, lavoro.studenti.it …).

Abbiamo visto questo annuncio su InfoJobs – hanno raccontato due studentesse fuori sede incontrate a via dei Fori imperiali – Sapevamo solo che si trattava di un lavoretto nel settore no profit. Abbiamo mandato il nostro curriculum e siamo state immediatamente contattate. (37 euro). Noi non siamo molto motivate, ma ci sono ragazze che stanno raccogliendo un mucchio di soldi. Ho visto io stessa un signore donare 50 euro”.  (Ambra Murè, paesesera.it, vedi anche 2012 attacco al corpo delle donne – Luisa Betti – ilmanifesto.it).

***

Averla è facile. Chiedimi come. Ma la card-fidelity naturalmente! Tutte le commesse da circa un mese hanno appuntato sul petto, possibilmente con bel décolleté, una spilla-card su cui è detto come è facile averla, basta chiedere come, alla commessa ovviamente. La card, cosa penserete mai!

Promozione interna di marketing sessista che qualsiasi negozietto, pizzeria, o azienducola ha sfornato facendo a gara sempre più in questi anni, sullo stesso stile, da una periferia all’altra. Dai pannelli solari, ai salumi, alle bibite…

Ma qui il cartellone si anima, l’oggetto del desiderio è a distanza di un braccio, è il corpo vivente della commessa. Contenente e contenuto, significato e significante, insieme ed elemento dell’insieme sono finalmente riuniti e offerti nel vettore corporale vivo femminile. Di proprietà per concezione patriarcale o in affitto–vendita per marketing, il corpo femminile si rivela il motore centrale, una sorta di google personificato, per  catturare consumatori. Anche di quel corpo. Corpo-merce … dobbiamo stare lì col sorriso sulle labbra, sa dove li manderei se fossi fuori. Dovete essere come geishe, ci ha detto la direttrice… (Clarice)

Ci casca la Rinascente. Dalle nuvole. Rimango stupita, non ho ricevuto nessuna protesta da altre parti d’Italia. Mi sembra pretestuoso, sono una donna anch’io ma non mi sarebbe mai venuto in mente. Comunque se la direttrice di Firenze me lo chiederà non avrò niente in contrario a ripensarci. (ricordate fi.GA’  bevanda?)

E’ la responsabile marketing-comunicazione della Rinascente a rispondere così alle proteste sempre più forti, partite da Firenze. Prima una commessa del reparto cosmetici-profumeria, poi altre, che si sono sentite umiliate da risolini e sbavolini maschili, cui rispondere con obbligata nonchalance.

I giorni delle coccole rincarano la dose, sempre Rinascente. Altra spilla fidelity: tvtb (ti voglio tanto bene, stile sms), fondo fuxia, promozione da effettuare nei giorni delle coccole. Le commesse, seduttive, voce suadente, elargiscono consigli estetici e di stile, target di maggior successo quello maschile. Francesca: Sono i giorni in cui diamo consulenze su trucco, immagine, nodo alla cravatta … Ma il modo, la strizzatina d’occhio con cui ci viene fatto fare, e che dimostra come il badge non sia casuale… (La repubblica Fi 18/4/2012)

Vestito sexy nero attillato, minigonna, tacchi alti, capelli tirati, foulard fuxia, sorriso perenne.

Il corpo delle commesse è anche proprietà della Rinascente, proprietà estetica: obbligo di trucco, obbligo di look sexy, obbligo di carineria, obbligo di prestazione d’immagine, obbligo di seduzione. Ma anche proprietà fisica pro tempore, vista la facilità di dismissione di quel corpo con il licenziamento. La scheda individuale di valutazione è un ottimo deterrente, se si contesta la gerarchia commerciale interna che crede utile fondere le due immagini quella del marchio e del corpo-market delle donne in un solo vettore.

Ancora Francesca: Il badge è un messaggio subliminale, un’offesa, una violenza, un considerare la donna oggetto … Le ragazze con i contratti più recenti che hanno l’obbligatorietà del lavoro domenicale, circa la metà di noi, lavorano solo loro e tutte le 52 domeniche dell’anno. E non mi dite che, per i rapporti familiari e sociali, la domenica e il martedì sono la stessa cosa. Noi con il vecchio contratto le sostituiremmo a turno ma non ci vogliono perché costeremmo il 150 per cento di maggiorazione. Loro solo il 30: due euro l’ora netti in più, 16 in tutta la giornata … Non combattiamo contro le domeniche aperte. Ma allora ci vengano riconosciuti diritti e tutele come agli altri lavoratori delle urgenze, a cominciare dalla sanità. A livello economico e di turnazioni. (da zeroviolenzadonne.it) 

***

San Marco di Castellabate. Un uomo fa giustizia da sé uccidendo a coltellate un altro uomo (sessantenne) che si era offerto di dare un passaggio fino a scuola alla figlia, e che aveva tentato di violentarla senza riuscirvi per la forte reazione ricevuta. Per un verso è ininfluente che l’uccisore sia tunisino, per un altro è lo stesso indicatore di una stessa lettura. Quella che riguarda, al di là di raptus, gelosia, rabbia, dolore chiavi di lettura prevalenti della cronaca mediatica, il senso maschile atavico, radicato, dell’essere proprietario e tutore del corpo femminile.

Il padre della quindicenne aveva già denunciato il fatto ai carabinieri e al pronto soccorso avevano rilevato, per fortuna, solo qualche escoriazione alla figlia. Ma qualche ora dopo è esploso lo strato profondo patriarcale millenario, la cultura della  vergogna e del disonore, il dovere della vendetta e del fare la guerra, della soluzione finale,  la risposta codificata tribale per il furto di una proprietà naturale esclusiva: moglie, figlia, sorella. Lo abbiamo anche studiato a scuola nell’Iliade.

Quello stesso strato da cui si è sentito ancora ricordare la pena di morte, come vendetta pubblica e collettiva, istituzionale, per l’avvenimento efferato di Brindisi.

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Ma le gambe-mbe

 Businessman in action

female legs 

Tra le mille e una possibilità di invenzioni creative per un messaggio sulla comunicazione politico-sociale riguardante il PD cosa ti scelgono?

Una cravatta sollevata dal vento sulla camicia di un young businessman. Senza testa.

Un paio di gambe di donna che il vento scopre sollevando i lembi di un vestitino rosa fuxia.

Che noia ancora una volta osservare tanta piattezza, vedere ridotto a un meccanismo, a un dispositivo come fosse una leva, un tema di comunicazione politica, leggero e robusto insieme, come vento e cambiamento. I distributori automatici di bibite si impegnano di più.

Noia di doversi ripetere ogni volta, noia di sentire voci arrabbiate, noia di sentire voci plaudenti persino dei versanti opposti al PD: viva le minigonne al vento. Ferrara docet.

Non c’entra Marylin Monroe della moglie in vacanza, non c’entra Kelly LeBrock della signora in rosso. Non c’entra fischia il vento, infuria la bufera… Celebri icone invocate a difesa, come  citazioni. Qualcuno ha detto ma non vedete che sono gambe maschili …

Molto molto più semplice.

Scrivete su un database da cui i pubblicitari comprano le foto, per esempio istockphoto (imput di Giovanna Cosenza), due sole keywords: vento+cravatta.

Al primo click, alla prima pagina, in quarta/sesta posizione, trovate un  

young businessman smiling at camera with blowing necktie. Good business in action!

Il pubblicitario compone. Tramite l’opzione rifletti di photoshop ruota la figura sul suo asse verticale e quindi la cravatta verso destra, fa salire il busto e taglia la testa al povero young businessman (se dovesse ricordare camicia e cravatta di Bersani…). Il fondo è già bianco, non c’è problema. Seguono simbolo PD e scritte su claim Cambia il vento. Fatto!

Desolante.

Ora scrivete, visto che vi trovate, sullo stesso stock photo search altre due keywords (precise però): vento+gambe.

Anche qui, al primo click, alla prima pagina, in quarantesima posizione trovate delle

sexy girl’s legs with pink skirt that’s blowing in the wind. Solo le gambe, ballerine fuxia ai piedi, stessa tinta del vestitino che due mani trattengono perché una folata di vento lo solleva.

Per la verità entrando nel portfolio dell’autore della foto, alla prima pagina, troverete la figura intera della sexy girl: portrait of an attractive young woman in a bright dress in the wind. Non c’è però abbastanza vento e abbastanza gambe. Un posto più in là la stessa ragazza, brunette in the car, si volta a guardarci  seduta al volante. Non c’è proprio vento.

Il pubblicitario compone. Con lo stesso tool rifletti di photoshop ruota la mezza figura sull’asse verticale, e quindi le gambe verso sinistra. Non c’è bisogno di altro. Seguono simbolo PD e scritte: Cambia il vento.

Fatto! Desolante.

Ancora un oggetto da vendere. Con messaggio-clou attaccato preferibilmente a due gambe femminili visto che c’è vento e il vestitino per anemometro.

Quelle non sono mica gambe da velina ha specificato il responsabile comunicazione della Festa Democratica. 

Le fonti teoriche in realtà risalgono al 1938: Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, canta trio Lescano, poi Quartetto Cetra…:

… ma due gambe un po’ nervose
ti faranno innamorar.
Saran belli gli occhi neri,
saran belli gli occhi blu,
ma le gambe, ma le gambe
sono belle ancor di più …

 

        

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Pubblicità rimossa

E un’altra!

Forza e coraggio: non desistere e incalzare con le segnalazioni delle pubblicità offensive nei confronti del corpo e della figura della donna! 

A proposito della pubblicità che riguardava una ditta produttrice di oli lubrificanti per motori, commentata il 29 marzo al post n. 1, più sotto, UDI rc riceve dall’IAP, Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria:

Segnalazione messaggio pubblicitario “The no. 1 in friction reducing”, relativo al prodotto ‘Ceramic Power V-Twin Liquid’

rilevato su Moto Special – data copertina Marzo – Aprile 2011

Desideriamo informarVi che, il Comitato di Controllo, esaminato il messaggio pubblicitario in oggetto, ha deliberato di emettere ingiunzione di desistenza per violazione degli artt. 9 – Violenza, volgarità, indecenza - e 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona - del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

A seguito del suddetto provvedimento autodisciplinare l’inserzionista ha comunicato l’intenzione di desistere dall’ulteriore diffusione del messaggio contestato.

Potrete rinvenire il contenuto del provvedimento inibitorio nel nostro sito internet www.iap.it, nella sezione “Le decisioni del Giurì e del Comitato di Controllo”.

 RingraziandoVi per l’apprezzata collaborazione, porgiamo i nostri migliori saluti.

I.A.P.

La Segreteria

Morale: impiego di risorse economiche buttate al vento per la campagna, probabile calo di vendite, essere additate ditte piuttosto con un certo discredito, correre ai ripari per rifarsi la facciata con una nuova campagna … Vale la pena?

I mezzi per contrastare questa spregevole tendenza di offendere le donne in parte ci sono, in parte andrebbero rafforzati. Occorrono un tenace lavoro per una maggiore sensibilità sociale, che spetta a tutte/i, e i codici deontologici dei pubblicitari che dovrebbero essere un protocollo normativo istituzionale. Ma soprattutto  dispositivi e sanzioni molto severe specialmente per le recidive. Per esempio divieto di qualsiasi pubblicità per un anno su ogni canale di comunicazione, stampa, TV, rete, oltre a multe salatissime e disincentivi. Scoraggerebbero decisamente le ditte avventuriere che adottano blitz pubblicitari e clamore piuttosto che la solidità del prodotto, l’intelligente comunicazione delle sue qualità. Non ci stanchiamo di ripetere che non ci devono essere censure, moralismi o bacchettonismi, ma Costituzione, codici e normativa proporzionata al danno sociale.

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Donne e pubblicità, il caso italiano

 

(continua … vedi i post del 5 aprile più sotto …)

Sono le prime 8 slides delle 54 proiettate al Consumer’s Forum a Roma il 4 aprile  da Annamaria Testa. Sintetizzano quanto sia esteso e complesso il tema della pubblicità che utilizza il corpo e l’immagine della donna in modo improprio o offensivo o addirittura violento.

