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OBSESSION JAZZ / UNESCO / UDIrc

UDIrc –  UNIONE DONNE in ITALIA

dalla parte di chi non ha voce

OBSESSION JAZZ II edizione / UNESCO-ECOJAZZ a Reggio Calabria

il 30 APRILE in piazza ITALIA h 18.00

 

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Girotondo intorno all’ottomarzo

ratto(Pinax fittile da Locri – Scena di ratto – Reggio Calabria. Museo Archeologico Nazionale. 470-460 a.C.)

Io rifletto, tu rifletti, egli riflette, noi riflettiamo. voi riflettete, essi riflettono.

Così in questo infinito gioco di specchi senza profilassi, di matriosche incantate, l’incendio immaginario collegato alla data si perpetua, la mimosa dall’UDI sbarca in America. E l’otto marzo si abbaia e si scondinzola.

Da fb, un certo Gabriele:

l’8 marzo è la festa delle donne…ma non una festa da serate sciocche come dice la poesia o regalini stupidi e inutili come affermo io ma ha origini se non erro nella rivoluzione industriale, dove le donne che lavoravano (probabilmente in una fabbrica tessile) senza diritti e sotto sfruttamento…un giorno queste operaie si ribellarono chiudendosi nella fabbrica,allora il padrone dell’impianto appicco un incendio per fare in modo che queste uscissero forzatamente ma successe che restarono bloccate dentro morendo arse vive…questa strage successe l’8 marzo e questa festa si celebra con le mimose poichè nei pressi di codesta fabbrica c’erano presenti questa varietà di alberi.ecco adesso conoscete donne o uomini le origini di questa festa!!!! )))VIVA LE DONNE SIETE TUTTO PER NOI UOMINI(((

[sic]

Altro, molto copincollato da un sito all’altro.

“Non ti regalerò mimose. Non ti farò nemmeno gli auguri. Non mi piace l’idea di dedicarti un giorno, di apprezzarti per convenzione, di celebrarti perchè me lo dice il calendario. Mi hai dato la vita, vestita da madre.Hai avuto i volti di amori, poesie, canzoni, gioie, dolori. Hai fatto sussultare la mia anima, esplodere sorrisi, sorgere lacrime, sei stata aurora e tramonto, luce e buio, rinascita e a tratti morte. L’8 marzo lascialo alle cagne che scodinzolano a comando. Tu sei di più. Tu sei tu. Da sempre, il lato più bello di questa medaglia chiamata mondo. Grazie di esistere. DONNA.”
Roberto Arduini

***

-  Grazie di esistere. Donna -

- Prego!  Ma sei fuori registro  -

Non è il caso di fare gli auguri perché non è un compleanno o un onomastico (ammesso che io ci tenga).

Anzi l’idea ti disturba perché resta, e percepisci, solo una festa. Puoi semplicemente ricordare a te stesso, se ne hai bisogno, e alla collettività che qualcosa non funziona, quotidianamente e sotto tutte le latitudini, tra uomini e donne. L’Otto Marzo.

Non voglio mimose, in questo periodo l’albero è in fiore e privarlo di tutti i suoi rami fioriti lo danneggia, come una drastica potatura fuori tempo. Può restare solo il colore. Giallo è bello. Tante piccole cose personali sono dolci, innocenti, ti danno libertà, ma moltiplicate per un miliardo, cento miliardi danneggiano qualcosa. Gli animali lo sanno d’istinto. Se è per questo hai ragione. Una infinità di altri rituali collettivi potresti  detestare.

Non ti piace l’idea di dedicarmi un giorno perché in realtà non me ne dedichi nessuno. Altrimenti diresti: lo faccio già, quanti giorni ti ho dedicato e ti dedico, anzi tutti i giorni ti dedico qualcosa…  Anche alle cagne.

Quando sono madre non mi vesto da madre, non è un vestito. E’ una cosa profonda non paragonabile a nessuna buccia protettiva esterna. Tu non puoi sapere cos’è. Per questo per connotare ricorri all’immagine di un vestito “da madre”.  Da un vestito distinguiamo lo status: il prete, la suora, un impiegato con la cravatta, l’invitata a un matrimonio.

Volevi dire il pancione e il seno col latte e poi qualcosa che ci trasforma nel profondo. Ma non è un vestito, credimi. Qui la tua potenza poetica riceverebbe un segno del fu Pazzaglia per indicare un andamento grafico verso il basso.

Attento, le parole riescono a tradirti. La prima immagine che richiami è la madre. Capisco. E’ il primo grande imprinting che un bel giorno si sdoppia, di qua l’angelo del focolare, di là magari le cagne.

E’ vero ho avuto tanti volti, ma sono volti che per la maggior parte mi hai attribuito. Amori poesie canzoni gioie dolori, in un tuo soliloquio. Vostro soliloquio. Intimista e crepuscolare o di focosa passione. Mi dici che ho fatto sussultare la tua anima, che sono luce e buio rinascita, e a tratti morte. E’ implicito che ti riferisci a una donna tuo soggetto estetico passionale e di sentimento. Prevalentemente e possibilmente notturno. Sei innamorato del tuo immaginario che hai creato per te stesso (voi stessi), a cui non ho partecipato, libera. Sei tu che ti ami in me. Dunque non mi conosci. Mi hai esclusa o cacciata sottraendomi tutti gli spazi tranne quelli domestici. Tutta la storia dell’arte maschile d’altra parte lo celebra. Non parliamo poi della pubblicità, oggi.

Mi devi un risarcimento di millenni, un otto marzo non dovrebbe disturbarti per convenzione.

Eppure mi dici: l’otto marzo lascialo alle cagne che scodinzolano a comando.

Feroce, insultante. Chi sono le cagne? Le borghesi e liberali che in America e in Europa da metà Ottocento in poi si fecero malmenare e imprigionare per chiedere il diritto al voto? Le contadine, le operaie che nell’impero prussiano e nella Russia zarista scendevano in massa contro la guerra, la fame, la repressione per chiedere dignità, diritti, uguaglianza? L’UDI che nell’immediato dopoguerra e fino al ’52 salvò circa settantamila bambine e bambini dalla fame e dal degrado coi treni della felicità? I movimenti delle donne che dal dopoguerra e fino agli anni ’70-’80 lottarono e lottano ancora oggi per consultori, maternità, salario, e contro le discriminazioni? Le precarie di oggi che protestano, in quello che resta dell’industria, della scuola, sul lavoro come lusso?

O forse le donne che ormai non molto consapevoli della simbologia e del significato storico e sociale vanno al cinema, al pub a farsi una pizza godendosi la giornata comunque come una festa? In ogni caso incontrandosi.

Detesti l’otto marzo. Allora parlami di un’altra cosa, di un altro segnale convenuto, per ricordare al mondo che ho dei diritti come persona che mi vengono calpestati, sottratti, fino all’eliminazione fisica. Una storia lunga millenni. Questo lo devo comunicare in qualsiasi modo fino a quando sarà necessario.

Oppure vite umane, vite di donne in cambio di lavoro e status quo?

Mi dici che sono di più, anzi molto di più, perché io sono io (evidente che alludi più al corpo di piacere). Anche le donne immigrate? Le donne che lavorano col sesso? Le donne che si innamorano di donne? Le donne che non sentono come proprio il loro corpo? Suppongo che la tua fascia di riferimento convenzionale sia dai diciotto ai quaranta-cinquanta.

Ti immagino incantato davanti  a un enorme cartellone pubblicitario.

Il lato più bello di una medaglia, dici. Ancora ricadi sull’estetica e non ti ricordi che sono struttura viva, società non riconosciuta, soffocata, respiro del mondo (come il tuo). E non il tondo piatto di una medaglia, o un cammeo ornamentale, o una medaglietta religiosa.

Mi dici grazie di essere donna. Ma a patto di non essere brutta sporca e cattiva o anziana, omosessuale, transgender, lavoratrice sessuale… Di non essere cagna e di non scodinzolare a comando.

Insomma desiderabile.

Questo racconta l’otto marzo.

DONNA

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Otto Marzo 2013

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Giornata Internazionale della Donna, indetta dall’ONU nel 1977, successivamente fissata dall’UNESCO l’otto marzo di ogni anno.

Giornata molto scolorita rispetto alla valenza delle sue origini, convertita in festa dal sistema commerciale.

Storia, significato originario e luoghi comuni ( )

***

Riceviamo e condividiamo.

8 MARZO CELEBRAZIONE DEL NARCISISMO MASCHILE

SIAMO donne di diverse città, legate da relazioni personali e politiche e facciamo parte della rete delle Città Vicine che riunisce donne e uomini di Associazioni, singole e singoli di città di varie parti d’Italia. In occasione della presentazione a Fondazione Betania della mostra mail art “Immagina che il lavoro .. “ a cui è seguito un dibattito interessante sul lavoro, siamo venute a conoscenza del comunicato stampa su questo giornale con cui Gerardo Frustaci, presidente dell’Unione dei Comuni del Versante Jonico, ha annunciato l’inaugurazione, per l’8 Marzo, del Centro antiviolenza “Mondo Rosa”.

L’enfasi con cui ha dato la notizia e l’indicazione precisa del luogo ci ha particolarmente colpite in quanto contrastano con la necessaria riservatezza che un luogo come questo richiede per salvaguardare l’incolumità delle donne che eventualmente lì trovano rifugio e protezione. Ci teniamo a ricordare come la Giornata Internazionale delle donne non può essere usata dagli uomini per autocelebrarsi anziché farne occasione per riflettere sulla propria sessualità e sull’origine maschile della violenza sulle donne. Così stanno facendo, da anni, tanti uomini come quelli dell’associazione Maschile Plurale, autori tra l’altro nel 2006 dell’appello “ La violenza contro le donne ci riguarda”, a cui hanno aderito giornalisti, scrittori, intellettuali, artisti ecc., e come ha messo in evidenza anche Riccardo Jacona nella sua recente inchiesta a “Presa diretta”. Nel comunicato nulla abbiamo letto sulla gestione del Centro che ci auguriamo venga affidata esclusivamente alle donne, le uniche capaci di comprendere  e accompagnare con empatia nel loro percorso le donne che hanno subito la violenza maschile.

La stessa denominazione data al Centro, “Mondo Rosa”, non ci sembra appropriata. Il rosa è un colore simbolico della gioia della madre e del padre per la nascita della propria bambina per la quale non si aspettano certo violenza e sofferenza. Riteniamo, come è stato condiviso da tutte le donne presenti all’incontro di Fondazione Betania, più adeguato intitolare il luogo a Barbara Bellerofonte, giovane donna di soli 19 anni, uccisa dal proprio fidanzato nel 2009 a Montepaone, uno dei Comuni partner del progetto.

Anna Di Salvo  -  Katia Ricci – Anna Potito – Franca Fortunato – Lina Scalzo

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Misteri sanitari

Una lettera da Nella Garganese, presidente del Tribunale del malato di Reggio Calabria, e iscritta UDIrc, profonda conoscitrice dei misteri sanitari locali e non solo.

(…)

Come tu ben sai ho avuto un incontro con l’on. Rosy Bindi alla quale ho espresso le mie perplessità sulla conduzione dei servizio sanitario in Calabria.

La legge che determina il SSN è una di quelle più complete e belle fra le esistenti in Europa, solo che, demandando alle Regioni senza controlli, ogni Regione decide come meglio crede.
Ti porto un esempio su tutti: fra le patologie riconosciute dal SSN abbiamo 2.500 patologie riguardanti il campo delle MALATTIE RARE, però ogni Regione determina quale prendere in carica dal punto di vista di assistenza farmaceutica, cosìcché alcune Regioni ne riconoscono 50 mentre la nostra solo 2, il che significa che molti reclamano perchè ad esempio in Piemonte viene riconosciuta la malattia e non da noi.

Mi chiedo se questo è Servizio Nazionale oppure chiedevo alla Bindi, con la quale abbiamo concordato in pieno, che i Servizi Sanitari delle Regioni devono essere messi sotto controllo continuo perché il cambio frequente di politiche determina quasi sempre delle discrepanze enormi.
La mia conoscenza dei Servizi Sanitari è vecchia, ho visto cambiare colori alla Regione Calabria e conseguentemente teste in ogni dove, l’unica vera preoccupazione è stata sempre quella di nominare dirigenti, sottodirigenti, vassalli, valvassini e valvassori.

Un’altra cosa che ti dirò è che, ad esempio, noi rispetto alle altre Regioni non abbiamo nelle Aziende la Carta dei servizi, per cui il povero Cittadino Calabrese è costretto a vagare nel nulla e ad accontentarsi di “ciò che si dice e ciò che non si dice”.

Mi fermo qui, perché le cose sono talmente tante che potrei scrivere un romanzo…
Nella Garganese

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Premio Immagini Amiche 2013

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Si conclude a Milano la III edizione Premio Immagini Amiche promosso dall’UDI – Unione Donne in Italia -  sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, col concorso dell’Ufficio d’Informazione in Italia del Parlamento Europeo  e in collaborazione con la Commissione Europea, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca ed il Comune di Milano.