Senza un Codice Deontologico condiviso e la partecipazione/collaborazione delle donne, di tutti, è difficile uscirne. Ma qualcosa si sta muovendo. 

Annamaria Testa () è scrittrice, docente, autrice di famose pubblicità, si occupa di comunicazione e creatività e molto altro. Con sensibilità, ironia, intelligenza, ha dimostrato nelle sue opere come si possa lavorare in pubblicità senza ricorrere a scorciatoie di basso profilo. Sua ultima fatica La trama lucente, Rizzoli, robusto saggio sui labirinti della creatività. Un lavoro sistematico che si aggiunge ad altri in Italia, dove quel che manca, però, è un esteso retroterra di studi, e prima ancora, di consapevolezza diffusa e di discussione non frammentaria sull’argomento.

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Terapie pubblicitarie 1

E’ un grande evento quello ospitato dalla FNSI il 4 aprile a Roma organizzato dal Consumer’s Forum e che riguarda il mondo della Pubblicità e il soggetto donna.

Il consumo dell’immagine della donna,  il tema del Convegno.

Una data sicuramente storica nel senso che parecchie industrie, grandi società e organismi di settore assumono un impegno pubblico contro la comunicazione pubblicitaria umiliante nei confronti del corpo e della figura della donna. Si impegnano a promuovere attivamente una maggiore sensibilità sociale indirizzata verso il rispetto e il riconoscimento del ruolo.  

Nasce una Carta deontologica della pubblicità, convergente se non proprio comune.

Il Comitato Pari o Dispare aveva poco tempo fa (19 gennaio) presentato a Milano un Manifesto per un utilizzo responsabile dell’immagine femminile.

Molte le aziende, anche multinazionali, che avevano aderito:

Accenture, Agos-Ducato, Amplifon, Autogrill, Unilever-Dove, DPO, Enel, Eni, Intesa San Paolo, Johnson & Johnson, Kroll, L’Oréal, Microsoft, Missoni, Olivetti,  Relight, Unicredit, Vodafone.

Una ventina, ma sono in arrivo parecchie altre adesioni e si spera in un effetto domino positivo consistente.

Le aziende decidono di: non associare il proprio marchio a messaggi discriminatori o degradanti, siano essi espressi in forme dirette o indirette, basati su stereotipi di genere, o che, valutati nel loro contesto, possano esaltare o indurre una qualsiasi forma di violenza contro le donne. Si impegnano pertanto a fare scelte coerenti con tale impegno nelle proprie campagne e iniziative pubblicitarie.

È quindi importante che la pubblicità si impegni responsabilmente a non trasmettere messaggi discriminatori o degradanti basati su una concezione stereotipata dei rapporti tra i due generi o messaggi che incitino alla violenza verso le donne. Lo stereotipo di genere è infatti controproducente nella famiglia, nella società, nello stesso mercato del lavoro, nelle professioni e carriere.

 

Al Consumer’s Forum discutono oltre a Pari o Dispare, rappresentanti di istituzioni, grandi aziende, associazioni consumatori, creativi.

L’Art Directors Club Italiano, associazione di Copywriter e professionisti creativi, presenta il suo Manifesto Deontologico ADCI, scritto tra gli altri anche da Annamaria Testa che condensa  con molta efficacia il tema donna-pubblicità in circa 50 slide.

C’è molto da fare e molto da inventare per diffondere una sensibilità nuova. Potremmo farlo insieme: cittadini, imprese, media, pubblicità e istituzioni.

E’ l’ultima delle slide di Annamaria che esprime più che il desiderio l’impegno che la pubblicità sia un progetto sociale di una nuova percezione.

Il Manifesto Deontologico ADCI non è un trattato teorico. Dopo la dichiarazione d’intenti, conciso, essenziale propone ai suoi aderenti 8 punti vincolanti (qui molto in sintesi) sulla comunicazione pubblicitaria.

Dovrebbero essere universali.

…Il nostro mestiere è raccontare le offerte dei nostri clienti attraverso narrazioni efficaci. Ironia, humour, paradosso, appartengono al patrimonio storico del miglior linguaggio pubblicitario. Sono, fra i molti tratti distintivi della pubblicità, forse i più popolari e apprezzati, se e quando vengono impiegati con competenza, precisione e misura.

Per questo crediamo, come professionisti e come individui responsabili, di dover assumere, condividere e promuovere un insieme di princìpi che servano da positivo fattore di sensibilizzazione e orientamento etico per chi, ogni giorno, crea e diffonde linguaggi e simboli. Ad animarci non è un intento censorio, che non ci appartiene, ma il desiderio di portare un contributo positivo alla crescita, non solo materiale ma anche culturale, di questo paese…

È nostro intento contribuire, con questo appello, a modificare modalità di comunicazione che, pur lecite formalmente, possono tuttavia favorire il consolidarsi di stereotipi negativi e il deteriorarsi della cultura collettiva.

Onestà, non forme ingannevoli

Bellezza, non trasandatezza, sciatteria, trascuratezza, volgarità

Appropriatezza, non trasgressione distruttiva

Rispetto, per le individualità e per le differenze

Correttezza, rifiuto delle rappresentazioni gratuite di ogni tipo di violenza e di ogni tipo di discriminazione

Stereotipi, sono presenti nel linguaggio, ma non devono ingenerare offese, mantenere pregiudizi

Intelligenza, non stupidità

Pudore, nessun moralismo, ma corpo e sessualità non devono diventare oggetto come il prodotto

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Patologie pubblicitarie

1

La ditta vende oli lubrificanti per motori. Donne e motori è lo stereotipo machista di sempre. Con una pigrizia e povertà abissali, grafici e committenti imboccano il primo vicolo a destra e la pubblicità è immediata. Umiliante dal punto di vista professionale.

E’ come usare solo cento parole di una lingua, cantare o suonare sempre lo stesso brano per un cantante o musicista, proporre sempre la stessa rigida tipologia e la stessa facciata per un architetto, mangiare ogni giorno spaghetti… Avere sempre gli stessi pensieri ossessivi: ho spento il gas, ho spento il gas, ho spento il gas… che in psichiatria è appunto il disturbo ossessivo-compulsivo.

Umiliante per le ragazze lubrificande, rappresentate abbracciate in effusioni finto-lesbo, mentre  appena sopra la testa da una lattina cola il liquido giallastro. In realtà guardano invitanti il maschio in arrivo, supposto perennemente homo erectus, al di qua del quadro-schermo.

Razzista, perché qui la donna è rappresentata come essere un gradino più in basso a cui si può fare tutto. Non è così? Allora mettiamoci il presidente della repubblica e il papa nella stessa funzione e se tale pubblicità non è offensiva, continuerà a non esserlo.

mail-action:        info@ceramicpowerliquid.com

al giurì IAP:        http://www.iap.it/it/modulo.htm

rilevata sulla rivista Moto Special, mar-apr 2011, produttore Nuovatec S.r.l.

approf: http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2011/03/25/due-per-te/

2

Altra ditta (possiede due giornali) vende salumi. SalamePiccante… Effetti del piccante… Cosa potrebbe esserci di più piccante sul piccante? Ma una fellatio, è chiaro (dialetto: fella di salame)!

Ed ecco,  in primo piano due mani femminili abbronzate, unghie multicolore vecchio-stile-di-classe, cingere due natiche maschili abbronzate – il solco coperto da una striscia rossa col marchio - (se fossero femminili non verrebbe coperto), siamo a sud, salame calabrese.

E voilà. Effects of Calabria, Italian effects. Giusto, viste le cronache correnti.  E il claim in inglese tanto per mascherare rozzezza e insulsaggine. La ditta in fabula potrà essere all’avanguardia quanto a salame-lecchi, ma in retroguardia in termini di qualità e intelligenza pubblicitaria, intrappolata da un pezzo nella ragnatela di un sessismo stereotipo basso (vedi sud-Degenere e comunicazionedigenere ).

Alle donne si può fare di tutto e si può far fare di tutto, macchine da sesso, dispositivi usa e getta, si portano anche in un prato deserto con la scusa di andare a farfalle (sempre la stessa ditta): atroce, viste le notizie quotidiane di stupri violenze e uccisioni.

E pensare che si trovava su un pieghevole per un concorso internazionale nell’ambiente degli istituti alberghieri… dai diciotto anni in giù…

Purtroppo il vero obiettivo è l’impollinazione: più di 50 commenti in un solo sito in meno di 24 ore sotto una delle pubblicità di cui sopra.

Per una miniguida e per proteste vedi nostro post ()

mail-action:         info@dodaro.com

al giurì IAP:        http://www.iap.it/it/modulo.htm

fonte e dove è stata rilevata la pubblicità: http://www.dissapore.com/primo-piano/didascalizzami-questa-tour-operator-lewinsky/

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Donne, media, speranza

 … Anzi ho scritto un articolo in risposta ad una lettera accorata di Lorella che chiede a tutte le donne di fare qualcosa, di muoversi, di parlare, di esserci, di obbligare i partiti a darci delle risposte importanti, serie, sui temi della rappresentazione delle donne in televisione, nella pubblicità, sulla violenza contro le donne. Troppe donne uccise, violentate, quasi sempre dai mariti, dai conviventi, dagli exfidanzati. Lo leggi e mi dici che ne pensi?
E’ troppo triste. Vero, sacrosanto, ma non dai speranza così… devi dare una via di uscita, devi dare delle indicazioni per dire come fare per andare avanti per migliorare le cose.
Non ce l’ho la via d’uscita, non ce l’ho un messaggio, oggi sono solo sconsolata. È troppo brutto quello che accade, è troppo triste questa nostra società, c’è troppo sfacelo intorno, oggi sono solo desolata. Non vedo vie di uscita.
Allora non lo mandare. Lascia perdere. Non si può non dare la speranza del cambiamento.

Sono parole di Loredana Cornero, di tenero ricordo per la perdita del suo meraviglioso compagno, in un suo articolo su noi donne. Ma è lui che dice a lei non si può non dare la speranza del cambiamento.

Alle donne. A tutti. 

E Loredana al di là di un momento di scoramento che abbiamo, che abbiamo avuto, continua a lavorare per un debito sociale di speranza e d’amore. 

E tantissime altre. E noi.

Forse abbiamo sbagliato a non aspettarci un Gheddafi di carta.   

A Catanzaro all’Istituto Comprensivo, tutti gli allievi e le allieve  di una classe – terza media soltanto – si rifiutano di andare in gita scolastica perché un loro compagno viene discriminato. La dirigente (sì, aimè donna) non lo aveva autorizzato a partecipare alla gita perché portatore della sindrome di Down ().

E’ bellissimo. E’ la speranza. 

Se no il 13 a che serve?

***

 

“La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, gli anziani e i minori”.

Donne e media in Italia: intervista a Loredana Cornero

(Pubblicato da La redazione Donne di oggi
il 22/11/2010 – www.alfemminile.com ()

© Loredana Cornero
  
Veline, letterine, troniste e, ultime arrivate, velone. Per ogni età, in Italia i media hanno costruito uno stereotipo all’interno del quale rinchiudere le donne italiane. Stereotipi  favoriti da una cultura che si ispira soprattutto alle immagini da televisione e gossip. Un mondo in cui l’apparire prevale sull’essere.
Ma in Italia, c’è una coscienza critica che si sta facendo lentamente strada, grazie all’azione di giornaliste, scrittrici, filosofe, ma anche di donne normali che lottano, nel loro piccolo, per proteggere la propria femminilità dai modelli che i media impongono violentemente. Donne come Loredana Cornero*.
Abbiamo discusso con lei cercando di capire come costruire una nuova immagine prevalente per le donne italiane, più vera e rispettosa.
 
* Rai, Relazioni Istituzionali e Internazionali
Segretaria Generale Comunità Radiotelevisiva Italofona
Presidente Gruppo Donne COPEAM (Permanent Conference of Mediterranean Audiovisual Operators)
  
Attualmente quali sono gli stereotipi femminili prevalenti in Italia?
Gli stereotipi prevalenti oggi in Italia sono quelli veicolati in particolar modo dalla televisione e dalla pubblicità che usano il corpo delle donne come oggetto. Una delle caratteristiche principali che definiscono la cultura della comunicazione attuale è espressa dalla evidente forzatura che viene esercitata nella rappresentazione di genere.
La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali interessa ormai diversi media. Ma questo non diminuisce le responsabilità della televisione. Quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”.
 