1 Marzo 2013 / ore 17.00 / Palazzo Marino – Sala Alessi

Piazza della Scala 2 – Milano

Al termine aperitivo: Palazzo Reale – Sala Otto Colonne, Piazza del Duomo 12

PREMIAZIONE IMMAGINI AMICHE

Conduce: Barbara Stefanelli, Vicedirettrice Corriere della Sera

con la partecipazione di: Eva Cantarella, Lella Costa

Categorie:

PROGRAMMI TELEVISIVI / Finalisti Premio Giuria: Invasioni Barbariche, 8 e mezzo, Tg2 / Premio del voto popolare

PUBBLICITA’ TELEVISIVA: / Finalisti Premio Giuria: Continental, Enel, Geox / Premio del voto popolare

PUBBLICITA’ SU AFFISSIONI / Finalisti Premio Giuria: Coop, Femminile Reale, Leroy Merlin / Premio del voto popolare

WEB / Finalisti Premio Giuria: A casa non si torna, Nuovo e utile, Calendario “Donne Italiane/ Premio del voto popolare

MENZIONE SPECIALE SCUOLA / Finalisti Premio Giuria: Scuola Elementare Galileo Galilei di Pistoia, Liceo Scientifico G. B. Benedetti di venezia, Istituto Vaccarini di Catania

MENZIONE SPECIALE COMUNE / Finalisti Premio Giuria: Enna, Milano, Reggio Emilia

Intervengono alla premiazione

le Parlamentari europee: Cristiana Muscardini e Patrizia Toia

La Giuria

Il Comitato d’Onore

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“Dai voce” “Facciamoci sentire” – Diamo voce alla creatività socialmente responsabile

 

Premio Immagini Amiche – Spot realizzato da TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti per la III edizione 2013.
“Dai voce” “Facciamoci sentire”.

L’iniziativa, promossa dal premio Immagini Amiche presieduto da Daniela Brancati, dall’UDI e dal Parlamento Europeo, si sviluppa sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e in collaborazione con la Commissione Europea, il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca e quello delle Attività Produttive e con il sostegno tecnico di TP, la storica associazione dei pubblicitari professionisti.
credits: Pasquale Diaferia, direttore creativo Nicola Cerzosimo, regia e direttore della fotografia Annachiara Veronesi, art director Vicky Iovinella, copywriter Biagio Vanacore, coordinamento e supervisione.

Lo spot va in onda sulle reti rai con la seguente pianificazione:

PREMIO   IMMAGINI AMICHE
PRESIDENZA DEL   CONSIGLIO DEI MINISTRI
(22 e 23  febbraio 2013)
                                                                                                      Bitmap                          Bitmap                          Bitmap

GIORNO DATA ORA RETE RUBRICA
VENERDI  22/02/2013 11:55 RAI UNO PROVA DEL CUOCO   A
14:00 RAI DUE TUTTOMERIDIANA 2
15:45 RAI UNO PRIMO POMERIGGIO 1   B
17:55 RAI UNO POMERIGGIO 1 C
23:10 RAI TRE SERA 3
SABATO 23/02/2013 11:55 RAI UNO PROVA DEL CUOCO   A
14:05 RAI UNO EASY DRIVER
18:57 RAI TRE TG3 ORE 19.00   WEEK-END
22:40 RAI DUE SERA 2
24:01 RAI UNO SERA 1 A

www.premioimmaginiamiche.it

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La tigre e il violino

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Appuntamento sabato 16 febbraio, Palazzo della Provincia, h 16.30
Sala Conferenze
Incontreremo Loredana Cornero, di Rai International, autrice del libro “La tigre e il violino” e Anna Rosa Macrì, scrittrice e giornalista di Rai 3 regione. Nel libro viene disegnata la parabola di un programma televisivo coraggioso, primo e unico nel suo genere che affrontò le realtà fatte emergere dai movimenti delle donne anni ’60 - ’70.
Si chiamava Si dice donna, condotto in modo asciutto ed essenziale da Tilde Capomazza, e preparato da un’équipe quasi di sole donne. Parlavano le donne e si parlava di donne su temi che incrociavano lavoro, maternità, sessualità, aborto, famiglia, in una visione allargata della società reale. Proprio la realtà della rappresentazione con occhi femminili non piacque alle alte sfere che alla quarta edizione ne decisero la soppressione.
E’ anche un’occasione per verificare quanto il femminismo storico abbia influito sull’acquisizione di diritti e libertà delle donne e quali difficoltà esse incontrano oggi nel mantenere e difendere gli spazi guadagnati oltre che nel perseguire ulteriori traguardi per i diritti paritari e le giustizie sociali.

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Alma mater ma non per donne

L’articolo che segue è di Laura Testoni, scritto per Tropismi, blog d’informazione universitariaE’ un disegno-patchwork, con testi interessanti per quante volessero approfondire, sulla persistente cocciuta filtrazione sessista nei confronti delle donne in ambito universitario. La più antica università occidentale potrebbe invece chiamarsi Almus Pater Studiorum. E non si discosta la situazione degli altri atenei italiani.

Laura circa il suo campo d’interesse ci scrive: Per quanto riguarda il testo che ho scritto nasce dalla mia elaborazione sull’università, in particolare quella di Bologna e sulla deriva del c.d. Processo di Bologna. Un libro che ritengo molto valido e attorno a cui ho un progetto di pratica e studio in cantiere, insieme a colleghe e colleghi, è “Università Fertile. Una scommessa politica” di Anna Maria Piussi.

Finché lo Stato resta al penultimo posto in Europa come investimento nell’istruzione superiore, perversione incorregibile, finché la scure taglia più rami verdi che rami secchi, finché la creatività, l’eccellenza femminile non entra di diritto come struttura primaria paritaria anche nel numero negli organi di decisione – dal meno elevato al più elevato e non per quote-concessione di sopportazione -, il Processo di Bologna e tutto il suo vasto impianto, che pure ha avuto notevoli risultati, può ben dirsi alla deriva. A parte la crisi generale, non è un difetto tecnico ma una concezione intrisa di patria potestas. Poi vai a vedere e trovi cervelle italiane a dirigere centri di ricerca della massima importanza scientifica e tecnologica, ma in Europa o oltreoceano, non qui. Forse, più in là, ce ne potrà fare il punto Laura. Speriamo nell’Università Fertile.

***

Una lettura del senso politico della creazione femminile anche all’università

Ateneo sempre più tabù per le donne. Si laureano in tante ma non vengono assunte. L’Università di Bologna in media con l’Italia: da 6 donne su 10 al momento della laurea, la presenza femminile passa ad un misero 20% tra i professori ordinari. Per usare le parole di Eugenia Lodini, ricercatrice dell’Università di Bologna, le ragazze sono in testa per iscrizioni, laurea, mobilità, master, ma a livello di dottorato comincia l’imbuto, la strada si restringe“.

Questo è quanto scriveva, a marzo 2012, Giovanni Stinco su Il Fatto Quotidiano (articolo integrale qui). Non c’è che dire, colpisce come la più antica università del mondo, quella di Bologna, sia anche all’origine del motto Alma Mater Studiorum. Ricordare questo, ad oggi, significa confermare il primato del paradosso, poiché la notizia della penalizzazione delle eccellenze femminili  contrasta con l’ispirazione all’autorevolezza materna che ha segnato e allegoricamente incarnato la nascita degli studi accademici: alma mater, “madre nutrice” che cura, che dona la parola, che fa passare amore dalla conoscenza.

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Le radici fondative – ancor prima che simboliche – a quanto pare, sono state tradite a tal punto da rivelare gli immotivati ostacoli che le donne incontrerebbero nel periodo post laurea, soprattutto, rispetto alla possibilità di carriera interna all’UniBo. Statistiche poco incoraggianti, ma preziosissime, perché guardare alla posizione femminile nel mondo ci aiuta ad assumere una prospettiva realistica:

“Dati impressionanti che dimostrano, spiega Paola Govoni sempre dell’ateneo bolognese, la discriminazione a cui le donne sono sottoposte sul posto di lavoro universitario. Non solo una questione di ingiustizia sociale, ma anche un’enorme spreco di denaro pubblico. Milioni e milioni usati per formare migliaia di studiose che poi non riescono a fare carriera e a affermarsi nel mondo accademico. Insomma un disastro.

Il sistema accademico ancora a predominanza maschile e questo comporta un inevitabile impoverimento dello sguardo sul sapere e sulla parzialità della formazione. Tra potere e autorità, disciplina e dirigismo si perde troppo spesso quella carica di energia creativa, trasformativa, piena di significati trainati dal di più della differenza, non solo disciplinare, ma anche incarnata da individui sessuati. Perché nulla è “neutro”, nemmeno le illusioni o le ideologie. Ma quali sono le dinamiche che riescono a frenare la misura femminile?

Un fattore è la cooptazione: finché a decidere sulle nomine saranno gli uomini, ad essere scelti saranno altri uomini. Una tesi sostenuta dal progetto europeo Diva: Science in a different voice. Per i ricercatori del Diva i professori ordinari si comporterebbero involontariamente come circoli esclusivi “che lasciano fuori dalla stanza delle decisioni (carriere, finanziamenti, attribuzioni di responsabilità) le tanto brave colleghe”.

Non si tratta per forza di opposizioni di genere, potrebbe essere una comune impresa di donne e uomini che ragionano insieme sul buon governo della realtà universitaria che è da inserire nel più ampio progetto di rinegoziazione del contratto sociale. Il punto, in fin dei conti, è semplice: la questione della differenza sessuale, che cosa significhi essere uomini o donna, che cosa comporti che vi siano donne e uomini, che cosa sia cercare la felicità, la libertà o la verità essendo una donna oppure un uomo, tutto questo è divenuto urgente e anzi, è divenuto una realtà dell’esperienza (di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, in Donne e Uomini. Il significare della differenza, ed. V&P, 2010).

La presenza femminile all’università è ormai maggioritaria, così anche la qualità della presenza pubblica femminile che interroga la questione di “un vivere politicamente” consapevoli del primato delle relazioni e del cambiamento epocale che stiamo attraversando: dal momento la realtà si trasforma perché sono cambiate le donne e cambiano gli uomini, allora cambiano le leggi, cambia la cultura, cambia il rapporto che abbiamo con il mondo, perché “la storia non è soltanto storia di guerre, di patti internazionali, ma è la storia che tu fai modificando le tue condizioni di vita, modificando la cultura. Questo per noi significava modificare la storia.” (dal docufilm Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni)

L’imbuto che ferma la presenza femminile post laurea, nel lavoro e nell’ambito di dottorati accademici è imbarazzante e per questo tante sono in movimento: il fine di affrontare le barriere storiche e psicologiche. Evitando le coazioni, spostando lo sguardo.

Le donne sono cambiate. Gli uomini dovranno cambiare nonostante la paura che provano gli stessi di fronte a un mondo messo sottosopra dall’avanzare delle donne. C’è un’evidente crisi di autorità che indebolisce la politica e la democrazia” (Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica, ed. Il Saggiatore, 2009).

Proprio in un mondo dove la finanza sembra dettare le regole del sistema globale, non è ancora chiara la lezione in base alla quale il disimpiego e la sottovalutazione delle risorse, crea una vera disfunzione economica. Sempre su Il Fatto si legge:

Penalizzare le donne che lavorano nel mondo scientifico attraverso pratiche informali, ma non per questo meno efficaci, di discrezionalità nella cooptazione, è però incongruo rispetto alle ragioni stesse della ricerca e dell’eccellenza scientifica. Infatti – recita un rapporto di Rossella Palomba e Adele Menniti – impedire a studiose di qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza per il solo fatto di appartenere al genere femminile non solo discrimina le donne, ma penalizza l’innovazione”. Detto in altri termini peggiora e di molto i risultati scientifici del sistema universitario italiano. Per non parlare del costo di formazione di migliaia di donne che non riescono a fare carriera accademica perché discriminate. Sulla questione mancano ancora studi precisi, “ma lo spreco economico è enorme. Qualcuno – conclude Govoni – se ne sta finalmente rendendo conto”.

La politica femminile che non aspetta la “presa del potere” per cambiare le cose è già attiva sui vari fronti della realtà avendo imparato dall’esperienza: le donne hanno imparato la necessità di continuare a lavorare sul piano simbolico al di fuori dei circuiti convenzionali, in luoghi dove agire un’adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio” (Annarosa Buttarelli, in Il pensiero dell’esperienza, ed.Baldini e Castoldi, 2008).

Vero è che le donne hanno già intessuto una rete tra loro, ma devono farlo sempre di più: collaborare e contarsi ed insieme spingere indietro ogni prevaricazione. Ecco, il gioco da ragazze di cui scrive Marina Terragni e la pratica della relazione descritta da Maria-Milagros Rivera Garretas:

Un cambio di civiltà comparve improvvisamente, quasi spontaneamente, dove meno lo si aspettava. Consisteva nella presa di coscienza del fatto che le donne che avevi intorno sentivano il malessere che stavi sentendo tu e che credevi che nessun altro sentisse. Di modo che, una a una, di singola in singola, si intrecciò delicatamente tra molti corpi femminili un merletto enorme, incompiuto e libero che ci unì. Ci unì in innumerevoli relazioni duali: queste relazioni, allacciate in mille toni e spessori, formarono un movimento politico che ha attraversato molte delle barriere di senso che fino ad allora inceppavano la politica: barriere di classe, di nazionalità, di lingua, di età, di religione, di erudizione, di ricchezza”.

(in Donne in relazione, ed. Liguori, 2007)

Questo vale anche per l’università, infatti molte donne non si stanno solo battendo per ottenere quello che spetta loro, ma si stanno anche interrogando su una preliminare questione: vale ancora la pena scommettere su questa università? No, su questa no, ma su quella dove anche il discorso femminile verrà incluso sì. Con discorso femminile si intende il far entrare in un sistema chiuso e spesso violento – preteso universale – istanze diverse, tempi diversi, metodi diversi, per aprire una conflittualità ed un dibattito che porti alla rappresentazione vera, plurale della realtà.