Esistono delle leggi che proteggano le donne nella rappresentazione mediatica delle donne?
Proprio in questo periodo la Rai sta firmando un nuovo contratto di servizio all’interno del quale sono state inserite, a fronte di una grande campagna e di numerose pressioni di vari gruppi di donne che da tempo lavorano su questi temi, molte clausole per migliorare la rappresentazione femminile in televisione, lavorare per il superamento degli stereotipi e aumentare i modelli femminili rappresentati in televisione. Non dimenticando di aprire spazi informativi sul ruolo e la presenza delle donne nella nostra società e sulla lotta alla violenza sulle donne. Ovviamente bisognerà vigilare affinché tutto questo non rimanga solo sulla carta.
 
Ci può dare la sua opinione sui “corpi femminili” nella nostra società?
Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quante siano in Italia le giovani donne tra i 20 e i 30 anni e quale percentuale sia quella che ci viene presentata come la quasi totalità delle aspiranti veline. Credo che sia l’ora di dire chiaramente che ci sono giovani donne che studiano, che da grandi vogliono diventare astronaute o missionarie, bibliotecarie o Segretarie Generali dell’ONU; giovani donne che lavorano con successo e professionalità in posti anche di rilevo, ma di cui nessuno o quasi nessuno parla. Ed è quindi alle giovani donne che credo sia importante rivolgersi, a quante si interessano a questi argomenti, a quante sono disponibili a farsi carico di un tema che ci riguarda tutte e in maniera così fondamentale.

E’ la cultura o la politica responsabile dell’immagine delle donne nei media?

Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali ma è anche vero che non è essa ad inventarli né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. L’Italia, lo confermano le statistiche, è al sessantaduesimo posto nel mondo per rappresentanza femminile nelle istituzioni. E con il suo 17,3% di donne a Montecitorio e il 13,7% al Senato, e’ ben lontana dalla maggior parte dei Paesi scandinavi dove la presenza di donne nelle istituzioni supera abbondantemente il 30% e, nel caso della Svezia, e’ al 47,3%. Anche i dati relativi all’informazione televisiva segnano il passo nella nostra televisione. Prendendo spunto dai primi risultati del GMMP 2010 (Global Media Monitoring Project) i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, ma nei servizi di politica la 3% e in quelli di economia allo 0%. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo il 22% dei soggetti delle notizie sono donne per scendere al 7% nel ruolo di esperte. Ci sono però dei casi in cui le donne superano gli uomini. Sono per esempio il 48% quando vengono raccontate come vittime, contro il 15% degli uomini. E per il 23% vengono identificate con il loro ruolo familiare contro il 6% degli uomini.
 
Come si può migliorare? Ci può dare degli esempi positivi?
Credo, anzi sono certa, che migliorare sia possibile, anzi si debba. In Italia stanno nascendo e lavorando proprio sulla rappresentazione femminile nei media moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente in Italia. Un esempio è senza dubbio il grande successo che ha avuto il documentario di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne” che partito in sordina sul web è diventato un po’ il simbolo di questo cambiamento. E poi l’associazione “Donne e media” e la costituzione del gruppo “Parie dispare” che si sono mosse proprio per una diversa rappresentazione femminile sui media, Francesca e Cristina Comencini che, insieme ad altre artiste ed intellettuali hanno realizzato uno spettacolo teatrale dal titolo “Libere”. Con il Gruppo Donne della COPEAM stiamo organizzando per settembre la presentazione in anteprima nazionale dei dati del GMMP, giunto alla sua quarta edizione sulla rappresentazione delle donne nell’informazione e anche del toolkit “Screening Gender” finalmente tradotto anche in italiano, per dotare tutte noi anche di uno strumento concreto che ci aiuti nella formazione, perché crediamo che sia giusta la denuncia, importante la ricerca, ma che ci debba essere anche un momento formativo per le/gli operatrici/ori del mondo della comunicazione per creare un argine ad una rappresentazione femminile nei media che lede la dignità delle donne e ne sottrae la realtà e preoccupate per la crescente quantità di episodi di violenza contro le donne in Italia.
 
Ci può fare alcuni esempi?
Alcuni spettacoli televisivi, usano ragazze giovani, belle e magre come arredamento della scena, senza che abbiano un ruolo o la possibilità di fare alcunché. Molte pubblicità utilizzano il corpo delle donne, spesso discinto, per lanciare nuovi prodotti.
L’ammiccamento e la volgarità sono spesso presenti. D’altra parte ci dicono con frequenza quotidiana su giornali e tv che le ragazze italiane da grandi vogliono fare le veline, che è la loro massima aspirazione, che di studiare non hanno voglia, ma soprattutto dato che sono belle e giovani, non ne hanno alcun bisogno.
Ovviamente non è così nella realtà.

Qual è l’effetto di questi stereotipi?
La rappresentazione della donna in Tv influisce sia sull’autopercezione delle donne stesse, che sulla percezione che delle donne hanno gli uomini, e in particolar modo i minori. E guardando anche a questo va sottolineato che in genere l’immagine delle donne che la televisione propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. L’effetto è travolgente soprattutto sulle giovani generazioni. Ragazze ma anche ragazzi, prendono ad esempio le giovani che vedono in TV e cercano di diventare come loro, diminuendo così la loro autostima, il rispetto verso se stesse e spesso rasentando la malattia, come l’anoressia o la bulimia. Inoltre l’esempio che arriva da queste ragazze usate in pubblicità ed in televisione come puro arredamento arriva anche ai bambini, ai ragazzi che identificano il loro immaginario femminile in quelle espressioni costruendo un’immagine distorta di tutto il genere femminile.

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se non ora, quando a Reggio

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

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Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto - riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

-        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

-        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

-        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

-    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

-    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

-    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve - molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

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Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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La violenza alle donne nella comunicazione: iniziativa UDI per il 26 novembre

Venerdì 26 novembre, dalle ore 16.00, presso la Sala della Biblioteca del Palazzo della Provincia (Piazza Italia), l’UDI (Unione Donne In Italia)“Le Orme” di Reggio Calabria proporrà un incontro–dibattito sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere”, in occasione del 25 novembre Giornata Internazionale contro la violenza alle donne.

Stiamo assistendo  ad una crescita vertiginosa del potere dei mass media che influenza il nostro modo di essere e di pensare. La televisione, i giornali, la pubblicità forniscono quotidianamente immagini accattivanti della realtà, poco corrispondenti al vero e dal significato fuorviante. Le immagini che ogni giorno vengono veicolate dai mezzi di comunicazione banalizzano il ruolo delle donne, lo privano di autorevolezza e lo intrappolano in stereotipi logori e svilenti. Le donne, nella loro quotidianità di madri, lavoratrici, studiose… stanno sempre più scomparendo dai media per essere sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante, private della loro stessa identità.

Anche la politica, si è adeguata a questo nuovo codice di comunicazione utilizzando un immaginario falsato delle donne per continuare ad esercitare, invece, un potere esclusivamente maschile e per nulla rispettoso della parità di genere.

Parità che richiede per la sua compiutezza un intervento formale anche sulla lingua, attraverso cui si esprime il nostro vissuto. Le parole che usiamo sono spesso escludenti rispetto al femminile e una sorta di automatismo nell’uso non ci permette di ravvisare i retaggi culturali discriminatori che contengono.

Parlare, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, di una nuova comunicazione di genere ovvero di una nuova lingua rispettosa dell’identità femminile appare fondamentale e irrinunciabile. C’è una forma di violenza sottile, a volte palese altre volte subliminale, che passa attraverso le nostre televisioni, nei talk show pomeridiani o nei cartelloni pubblicitari per strada o nelle nuove strategie di marketing. Questa violenza è ancor più pericolosa perché si insinua lentamente e profondamente nelle consuetudini di vita, nei comportamenti, nei costumi, nelle convinzioni.

Avremo il piacere di discutere di questi temi con Giovanna Vingelli, docente Women’s studies all’Università della Calabria, Katia Colica, giornalista e autrice del libro “Il tacco di Dio”, Franca Fortunato, docente di filosofia e giornalista, Monica Francioso, già docente di letteratura italiana all’Università di Londra e Dublino e Angela Pellicanò, pittrice.

L’incontro riferirà anche del percorso che l’UDI Unione Donne in Italia sta svolgendo con la campagna nazionale “Immagini Amiche” concentrata sul linguaggio e le immagini dei mass media e della pubblicità in generale nell’Italia dei nostri tempi. A moderare il dibattito e relazionare sulla campagna “Immagini Amiche” sarà Marsia Modola, responsabile dell’UDI Le Orme di Reggio Calabria.

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GRAZIE

Riceviamo la notizia che la campagna IMMAGINI AMICHE, promossa dall’UDI contro gli stereotipi, la pubblicità e la comunicazione in genere che umiliano la donna, ha avuto il grande riconoscimento dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Ecco il testo del telegramma che il Segretario Generale della Presidenza ha inviato alla delegata nazionale Pina Nuzzo:

Ed ecco la richiesta che era stata inoltrata dall’UDI naz. [...].

[vedi le nostre pagine IL PROGETTO / LO SPOT e il sito UDI naz.]

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Il cetriolo dovrà sparire

Letizia Ciancio
Resp. Comunicazione
Direttivo Corrente Rosa

ci comunica:

far togliere dalle strade una pubblicità che ci offende tutte si può fare
in seguito alla sua denuncia e delle altre allo IAP

la pubblicità della ragazza col cetriolo in mano della campagna Sisley “let it flow” è stata ritenuta offensiva e non conforme al codice di Autodisciplina Pubblicitaria. 

 

Continuiamo a denunciare secondo le indicazioni del nostro post del 28 settembre!

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Fiaccolate separate in casa e mulino bianco

 

Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di una pausa di silenzio dopo l’ultimo shock dello strangolamento e dell’abuso post mortem di Sarah Scazzi che un altro femminicidio ci obbliga alla stessa fatica di Sisifo.  A spingere in salita questo pesantissimo masso, delle riflessioni, delle fiaccolate, delle parole, della rabbia al vento.

Passano venti quattro-quarant’otto ore, a volte solo un’ora, cinque minuti, e il masso ci rotola addosso, ci travolge, torna di nuovo in fondo dove sono gli altri massi degli stereotipi, dell’indifferenza, della sprovvedutezza, della disattenzione colpevole, della malafede culturale. Nei confronti delle donne.

E’ certo che se lo sdegno rimane isolato, se resta su facebook, tra le amiche, su un testo, produce poco. La prospettiva di lotta è durissima per cambiare una mentalità, quel fondo torbido e melmoso dove le donne che ci capitano affondano senza scampo e senza aiuto.

La mentalità della proprietà maschile del corpo della donna. Il possesso esclusivo  dei suoi affetti.

Occorre crearsi una motivazione profonda della necessità della lotta (termine che in fondo non ci piace), del lavoro intenso che ci aspetta per incidere nella società che ruba i nostri corpi e le nostre immagini e non ci rispetta. Ci è contro nella sostanza e nei fatti.

Non c’è lotta o lavoro che possa avere un risultato allargato se non vi è unione, associazione. La miriade di associazioni femminili resta frammentata, forse soffre anche di una sorta di campanilismo, nella prospettiva velleitaria di dire la parola nuova e diversa. Poco o nulla c’è da dire di nuovo, bisogna unirsi, entrare nella cosa pubblica e amministrare, incidere nella comunicazione, ampliare le consapevolezze. 

 

Petronilla Sanfilippo è l’ultima, ma non l’ultima. A chi toccherà nelle prossime ore? 

Una relazione burrascosa – l’uomo, tossicodipendente e senza lavoro, ha sfondato il cranio della donna nella sua stanza da letto. Un omicidio d’impeto, secondo il colonnello Roberto Fabiani, del Gruppo carabinieri Monza, titolare dell’indagine” (Corriere, 7/10/2010).

Le indagini si sono concentrate da subito su quel compagno difficile, la scena del delitto lasciava pochi dubbi: quasi una firma per un delitto passionale, non premeditato, frutto di un’esplosione di ira furiosa,  aggravata dall’improvvisa irreperibilità del disoccupato  (Repubblica-Milano, 7/10/2010).

Coltellate al fianco e il cranio fracassato dal ferro da stiro in camera da letto. Un simbolo beffardo il ferro da stiro, si direbbe pensato con estrema perfidia dalla casualità se non dallo stesso femminicida. E il luogo, la camera da letto dice più di una trattazione sistematica.

Un serial killer virtuale sceglie i luoghi, le donne, le situazioni. Non è il raptus, diamine! E’ una forma di educazione, un comportamento appreso, un modo di conoscere, un modo “tipico” di percepire l’altro sesso con egocentrismo.

Ancora il cronista e l’ufficiale usano il linguaggio di rito del mattinale di nera. Il delitto è omicidio, non viene avvertita l’esigenza almeno di adeguare il termine. Delitto passionale, non premeditatoira furiosa … Il delitto passionale fa pensare che, poverino, voleva troppo bene e non ricambiato, poi a un certo punto non ha capito più niente… ed è successo …! Tossicodipendente e disoccupato. Insomma attenuanti formali.

 

Lo zio di Sarah adesso è mostro. Il profilo dato da conoscenti e amici è quello che prevale: nessuno avrebbe mai sospettato (sugli insospettabili1/2 vedi post 11 agosto), normalissimo lavoratore, brava persona dalla mattina alla sera in campagna … 

Secondo l’ufficiale, «il profilo psicologico di chi compie un delitto d’impeto è compatibile con quello di un soggetto che poi simula il ritrovamento casuale del cellulare della vittima e che sa gestire lo stress».

Adesso viene descritto l’orco, il mostro, con grande dovizia di particolari, ma senza un minimo di chiave di lettura né criminologica ne sociologica. Se avvengono delle rapine con determinate modalità ricorrenti in tutto il territorio nazionale, anche il meno dotato degli appuntati capisce che è la stessa banda. Per una così violenta mattanza che ha per soggetto le donne da nord a sud, per restare in casa, non si riescono a indicare cause e affrontarle a livello istituzionale. E mica possiamo mettere un carabiniere in ogni famiglia, qualcuno direbbe …

Salvo se l’omicida, pardon, il femminicida non sia pakistano. Allora la ministra delle Pari Opportunità  con grande clamore dice di costituirsi parte civile e che non verranno tollerati usi e costumi contrari alle leggi italiane e quindi chi non si integra va buttato fuori dall’Italia.

 “Chi compie violenze e abusi contro le donne, chi addirittura pensa di disporre della loro vita, non può e non deve trovare accoglienza nel nostro Paese”  ritorcendo il problema sull’etnia. Sul suo sito grondano le approvazioni, non saremo tanto ingenue da cercarvi voci critiche.

 Ma il grosso dei violenti sta in Italia, come la mettiamo …  Anche i liceali che svolgono il temino di attualità sulla violenza alle donne sanno che le violenze per il 70-70-70-70-70-70-70% (non è errore di tasto) si svolgono in famiglia. Sono i buoni padri, fidanzati, mariti, conviventi, nonni, fratelli, figli, gli zii grandi faticatori. Lo zio di Sarah non è un lampo a ciel sereno, proviene da un cielo perennemente gonfio di tempesta.

Se non vi va di chiamarli femminicidi, fatevi almeno la domanda elementare: ma che cos’è questa catena quasi giornaliera di morte ammazzate? Uno straccio di chiave topografica-criminologica-sociologica dovrà pure esistere da qualche parte …

 

Così oggi 8 ottobre, fiaccolata indetta dalle Istituzioni a Novi di Modena promossa dall’Unione dei Comuni delle Terre d’Argine per l‘uccisione di Bègm Shnez a colpi di pietra.

Domani 9 ottobre fiaccolata di Donne a Novi, indetta fin dalle prime ore dopo l’uccisione di Bègm da un’altra Unione: delle Donne in Italia. Due fiaccolate separate in casa. UDI Novi, Carpi, Modena, UDI Nazionale, scrivono alla Sindaca con rammarico … ci saremmo aspettate dalle istituzioni sostegno e riconoscimentoLa Commissione Pari Opportunità dell’Ente, poi, trova più naturale stare con gli enti locali che con le donne … 

Mi meraviglio e mi rammarico del fatto che, anziché trovare un accordo con le Donne dell’UDI, che già avevano organizzato una fiaccolata, abbiate voluto farne il doppione il giorno prima. Che senso ha? Scrive Ernestina Galimberti dell’UDI di Cernusco alla sindaca di Novi.

E Stefania Cantatore, UDI Napoli: Mi rendo conto leggendo, l’uno e l’altro comunicato, che se la proposta “estetica” è la stessa, le motivazioni sono differenti, quindi assolutamente non concorrenti.

La fiaccolata dell’8 è per l’integrazione, mentre quella del 9 è contro il femminicidio

Se potrà, io l’aspetterò a Novi, che non è la mia città ma è più che mai il mio Paese.

 

Un comunicato stampa del CIF, Centro Italiano Femminile, della Presidenza di Roma e diramato da CIF Carpi (6/10/2010) gronda un fraseggio maldestro che spiace definire razzista:

Immigrazione: un SOS per la questione femminile   

 “E’ davvero inaccettabile che si possano giustificare comportamenti violenti nei confronti delle donne perché espressione di usi e costumi dei paesi dai quali si proviene, usi e costumi comunque primitivi e violenti. Chi vive in Italia ha l’obbligo di rispettare la nostra Carta Costituzionale, posta a fondamento della convivenza civile.

Segue apprezzamento alla  ministra Carfagna per la volontà di costituirsi parte civile contro l’uccisore marito di Bègm Shnez. E siccome il problema è solo di barbarie etnica il comunicato suggerisce il farmaco:

… auspica in tal senso una campagna di promozione culturale e sociale a favore delle comunità di immigrati: spot televisivi, corsi nelle scuole, corsi di formazione da svolgersi anche nei posti di lavoro e indirizzati a tutti, donne e uomini immigrati …

La chiusa:

… ripropone con forza modelli  culturali e familiari, basati sull’educazione e sulla reciprocità di coppia.

Un grande passo avanti sulla conoscenza del problema, per il resto ci pensa già il Mulino bianco.

Il popolo di Facebook intanto si esprime.

Due gruppi maschilisti misogini americani sono stati prontamente rimossi dalla polizia postale di Catania: “Michele Misseri e’ un eroe” e “Fans di Michele Misseri”, chiedevano “giustizia per questo povero uomo…” invitando a “non difendere la mocciosa”, perché, scrivevano, Michele Misseri “ha fatto la cosa giusta”. (Italiainformazioni.com – 105348 )

E un pensiero di Alyssa sulla povera Sarah raccolto su  fb :

Sei morta in un modo bruttissimo, nn dovrebbe accadere a nessuno. per questi bastardi ke stanno in giro nn basta stare attenti agli estranei ora anche hai parenti. cmq addio ora sarai in pace“.

Bisogna informare Alyssa: ai parenti molto di più che agli estranei.   

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Compleanno UDI

Il 2 ottobre di 65 anni fa nasceva l’UDI.

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Un’eccezione in televisione

La puntata di domenica 26 settembre di Presa Diretta intitolata “Senza Donne” può essere un’utile risposta a chi ancora (e ce ne sono) si affatichi ad affermare che la “lotta” per le pari opportunità non abbia ragione di esistere nel 2010 nel mondo occidentale.

Fra l’altro, particolarmente apprezzabile è stata la conclusione della puntata, con un servizio sulla pubblicità sessista, inserita dopo un excursus generale sulle discriminazioni delle donne sul posto di lavoro. Il nesso così stabilito coglie un punto: c’è un legame strutturale tra tutte le problematiche di genere – dalla “colpa” della maternità allo sfruttamento del corpo femminile e connessa umiliazione delle donne – come se tutte scaturissero da un’unico centro gravitazionale culturale comune. Questo legame strutturale spesso non è colto e l’averlo messo sia pur indirettamente in luce è, a mio avviso, importante.

Ovviamente, nulla di esaustivo/esauriente, i problemi cosiddetti di genere sono parecchi e la trasmissione com’è naturale non ne ha evidenziata che una parte. Tuttavia, benché siano state avanzate diverse critiche alla trasmissione, per esempio al titolo della puntata, ecc, si tratta di una eccezione da salutare positivamente nel panorama televisivo italiano. Di solito, infatti, si parla di donne e di problemi connessi all’essere donne in Italia, nei salotti semplificazionisti che promuovono stereotipi, facili dicotomie, sintesi brutali, effetti strappalacrime, e insomma complessivamente utili solo a rafforzare la base ideologica contro cui l’UDI e non solo lotta da tempo.

In questo panorama, dunque, è da salutare positivamente un reportage che racconti concretamente di cosa, fra l’altro, parliamo, quando usiamo i termini ormai retorici “pari opportunità”. Ma non vogliamo trascrivere i contenuti della puntata, che è visibile qui:

Presa Diretta – Senza Donne, 26/9/2010

Infine, segnaliamo una riflessione sull’inopportunità dell’uso del termine “tutela” quando si parla di diritti delle donne, reperibile qui.

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Il disco rotto della pubblicità offensiva e sessista

La campagna Immagini Amiche è sempre in corso. E intanto è tutto un frenetico proliferare come in una mitosi cellulare 2, 4, 8, 16, 32, 64… Sempre donna a pezzi o intera sdraiata in attesa, magari con oggetti collaterali stretti in mano, ma soprattutto in bocca.

Sembra un Rinascimento. Dello Stupidario.

Da qualche settimana è apparsa una “nuova” campagna autunno-inverno di un noto marchio e noto fotografo, recidivo, con una collezione “pensata per parlare il linguaggio dei giovani” amanti dello streetwear, della vita, del sesso e del divertimento.

Viene spontaneo dare qualche titolo  ai ritagli tratti dagli originali:

esonda da una lavatrice (dopo il ciclo)

cetriolata1

cetriolata2

del leccare

eccomi

avanti un altro

Bellissime, che male c’è…, se ci togliete pure le belle ragazze che ci resta…, è solo un belvedere… queste le impressioni più comuni. In realtà l’immagine e l’intento incalzano il desiderio di una prestazione sessuale occasionale purché la donna sia del tipo classificato. In una delle immagini la modella sdraiata di schiena, su una moto, con lo sguardo e col corpo si offre. Il capolinea è quello dell’utilizzazione finale, sessuale. In nome del marchio e sotto il suo occhio da grande fratello. Alla modella vengono fatte assumere mille pose che devono risultare inviti più o meno ammiccanti o espliciti, così l’immaginario virtuale, evidentemente solo maschile, è costantemente autoalimentato. La funzione è paradigmatica e la modella è tutte le donne. Un disastro di inconsapevolezza per le generazioni in età evolutiva dei generi.

Pezzi di donna o donne intere sdraiate servono per vendere una tegola un nastro adesivo una biro una cuccia per fido un asciuga-pipì (solo lei è incontinente) uno yogurt per eliminare il gonfiore (solo lei soffre di meteorismo) un coltello per tagliare l’aria…

Ti assumo ma a concorso anatomico, devi sfilare e mostrarci lato A lato B lato C…, poi può darsi che ti chiamerò, ma non credere ti potrò sostituire quando voglio. Un  padroncino di bar aveva messo in palio un posto di cameriera in cambio della stima tecnica corporea.

Ci siamo appena sorbite l’irrisione e la mortificazione delle anziane, le velone (dietro compenso di 250.000 euro), e la grande fiera annuale della valutazione anatomica, per 3300 kg di carne circa in posa con gambetta avanti (dietro compenso della corona di reginetta d’Italia, premi, auto in regalo e contratti).

Il controllo assoluto mediatico sui corpi delle donne avanza forsennatamente e si fa canone pubblico cui sottostare, pena irrisione e vergogna per non appartenere allo schedario. E’ la cancellazione del corpo stesso come vissuto affettivo. Per installare autocrazie basta oggi utilizzare – pensano – feromoni visual-sessuali femminili, efficaci anche sul sesso portatore – pensano -.