L’intuizione coltivata, curata e fatta maturare è ciò che genera lo sviluppo. Questo è secondo me il paradigma femminile dello sviluppo, al di là del fatto che lo conducano uomini o donne. Non so dire se siano cause culturali o biologiche e genetiche ad orientare le donne al futuro, ma fermiamoci al dato di fatto: la donna è evidentemente attrezzata a immaginare e assumersi la responsabilità delle nuove generazioni; e anche della ‘generazione’ di nuove realtà economiche durature”.

(di Simona Beretta, in Le donne reggono il mondo, a cura di Beatrice Costa e Elena Sisti)

Questo vale per tutti gli ambiti, non solo per l’università. Molte stanno lavorando e facendo massa critica insieme, facendo eco per contaminare l’ordine già dato che deve essere rimesso in discussione, ben sapendo che la libertà non è fatta una volta per tutte, ma che va messa al mondo ogni giorno.

Scriveva Carla Lonzi, “il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, la fa esistere… Qualcuna doveva ben cominciare e la sensazione che mi portavo addosso era che o lo facevo io o nessuna mi avrebbe salvata. Ho operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero alla fine, dopo aver accettato di essere qualcuna che non sapevo”, infatti, la sfida, anche all’università, non è quella di “bruciarsi” rimanendo isolate – con un atteggiamento più o meno competitivo – fino al punto di burn out o omologandosi al modello di potere maschile, ma di relazionarsi con le altre che condividono quel senso di trasformazione che non può più aspettare.

Una sororità che va al di là di quote rosa e rivendicazioni, bensì che si fa spinta gioiosa verso nuovi orizzonti condivisi, che fa cittadinanza e che propone possibilità diverse, ragionando empaticamente su quanto è già stato fatto e su quanto si può fare per analizzare le statistiche e rilanciare con inventiva il proprio esserci costante, a patto che ci si assuma pienamente la responsabilità della propria partecipazione attiva:

Il maggior senso di cautela delle ragazze e delle donne può impedire loro di infrangere le regole e sfidare lo status quo durante gli anni della crescita. Di conseguenza, probabilmente non scopriranno che questo tipo di rischi, e per estensione ogni altro metodo non sancito per ottenere ciò che vogliono (come chiedere qualcosa che non sia stato offerto), può essere una strategia vincente”.

(Linda Babcock e Sara Laschever, Le donne non chiedono, ed. Il Sole24Ore, 2004).

Per mantenersi centrate si può guardare chi prima di noi ha lottato per spianarci la strada lasciandoci consigliare e spronare nel non rinunciare ad una postura all’altezza dei nostri desideri, senza mai dimenticare che “ciò che hai in mano, tienilo stretto; ciò che stai facendo, fallo e non tralasciarlo; ma con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa, vivace sul sentiero di una pensosa felicità, senza prestar fede nè consensi a chiunque voglia sviarti dalla tua determinazione” (Caterina d’Assisi).

Laura Testoni

(il titolo è ispirato al capitolo scritto dalla docente Remei Arnaus contenuto nel saggio “Università Fertile. Una scommessa politica”, ed. Rosenberg&Sellier, 2011: il mio corpo mi avvertiva che con una inquietudine sempre più presente, che aveva e ha a che vedere con la distanza tra la realtà vissuta e sentita e la ir-realtà dell’istituzione universitaria, sempre più patente e sempre meno estranea al mio desiderio di essere universitaria; desiderio che ho mantenuto vivo da quando sono entrata a lavorare lì per amore dello studio, della relazione educativa e della ricerca*).

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mediterranea_feb_2013

Udi Catania – gennaio 2013

Svegliati! Balla! Partecipa!

Un’azione globale per fermare la violenza contro le donne, le bambine e le ragazze nel mondo. Perché, come sostiene Eve Ensler, che ha lanciato l’iniziativa: miliardo di donne violate è un’atrocità, un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione”. L’invito di Eve Ensler è quello di creare attraverso il ballo una forma di protesta celebrativa e non violenta, con la volontà di trasformare il 14 febbraio 2013 in una giornata di riscatto universale contro le ingiustizie che le donne sopportano. http://www.onebillionrising.org

PaeseMali – Appello di Save the Children Mali: ‘salviamo donne e bambini’.

Paese – Pakistan – Ancora una strage di volontarie

Paese – Francia – Assassinate tre dirigenti del popolo curdo

Paese – Grecia – Insieme in Europa per la democrazia, contro il razzismo l’antisemitismo e il neonazismo

Paese – Italia - Ragusa – La CGIL contro lo sfruttamento sessuale delle immigrate

Paese – Israele – ‘Donne del Muro’ per la preghiera paritaria

Paese – Marocco – Via l’art. 475 del Codice Penale

Paese – Arabia Saudita – Donne nel Consiglio del Re

Mondo – Comitato Olimpico Internazionale – Una donna (africana e mussulmana) corre per la Presidenza

Allegato. Persone – Libri, Film…

Mediterranea_gennaio_2013

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Donne sopravvissute ai lager

(Auschwitz – il campo liberato)

Un piccolo estratto dalle conversazioni che Daniela Padoan tenne con tre donne sopravvissute alle deportazioni naziste e raccolte nel volume: Come una rana d’inverno, conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Bompiani, 2004. Daniela Padoan, oltre a ricostruire le storie delle donne deportate nei lagher nazisti, ha raccontato anche l’opposizione e la resistenza delle donne alle dittature, in libri, articoli, documentari.

Le particolarità della sofferenza e della sopravvivenza, le diversità dei comportamenti femminili rispetto a quelli maschili sono raccontate in prima persona senza teorizzazioni o enfasi. L’offesa alla corporeità è l’obiettivo primario di ogni repressione e violenza, ma per le donne ha una valenza distruttiva moltiplicata, anche per la sola nudità. Perché inflitta dagli uomini quasi per una vendetta primordiale, una resa dei conti per una disparità per loro misteriosa e incomprensibile, disturbante perché nel profondo avvertita non domabile malgrado la millenaria soggezione. La rete di solidarietà silenziosa fra le donne nella tragedia del lagher è quella antichissima delle comunità naturali delle madri, quando ancora gli uomini non avevano perpetrato l’atto di forza di acquisirle in proprietà insieme ad animali e territorio.

E quando la violenza è inflitta dalle donne, pur prigioniere o kapò o SS, alle donne sottoposte, assurge a efferatezze più straordinarie, rileva Liliana Segre. E’ lo scatenarsi di forze fra rivali quando perduta o rigettata la solidarietà si approda allo stesso ordine di superiorità del carceriere.

La loro emozione nel raccontare non può non soggiogarci nel leggere o nel sentire nel silenzio della mente. E non occorrono troppe parole, ma determinazione perché nulla si ripeta e nulla si dimentichi e tutto si trasmetta.

Liliana Segre

… Mettere nudo un uomo davanti a un altro uomo è senz’altro una cosa umiliante e terribile. L’uno è vestito, magari in divisa, con le armi; l’altro è nudo, inerme, in stato di completa debolezza. Eppure mi pare che la donna nuda davanti all’uomo armato sia sottoposta a un oltraggio ancora maggiore. Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, a provare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, nello stesso giorno in cui scendi da un treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare geograficamente su una cartina, ti ritrovi nuda insieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono niente di quello che sta succedendo. Non c’è nulla, lì attorno, che non faccia paura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando, oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di queste donne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solo fatto di essere lì, nude.

… Quando c’erano le selezioni, le donne sfilavano per essere lasciate in vita o per essere messe a morte, sempre nude, tra i soldati in divisa. Era una persecuzione talmente grave, talmente umiliante, che per me è rimasta indimenticabile tra i milioni di cose che non ho mai dimenticato

… Ma era questo sprezzo a essere intollerabile, questo ridere di noi, questo punire ogni minima disobbedienza facendoci stare inginocchiate nude per delle ore. La nudità è stata una costante e io l’ho vissuta come una grande persecuzione morale, aggiunta a una situazione che era già di per sé terribile.

… Io soffrivo parecchio per le mestruazioni e ricordo che uno dei primi pensieri arrivando lì dentro era stato: e quando arriveranno le mestruazioni come farò? Non c’è stato questo problema perché, vuoi per lo spavento, vuoi per l’assoluta mancanza di cibo, vuoi perché nell’orribile zuppa mettevano, come si diceva, del bismuto, a quasi nessuna vennero più le mestruazioni, man mano che il corpo perdeva le sue forme originali e si trasformava in uno scheletro di vecchia. D’un tratto, là dove c’era il seno non c’è più niente o, in certe donne, solo un po’ di pelle cascante. Le ossa delle anche ti bucano la pelle, premendo come spunzoni sul tavolaccio dove sei costretta a dormire senza poterti voltare, incuneata nei corpi delle altre. Ti guardi le gambe e ti sembra impossibile che ti possano sorreggere. Hai la testa rasata, non hai uno specchio, non hai nulla. Sei una persona che non ha più nulla. Non possiedi altro che quei pochi stracci che ti metti addosso. Ricordo che avevo una giacca con la fodera mezzo strappata, e quella fodera l’ho usata tutta per andare in gabinetto. Anche queste cose, giorno dopo giorno, vanno tutte a scapito della tua femminilità, del tuo essere una donna che lotta per non abbrutirsi completamente. Quando non hai un fazzoletto, come fai a soffiarti il naso? Erano tutti passaggi che portavano via un pezzo di te.

… Dopo quindici giorni mi scelgono per lavorare nella fabbrica Union, e intanto la testa mi prudeva sempre di più. Erano due o tre giorni che andavo in fabbrica, e mi grattavo mentre ero al tavolo – mi avevano appena insegnato che cosa dovevo fare con certi pezzi di munizioni – quando mi sento camminare qualcosa sulla faccia, proprio sulla guancia. Tocco, prendo in mano, è un pidocchio, quell’immondo insetto che è il pidocchio e che io non avevo mai visto nella mia vita. La prigioniera vicino a me – non era italiana, non so chi fosse – rapata, come ha visto il pidocchio ha chiamato la kapò e questa mi ha fatto subito uscire, prendendomi il numero. Non sapevo che cosa mi sarebbe successo. La mattina dopo mi hanno mandato in una baracca che si chiamava la Sauna, dove mi hanno rapato a zero. La mia testa completamente glabra era tremenda solo da toccare. Sono stata lì tutto il giorno. Non so se posso dire che sia stato il giorno più brutto della mia vita, perché ce ne sono stati tanti, ma certamente uno dei peggiori. Sono rimasta da sola per ore, nuda, aggrappata a una piccola stufa in quella stanza gelida, enorme, con una finestra rotta. Fuori c’era una tormenta di neve. Era febbraio. Non c’era da sedersi, non c’era da mangiare, nessuno che mi dicesse una parola. Ero veramente a un punto di non ritorno psichico quando è entrata un’altra ragazza, anche lei nella mia stessa situazione, appena rapata, in attesa che le disinfestassero i vestiti.

… Invece nel Lager femminile di Birkenau, dove erano rinchiuse sessantamila donne, c’erano tutte le gerarchie femminili. Per me è stato terribile vedere che le efferatezze più straordinarie venivano compiute da donne su altre donne. Erano forse peggio degli uomini, per quello che ho visto. Non per nulla alcune SS donne sono state condannate a morte dopo la guerra. Qualcuna di loro me la ricordavo perché l’avevo vista ad Auschwitz. Eravamo le pariah del campo, noi triangoli gialli. Le altre categorie di prigioniere – delinquenti comuni, prostitute, non parliamo delle politiche – avevano qualunque diritto su di noi, potevano farci qualsiasi cosa. Le kapò erano prese tra le assassine delle carceri, tra quelle che avevano fatto le cose più atroci, in modo che potessero tranquillamente bastonare a morte una prigioniera che non obbedisse ciecamente agli ordini. Al di sopra delle kapò c’erano le SS donne, che avevano stivaloni con un puntale di ferro, ufficialmente per non consumare la suola, ma in realtà per sferrare calci più violenti.

Goti Bauer

… Per quello che si riferisce al dramma specifico delle donne, ricordo che c’erano donne arrivate ad Auschwitz in stato interessante, senza che i carnefici se ne accorgessero, e che hanno vissuto la gravidanza lì dentro tra paure ancora maggiori delle nostre. In quello stato, hanno sopportato le sofferenze indicibili dovute alla fame, alla fatica e a tutto quello che la deportazione comportava. Mi ricordo di una donna che ha partorito nella baracca dove ero io. Le è stato immediatamente portato via il bambino. Di lei non ricordo cosa sia successo, se l’abbiano mandata subito al gas oppure se sia morta lì. Altro non posso dirle. Per quanto riguarda la femminilità, in quel momento abbiamo vissuto la perdita delle mestruazioni come una liberazione, perché era drammatico non avere niente con cui proteggersi, con cui affrontare la situazione ogni volta che si presentava.

… Devo dire una cosa che sicuramente le avrà detto anche Liliana, e cioè che, nonostante quello che si crede, noi non abbiamo subìto violenza fisica. Violenza era tutto, lì dentro – la maniera in cui eravamo trattate, le botte, le minacce – ma violenza sessuale non ce n’era. Non per rispetto a noi, ma perché a loro era proibito avere rapporti con chi era considerato di razza inferiore, visto che non volevano inquinare la loro purezza ariana. I rari casi in cui è successo costituiscono le eccezioni che confermano la regola.