Una ditta asciugaumido che vende salviettine-umidificate-struccanti-detergenti-assorbentti-salvaslip-toglismalto-mettitutto-toglitutto è anche molto prodiga per valorizzare il patrimonio d’uso e guardonistico dell’umanità (in senso letterale). Mette in palio 6000 euro con un’estrazione se comprate i suoi prodotti, per rifarvi, di sopra avanti e di sotto dietro, nel caso non rispondeste ai canoni indicati dalla loro pubblicità o del catalogo pubblico dominante. Sexy mostruosità labiali, zigomi presi a pugni, tette fatte con lo stampino come la nonna faceva i biscotti perfettamente rotondi  pressando col bordo del bicchiere.

Il linguaggio, il claim, è quello di lui-utilizzatore nei confronti di lei-mantenuta, come veniva chiamata tempo fa lei-amante se economicamente non autosufficiente.

(non è censura, è soltanto oscurato il marchio asciugaumido)

Proteste direttamente a:

Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria

http://www.iap.it/it/messaggi.htm

compilando il modulo on line, indicando prodotto e produttore e il motivo per cui la pubblicità si reputa lesiva:

http://www.sisley.com/portal/web/sisley/campaign-ai2010?startpage=WOMAN&area=CAMPAIGN

http://www.sweetwipes.com/index.php/concorso

Le proteste all’IAP solitamente hanno buon esito. Agire per via associativa o personale principalmente attraverso l’IAP, ma anche direttamente nei confronti del produttore:

paoletti@sisley.com

***

Portala in un prato deserto con la scusa di “andare a farfalle” …

Un vero e proprio incitamento allo stupro riportato da:

***

Per un’autodifesa personale e collettiva rinnoviamo l’invito a tenere alta l’attenzione e a sostenere la campagna nazionale contro la comunicazione sessista e offensiva promossa dall’UDI seguendo alcune indicazioni (vale anche per qualsiasi altra ritenuta offensiva verso qualsiasi soggetto):

  • ogni donna iscritta o no all’UDI se rileva una pubblicità ritenuta offensiva della dignità e del corpo della donna può comunicare con noi inviandoci una foto o descriverla segnalando il luogo;
  • può direttamente segnalare allo IAP  on line compilando il modulo e fornendo materiali e indicazioni via mail o fax.
  • Conviene non diffondere o pubblicare se non qualche indicazione indispensabile tra immagine-testo-marchio per non moltiplicare gli effetti deleteri e offensivi e per non fare ulteriore pubblicità gratis che molte volte è il vero obiettivo. Viene prevista infatti l’amplificazione automatica di ritorno, e della visibilità durante il percorso per impollinazione e inquilinismo;
  • contemporaneamente è bene inviare proteste direttamente al produttore minacciando di boicottare il prodotto e di fare pubblicità negativa presso tutta la cerchia dei propri amici e conoscenti, nonché la denuncia al Giurì della pubblicità.
  • Evitare di taggare e linkare, non segnalare alla grande stampa, scambiare solo nella propria cerchia a meno di non farne un saggio di analisi. E vero che a volte per la grande forza di suggestione del linguaggio visivo, una cosa è descrivere o immaginare, altra cosa è vedere e far vedere. Nessun moralismo, si tratta di contrastare prammaticamente e con efficacia un fenomeno deleterio galoppante (qualsiasi impresina se ne inventa una) che disgrega pezzi di società.

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Educazione alla discriminazione

Ero andata a prendere mio figlio all’asilo come al solito fermandomi alcuni minuti in mezzo ai bambini, tra una chiacchiera e l’altra con la maestra, in attesa che fosse pronto per andarcene. Quel giorno ho assistito a una scena che mi ha raggelata. Due maschietti, di 3 o 4 anni, avevano preso fra i giochi dei piccoli passeggini col bambolotto sopra, iniziando a cullarli. Al che la maestra li ha ripresi dicendo “posate immediatamente i passeggini, le femminucce giocano coi passeggini non i maschietti! Andate a prendere le costruzioni“. Non ho osato dire nulla, poiché ci trovavamo di fronte ai bambini, ma soprattutto perché non sapevo con quali parole avrei potuto farle capire che stava trasmettendo un messaggio pericoloso, che ha radici antiche, e che ha a che fare con dinamiche di dominio nella forma della rigida costruzione dei ruoli di genere. Non sapevo con che parole riassumerle concetti che solo dopo un lungo percorso critico io stessa sono arrivata a comprendere, temevo che non avrebbe capito, non avrei potuto che semplificare un discorso che va affrontato di petto e a un tempo con profondità. Come dirle che stava riproponendo, col suo potere educativo, lo stereotipo della cura materna per la femmina e quello dell’operatività per il maschio? Lo stereotipo per cui il privato è femminile mentre il pubblico, quindi il potere, è maschile?

Le bambine che hanno ascoltato il rimbrotto della maestra, come potranno liberarsi di questi retaggi, e un giorno pensarsi come operative e talentuose, se hanno sin dall’infanzia visto alimentare dentro di sé lo schema della madre che cura i figlioletti? E i maschietti, come potranno un giorno non vedere nella cura familiare qualcosa di radicalmente estraneo al loro raggio d’azione, alla loro identità? Come meravigliarsi allora, se questo è lo schema educativo ricorrente, se gli uomini così spesso relegano le donne alla sola cura familiare, rifiutandosi di pensarsi come cooperativi in essa? Come meravigliarsi allora, se molte donne non riescono a realizzarsi nel mondo del lavoro, o ad operare in politica, o a non sentirsi psicologicamente schiacciate da ruoli coatti di genere?

Benché lì per lì non abbia detto nulla, quella scena mi ha fatto a lungo riflettere, e ho pensato che il campo d’intervento per le donne attiviste dell’UDI e del mondo dell’associazionismo debba necessariamente includere anche quello dell’informazione e della sensibilizzazione sui pericoli educativi contenuti in alcuni messaggi che le educatrici e gli educatori, e che le madri e i padri trasmettono ai bambini, dando la spalla così ai messaggi che i media quotidianamente trasmettono sui ruoli di genere – nell’infanzia come nella vita adulta. Nella nostra agenda dobbiamo includere anche questo: formazione, informazione, sensibilizzazione a educatori/educatrici e mamme e papà. Nei tanti corsi di “pari opportunità” promossi ovunque con insospettabile solerzia temo che il tema della educazione alla discriminazione, cioè della trasmissione di stereotipi sessisti che diventeranno discriminazione negli approcci pedagogici, non sia neanche sospettato da corsisti/e e formatori/formatrici.

Il problema, cioè, ha un’importanza cruciale e su di esso bisognerebbe agire direttamente. Le istituzioni non lo considerano lontanamente, perché le istituzioni sono fatte da persone, e le persone spesso non si accorgono dei rischi annidati nella normale prassi educativa e comunicativa.

Avrei voluto dire alla maestra che il potere che ha in mano è capace di creare tante cose buone, ma che può avere anche effetti devastanti, non solo in termini psichici, ma anche in termini politici e sociali. La valenza politica e sociale dell’educazione non viene considerata in genere che un discorso astratto o ozioso. Si trascura che le radici delle storture che attanagliano la società affondano in quei momenti decisivi dell’infanzia, in cui pendevamo dalle labbra degli adulti, e in cui gli adulti forse non prendevano con la dovuta serietà o consapevolezza il potere che esercitavano su di noi.

In un’altra occasione, vidi una mia conoscente riprendere suo figlio, di 4 anni, che giocava ad andare al supermercato con le buste della spesa, in questi termini “ma no, posa quelle buste! le femmine fanno la spesa, non i maschi!”. Lo stereotipo si diffonde capillarmente, quotidianamente, a tutti i livelli del vivere sociale. A partire dalla visione quotidiana di scene di normale discriminazione, presso i genitori, ai contenuti di esplicito incoraggiamento da parte di essi ad incarnare ruoli di genere prestabiliti, passando per i media, la comunicazione pubblicitaria, i luoghi comuni su questi ruoli che diventano immaginario collettivo e dunque introiettati, replicati da ciascuno, fino alle strategiche deleterie divisioni dei giochi in tutti i Toys Store del mondo (le barbie e le pistole, le pentoline e le spade, il passeggino e le costruzioni, il rosa e il blu), le bambine e i bambini vengono accompagnati per tutta la vita in un percorso di rigida differenziazione, che, alla fine, spiega tutte le discriminazioni che ne derivano.

E’ infatti necessario, anzitutto, vedere questi nessi, per riconoscere l’importanza e l’urgenza di operare per cambiare la mentalità, in primis presso quegli adulti che hanno potere sui bambini e sulle bambine: se esiste una campagna ossessiva contro l’aborto, è perché le donne vengono viste e apprezzate solo come madri. Se le donne continuano a scarseggiare in termini quantitativi in contesti scientifici è perché imparano che devono desiderare di essere madri, mentre i maschi, loro sì, sono bravi in matematica. Se le donne spesso non riescono a conciliare famiglia e lavoro, mentre gli uomini sì, è perché esse sono prima di tutto madri, mentre gli uomini sono prima di tutto uomini, e poi eventualmente padri, dato che così è stato insegnato loro sin da piccoli, come nell’esempio dell’asilo. E potremmo continuare con altri infiniti ed estenuanti “se”…

Ma non solo. C’è l’altro lato della medaglia. Le donne, oltre che madri, sono nell’immaginario collettivo anche sgualdrine, o persone sciocche dalle funzionalità, oltre che riproduttive – come nel caso delle madri-, anche seduttive. Ce lo insegna ogni giorno la pubblicità. La campagna Immagini Amiche che stiamo portando avanti la denuncia e cerca un rimedio. E l’infanzia non è esente dalla trasmissione anche di questo stereotipo. Come si scrive sul blog Comunicazione di Genere nei media è riscontrabile l’erotizzazione del corpo femminile delle bambine:

Se la pedopornografia è un reato, perchè l’erotizzazione dei bambini è permessa?

Non possiamo considerare dannose pure queste immagini? Immagini che violano l’infanzia, che impongono di essere adulti  precocemente e di essere sessualmente appetibili.

Alle bambine in particolare è richiesto di essere sexy, di assomigliare alle madri, quelle stesse madri che poi vengono vilipese dalle pubblicità e televisione e ridotte a mero oggetto sessuale.

Sul blog viene lanciata una campagna “Libera Infanzia” di cui si può leggere nel link, e che appoggiamo.

La violenza sulle donne si compie anche su questo fronte: quello dell’educazione alla discriminazione attraverso la trasmissione di stereotipi sessisti.

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Mettere a nudo

Sfilata bagnata, colpisci e metti a nudo la modella.

Ennesima trovata da spiaggia appunto. Una serata con sfilata di modelle e grossi idranti per denudarle, si presume.

Ci risiamo:

colpire

mettere a nudo

una modella / una donna

Ci vuole pochissimo a capire che i termini sono offensivi, che propongono l’immagine di servizio sessuale del corpo femminile e che è richiamata una suggestione non poi tanto subliminale a COLPIRE. Ignoranza, cinismo, spudoratezza, e sempre una propensione dispregiativa e violenta.

Ma dai, non fatela lunga ogni volta … Tanti potrebbero reagire così. Ma se le parole hanno un senso e così ti viene (anzi ti inventi) e scrivi, così leggiamo. Non merita addentrarsi in ulteriori analisi.

Coraggio. La serata a Marina, Ravenna, prevista per il 14 agosto a base di acqua-sexy non avverrà. Dietro le proteste dell’UDI e l’interrogazione di tre consigliere comunali di SEL (Sinistra Ecologia e Libertà), il sindaco telefona agli organizzatori (in data  30 agosto) invitandoli a rinunciare all’evento ed ottenendo quanto richiesto.

La protesta dunque paga. Coraggio.

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Fatto!

E dunque dopo la sventagliata di proteste da parte di associazioni contro la pubblicità offensiva nei confronti delle donne, rivolte alla ditta che l’ha utilizzata montatrice dei pannelli fotovoltaici in fabula, al Sindaco di Milazzo, alle PO siciliane ed europee e a tantissimi altri organismi, i cartelloni apparsi a Milazzo vengono rimossi. L’ufficio stampa del Comune comunica che il responsabile della ditta si scusa per quanto accaduto e assicura che “i cartelli saranno sostituiti in giornata”.