… A un certo punto ci si rassegna. Capitava ogni volta che si veniva portati alla disinfezione, alla doccia, o anche alle selezioni all’interno del campo, che erano molto frequenti. Spesso, dopo il lavoro, venivano chiuse le baracche, ci si doveva spogliare e subire un’ispezione. Tutte quelle che erano considerate tanto debilitate o sofferenti da non poter più continuare il lavoro venivano eliminate subito e sostituite da nuove arrivate più in forze. Questo essere spogliate, scrutate, osservate dalla commissione di medici incaricata del controllo, era talmente frequente che non gli si dava più importanza. O meglio, io la vivevo come più offensiva per chi la compiva piuttosto che per chi la subiva. Mi creda, di fronte a un camino da cui viene fuori in continuazione una fiamma che sparge attorno un odore acre di carne umana bruciata, che ti invade l’animo prima che le narici, niente più ha importanza; non un’umiliazione di questo tipo, non le botte, non la sofferenza fisica. L’immagine del camino che arde rappresenta la totalità delle emozioni che si possono vivere, superata forse soltanto dalla paura che possa toccare a te. Perché in ogni momento poteva toccare a te. Tutto il resto, nei miei ricordi, era secondario.

… Quando stavamo all’appello per ore e ore, di mattina e di sera, di fronte alla baracca e vedevamo la rampa di arrivo sulla quale continuavano a fermarsi nuovi convogli. La gente in fila per la selezione, il mio senso di impotenza, il non poter aiutare, il non poter salvare i bambini…

giuliana tedeschi

Giuliana Tedeschi

… C’era una baracca al cui interno si trovava un reparto dove venivano eseguiti esperimenti sulle prigioniere. La chiamavano il blocco delle esperienze. Lì dentro venivano eseguiti esperimenti soprattutto nelle parti genitali, anche se mi risulta che venissero studiate pure altre situazioni che non avevano un particolare nesso con la riproduzione. Le greche che erano già nel campo da mesi raccontavano di enormi cicatrici sui ventri, di asportazioni dell’apparato genitale, di misteriose iniezioni che forse servivano a indurre la sterilità. Per fortuna non ne ho avuta esperienza diretta, anche se ho corso il rischio di finire là dentro.

Un giorno la capoblocco venne nel settore dove eravamo stipate a passare la quarantena, fitte nelle cuccette come conigli nelle conigliere, e prese il numero di matricola tatuato sul braccio sinistro di quindici persone, tra cui c’ero anch’io. Ci condussero nell’ambulatorio, dove l’esame delle greche si protrasse per tutto il giorno: misurazioni, fotografie, dettagliate visite mediche. Dapprima non capivamo, ma quando qualcuna mi disse che avrebbero condotto su di noi degli esperimenti per indurre la sterilità, mi sentii invadere da una disperazione profonda. Mi sentivo impazzire, e d’improvviso un desiderio lancinante si impossessò di me: volevo un figlio, un altro figlio. Non potevano sottrarmi quella gioia! Il ricordo della maternità, della sua infinita dolcezza, la sensazione di avere un bambino appena nato ancora legato al corpo eppure già indipendente, mi invadeva in ogni fibra.

… C’erano dei blocchi di nuova costruzione destinati alle donne. Non baracche, ma grandi edifici a due piani, con ampi dormitori provvisti di lavatoi e di gabinetti. Gabinetti veri, con il water e lo sciacquone. Continuavamo a tirarlo, per la felicità di sentire che veniva giù l’acqua!

… La mescolanza di ebree, non ebree, politiche, prostitute, è stato un ulteriore modo per perseguitarci, perché faceva sì che l’antisemitismo attecchisse all’interno del Lager. C’erano le russe, le polacche, le donne provenienti da tutto il Nord, le tedesche stesse – le criminali, quelle che portavano il triangolo verde – e poi quelle che portavano il triangolo nero, cioè le asociali, le prostitute. Questa mescolanza di ceti, di culture e di nazionalità era studiatissima, creata apposta perché fossimo perseguitate dalle nostre stesse compagne. Le migliori di tutte erano le prostitute, perché non avevano perso il senso della solidarietà femminile.

… Trovare solidarietà là dentro era pressoché impossibile. Se rimanevi persa in quel fantasmagorico universo, era finita… una cosa che bisogna tenere molto presente è che le donne, in confronto agli uomini, si sono sempre aiutate. Gli uomini no. Non ho mai letto uno scritto di un uomo che abbia insistito sulla solidarietà. Mai. Nella letteratura non si trova mai uno che dica, mi sono salvato grazie alla relazione, allo scambio con l’altro. Tranne forse l’ultimo periodo di Primo Levi, quando rimane con quei due francesi nel campo ormai evacuato. Allora comincia la solidarietà, ma prima non troverà una parola in tutto il libro.

…Le donne sono maglie, se una si perde, si perdono tutte. Là dentro, almeno, era così; ci sentivamo unite da uno stesso filo di vita, che non doveva recidersi. Forse è perché le donne portano di più il proprio mondo dentro di sé e hanno un maggior desiderio di trovare corrispondenza con l’altro. Credo che questo abbia in qualche modo a che fare con la cura materna. In fondo l’uomo è più isolato, si costruisce lui stesso questo isolamento. Generalmente gli uomini sono chiusi, mentre le donne si raccontano anche particolari minuti, ricordi apparentemente privi di importanza.

…E poi c’è la solidarietà più spicciola, ma non meno importante. Noi, per esempio, ci aiutavamo a eliminare i pidocchi… Se durante le ispezioni ti trovavano qualche uovo in testa, finivi in crematorio. Era molto importante avere un’amica che ti aiutasse. La domenica, quando non si lavorava, io controllavo i capelli di Olga o di un’altra amica, alla ricerca anche di un solo uovo, e lei faceva lo stesso con me.

E’ una forma di solidarietà anche questa. E poi c’era il legame di tutti i giorni, lo sguardo muto che ti esortava a resistere quando credevi di non farcela più, il dono di una parte della razione quando l’altra ne aveva più bisogno di te… Ho molti ricordi di questo genere, perché sapevamo, quasi d’istinto, che la nostra vita era come una maglia dai punti strettamente intrecciati; una volta reciso un punto, il filo si snoda, si perde.

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V-Day 14 febbraio 2013

1 billion_vd

1 Billion Rising

Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere

V-DAY 

Non sopporto

di Eve Ensler

Non sopporto lo stupro.

Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.

Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.

Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo. 

Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.

Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.

Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.

Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.

Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.

Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.

Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.

Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.

Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.

Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!

Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.

Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.

Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.

Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.

Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita - distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.

Niente donne, niente futuro, chiaro.

Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico  possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.

Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.

Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?

Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?

Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.

E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.

E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.

E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.

Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.

Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.

Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.

UN MILIARDO DI DONNE.

Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.

Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.

Perchè noi non lo sopportiamo più.

(Uffington Post 11/11/11)

(trad. UDIrc)

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Le madri

madri nuragiche(Le madri - bronzetti nuragici, da Giovanni Lilliu, 1966)

LA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE

LA SENTENZA della Corte di Cassazione, che ha confermato l’affidamento della figlia minorenne alla madre separata, che convive con un’altra donna, la trovo un capolavoro di riconoscimento giuridico dell’amore femminile per la madre. Protagoniste tutte donne. Donna anche la presidente della Suprema Corte, che ha emanato la sentenza, Maria Gabriella Luccioli, che già nel marzo scorso aveva sancito che i <i gay hanno diritto a una vita familiare>.

La sentenza riconosce quello che le donne sanno da sempre, che una famiglia di sole donne non rappresenta un pericolo per una crescita “sana” ed “equilibrata” di una bambina o di un bambino, e aggiunge che non c’è  alcuna “certezza scientifica” o “esperienza” che provino il contrario. Conferma della giustezza della sentenza viene da alcune testimonianze riportate da  Repubblica (12.01.2013).

Morena, 21 anni, cresciuta con la madre e la sua compagna, anche lei madre di una bambina, così racconta: < Come sono cresciuta? Serena, felice, forte, amata, anche se non è stato facile mettere insieme le nostre quattro vite … Alle scuole medie è stata dura, avevo diviso il mondo tra gli amici che potevano capire e quelli che mi avrebbero emarginato. Ricordo le loro facce stupefatte … Poi al liceo è cambiato: della mia storia ne ho fatto un punto di forza, ho iniziato ad aprirmi, a far sapere ai prof. e agli altri che esistono famiglie diverse, gay, lesbiche, e che si può essere figli e felici anche in famiglie così. Oggi ho un legame fortissimo con la mia famiglia tutta di donne. Mi sento forte, sostenuta, il mio compagno Renè le adora>.

Livia, 13 anni : <L’unico luogo in cui mi sento a disagio è la scuola, se i miei compagni vengono a sapere che mia madre è lesbica mi insultano senza pietà>. Fa la terza media e dice di vivere in una <famiglia allegra e calda, dove tutti i parenti rispettano la scelta di mia madre, anche mio padre. C’ è un mio amico di classe che viene preso in giro ogni giorno perché non guarda le ragazze, “sei gay, sei f…” gli dicono. Per questo la mia storia l’ho raccontata soltanto a pochi amici fidati e ad alcuni prof. Spero che la scuola cambi. Magari alle superiori. Perché con mia madre e la sua compagna io sono felice. Ci vuole tanto a capirlo?>.

Sara 11 anni, figlia avuta con il seme di donatore: <Per me questa è la normalità – racconta – , non ne conosco un’altra, e mi sento serena così. I miei amici dicono che ho una famiglia simpaticissima. Alle scuole elementari non ho avuto alcun problema, adesso che sono in prima media capisco che le cose sono diverse, potrebbero prendermi in giro e magari non racconto tutto a tutti. Un padre? No, non mi manca, le mie madri mi bastano. Può sembrare strano ma siamo felici>.

Che cosa c’è di sconvolgente in questi racconti di vita, per gli uomini della Conferenza episcopale e per i politici alla Giovanardi e Gasparri?  Di quali conseguenze devastanti “per la prossima generazione” parla l’arcivescovo Vincenzo Paglia? Di quale “pericolo per la tutela della prossima generazione” parla l’Avvenire? Lo sanno o no che in Italia le figlie e i figli, biologici o adottivi, di coppie omosessuali sono 100 mila e in Usa 14 milioni?  Come fanno a non capire che le loro parole rafforzano paure e pregiudizi?

In molti Paesi europei come Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Belgio, Olanda, l’adozione per coppie omosessuali è legale. Ai vescovi, uomini di poca fede, e ai politici, uomini di grande malafede, risulta che in quei Paesi ci siano state le conseguenze “devastanti” di cui (stra)parlano? E’ significativo che gli “sconvolti” non abbiano speso una parola di condanna nei confronti del padre che “si è allontanato dalla bimba - come si legge nella sentenza – quando aveva solo dieci mesi, ha usato violenza con la sua compagna e si è sottratto agli incontri protetti con la piccola”. Forse avrebbero preferito che la bambina venisse affidata a lui o sottratta alla madre e data in adozione, in nome dell’interesse della minore? La verità di tanto sconcerto, forse, sta solo nel fatto che la sentenza ha riconosciuto che si può essere felici anche senza un uomo.

Franca Fortunato 

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misoginiadi 2013

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(foto Udi Catania)

A loro immagine e somiglianza

Mentre tutto il mondo si interroga con rabbia e sdegno sulle violenze e le torture a cui sono sottoposte le donne indiane da parte di uomini e sulle imponenti manifestazioni di protesta a cui il Governo indiano sembra incapace di dare una risposta, arriva la notizia di un atto gravissimo del Congresso degli Usa a maggioranza repubblicana. il Violence Against Women Act, la legge del 1994, voluta da Bill Clinton e che fino a pochi giorni fa proteggeva le vittime di violenza, non è stato prorogato e gli aiuti per donne stuprate, picchiate o che subivano stalking sono stati aboliti.

Il partito repubblicano prima ha svuotato la legge considerata troppo progressista, infatti per riapprovarla, (scadeva il 31 dicembre 2012)  avevano escluso gli articoli che garantivano protezione a lesbiche, gay e transgender, alle immigrate cui è scaduto il permesso di soggiorno e alle donne che vivono nelle riserve indiane dove, secondo dati federali, tra il 2000 e il 2010 gli stupri sono aumentati del 55%. La violenza maschile è forte e pervasiva negli Stati uniti (come nel resto del mondo) dove ogni giorno tre donne vengono uccise da un familiare. Firmato da Bill Clinton il 13 settembre 1994, il Violence Against Women Act ”ha rafforzato le sanzioni federali contro gli stupratori - si legge sul sito della Casa Bianca -, fatto sì che le vittime, a prescindere dal loro reddito, non siano costrette a sostenere le spese di esami clinici e siano inserite in programmi di protezione, garantito assistenza alle donne sfrattate dalle proprie case in seguito a casi di stalking, violenza o stupro”.

Non solo: il VAWA garantiva alle immigrate clandestine permessi di soggiorno speciali per invogliarle a denunciare i loro aggressori. I risultati c’erano: “Dal 1993 al 2010, il tasso di violenza domestica è calato del 67% - si legge ancora su www.whitehouse.gov - tra il 1993 e il 2007, le donne uccise per mano del partner sono diminuite del 35% e gli uomini uccisi del 46%”.  Provvedimenti seri per affrontare un enorme problema politico e sociale. Ma per i repubblicani si tratta solo di tutele “dettate da interessi politici”. Che in campagna elettorale hanno scatenato polemiche infuocate contro le donne come quella di Todd Akin, deputato del Missouri, che aveva affermato “da quanto ho sentito dai medici, rimanere incinta dopo uno stupro è un fatto decisamente raro” in quanto “in caso di stupro legittimo il corpo femminile può fare in modo di evitare la gravidanza…”. Due mesi dopo  il 24 ottobre il candidato repubblicano al Senato in Indiana, Richard Mourdock, molto vicino al Tea Party, aveva spiegato durante un dibattito che se una donna rimane incinta durante uno stupro “è qualcosa che ha voluto Dio”.