A pensarci prima sarebbe stato meglio se la ditta avesse mantenuto l’eleganza della schermata d’ingresso al suo sito, piuttosto che sporcarla. Dunque una opportuna riflessione va fatta. La segnalazione e la protesta tempestiva in forze sui canali giusti in caso di pubblicità offensive è efficace. Come dire che chi pecora si fa il lupo se la mangia. La ditta che si avventura in una campagna a dir poco discutibile utilizzando il corpo e la figura della donna con intenzioni sessiste ha tutto da perdere. Occorre evitare tuttavia di far un ulteriore regalo in termini di pubblicità alla ditta che gioca d’azzardo. Infatti specialmente da parte di marchi minori vengono deliberatamente studiati dei blitz in campo pubblicitario con messaggi studiati per guadagnare maggiore visibilità, salvo poi rientrare e scusarsi, ma intanto l’espansione del marchio è ottenuta (vedi a proposito nostro post del 1° luglio più in basso).

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Incredibile!

di ner*

Oltre ogni limite. Non c’è nemmeno l’ammiccamento o il doppio senso. No, una locuzione esplicita, diretta, non fatta dire al maschio nell’esercizio della funzione ma, con lavoro mediaticamente sporco, fatta dire alla donna. Una ditta per pubblicizzare i suoi pannelli fotovoltaici ricorre in modo estremamente volgare, offensivo come mai fino ad ora, all’utilizzo del verbo montare in relazione ai suoi pannelli ma contemporaneamente affianca a mo’ di pecora una donna nuda accovacciata sui quattro arti (il riferimento linguistico è immediato).

http://unionedonne.altervista.org/images/morfeoshow/immagini_nem-4282/big/086_cauldron-impianti.jpg

L’abbassamento della soglia sul piano dell’offesa al genere femminile, al corpo della donna considerato meno di un pallone su cui tirare quattro calci è calcolato. Non c’è eros o ironia o gioco che tenga come potrebbe/potrà tentare di dire il responsabile della pubblicità o del marchio. E’ offensivo anche per gli uomini a cui arriva un messaggio che li considera animali randagi o ominidi a spasso per la giungla delle strade in cerca della prima femmina su cui mettere in pratica il suggerimento.

Questo è il gradino d’invito di quella mentalità che poi prosegue verso i piani alti o bassi dove si macellano le donne quando manifestano autonomia o trovano la forza di ribellarsi a chi le considera proprietà privata o galline che devono solo produrre uova. O pecore.

Su questo tipo di pubblicità vedi il nostro post del 1° luglio, più in basso.

Alcuni post di donne da varie bacheche su fb:

  • BLEAH!
  • schifosi!!!
  • aaaarggghhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
  • veramente troppo!
  • vomito!!!
  • disgustoso!
  • non c’è fine allo schifo…

Questo l’indirizzo della direzione della ditta a cui inviare proteste e mail bombing:

executive@cauldronholding.com

comunicazione e amministrazione:

comunication@cauldronholding.com

amministrazione@cauldronholding.com

E’ possibile inotre fare denuncia direttamente sul modulo in linea (qui) all’IAP, Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (qui).

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Prossimo appuntamento

Domenica alle 18,00 distribuiremo dei volantini informativi sulla campagna contro la comunicazione sessista nel centro di Reggio Calabria, tra il Corso Garibaldi e il Lungomare Falcomatà.

Questa è la pagina di fb dell’evento, a cui tutti possono iscriversi.

La diffusione dello spot in rete e nelle televisioni locali è infatti un momento dell’iniziativa integrato con fasi partecipative diverse: fra queste è fondamentale il contatto diretto con la cittadinanza e l’azione di sensibilizzazione vis-à-vis sul problema del degrado culturale e maschilista promosso sistematicamente dai media nella rappresentazione delle donne, per la quale ci adopereremo questa domenica.

Diffondete l’iniziativa, come ha fatto oggi www.LiberaReggio.org (che sentitamente ringraziamo), e soprattutto, partecipate!

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La nostra campagna su Strill.it

Ringraziamo Giusva Branca per l’attenzione e la disponibilità.

Qui il link dell’articolo pubblicato in home page.

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Lo spot dell’UDI di Reggio contro la comunicazione sessista

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Il Tg3 regionale ha mandato in onda il nostro spot contro la comunicazione sessista

La Campagna prende ufficialmente avvio. Nell’edizione serale del 30 giugno 2010, il TgR Calabria RaiTre ne ha dato notizia trasmettendo il video che abbiamo realizzato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’offensività ordinaria della comunicazione mediatica di cui abbiamo parlato spesso (per approfondire, v. qui) .

Lo spot viene già trasmesso quotidianamente da RTV con tre passaggi e da GS Channel.

Il link del servizio al Tg3 è, al momento, questo.

Ringraziamo Rai3 Regione e le emittenti  reggine  per la sensibilità dimostrata.

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NOTTE ROSA-PUBBLICITA’ SESSISTA A RICCIONE

Riceviamo e immettiamo.

E’ una pubblicità “faccia di bronzo” (pubblicitari e committenti) che come al solito ci strumentalizza e ci offende. L’analisi che segue è uno smontaggio e rimontaggio di pezzi di comunicazione, dove l’arrampico sui vetri per farla ingoiare (o darla a bere)  è esilarante o  tragicomica.  Grazie ner*

Quando la pubblicità è cattiva maestra, vecchia, (auto)spacciata per nuovissima e … si vende

di ner* 

Si tratta di una pubblicità apparsa a Riccione e dintorni che annuncia una Notte rosa a base di fi.GA’ e bOmbOIOni, ovvero …OIO…, organizzata da un’associazione locale.  Non è quello che pensate perché c’è l’accento sulla A (a parte il grafismo fallico), o meglio sì è quello, però è una cosa simpatica: “si è voluto fraintendere lo spirito ludico e goliardico” come recita un comunicato stampa dell’associazione organizzatrice. Buttate i vocabolari e il repertorio che avete in testa perché quello che sentite o vedete significano un’altra cosa, a parte che la regola è: qui lo dico e qui lo nego, oppure è colpa vostra che fraintendete sempre o non capite mai, fondamenti della comunicazione attuale. Anatomo-visualizzazione e incarnazione del complicato concetto multivalente sarà una ben scelta grande sorella, attrazione rimorchiante della nottata …

Andiamo con ordine. L’associazione affigge la pubblicità per la grande notte, che non passa inosservata ovviamente. Cominciano le segnalazioni e le proteste, donne offese, offesa per la donna considerata solo fi.GA’: ma questi sono matti, c’è perfino il patrocinio della Provincia e del Comune con tanto di logo … La Provincia diffida e nega il patrocinio: hanno affisso senza autorizzazione e senza sottoporre il progetto. Comunicato stampa dell’associazione: “la leggerezza dell’inserimento del logo della Provincia, del Comune e de la Notte Rosa, in assenza di una previa autorizzazione formale degli enti preposti, è avvenuta in totale buonafede, ritenendo sottinteso il patrocinio dei suddetti enti …”, inoltre l’associazione chiarisce che non ha ricevuto né riceverà alcun contributo da parte della Provincia per l’evento. Prosegue il comunicato precisando che essendo l’associazione formata “da sei donne e tre uomini, è da escludere a priori qualsiasi forma e volontà di discriminazione e/o svilimento sessuale nei confronti del sesso femminile”.

Immediatamente però il comunicato ammette: “effettivamente abbiamo giocato con le parole, ma durante la serata del 3 luglio, così come pubblicizzato nel manifesto incriminato, verranno distribuiti gratuitamente la bevanda di nome fi.-GA’ (con l’accento sulla A) e i bomboloni rosa”. Segue la precisazione, quasi risentita  rispetto a quanto riportato dalla stampa, “la bibita non è un energizzante bensì un semplice succo di frutta analcolico”.

Se si è capito bene: basta un accento e quello che pensate non è più quello, anzi è quello però durante la serata verranno distribuiti bomboloni e bibita gratuitamente. A titolo di … risarcimento, la forza testuale delle parole farebbe capire.

Per quelle o quelli che hanno protestato o protesteranno segue tirata d’orecchie, con attribuzione di scarso comprendonio per non riuscire a capire lo splendore dell’iniziativa, e di malizia e volgarità per andare oltre lettura: “ la malizia e la volgarità è negli occhi di chi la “legge” e di chi la vuol vedere a tutti i costi”. Massima che ha del vero ma che in questo caso è utilizzata con molto manico.

Chiaro? Volgari siete voi o siamo noi che ravvisiamo l’ennesima riduzione della figura e del corpo delle donne a una parte anatomica di servizio, e tutto questo ogni volta che serve per vendere un’acquetta zuccherata.

In un blog che esalta la genialità di marketing di questa bevanda e riporta l’evento, vi sono 4 commenti e Leonardo dice:

Ahhhh, ti ricordi ? che schifezza … e i promoter che la caldeggiavano facendo finta di niente del nome  

Giulia, appena più sotto:

io nella mia beata ignoranza questo cartellone la’vevo (sic)  visto, ma mica avevo capito di cosa si parlasse. Ho smeplicemente (sic) pensato all’ennesima tettona attira gente, ma per cosa chi lo sa…

Facciamo una visita al sito dell’acquetta zuccherata.

Volto di ragazza con la mano appoggiata alla tempia, fili di capelli su mezzo volto e bacio d’aria al primo nanosecondo, occhio allentato forse per la notte, espressione neutra ma che vuol dire ti stavo aspettando. Infatti tra il marchio a sinistra e il grande primo piano della bottiglietta c’è l’invito a impulsi : Vuoi entrare nel mondo fi.GA’? L’accento sulla A è molto grande e colorato a scanso equivoci e viene ripetuto a grossi goccioloni sulla bottiglietta bianca, anzi diventa il segno grafico iterativo delle collezioni nelle pagine successive. Come a dire occhio all’accento! … è la chiave. E’ un segno dinamico nell’ambivalenza delle letture di suggestione: c’è ma sai anche che non c’è, appare e scompare secondo la sequenza di lettura percettiva indotta o di ritorno (gli esperti della comunicazione subliminale lo definirebbero anche segno glandoide-falloide e … altro). Più sotto di lato: forum Entra (pulsante anch’esso, lettera per lettera, e dinamico per suggerire l’entrata, la marcatura nera e il contesto conferiscono una valenza appropriata). Il mezzo ananas con ciuffetto sopra non mi dite che vi è scappato …

Una spruzzata di francesismo come tocco di finezza d’altri tempi: Oui c’est pour moi (oggi i francesi dicono più volentieri merde!). Il tutto immerso in un bagno di colore rosa intenso che si manterrà per le pagine successive. A riciclo continuo per tutto il tempo della visita una voce femminile canta una canzone francese. Indovinate …  La vie en rose, orchestrazione intimo-sentimentale.

Dunque ora è chiaro come la parte anatomica sia stata francesizzata. Il lemma con tutto l’immaginario di trascinamento, secondo loro, de-volgarizzato. Basta un’interpunzione e un accento.

E’ chiaro che i materiali sono ben studiati e manipolati in ogni particolare per raggiungere il target prefissato. Una pubblicità fallita può essere un disastro finanziario e d’immagine. Dunque bisogna presupporre che sia stata studiata per tempo e con molta attenzione. “Niente di quello che vedete è casuale, ma neanche un capello, tutto è studiato, disegnato, approvato, selezionato” dice Ico Gasparri che da vent’anni studia e fotografa la mega pubblicità di strada.

In parole semplici, lo schemino del Brand Image (al maschile) e del target (al maschile) che i pubblicitari (al maschile) devono tradurre con musica parole immagini è:

bibita + feste, pub, discoteca, notte, estate. La nuit est femme.

E cosa si va a trovare quando sabato o domenica notte si va in discoteca o a feste, se la nuit est femme? … la … la…  Perfetto. Lavorateci sopra, ha detto il committente.