Secondo questa logica è comprensibile perchè non bisogna aiutare le donne che subiscono violenza e maltrattamenti. Al volere di Dio non si può contrapporre il volere dello stato e la difesa dei diritti delle donne. Neanche il fondamentalismo islamico arriva a tanto  ma è una logica che conosciamo bene, infatti, mentre in Italia il caso di Don Corsi, per quanto imbarazzante, non sembra aver smosso più di tanto le gerarchie cattoliche visto che i soliti siti integralisti che fanno apologia del femminicidio e istigazione a delinquere lo propongono come santo subito, sostengono  anche  che il femminicidio è il segno del volere di Dio per rimettere sulla retta via una società distrutta dalla libertà delle donne. Crisi o non crisi i sostenitori e gli epigoni del patriarcato hanno deciso di usare tutte le armi consentite per ridurre le donne a più miti consigli e rimetterle al loro posto o in ogni caso per punirle duramente. Non lasciando nulla di intentato. Se Dio è violento e ci maltratta perché gli uomini dovrebbero essere diversi? Il sospetto è che abbiano creato Dio a loro immagine e somiglianza.

UDI – Unione Donne in Italia, Casa Internazionale Delle Donne   

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Tesseramento UDI 2013

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Tessera UDI 2013

Qualunque cosa desideri nella vita, sai che devi cercarla, lavorare per ottenerla o lavorare per crearla. Ogni tua passione o desiderio che non danneggi nessuna cosa o persona è un tuo diritto. Ma è anche la tua libertà. Nessun’altra persona o gruppo deve impedirtelo, nessuna sovrastruttura autoritaria o condizione materiale ostacolarti. Senza diritti non si può esercitare una scelta, quindi non c’è libertà, in casa, sul lavoro, ovunque. Soprattutto la scelta della libertà del nostro corpo che non può essere espropriato e offeso. Nell’UDI sono i nostri principi, mantenendo ogni donna la sua diversità e la sua ricchezza.

L’Unione Donne in Italia rappresenta concretamente una grande forza libertaria indipendente, che si autofinanzia, orientata sulla carta costituzionale e sui diritti universali, non come categoria ma come parte paritaria della specie che esprime altre visioni del mondo e alternative, mai necessarie quanto oggi, per ciò che ci viene ancora negato e per le continue sottrazioni di diritti e spazi di libertà.

Ogni tua proposta potrà entrare nella dialettica complessiva di pensiero e operatività. Tutto quello che fai per te lo fai per tutte, e tutte le altre per te.
Abbiamo il diritto ma anche il dovere di intervenire nella trasformazione della società, nella sua grave crisi di rappresentanza e di rappresentazione. Non per concessione. E possiamo farlo con fantasia, e gioia di vivere. Semplicemente perché le donne sono in grado di farlo. (S. Morace)
Iscriviti all’UDI, ti aspettiamo!

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mediterranea

delhi rape

Udi Catania – dicembre 2012

Orribile Dicembre 2012

Nelle ultime settimane di questo anno che sta finendo registriamo il susseguirsi di fosche notizie di morte e di violenza su donne e bambini: in Siria, in Afghanistan, in Pakistan, in India, in Mali, negli Stati Uniti. E nella nostra europeissima Italia le vittime di femminicidio superano l’incredibile cifra di 120 donne assassinate. “Quando le donne stanno bene, il mondo sta bene” sostiene Amartya Sen. Quando le donne e i bambini muoiono e subiscono violenza, il ‘mondo’ è malato. E le donne devono continuare a lottare.

Paese – Siria  / Strage di donne e bambini in fila per il pane

Paese – Pakistan  / Uccise dai talebani 5 operatrici sanitarie, vaccinavano contro la polio.

Paese – India / Milioni di giovani indiani in piazza da giorni contro lo stupro

Paese – Mondo / Una bella notizia in questa tetra fine d’anno!

Paese – Palestina-Gaza / Madlen continua ad andare per mare…

Paese – Francia / Appuntamento per le amministratrici locali

ALLEGATO: Persone/Libri/Film…

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0,10 % di colpa, bastava toccare mani e piedi

bapi asharam(Bapi Asaram nel video mentre commenta lo stupro della donna)

Nirmala Carvalho (premio Staines International Award per l’armonia religiosa, 2009) giornalista indiana corrispondente di Asia News, molto attiva con denunce coraggiose per i diritti delle donne, riferisce del folle commento di un guru hindu molto seguito, Asaram Bapu, sullo stupro della ragazza, poi morta per le sevizie, avvenuto a New Delhi.

Bapu (padre) ha spiegato che la ragazza è “ugualmente responsabile” del crimine quanto i suoi carnefici. “Avrebbe dovuto chiamare i suoi aggressori “fratelli” toccare le loro mani e i loro piedi, e pregarli di fermarsi … ella avrebbe salvato la sua dignità e la sua vita. Si può applaudire con una sola mano? Non credo”.

Una valanga di proteste si sta muovendo per le folli dichiarazioni del bapu nel paese ancora sotto shock: irresponsabili, vergognose, lesive della dignità umana. E cosa dire allora alle donne indiane che muoiono di dote uccise arse o suicide (una ogni quattro ore) per non aver assolto alla completa corresponsione.

Nei fatti è risultata una spietata quanto vile esecuzione con stupro della ragazza, di cui non è stato per legge rivelato il nome (il Daily Mirror però lo ha  pubblicato domenica). Ma Asaram nonostante le proteste e il biasimo di personalità politiche e religiose e della società si è rifiutato di chiedere scusa. Anzi ha pure affermato che non va inflitta ai colpevoli una condanna troppo severa, perché «spesso le leggi esistenti sono mal utilizzate».

La sua portavoce ha cercato di correggere il tiro con la solita formula di rito del fraintendimento dell’estrapolazione dal contesto.

“Voleva dire che gli uomini sono responsabili, ma la ragazza ha uno 0,1% di colpa per essere salita su quell’autobus. Se avesse scelto un autobus pieno o con altri uomini, non sarebbe incappata in questa situazione. Se avesse pregato, allora qualcosa le avrebbe impedito di prendere il mezzo, e avrebbe fermato gli uomini”.

Tragedia e ridicolaggine si mescolano nel determinare il microdosaggio decimale della colpa della donna. Colpa di tornare a casa – era insieme al fidanzato -, di aver preso un autobus con solo sette persone a bordo, colpa di non aver previsto, colpa solo di essere donna più chiaramente. Avrebbe dovuto chiamarli “fratelli”, umiliarsi, supplicare remissiva, toccando quattordici mani e, chinandosi, quattordici piedi.

E poi  in nome di un qualcosa di superiore, dio dea o sostanza divina che dicono essere infinitamente dolce e tenera, ma che non ispira loro stessi che ne professano i precetti. Anche per la religione o meglio insieme di correnti religiose indicate come induismo ciò che viene professato non è conoscenza terrena ma verità rivelate.

All’altro capo del mondo insomma c’è un altro che dice se l’è cercato. Zelatori estremi che credono molto nei comandamenti punitivi specie se applicati al connubio donna-sesso.

Perché tanto universale questo atteggiamento di condanna delle donne vittime di sesso violento, insinuando sempre che se lo sono cercato, o andando a vedere se hanno provocato? Al contrario perché tolleranza e tante giustificazioni per gli uomini che abusano e uccidono, descrivendoli come presi da raptus o follia d’amore o incontinenza ormonale. Quasi sempre dette brave persone, nessun segno

Da diversi decenni molto è emerso sul piano storico e della ricerca, ma ancora difficile da fare accettare definitivamente alla totalità della conoscenza scientifica. Al di là delle pulsioni e della dinamica psichiatrica.

Quando vivevamo in comunità aperte in epoca preistorica antecedente il neolitico, nessuno/nessuna sapeva di chi fosse la figlia o il figlio avuto che in ogni caso restava, sì, presso la madre, ma in una comunità di madri, per forza di cose unite sia per la cura che per il procacciamento del cibo in comune. I maschi, frenando gli impulsi predatori e sessuali, avevano imparato a convivere  in un rapporto paritario collaborante, non violento e di venerazione per la femmina capace dell’atto procreativo inspiegabile e quindi divinizzato. Una mole imponente di tracce e reperti archeologici e soprattutto studi comparati, integrati e multidisciplinari lo dimostrano abbondantemente. Erano le società pacifiche né matriarcali né patriarcali, studiate e chiamate gilaniche da Rian Esler, matristiche o matrilineari. Marija Gimbutas, archeologa, ha scavato centinaia di siti e portato alla luce migliaia di reperti sistematizzando la mappatura dell’Europa protostorica in relazione alla struttura sociale e alle credenze.

La cultura androcentrica non ha considerato nel suo peso storico e antropologico queste risultanze per aver schematizzato il corso della civilizzazione con l’inizio delle civiltà guerriere, della prima scrittura, e delle tecnologie meno arcaiche.

La pratica della guerra, del possesso violento, la gerarchizzazione, l’aggregazione in nuclei di proprietà comprendenti terra-donne-animali-acqua, non sono modelli originari, comportamenti innati, ma sopraggiunti nella storia della specie. Anzi imposti. L’uomo è cacciatore (razziatore) e al cuore non si comanda (nel senso che se mi piace me la/lo prendo), come innatismo, potrebbero essere l’estrema semplificazione del processo.

Nel corso della nostra evoluzione orde di nomadi indo-eurpei (ipotesi Kurgan)ben equipaggiati di cavalli e strumenti di guerra efficaci, compiono razzie, stabiliscono marcature di territorio, detengono come proprietà donne e animali, e avanzando distruggono facilmente le società pacifiche gilaniche assumendo il controllo del corpo delle donne. Una formazione più utilitaristica e di accumulo che funziona sotto comando, per strati obbedienti, con punizioni ed esecuzioni, e che può essere stanziale e soprattutto nomadica.

Ora gli uomini capi sanno quali e quanti figli o figlie posseggono: i maschi sono la forza del gruppo, del clan, della tribù, le femmine si occupano totalmente dell’accudimento interno, servono per gli scambi e le alleanze, gli apparentamenti di rafforzamento. E per godimento esclusivo.

La guerra di Troia è la grande epopea storica della perdita o dell’ appropriazione di un corpo di donna.

Da allora fino ad oggi il controllo maschile si è fatto società, si è molto perfezionato e complicato, più sottile anche invisibile, ma esteso e compatto, o dichiarato e violento più vicino a certi primordi, quasi immutato.

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Provocazione e scaldaletto

Rientrare nella materia oscura dopo la piccola pausa festiva è duro, persino doloroso. Perché è dolore per tutte le donne lo stupro, il massacro e la morte della ragazza avvenuta giorni fa in India (non se ne conosce il nome perché la legge indiana vieta la divulgazione per le vittime di stupro).

A poche ore dal funerale si sono avute notizie di altri stupri, quelli approdati ai media, ma centinaia quelli quotidiani subiti nel chiuso delle case, del posto di lavoro, per strada o su un autobus. In India risultano denunciati  circa 24.000 stupri nel 2011, ma l’incidenza reale è sconosciuta e certamente altissima su una popolazione di 1,2 miliardi di persone.

Lo stupro in India è un codice comportamentale maschile legato anche alla concezione per caste della società, e dentro ogni casta la donna occupa la parte più bassa, ma ha soprattutto alla base la concezione planetaria che il corpo della donna è di dominio dell’uomo, gli spetta, uno ius naturale.

Lo stupro si ripete con le stesse modalità e intenzionalità sotto ogni latitudine, in India diventa un codice d’onore diversificato. Da quello domestico per sottomissione della donna, suppellettile di proprietà, a quello di casta, a quello di offesa etnica militare, a quello punitivo per le donne che vestono o hanno modi all’occidentale.

Le donne indiane per quanto possano occidentalizzarsi vestono comunque in lungo, sari o pantaloni, e mussulmane col velo. Ciò nonostante molti stupratori si difendono asserendo che sono stati provocati, unica difesa possibile.

C’entrano poco i centimetri di pelle scoperta, è una cultura.

Una cultura che è possibile sradicare, qui da noi come altrove. Basta provarci, cioè investire in contro-cultura, in programmi educativi e di socializzazione tra i generi, certo più di due, per sconfiggere sullo stesso piano omofobie, stereotipi e rapporto violento. Non servono ergastoli, pene inasprite, censure e divieti da neobigottismo.

Pochi accenni indicativi dello stato sociale delle donne indiane. Il numero di donne rispetto agli uomini sulla popolazione è inferiore per la soppressione delle femmine alla nascita o da piccole (aree rurali più interne e fasce più povere), per evitare la tassa sempre più esosa della dote al futuro marito (pratica tuttavia illegale), causa anche di femminicidio se non riscossa  (donna come costo da rimuovere, Armellini). Lo sfregio sul viso con l’acido può essere la terribile punizione per un rifiuto o insubordinazione (un campionario scioccante su internet). Maltrattamenti e umiliazioni tra le mura domestiche hanno frequenza quotidiana (secondo Amnesty per il 45% delle donne sposate). I movimenti delle donne per contro sono molto attivi per operatività e ricchezza di dibattito. (fonte ISPI

Un rapper indiano, tuttora in hit parade, esalta l’amore violento e di possesso (un suo pezzo è titolato Prostituta), si è visto annullare un concerto il 26 dicembre sull’onda delle proteste dilaganti di donne, ancora in corso.

Ma più di altre, la scena atroce di un fratello che punisce una sorella con una decapitazione pubblica è emblematica di una mentalità. La sorella, riferisce l’Hindustan Times, era fuggita con l’ex fidanzato per sottrarsi alle «torture quotidiane subite nella casa dei famigliari del marito». Il fratello scova i due amanti: «Ha trascinato per i capelli la sorella in strada e l’ha decapitata sotto gli occhi dei passanti. “Avrei ucciso anche l’amante se l’avessi trovato in casa”, ha giurato il 29enne». (AGI). Ma la cosa più terrificante è che percorre alcuni chilometri con la spada in una mano e la testa della sorella nell’altra per andare a costituirsi alla stazione di polizia. Spiega agli agenti di essere stato costretto al gesto «per salvare l’onore della famiglia».

Su questo filo, tre preti che hanno capito poco delle donne.

Uno le vuole ingravidare per vedere l’effetto che fa, uno le striglia perché provocano: il femminicidio se lo sono cercato, uno intervistato sullo stupro in India dice che solo il cristianesimo ha liberato la donna.

E che dire allora degli abusi sessuali su minori, della pedofilia ecclesiastica nelle ombre delle sacrestie? Le bambine e i bambini provocano, vestono in modo provocante? Se lo sono cercato? Fenomeno tutt’altro che trascurabile se l’avvocato Jeff Anderson riesce ad ottenere per i suoi assistiti 30 milioni di dollari di risarcimento dalle diocesi americane, e se alla Corte internazionale dell’Aja è stata tentata una denuncia contro il Vaticano dalle associazioni delle vittime, con un dossier di 20.000 pagine che documentano i reati per violenza sessuale di ecclesiastici nei cinque continenti. L’atto è stato prodotto probabilmente anche per risonanza mediatica, la denuncia è stata ritirata nel febbraio 2012 e il caso archiviato, ma i fatti restano.

E le povere ragazze, dette maggies, delle Magdalene Laundries nella cattolicissima Irlanda? Tutte provocatrici. L’ultima casa-lavanderia fu chiusa nel 1996 (non per ragioni etiche ma per l’arrivo massiccio delle lavatrici elettromeccaniche) dopo 150 anni dall’istituzione. Quasi 30.000 donne vi sono passate, sfruttate e abusate sia da suore che da preti, confessori e direttori spirituali. Sex in a Cold Climate, documentario con interviste dirette, e Magdalene, film di Peter Mullen, ne hanno raccontato le storie. Le denunce risalenti anche fino agli anni ’40 del secolo scorso sono state 3.000, fu istituita una commissione d’inchiesta governativa nel 2000 e nel 2004 suor Breeg O’Neill, superiora dell’ordine che aveva gestito le case Magdalene, chiese scusa pubblicamente: «Senza alcuna riserva e incondizionatamente noi ci scusiamo di fronte a ciascuno di voi per la sofferenza che abbiamo potuto causare. Noi esprimiamo il nostro sincero dolore e domandiamo il vostro perdono». L’associazione Justice for Magdalenes fondata prevalentemente da figlie di quelle donne lotta ancora per il diritto al risarcimento.

magdalene hausesWomen inside one of the original Magdalene laundries, circa 1940s. Photograph: Roz Sinclair/Testimony Films

Se la notizia è inestinguibile e si muovono i tribunali e la storia irreversibile e le risultanze scietifiche inconfutabili, restano le scuse.

Ammettere e riconoscere pubblicamente colpe storiche non è facile per la chiesa cattolica. Una di queste è la concezione della donna ricorrente nei testi teologici e dottrinali, insostenibile alla luce dell’evoluzione storica culturale e scientifica di oggi.

Perché il parroco di S. Terenzo-Lerici, Piero Corsi, fa suo un pessimo editoriale di un web-fogliaccio fondamentalista-integralista misogino e lo espone nella bacheca della sua chiesa? Così tuona:

«Una stampa fanatica e deviata attribuisce all’uomo che non accetterebbe la separazione la spinta alla violenza. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni. Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici. Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (forma di violenza da condannare e punire con fermezza) spesso le responsabilità sono condivise».

«… Quante volte vediamo ragazze e signore mature circolare per strada con vestiti provocanti e succinti? Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre e nei cinema? Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e poi si arriva alla violenza o abuso sessuale (lo ribadiamo. Roba da mascalzoni). Facciano un sano esame di coscienza: forse questo ce lo siamo cercate anche noi?»

E perché il parroco di Condera-Reggio Calabria, Nuccio Cannizzaro, cerimoniere della Curia e cappellano della polizia municipale, in una intercettazione sui suoi intrighi, e resa pubblica, così si esprime sulle donne? «A noi preti ci dovrebbero autorizzare almeno una volta nella vita a mettere incinta una donna “per vedere l’effetto che fa”, senza sposarla, qualche prete e qualche vescovo lo ha fatto» … «questo religioso è diventato vescovo nonostante le porcate che ha fatto».

Qualcosa come un semplice tiro al pallone per godersi il gol. O piuttosto fa pensare al piromane malato che appiccato l’incendio poi si gode la terribilità dello spettacolo, incurante della tragedia procurata a piante animali case persone. Il corpo femminile in queste parole è inerte, una bambola gonfiabile, senza volto, solo l’apparato riproduttivo come un’escrescenza alien di godimento, ma anche di punizione.

Chi autorizza cosa? Tanta sensibilità e profondità di pensiero in che rapporto sta con la professione teologica?  Lo ius naturale sul corpo delle donne, la cultura planetaria maschile dell’appropriazione, della rapina sessuale tocca anche il profondo ecclesiastico?

Gli stereotipi sociali correnti assorbiti fin dall’infanzia sono corrosivi e indelebili senza un buon lavoro di conoscenza e di consapevolezza. Un prete non ne è esentato. Ed è ovvio che ci sono uomini e preti meravigliosi.

Quanto al paesaggio culturale dove abitano e convivono le figure teologiche e quelle reali, come quella della donna, studiato e vissuto dall’uomo di chiesa se ne può dare un campionario sterminato. E capire come venga da lontano una certa sostanza strutturante. Se ne sono accorte da un po’ anche le donne ecclesiastiche e ne discutono, con voce più forte oltreoceano.

Levitico, 15

19 Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. 20 Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. 21 Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. 22 Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. 23 Se l’uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera. 24 Se un uomo ha rapporto intimo con essa, l’immondezza di lei lo contamina: egli sarà immondo per sette giorni e ogni giaciglio sul quale si coricherà sarà immondo.

Dunque occorreva scomparire dalla faccia della terra come appestate o lebbrose, colpevoli per danni personali, sociali e all’ambiente. Lo sbigottimento e la paura dell’uomo arcaico davanti all’affioramento misterioso del sangue sul corpo della donna si codifica con l’isolamento e la punizione, poi la riammissione con la purificazione. Una volta al mese la donna fertile è un essere immondo che turba la collettività e contamina tutto.

Paolo riprende e amplia un precetto del Levitico:

«Di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza» (Prima lettera ai Corinzi, XI).

Ecco lo ius naturale di cui deve godere l’uomo, non due persone pari e responsabili ma una dominante e l’altra subordinata come figurante di utilità, servizio, abnegazione. Figurante di piacere o di curiosità riproduttiva: il mettere incinta senza sposarla, per vedere l’effetto che fa. Il corpo nella sua diversità e bellezza goduto per effrazione senza alcuna responsabilità e insieme negato e punito.

In quanto peccatrice per natura (diaboli ianua) e istigatrice al peccato, anzi origine del peccato primordiale la donna è così descritta da Tertulliano, dottore della Chiesa (De cultu feminarum, 1,1):

«Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione.

“Nel dolore e nella inquietudine partorirai, donna; verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ed egli sarà il tuo padrone”. Cita Genesi 3,16, riproponendo l’inizio della rappresentazione femminile biblica, e continua «Tu sei la porta del demonio!…».

Robert L. Wilken  sull’Enciclopedia Britannica indica Tertulliano come «iniziatore della ecclesiastica latina, determinante nel plasmare il vocabolario e il pensiero del cristianesimo occidentale».

La violazione corporale come punizione interiore profonda (non è così anche lo stupro?) che la donna deve accettare, anche ringraziando:

«Allora il sacerdote farà giurare alla donna con un’imprecazione; poi dirà alla donna: Il Signore faccia di te un oggetto di maledizione e di imprecazione in mezzo al tuo popolo, facendoti avvizzire i fianchi e gonfiare il ventre; quest’acqua che porta maledizione ti entri nelle viscere per farti gonfiare il ventre e avvizzire i fianchi! E la donna dirà: Amen, Amen!» (Numeri 5, 21). Era un rituale (offerta della gelosia) cui poteva ricorrere  il marito sospettoso portando la donna davanti al sacerdote: se la donna era pura, la maledizione per quella volta non avrebbe avuto effetto.

Paolo, senza mezzi termini:

«Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto» (Lettera agli Efesini 5, 22).

La donna provoca anche quando sceglie la vita consacrata? Con doppi sai e coperture integrali? Nei conventi?

Scipione de’ Ricci, vescovo di Prato, riferisce nelle sue Memorie (1°, pg 113) vicende del convento di S. Caterina di Pistoia (ultimo sorcio ’700) dove «quasi tutte le monache erano state in vari modi tentate, e non poche anche sedotte, come apparisce dai loro deposti…» la stessa priora del convento Flavia Peraccini in una lettera riferisce che la situazione è estesa a tanti altri conventi più di quanto non si immagini.

Si dirà che erano altri tempi, ma il rapporto di Maria O’Donohue, suora incaricata dalla Congregazione vaticana per la vita consacrata dietro le molte denunce di violenze sessuali in ambienti ecclesiastici, riferisce che “gli abusi sono diffusi” e perfino del caso di un “prete che spinge una suora ad abortire, lei muore e lui celebra ufficialmente la messa requiem” (Repubblica, 20/3/2011). Una perfetta sceneggiatura horror.

Fino agli anni ’50 – ’60 del secolo passato si usavano i bracieri per scaldarsi. Prima di andare a letto poteva essere infilato sotto le coperte posto in un’armatura a castelletto, convessa. Curioso il modo popolare regionale di indicare questo scaldaletto che ormai non si usa più: il monaco, il frate, il prete, la monaca. Altre dizioni e appellativi, proverbi, filastrocche, fiabe, pietanze, che da sempre richiamano frati, preti, monache, con l’arguzia e il malizioso humor popolare forse ci spiegano molto.

 scaldaletto monaco

Un terzo prete, Piero Gheddo, missionario, scrive per l’Avvenire, Famiglia Cristiana, in un’intervista sugli stupri indiani con una certa deformazione professionale afferma che solo il cristianesimo ha liberato la donna.

«Le femministe dovrebbero ricordarsi del fatto che il cristianesimo ha portato il riscatto della donna molto prima del movimento delle suffragette. Gesù è stato il primo ad affermare l’uguaglianza delle donne dando loro l’opportunità di conoscere i loro diritti, 19 secoli prima del femminismo che risale solo ai primi del novecento».

Padre Gheddo però avanza subito delle riserve:

«In molte attaccano la Chiesa perché non permette il sacerdozio alle donne, ma questo è un altro problema: il fatto che la donna abbia gli stessi diritti dell’uomo non significa che debba fare tutto, in quanto fa ciò per cui è stata creata da Dio…».

La visione modernista della gerarchia riconosce cioè pieni diritti tra uomo e donna, ma con riserva. Altre riserve per persone che di fatto formano generi: gay, lesbiche, transgender…

L’assunto dottrinale del subordine femminile nelle gerarchie ecclesiastiche è perpetuato oggi con strumenti moderni, non più per fortuna via tortura, inquisizione e rogo (l’ultima strega fu arsa in Italia intorno ai primi dell’ottocento), ma per esempio tramite commissariamento delle suore americane impertinenti, con supervisione della gerarchia maschile.

La Leadership Conference of Women Religious (LCWR) è un’organizzazione che accoglie le 1.500 madri superiore degli ordini religiosi americani  cui fa capo la gran parte delle 60-70.000 religiose. Ha espresso una grande vivacità operativa e culturale per aver innescato intensi dibattiti su come coniugare religione e contemporaneità e per aver fatto emergere la soggettività della componente femminile nello sfondo del magistero ecclesiale. Temi come l’ordinazione sacerdotale femminile e la disponibilità pastorale verso l’omosessualità sono quelli che più hanno disturbato la gerarchia, e poi i temi bioetici, la pena di morte, non ultimo il sostegno alla riforma sanitaria dato a Barak Obama.

W. J. Levada, cardinale statunitense, successore di Ratzinger  come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio) condusse un’inchiesta sulla LCWR da cui emersero “seri problemi dottrinali”: vi  sono raccolti comportamenti e affermazioni pubbliche che «sfidano i vescovi autentici maestri della Chiesa, della fede e della morale … temi da femministe radicali incompatibili con la dottrina cattolica». Un arcivescovo è stato preposto a seguire e supervisionare l’operato ed è stato istituito un progetto di riforma della stessa LCWR. Per contro le religiose si sono definite «sbalordite dalle conclusioni della valutazione dottrinale» e dalla poca trasparenza del procedimento. In conclusione ad agosto 2012 nell’udienza consuntiva con 900 delegate presenti ha vinto la diplomazia nel senso del dialogo, pur vigilato dalla gerarchia. Una frattura scismatica di 60-70mila donne religiose accusate di radical feminism, con tutto il loro seguito, oggi sarebbe molto temibile.