“Spesso questi sono i trucchi dei marchi minori “ dice Vincenzo Guggino, segretario dell’Istituto di Autocontrollo per la Pubblicità (Repubblica 27/6/’10), “oggi si è più attenti a certi messaggi che offendono le donne. La pubblicità deve essere per sua natura seduttiva ma si deve mantenere al di qua del limite pur frequentandolo”. Il limite è pur sempre di un territorio maschile sessista dove a volte c’è nebbia e si individuano poco le sagome ideogrammatiche, a volte tutto è perfettamente individuabile e scotta  sotto un sole a picco.

Una scuola di pensiero del settore “sostiene che l’immagine di marca è “latente” nella mente delle persone e che il nostro compito (Socrate lo avrebbe chiamato maieutico) è “tirarla fuori” (G. Livraghi).

Ma c’è chi tira il peggio del peggio su una piattaforma di cinica predeterminazione o di grande ignoranza delle implicazioni.

Invece nelle pagine successive, così se la cantano e se la suonano.

Voci: La bibita funzionale. Domande frequenti. L’idea virus. La nuit est femme: le feste. La dolce vita

Vengono decantate le caratteristiche della bevanda, tonica, ma che non ha effetto stimolante né eccitante. Ci tiene il profilo di presentazione a sottolineare che il packaging è molto glamour e si è avvalso, per la parte grafica, di due fra i migliori designer giapponesi del momento.

Alle Domande più frequenti si dice che la bibita non si trova in giro o nei supermercati, ma nei “locali serali” e più glamour.

Auto-domanda clou con finto candore in un mare di ipocrisia en rose: Ma il nome poi! Ci sembra un po’ volgare  e inventato per far colpo (?). Della serie metto le mani avanti e ti trovo la pezza, ti imbocco, a scuola nei giudizi si leggeva “se guidato si orienta” …

Auto-risposta. In verità il nome è nato per caso … Fiori di Guaranà … troppo lungo e scontato … allora abbiamo deciso di abbreviarlo … fi.GU’ (fandonia: a questo stadio l’accento non è giustificato) … non ancora soddisfacente e interessante … Allora con un piccolo stratagemma abbiamo unito la primo (sic) e l’ultima lettera di “Fiori” (fi), con la prima e l’ultima di “Guaranà” (ga). Risultato “fi.GÀ” (l’accento sulla A). Suonava bene, era corto ma …

Tanta dovizia di passaggi … toh ma guarda giocando a mosca cieca ci siamo imbattuti in questa originalissima contrazione. E che sarà? Ma già …, oddio come l’avrebbero percepito i consumatori … Volgare, trash … figuriamoci le battute. Poi (sempre giocando a mosca cieca) abbiamo pensato … il packaging (è) particolarmente glamour ed elegante, perché non rivolgersi direttamente al pubblico femminile?

Manca infatti una bevanda particolarmente rivolta al mondo “donna”. Beh… ci crediate o meno le donne (le donne chi?) ne sono rimaste divertite ed affascinate. Ne sono diventate le testimonials per eccellenza, anche nei confronti del pubblico maschile. Hanno intuìto immediatamente che la “volgarità” sta negli occhi di chi guarda, e che ordinare un fi.GÀ (l’accento sulla A) può invece essere un modo simpatico e divertente per affermare la propria personalità e autostima.

Della serie lasciare la frittata sul fuoco e dire che l’hai bruciata tu, creare e preparare un terreno fittizio per un consenso e un’accettazione reale, creare discredito per chi non volesse accettare o volesse criticare. In questo caso il massimo del dileggio è voler stringere le donne proprio in quella spira sessista che tanto le offende, venendo ridotte a un orifizio, medium di scambio per acquistare-vendere una bottiglietta. Chi sta barando addossa a te l’anatomopatologia di cui è cronicamente portatore, in più, volgare sarai tu che guardi e interpreti. Ti dice invece che affermi la tua personalità e l’autostima se diventi  una consumatrice collaborazionista disinvolta, disinibita (addirittura una barlady, richiedete il short form) per mantenere, coltivare, anzi sperimentare e mettere a punto nuovo sessismo più moderno ed efficace.

Danno + beffa. Un monumento ai paradossi di basso profilo. Dal manuale della Grande Comunicazione. Ma non saranno digiuni di sociologia, storia del costume, storia delle bevande, dei fiori di Guaranà, della raccolta della canna da zucchero, della tessitura del lino …? Li avete anticipati. E’ proprio cosi! Anzi no, sono loro ad anticiparvi. La partitura per strumento solo, infatti, continua.

Auto-domanda: Sì va bè! Ma che razza di strategia di marketing è quella di far leva sull’ambiguità del nome per vendere il prodotto. Non vi sembra che questo nasconda una mancanza di idee e una completa ignoranza dei meccanismi del marketing?

Auto-risposta (Ineffabili): E’ proprio così. Abbiamo deciso di non seguire nessuna “strategia di marketing”.

Basta, si sono stancati di elettricisti, parrucchieri, idraulici, avvocati, economisti, gastronauti, intellettuali, economisti, stilisti, insomma di tutti quelli che conoscono bene il loro mestiere, dei tanti moderni guru. Insomma fingendosi dei parvenus fortunati e avventurosi, sprezzanti di tutte le regole (che invece conoscono benissimo) si sono rotti anche dei falsi perbenisti che si scandalizzano di fronte alla possibilità che un bambino possa pronunciare “la fatidica parola”, mentre tranquillamente i genitori fanno a botte davanti a loro per poi separarsi.

Qui l’arte retorica più che leggerla bisogna immaginarla come Grande Etica oratoria in bocca a un Cicerone, a un classico shakespeariano o fate voi:

Non è forse più “volgare” lasciare i nostri bimbi per ore davanti al (sic) trasmissioni “demenziali”, purchè ci lascino liberi di fare i nostri comodi? Non è forse più “ipocrita” con la scusa della pubblicità, della notorietà, e della assoluta liceità, utilizzarli come burattini in spot pubblicitari, in film di cassetta e anche impegnati, in sfilate come finti e finte “baby mannequins”? Tutto questo è demagogico? Può darsi.

Ma benedetti, l’avete detto. Tutto l’indotto bevanda, apparato en rose e accento compreso, va aggiunto a quanto voi stessi avete appena stigmatizzato. Non potete fare la separazione differenziata indossando la tunica bianca dell’anima bella. Fare una questione della “fatidica parola” è sciocco e riduttivo. Nessun moralismo. Volete giocare col corpo coi corpi con l’eros, fatelo con arte  se ne siete capaci, facciamolo ma senza spingere verso il degrado e l’usura, aumentando ogni volta le dosi, la figura il corpo l’immaginario le risorse l’intelligenza della donna. Voi ne fate “uso” subordinando tutta la creatività ad una funzione di soddisfacimento e sfruttamento d’immagine (o di pezzi anatomici) che deve creare un mondo alieno di sudditi dove impera una fallocrazia occulta/manifesta che alimenta se stessa. Un eros monocorde. Dal punto di vista strumentale poi è come utilizzare un montacarichi per spostare balle. Stop.

I consumatori lo giudichino per la sua qualità buona o cattiva. E no, noi vogliamo educarci ad accettare un prodotto oltre alle qualità di cui è portatore anche in base alle simbologie che veicola e all’etica civile del produttore.

Alla voce idea virus segue un mini manuale di tecnica pubblicitaria e la teorizzazione dell’infezione. La pubblicità ormai risulta “invisibile” per quanto i media ci possano martellare. E’ vero, su 50 intervistati per una pubblicità, Gasparri dice che 48 non avevano capito che si trattava di un’acqua minerale. Si chiedono cosa fare allora per diffondere un prodotto “veramente nuovo”. Birra aromatizzata … bibita light … scarpe che respirano (avete mai visto scarpe respirare?) …” non sono vere novità “… Verrebbe da chiedere se hanno mai visto quella cosa là con l’accento. La novità poi deve essere ”straordinaria”. Ecco! per esempio: una “mucca viola”. Il passo successivo è arduo e ingenera non pochi conflitti teorici tra un utile e sano banale contro il brutto, il volgare, l’inutile ma straordinari: La banalità è un prodotto “ottimo”, con un bel “packaging”, con un buon “rapporto qualità-prezzo”. Per creare una “mucca viola”, occorre rompere gli schemi, rischiare magari di essere “volgari”, “troppo cari”, “brutti”, “inutili” ma mai banali. E l’accento?

Ecco infine l’asso nella manica: infettare. Sarà il prodotto stesso a infettare, sarà pubblicità di se stesso. Come l’influenza si propaga da poche persone a milioni attraverso il contagio, così “l’idea virus” è destinata a contagiare sempre più persone, che diventano così i “testimonials” o “infettano” chi ne viene a contatto. E tutto questo senza un euro di spesa pubblicitaria. Felice riferimento sempre alla patologia clinica ed epidemiologica. A questo punto sarebbe stato più forte l’HIV, meno banale dell’influenza. Sarà stato un lapsus freudiano.

Per favore compratevi la penicillina.

Giancarlo Livraghi esperto mondiale in fatto di marketing pone il problema del “come siamo percepiti” e del come “vogliamo essere percepiti”

“Dobbiamo scrivere ciò che, secondo noi, il consumatore pensa, con le sue parole. Non quello che noi diciamo, ma le cose (assai diverse) che il consumatore penserà dopo aver digerito, trasformato e assimilato il nostro messaggio e averlo collocato nel suo sistema percettivo”.

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L’azienda ritira lo spot sessista dopo le proteste delle donne

Le donne dell’UDI hanno protestato contro questo spot (in cui si propone un’immagine femminile di schiava e seduttrice del maschio) e l’azienda Ristora ha risposto:

“Ci scusiamo, se involontariamente, la nostra telepromozione, andata in onda su” Ciao Darwin”, può essere risultata offensiva nei confronti delle donne. Non era certamente nelle nostre intenzioni trasmettere questo tipo di messaggio. Negli anni, i prodotti Ristora sono stati oggetto di telepromozioni in varie trasmissioni televisive tra cui l’Eredità, Zelig, Chi vuol essere milionario, Ciao Darwin, ecc……. prestando sempre grande attenzione e rispetto per il pubblico femminile. Acquistiamo telepromozioni in trasmissioni di vario genere e lo spirito di queste deve coniugarsi con lo spirito dei programmi in cui vanno in onda, seguendo le indicazioni degli autori. Nel caso di Ciao Darwin, la trasmissione si basa sul dualismo di due categorie di persone che si prestano ad essere prese in giro dal conduttore, a volte con una comicità surreale e in situazioni ironiche. In Ristora lavorano 220 dipendenti e tra questi l’80% sono donne, molte delle quali ricoprono ruoli di responsabilità. Siamo sinceramente dispiaciuti di quanto accaduto, vi assicuriamo che questa telepromozione non andrà più in onda e che in futuro saremo più attenti. Giuseppe Bisi” Fonte: qui

Siamo soddisfatte, anche se si tratta di una goccia nell’oceano.

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Il comune di Soleto aderisce alla campagna

Un esempio che il Comune di Reggio dovrebbe seguire:

Da Ilpaesenuovo.it:

Lecce (salento) – Il Comune di Soleto è il primo Comune salentino ad avere formalmente deliberato l’adesione alla Campagna UDI “Immagini amiche”. Soddisfatta Enza Miceli dell’UDI Macare. Il Consiglio comunale di Soleto infatti oggi 29 maggio ha approvato all’unanimità un ordine del giorno dal titolo “Comuni liberi dalla pubblicità che offende le donne e dagli stereotipi di genere”.

Di fatto, con questa deliberazione Soleto è il primo “Comune amico delle donne” in Puglia. Cosa avverrà nella pratica: negli spazi pubblici di proprietà comunale sarà vietata l’affissione di immagini lesive della dignità delle donne e irrispettose della parità di genere; per questo scopo, il Consiglio comunale notificherà la delibera anche alla società che si occupa della concessione degli spazi pubblici; sarà istituita una Commissione che vigilerà e alla quale qualunque cittadino/a potrà rivolgersi per denunciare un uso dello spazio pubblico contrario ai principi di parità e più in generale ogni attività, anche privata purchè esposta in spazi pubblici, che si manifesti in forme di comunicazione contenenti affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale, o comunque volgari e irrispettose della dignità della persona umana, o tali da costituire discriminazione.