Il termine femminismo ricorre spesso come accusa virale nei media di massa come classifica negativa di pensiero e operato femminile ribelle, provocatorio, eversivo. E’ dunque incluso anche tra le riserve confessionali delle categorie dell’essere donna…

Cosa sia femminismo vivo e costruttivo si può vedere dal brano riportato più avanti. Qualcosa per cui ogni donna può comunicare, creare, lavorare per se stessa e per le altre con l’obiettivo di opporsi ad una condizione collettiva subita di sopruso, sfruttamento, privazione.

«Una singolare forma di ribellione al femminile si è verificata in questi anni proprio nelle zone rurali dell’India, dove più arretrate sono le condizioni di vita e minori le speranze delle donne di “emanciparsi”, di sfuggire al loro destino di oggetti di proprietà del marito. Nello Stato settentrionale dell’ Haryana è iniziata una campagna intitolata: “No WC, No Bride”: molte giovani donne  si sono rifiutate di sposarsi  a meno che il pretendente non fornisse la loro  futura casa di un bagno. Stufe di utilizzare servizi igienici comuni, di accovacciarsi nei campi, e di soffrire per infezioni genitali divenute spesso croniche a causa della carenza d’igiene personale,  queste donne hanno dato voce al loro disagio utilizzando l’unica arma a loro disposizione: la loro verginità, il loro essere donne e mogli…(Silvia Carena).

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auguri 2013

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da UDIrc

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Udi Catania – novembre 2012

Benvenuta Palestina!

Quattro anni fa, in quei drammatici giorni che seguirono l’assedio di Gaza, lanciammo un appello dal titolo: “La questione morale del nostro tempo”. Rappresentava il tentativo non solo di uscire dalla spirale della guerra ma anche dai rituali dello schierarsi con le parti in conflitto, per provare ad indicare una prospettiva diversa, capace di modificare il nostro sguardo su un conflitto che affonda le proprie radici nel cuore di tenebra dell’Europa e del suo Novecento. Si avviò una carovana. Si nutriva di culture e di storie che la guerra intendeva cancellare, di resistenza nonviolenta a dispetto della chiamata alle armi, di relazioni fra territori e persone nell’intento di valorizzare luoghi e saperi che nell’intreccio del Mediterraneo hanno costruito straordinarie civiltà niente affatto in conflitto. Una rete fittissima di esperienze che hanno interagito con la “primavera araba” dopo la quale niente è più come prima.

Appello di Moni Ovadia e Ali Rashid

PaeseEgitto – Preoccupazioni delle donne per la nuova Costituzione: manifestazioni al Cairo il 25 novembre

Paese – Francia - I ministri imparano ‘azioni esemplari’ sul piano della parità

Paese – Egitto - Dopo le presentatrici col hijab in tv, anche le assistenti di volo.

Paese – Libia - Donne manager studiano a Roma

Paese – Europa - Quote Rosa nei CdA – c’è la Proposta di Direttiva (14 nov.2012).

Paese – Arabia Saudita - Monitoraggio elettronico per controllare le donne!

Paese – Iran - Le donne senza velo

Mediterranea_novembre_2012

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Violenza donne e Pari Opportunità

Violenza donne e minori – ipotesi di azioni di contrasto

(titolo dell’iniziativa della Commissione Regionale per le Pari Opportunita in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, sala Giuditta Levato, Palazzo Campanella, Reggio C.) 

Una tavola rotonda senza dibattito con cinque tra relatori e relatrici e una moderatrice per parlare di violenza contro le donne e i bambini. Questo, l’incontro avvenuto ieri a Palazzo Campanella su iniziativa della Commissione Regionale Pari Opportunità, a ridosso del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle donne. L’aula Giuditta Levato quasi straripante. Una novità, essendo ormai abituate/i ad un pubblico numericamente modesto in ogni occasione culturale. Si spiega però da una parte con il richiamo di un nome noto della Tv del dolore e delle morbose cronache nere: il criminologo Francesco Bruno (per il quale l’omosessualità è una malattia), dall’altra con la partecipazione di alcune scuole che hanno risposto all’invito di chi ha organizzato.

Il ringraziamento iniziale va al Rotary da parte della Presidente regionale delle Pari Opportunità avv. Giovanna Cusumano (avvocate o mediche, perché non una sociologa mai alle Pari Opportunità?) e rende evidente la stranezza di organizzare una tavola rotonda così delicata, affidandosi alla collaborazione di un’Associazione di Service Club, che per quanto rispettabile non ha un’attività specifica di studio, conoscenza capillare territoriale e iniziative sui temi trattati.

Le relazioni, di professione medica e giuridica, hanno fornito soprattutto indicazioni tecniche e normative sul doppio problema della violenza riguardante donne e minori, ma mescolato purtroppo, come se le due cose avessero una unica radice, un’unica evoluzione, una identica spiegazione. Segno di una impostazione e una conoscenza approssimativa delle rispettive radici pensate più come atto o comportamento che non come conseguenza di una strutturazione sociale.

Va dato atto a Francesco Bruno di aver rilevato questa carenza d’impostazione, di avere richiamato coscienza e sensibilità per andare oltre il dato normativo, e di aver dato una veste sociologica alla questione spostando la trattazione verso un diverso taglio, quello culturale e della analisi storica e preistorica.

I motivi della violenza sulle donne ormai si conoscono perfettamente come si conosce perfettamente il percorso che va fatto per annientare il fenomeno con le azioni concrete relative. Poiché solo analizzando con percorsi integrati e diacronici se ne capisce la matrice e si individuano le soluzioni. Fuori da questa ottica non resta che la non-soluzione per via penale.    

Bastano una Convenzione internazionale: CEDAW, adottata dall’ONU fin dal 1979, e il Trattato di Istanbul di più recente adozione, che avrà valenza giuridica appena si saranno completate le ratifiche, per fornirci esattamente il quadro della situazione e le strade da percorrere.

La violenza, è scritto nei trattati, non è un atto privato che si consuma all’interno di un conflitto famigliare per turbe mentali dell’uomo o per inadempienze della donna, o per mero incidente, gelosia, passione, come continuano a scrivere e comunicare troppi media. Al contrario è un atto che ha valenza politica e che deriva dalla disparità di potere per consuetudine instaurata nella coppia, e dalla mentalità piramidale gerarchica patriarcale dominante dell’uomo, fin troppo sostenuta dalla società. Questo va detto chiaro negli incontri informativi, soprattutto quando ad organizzarli è una Commissione Regionale delle Pari Opportunità.

Sono decenni che diverse Associazioni hanno elaborato studi approfonditi e raccolto dati e fatto campagne e proposte. Non c’è quasi più niente da studiare, molto da far conoscere. E’ urgente passare ad azioni concrete. E non c’è nessuna struttura, competenza, organismo meglio della molteplicità femminile a saper parlare della violenza che subisce in quanto soggetto.

Le Amministrazioni pubbliche, dietro raccomandazioni dell’Onu, devono lavorare in stretta collaborazione con le Associazioni che si occupano attivamente di questi problemi, e creare reti locali competenti in multidisciplinarietà per sensibilizzare, educare e tutelare.

Al Convegno del 26 novembre non sono state invitate a parlare né l’UDI né altre Associazioni regolarmente attive in materia di violenza né una rappresentanza di qualche centro Antiviolenza.

Già quale centro antiviolenza? Il Consiglio d’Europa indica standard minimi come dispositivi di tutela, per es. raccomanda un Centro antiviolenza ogni 10.000 abitanti e un centro d’accoglienza ogni 50.000. Altro che kermesse e fiere delle vanità urbane-urbanistiche con fondi pubblici a perdere nella voragine dei favoritismi e degli sprechi.

I conti sono presto fatti nella nostra area reggina dove i servizi sociali, che operano come centri antiviolenza, sono per lo più centri cattolici che tutelano soprattutto la famiglia e non favoriscono l’autodeterminazione autonoma e laica della donna.

Uniformarsi agli standard europei è forse utopia nella situazione drammatica di crisi attuale, ma almeno che ci venga spiegato in un incontro come quello cui abbiamo assistito, perché un centro antiviolenza di ottima conduzione come quello di Cosenza, il Centro Roberta Lanzino, ha chiuso la casa rifugio e da due anni aspetta l’erogazione di fondi per sopravvivere, spettanti per legge (Legge Regionale 20 del 21 agosto 2007).

Si spingono le donne a denunciare, ma dopo? Quali le garanzie per le donne, di vivere una vita normale? Può darsi che l’uomo venga fatto allontanare dalla casa, ma dove va? si aggirerà nei dintorni continuando a minacciare? Può darsi che l’uomo venga messo in carcere. Ma quale vendetta tramerà e attuerà una volta uscito dal carcere? E la donna, liberata dal persecutore, se non è autonoma, con quali mezzi si sosterrà? La direttiva europea del 2004/80/CE del 29 aprile 2004 prevede che lo stato risarcisca le vittime di reato violento volontario quando i colpevoli non sono in grado di farlo, ma lo stato italiano è inadempiente.

In Gran Bretagna e in altri paesi europei le vittime vengono monitorate e seguite quando escono di casa, gli uomini vengono sottoposti a risocializzazione prima e dopo l’eventualità del carcere. E ogni decisione politica è frutto di un dibattito che coinvolge la società civile e interamente non confessionale, con il ruolo delle donne e delle Associazioni in grande considerazione.

Come UDI abbiamo promosso e già divulgato, ufficialmente il 25 novembre, una Convenzione No More! stipulata con numerose altre prestigiose Associazioni perché si disponga di una forte pressione da esercitare sulla cronica deresponsabilizzazione del governo. Perché possano essere riconosciute tutte le sfaccettature del problema e perché si prendano impegni precisi e concreti.

Vi abbiamo scritto che la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:

  • nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
  • nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
  • nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
  • nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ci sarebbe piaciuto che questo fosse emerso in tutta evidenza ieri. E che fosse arrivata agli studenti presenti l’urgenza di un lavoro serio nelle scuole dove, per smontare la cultura del patriarcato, non basta la settimana scolastica autunnale dedicata alla violenza sulle donne, o la celebrazione di facciata del 25 novembre magari elettorale, ma servono programmi seri che contemplino la rivisitazione della storia, l’analisi semiologica della comunicazione, degli stereotipi mercificanti del corpo delle donne e di certo frasario sessista corrente, lo smantellamento dei modelli televisivi che ne supportano per audience i più bassi profili, e l’insegnamento fondamentale: il rispetto verso la persona e le differenze, come socializzazione integrale, naturale.

Così avremmo apprezzato l’incontro.

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Incontro UDI con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti a Reggio C.

L’UDI - Unione donne in Italia - sede di Reggio Calabria invita a un incontro con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti sul tema: “Produzione / Riproduzione – dalla politica allo spazio vissuto -” presso la Sala delle Conferenze della Provincia, il 3 novembre alle ore 16.
Il primo di una serie di incontri sugli interrogativi che ci poniamo di fronte alla cattiva politica, ad un modo di vivere autodistruttivo e alle relazioni difficili tra le persone e con l’ambiente in cui viviamo. Riflettendo su possibili proposte, in un’ottica specificamente di genere, poichè le alternative non possono prescindere dalla necessità di colmare le forti disparità ancora esistenti.
Abbiamo conosciuto Lidia Menapace negli anni 90 qui a Reggio nel corso di un seminario organizzato dall’UDI di Rc. Ci affascinò subito e questo fascino è rimasto intatto fino ad oggi. Lidia ha vissuto le esperienze più significative della storia d’Italia, dalla Resistenza all’attività parlamentare. E’ stata ed è tra i riferimenti primari in tutti i passaggi della storia del Movimento delle donne, anche nel panorama attuale, e dell’UDI di cui è parte. Dal 2011 è parte anche del Comitato Nazionale ANPI. Autrice di numerosi libri  tra cui l’ultimo, A furor di popolo, che mette insieme ricordi di vita e preziose riflessioni politiche. E su cui poggeranno  le riflessioni dell’incontro.Rosangela Pesenti, fa parte del direttivo di UDI naz. Mente fra le più incisive del mondo intellettuale e del Movimento delle donne. Complessi e integrati i suoi campi di ricerca come testimoniano i numerosi sritti. Docente, Analista Transazionale, Counselor e formatrice. Redattrice della rivista di cultura di genere Marea. Studiosa di Antropologia ed Epistemologia. Da questi studi il suo ultimo saggio pronto per la stampa: Racconti di case – Il linguaggio dell’abitare nella relazione tra generi e generazioni.  Dalla sua ricerca recente e dai suoi saperi integrati prenderà spunto la sua relazione.

Vi aspettiamo e vi auguriamo un piacevole e costruttivo ascolto.

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Indennizzo dello Stato a vittime di reati gravi e intenzionali

Una nostra amica interlocutrice, che chiameremo Giovanna, ci scrive.

Salve, trovo il vostro articolo molto interessante e vorrei porvi un quesito. Se una persona subisce comportamenti di stalking, tentato sequestro e comportamenti da parte di una terza persona che per mancanza di prove non viene imputata, può la persona che subisce i danni psicologici e non solo chiedere un risarcimento allo Stato? Se si in che modo dovrebbe muoversi? Avendo come conseguenza l’annullamento di se stessa e gravi blocchi psicologici?