Quindi Soleto ha assunto un impegno non formale, non si è limitato a dichiararsi “Città libera” o a sottoscrivere una “moratoria”.

“Come amministrazione comunale – ha precisato sempre oggi il sindaco Elio Serra – abbiamo accolto la proposta dell’UDI -Unione Donne in Italia- di dare seguito alla risoluzione europea del settembre 2008 sull’impatto del marketing e della parità tra donne e uomini. Ma non solo, vogliamo soprattutto, nell’ambito della nostra responsabilità di pubblici amministratori, sensibilizzare l’opinione pubblica cittadina per un uso più consapevole dei mezzi di comunicazione che utilizzano lo spazio pubblico o comunque vengono ad essere esposte in spazi pubblici ”.

“Siamo soddisfatte per questa delibera – aggiunge Enza Miceli per Udi Macare – perché recepisce i principi base della nostra Campagna “Immagini amiche” che non vuole limitarsi alla denuncia, ma arrivare a dire “un’altra immagine è possibile” – e sempre Miceli conclude con un auspicio e una promessa: siamo alle soglie dell’estate, ci saranno eventi pubblici, sagre e rappresentazioni; tutto  questo sarà un banco di prova degli impegni assunti, anche da parte degli operatori del settore e noi macare salentine vigileremo.”

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Premio Immagini Amiche. L’intervento di Pina Nuzzo

Il video su questa pagina.

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E’ in corso la campagna contro la comunicazione offensiva per le donne

Campagna Immagini Amiche

8 marzo  – 25 novembre 2010

L’UDI nazionale ha promosso una campagna di contrasto alla comunicazione sessista, chiamata Immagini amiche e alla quale ha aderito l’UDI  Le Orme di Reggio Calabria. La Campagna è in corso, e si concluderà il 25 novembre prossimo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Risultati, materiali raccolti e istanze verranno quindi portati all’ONU.

Il suo obiettivo è di contrastare una pratica di comunicazione massicciamente generalizzata nei media, soprattutto visuale ma anche linguistica, che usa un unico modello stereotipato e lesivo dell’immagine femminile.

Il corpo, e di conseguenza la figura della donna e del suo immaginario, vengono tradotti in semplici quanto logore equazioni o metafore di seduzione, e mercificati. In modo grossolanamente esplicito o più raffinato o subliminale, il desiderio, il possesso, l’attrazione per gli attributi che deve suscitare l’oggetto da vendere vengono sessualizzati secondo un’esclusiva ottica maschile. In ogni circostanza di comunicazione, anche la più banale, il corpo e la figura della donna  sono di  servizio, non pensanti, non parlanti, semplici strumenti di piacere visivo, in ricorrenti posture erotiche codificate. Per la missione tecnica di vendita devono svolgere le funzioni simboliche di vampiro e di odalisca con la finalità del consumo-acquisto. Tali tecniche di suggestione ben studiate e sperimentate da specialisti  hanno ormai creato un vero e proprio linguaggio sul piano percettivo e, quando manca una riflessione critica, non vengono consapevolmente avvertite perché ormai hanno dato forma a una normalità.

Continua qui

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La Rai approva l’Osservatorio delle donne

la Repubblica pag. 64

Mercoledì 19 maggio 2010

Immagine femminile in TV

La Rai approva l’Osservatorio delle donne

ROMA- Un emendamento per tutelare l’immagine della donna in TV: la Commissione di vigilanza della Rai ha approvato l’istituzione di un Osservatorio che servirà a monitorare nella programmazione Rai la rappresentazione distorta della figura femminile.

Il progetto era partito dalla radicale Emma Bonino che insieme all’associazione “Pari o dispare” e a un vasto e trasversale arco di donne impegnate nella politica, nel giornalismo e nella cultura (tra cui Tiziana Ferrario, Myrta Merlino, Miriam Mafai, Mimosa Martini oltre a Gabriella Cims e Pina Nuzzo dell’UDI) avevano proposto di creare un’Osservatorio indipendente per monitorare la presenza femminile in TV ridotta a ruoli fissi: velina, “pupa”, cuoca a tutte le ore o vittima di violenza. Bonino, che ha voluto << dire basta agli stereotipi che offrono un’immagine riduttiva, spesso distorta e offensiva del genere femminile>>, è soddisfatta: << E’ un primo passo per impostare una nuova rappresentazione delle donne in TV e monitorare una corretta immagine che risponda alla realtà delle donne in Italia >>.

L’emendamento è stato sottoscritto da oltre 70 parlamentari di tutti gli schieramenti politici.

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“Io non ci sto”

Da http://comunicazionedigenere.wordpress.com :

Gli stereotipi de “La pupa e il secchione” non mi piacciono e lo voglio dire agli autori
Una mobilitazione in Rete per dire NO al programma tv e al degrado televisivo imperante: mail bombing alla redazione fino al 25 maggio 2010.

IO NON CI STO

Io non ci sto
alla dittatura televisiva dell’avvenenza,
che mi fa esistere solo se bella o appetibile,
barattando il mio pensiero in nome di una magra
visibilità.
Io non ci sto
ad essere solo corpo.
Da guardare,
da toccare,
da giudicare,
da mercificare.
Io non ci sto
poiché conosco
cosa genera l’offerta della mia carne
sugli sguardi inconsapevoli.
Io non ci sto
e pretendo rispetto
e che si dia spazio a tutte le mie
diversità.
La mia rivoluzione comincia con il rifiuto
dell’immaginario imposto
per mutare nel respiro di una nuova dignità.
(G.V.)

Parte dal blog Un altro genere di comunicazione, sbarca su Facebook e trova il sostegno di bloggerassociazioni impegnate a contrastare gli stereotipi di genere.

Ecco la mail bombing: chiunque si sente sconcertatocolpitooffeso dal modo in cui ladignità femminile e maschile paiono svilite dai modelli proposti dal programma “La pupa e il Secchione” può inviare la stessa mail alla redazione di Italia 1.

L’iniziativa è stata prorogata fino al 25 maggio 2010 per dare a tutti la possibilità di partecipare e perché è importante far sentire la nostra voce.
Oggi, grazie alla forza della Rete e del passaparola, possiamo essere ascoltati.

Lo dimostra l’intervento della capo progetto del programma sul blog Un altro genere di comunicazione”, seppure a nostro avviso non soddisfacente, lo dimostra l’invito – declinato – a partecipare a “Domenica 5”.

I modelli proposti dal programma “La pupa e il secchione” paiono:

incitare uomini e donne a umiliarsi reciprocamente: l’aspetto fisico e l’intelligenza sembrano essere due opposti che non possono incontrarsi e in guerra per prevalere;
proporre modelli di relazione basati sulla prevaricazione e superficialità
autodefinirsi reality, ovvero basati sulla realtà: la realtà è ben diversa e quella della televisione si sostituisce, così, nell’immaginario dello spettatore, a quella – diversissima – delle persone.

Io non ci sto.
Proponiamo PACIFICAMENTE e con gli strumenti del dialogo e dell’approfondimento modelli alternativi di maschile e femminile.
Se anche tu, come noi, non ci stai invia la tua mail a Italia 1 (qui trovi il testo da copiare e firmare e l’indirizzo a cui inviarla) e con un commento sottoscrivi questo comunicato.
Siamo SPETTATORI anche quando la televisione resta SPENTA. Non restiamo in silenzio, cambiamo i palinsesti.
Perché se la televisione è lo specchio dell’Italia, vorremmo poter usare di nuovo il telecomando.

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Chiediamo alla Rai un osservatorio contro gli stereotipi di genere

Alle donne UDI e alle donne interessate:

Non far mancare la tua adesione anche su facebook:

http://www.facebook.com/group.php?gid=124620450882517&ref=mf

Il tuo sostegno è importante per sostenere l’emendamento in discussione e votazione la prossima settimana in commissione di vigilanza  in parlamento.

L’emendamento è stato proposto da Pari o Dispare ( www.pariodispare.org )  e conta a oggi già sessanta adesioni trasversali di parlamentari.

La riflessione sugli stereotipi di genere e la lotta contro di essi appartiene a noi tutte e tutti.

E’ un primo passo importantissimo per cambiare “decisamente” rotta sulla rappresentazione delle donne in tv.

>> da www.pariodispare.org

Oltre gli stereotipi nei media: cominciamo dalla previsione nel contratto di servizio RAI di un Osservatorio indipendente sui programmi

Pari o Dispare, associazione che vede numerose donne e uomini appartenenti a diverse categorie professionali, diversi orientamenti politici, associazioni femminili aderenti, ha come Presidente Onoraria Emma Bonino e come Presidente l’economista Fiorella Kostoris. Tra gli obiettivi di Pari o Dispare, comitato per il raggiungimento della parità uomo-donna, per il riconoscimento del merito e dell’irrinunciabile risorsa di crescita e sviluppo che le donne rappresentano in Italia e nel mondo, vi è un impegno forte contro gli stereotipi di genere nei media.

Siamo convinte che la società italiana abbia il diritto- dovere di essere rappresentata in modo da tener conto anche della crescente popolazione femminile che partecipa con successo alla vita economica del paese, raggiungendo ruoli di responsabilità pur dovendo superare un contesto oggettivamente ostile e sfavorevole rispetto alle donne europee.

Negli ultimi mesi una larga parte della società civile e in particolare molte associazioni di donne si sono recentemente attivate per segnalare e combattere la esorbitante presenza di stereotipi attraverso i quali i media rappresentano le donne italiane.

Tali stereotipi offrono una immagine riduttiva, spesso distorta e offensiva del genere femminile proponendo nel contempo in certi contesti, stereotipi maschili obsoleti e quasi caricaturali.

Pari o Dispare si è fatta dunque promotrice di questo appello e vuole contribuire a creare sinergia positiva tra le varie iniziative proposte dalla società civile (ad esempio l’ottimo impegno dell’UDI, Unione Donne in Italia contro gli stereotipi e contro la pubblicità offensiva, che ha già contato diversi successi o il manifesto di Gabriella Cims contro gli stereotipi nei media), convinte che questa attesa e rinnovata vivacità del mondo al femminile sia una buona premessa per lanciare azioni pragmatiche e incisive anche a livello politico e istituzionale.

Proprio per questo in occasione del rinnovo del contratto di servizio della Rai, abbiamo cercato di interpretare le varie sollecitazioni provenienti dalle nostre associate, dalle altre associazioni, in un emendamento al Contratto di Servizio Rai che vi invitiamo a sostenere pubblicamente sottoscrivendo questo appello.

L’emendamento depositato in Parlamento, che verrà discusso in seno alla Commissione di Vigilanza Rai nei prossimi giorni, tende a riequilibrare la rappresentazione delle donne nei programmi Rai e soprattutto chiede qualcosa di molto concreto e non impossibile: la creazione di un Osservatorio indipendente che analizzi, da un punto di vista qualitativo e quantitativo, la presenza di genere nei palinsesti della tv pubblica, e di uno spazio aperto ai contributi critici e propositivi del pubblico. E’ solo un primo passo, importante, verso una idea più complessiva di una Authority contro le discriminazioni di genere nel mondo dei media. Per comprendere ancora più quel che ogni giorno passa sotto i nostri occhi e l’opportuna urgenza di questa azione, suggeriamo di dedicare qualche minuto alla visione del bel documentario (“Il corpo delle donne” www.ilcorpodelledonne.com ) di Lorella Zanardo, tra le socie fondatrici di Pari o Dispare, che molto efficacemente fa comprendere il problema.

L’emendamento è stato ad oggi già sottoscritto da molti e molte parlamentari di entrambi gli schieramenti politici ma ha bisogno di essere conosciuto e sostenuto da cittadini e cittadine.
Per sottoscrivere:

www.pariodispare.org

www.ilcorpodelledonne.com

e scrivere a segretariapod@gmail.com

link: http://www.pariodispare.org/index.php?option=com_content&view=article&id=51:oltre-gli-stereotipi-nei-media-cominciamo-dalla-previsione-nel-contratto-di-servizio-rai-di-un-osservatorio-indipendente-sui-programmi-&catid=2:blog-istituzionale&Itemid=21

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Nasce il blog dell’UDI di Reggio Calabria

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