Grazie

Cara Giovanna, ci scuserai se non siamo state tempestive nel risponderti, ma abbiamo preferito rivolgere il tuo quesito direttamente allo Studio Ambrosio&Commodo di Torino, studio che aveva patrocinato la causa promossa da una ragazza per un grave episodio violento subito nel 2005.

***

Sintetizziamo il presupposto normativo e il precedente giudiziario che origina il quesito di Giovanna.

Il Tribunale di Torino, con sentenza emessa dalla giudice Roberta Dotta nel 2010 (n. 3145/10 del 6 maggio 2010), aveva riconosciuto l’inottemperanza dello Stato italiano alla direttiva europea che obbliga gli Stati membri a costituire un fondo per indennizzare la vittima di reato grave e intenzionale qualora non venga risarcita dal danneggiante, per mancanza di risorse economiche o per irreperibilità o altro.

Quindi condannava la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in primo grado, ad un indennizzo di 90.000 euro per le conseguenze morali e psicologiche subite da una ragazza rumena sequestrata, seviziata, stuprata da due connazionali prima irreperibili, poi arrestati e condannati, ma senza risorse per risarcire i danni.

Risultato che è uno sfondamento enorme nei confronti degli arcaici arroccamenti o perduranti noncuranze istituzionali, e che produce per un verso civiltà giuridica e per un altro giustizia sociale.

Per questo la sentenza può essere definita storica.

Nell’atto introduttivo gli avvocati Marco Bona e, dello Studio Ambrosio&Commodo, Stefano Bertone, Renato Ambrosio, Stefano Commodo avevano assunto che lo Stato Italiano non aveva ancora attuato la tutela risarcitoria che la legislazione comunitaria aveva imposto agli stati membri, con decorrenza dal 1° luglio 2005, a favore delle vittime di reati intenzionali violenti. Nonostante gli inviti e la procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea avanti la Corte di Giustizia CE nel gennaio del 2007, conclusasi con una sentenza di condanna dell’Italia (29.11.2007). [...]

Costituendosi in primo grado la Presidenza del Consiglio, con diverse eccezioni di nullità, aveva contestato la domanda dell’attrice. La sentenza di primo grado era stata quindi appellata, ma anche il secondo grado di giudizio, con motivazioni pubblicate a gennaio di quest’anno, confermava l’obbligo del risarcimento da parte dello Stato.

La Corte d’Appello di Torino afferma doversi ritenere che la condotta dello Stato inadempiente sia suscettibile di essere qualificata come antigiuridica nell’ordinamento comunitario …

La conclusione: … Spettava, e spetta, dunque ad una cittadina rumena residente in Italia, il risarcimento del danno patito per la violenza sessuale di cui è rimasta vittima, in conseguenza dell’inadempimento dello Stato italiano alla Direttiva comunitaria del 2004. [...]

La sentenza ritoccava in 50.000 euro l’ammontare dell’indennizzo, oltre spese ed onorari a carico dello Stato.

E’ in corso l’ultimo grado in Corte di Cassazione, che si auspica possa riconoscere definitivamente l’inadempimento dello Stato alla direttiva comunitaria e dunque il suo onere risarcitorio nei confronti delle vittime.

***

L’avvocata Sara Commodo dello Studio Ambrosio&Commodo, specializzato in questo settore ci invia alcune note operative.

La DIRETTIVA 2004/80/CE art. 12 comma 2 impone a tutti gli Stati membri dell’U. E. di garantire – entro il 1 luglio 2005 – l’esistenza di un sistema che garantisca un indennizzo equo ed adeguato alle vittime di reati violenti ed intenzionali commessi nei rispettivi territori, al fine di superare l’ostacolo, spesso riscontrato in capo alle vittime, di conseguire dai loro offensori il risarcimento integrale dei danni subiti e patendi in quanto questi non possiedono le risorse per ottemperare ad una condanna al risarcimento dei danni oppure non possa essere identificato o perseguito.

L’obiettivo perseguito dalla Direttiva è quello di valorizzare la promessa di legalità e garantire la sicurezza di qualunque cittadino comunitario stazioni nel territorio nazionale di uno stato membro o lo attraversi, rimanendo vittima di reato intenzionale violento valorizzando la promessa di legalità.

Secondo la direttiva le CONDIZIONI PER L’INDENNIZZO sono:

a. reato violento ed intenzionale (tutte le fattispecie gravi che prevedano la ‘violenza’: dalla rapina all’omicidio volontario, alle lesioni volontarie, alle violenze sessuali…)

b. vittima sia cittadino comunitario

c. reato commesso in ambito comunitario dopo il 2005

LA DIRETTIVA 2004/80/CE NON E’ STATA OSSERVATA.

Lo Stato Italiano si è limitato a promulgare il decreto legislativo 204/2007 che riconosce l’accesso alla tutela risarcitoria solo nelle ipotesi di reati per cui siano già previste in Italia forme di indennizzo (terrorismo, Ustica, usura, Uno bianca, criminalità organizzata, reati di tipo mafioso).

La direttiva invece interessa tutti i reati intenzionali violenti.

Lo spirare del termine senza che si sia provveduto al recepimento della direttiva comporta l’inadempienza dello Stato Italiano.

LA CORTE DI GIUSTIZIA CE CON SENTENZA 29.11.2007 HA RISCONTRATO L’INADEMPIMENTO

All’inadempimento consegue il diritto degli interessati a domandare il risarcimento dei danni nei confronti dello Stato inadempiente.

A fronte di tale inadempimento il nostro Studio ha promosso, nell’interesse delle vittime da reato violento, cause contro lo Stato Italiano per ottenere il risarcimento dei danni da loro subiti.

La lettrice riferisce d’esser stata vittima di reati violenti in Italia e, se cittadina comunitaria, avrebbe titolo per agire nei confronti dello Stato.

Il fatto, però, che, all’interno del procedimento penale, l’imputato sia stato assolto per mancanza di prove rappresenta un pregiudizio che senz’altro renderebbe difficoltoso il procedimento civile nei confronti della Presidenza.

In quella sede, infatti, la lettrice sarà comunque chiamata a dar prova (testimonialmente o documentalmente) dei fatti, del danno subito e del nesso di causa tra i fatti ed i danni. Difettando di tali prove non sussisterebbero gli estremi per poter ottenere il risarcimento.

Temo, pertanto, nel caso di specie che, salvo che la lettrice non sappia acquisire prove ulteriori rispetto a quelle (evidentemente insufficienti) offerte nel procedimento penale, ella non potrà aver accesso al giudizio avverso lo Stato.

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Il bambino e la legge

Cattura farfalle

Non conosciamo le lunghe sequenze giudiziarie tra la madre e il padre di Padova, non interessa come vicenda privata, e non si tratta di parteggiare per l’una o per l’altro, marito/moglie, attrice/attore processuale. Ma per quanto si è visto nel video, del loro bambino prelevato a scuola coi metodi della cattura, vi è qualcosa di profondamente errato e quindi inaccettabile come metodo, come progetto di un’operazione della forza pubblica e per i danni che l’episodio violento, ormai strutturato nella mente del bambino, produce o produrrà. Tra dieci venti sessanta anni, su internet o una futura forma simile di memoria elettronica, sicuramente più impietosa e invadente, quel bambino è segnato a vita da quel video indelebile come un marchio a fuoco, facilmente individuabile nella persona e nel cognome.

Già dai primi titoli degli articoli sui giornali si delinea la crudezza dell’avvenimento, ma l’enfasi, la forzatura mediatica, la sentimentalizzazione non aiutano a capire, anzi distorcono qualcosa che è già estremamente complesso e che produce lacerazioni dolorose nella vita privata, lotte feroci di presupposti e contenzioso di corpi. Una guerra estesa tra famiglie, sostenuta anche dal ddl 957 di cui ricordiamo le linee in altro post.

Il presupposto secondo le notizie è che sia stata utilizzata la PAS, Sindrome di Alienazione Parentale, come strumento diagnostico – processuale. Il padre, genitore avvocato, avrà giocato con buon tiro indipendentemente da qualsiasi considerazione di merito, su ciò che avrebbe portato l’esito sperato. La parte avversa ricorre alla Pas se le è utile nella controversia, il ctu in affianco al giudice la applicherà con zelo o meno a seconda se sostenitore o non. Un dolore di stomaco non è un’opinione di chi lo subisce né deve essere un’opinione di chi lo diagnostica.

La Pas qualora introdotta e accettata nella prassi processuale ha degli effetti penalizzanti e coercitivi per principio sostenuti da una sindrome, paludata di indiscutibilità (pseudo)scientifica, ma altrettanto – e più – rigettata e non riconosciuta. Attribuisce una patologia in via deduttiva, teorizza una colpevolezza su istanza di parte, permette l’affido condiviso anche alla parte genitoriale violenta o abusante dietro il principio del diritto alla genitorialità. Brandita come arma, dove in ogni processo per separazione avremo bambini e bambine con sul capo patologie e perizie. Finisce per essere utilizzata prevalentemente contro le donne anche da quei padri padroni e violenti per ottenere l’affido condiviso o  toglierlo.

Non si vuole con questo negare né l’affido condiviso né che possa esistere una manipolazione o il plagio o danni inflitti da parte genitoriale.

La sindrome, al di là della forma utile ai fini processuali, non si può negare che possa essere riscontrata, ma non ha codificazioni accettate e protocolli condivisi.

Dice il professor Pierantonio Battistella, docente di Neuropsichiatria infantile all’Università di Padova: «La Pas è una sindrome di cui si comincia a parlare adesso, è ancora molto poco conosciuta e raramente viene diagnosticata. Nella sua vita professionale un neuropsichiatra infantile non la vede spesso e non è facile da individuare, perchè i genitori separati non di rado si accusano a vicenda di mettersi i figli contro. La Pas è una situazione di maltrattamento del bambino che attenta alla sua incolumità psichica, fisica e affettiva: è un non riconoscimento del suo diritto a essere se stesso. Le conseguenze di quanto accaduto sono quelle legate a tutte le violenze: il bimbo soffrirà di ipervigilanza, cioè starà sempre sul chi vive, avrà ansia, bassa autostima, perchè è stato attaccato dalle persone per lui più importanti. Rischia di andare incontro ad autosvalutazione, depressione e problemi del sonno, di sviluppare una personalità introversa e difensiva, gravata da un’aggressività che muta in una carica di violenza perchè non mitigata dall’affettività. Può diventare chiuso, insicuro, violento verso se stesso, perchè soggetti traumatizzati nell’età in cui hanno più bisogno di amore maturano un’instabilità capace di degenerare nel suicidio». (Repubblica 12/10/2012)

Tornando al caso del bambino prelevato a scuola e non entrando nel merito processuale.

Il giudice dispone che debba essere recuperato il rapporto tra bambino e padre, e si avvale di agenti di polizia, ma nell’ordinanza avverte: in mancanza di uno spontaneo accordo o esecuzione degli adempimenti, l’attuazione delle disposizioni saranno adottate dal padre affidativo, che potrà avvalersi – se strettamente necessario – dell’ausilio dei Servizi Sociali e della Forza Pubblica, da esplicarsi nelle forme più discrete e adeguate al caso.

Chi decide come e dove? Non certo Montessori o Piaget. Visto il clamore, gli effetti e la risonanza delle reazioni.

Diversi tentativi precedenti erano falliti: i carabinieri si erano rifiutati più di una volta di estrarre il bambino da sotto il letto di casa dove si era rifugiato, secondo una versione. E a ragione.

Viene scelto allora un luogo definito neutro per l’operazione: la scuola.

La scuola? Non è pensabile. Un luogo che per il bambino rappresenta la sua massima socializzazione, dove sta bene perché studia e ha voti eccellenti, luogo di affetti che si ricordano per tutta la vita. Un luogo che dovrebbe essere sereno e protetto, dove per fondamento il bambino deve essere tutelato e che idealmente gode di una sorta di extraterritorialità. Un luogo dove per un verso o per l’altro anche i suoi amichetti e le amichette soffriranno un turbamento, specialmente se hanno genitori separati.

Gli esecutori. Il padre e due agenti in azione, oltre ad altre presenze, e-seguono, applicano su un corpo il principio astratto dell’ordinanza giudiziale, che pure suggeriva le forme più discrete e adeguate al caso, ma comunque esercitando quel potere di coercizione su cui lo stato come struttura di potere si regge.

Infatti una ispettrice di polizia in forza all’operazione dice alla zia del bambino, che la interpella in modo concitato, di non essere tenuta a dare spiegazioni: lei non è nessuno.

Figure professionali esperte: psicologhe, agenti donne – prima donne e poi agenti in questo caso – assistenti sociali, figure conosciute dal bambino almeno avrebbero potuto interpretare il ruolo con quei tratti materni più vicini alla sensibilità del bambino.

La polizia si scusa ma contemporaneamente difende l’operato degli agenti, qualcosa non torna. Non parliamo delle difese d’ufficio a copertura. Non parliamo della politica di turno che deve ispezionare le condizioni del bambino, il bambino così dovrebbe ricevere le visite e il sostegno di circa 600 parlamentari.

Il padre sostiene l’ho salvato. A prezzo di un ennesimo trauma.

La zia munita di telecamera, vigilante perché se lo aspettavano, accorre appena si accorge della presa del bambino con grida strazianti, emozionalmente comprensibili, ma trauma si aggiunge a trauma. La questura dice che c’è un secondo video  che chiarirà, e addebita a zia e nonno l’operazione degenere, denunciandoli per oltraggio e ostacolo alla forza pubblica. Comunque sarà, i tre minuti di quel video valgono da soli per connotarli come violenza su un bambino, anche se in nome della legge.

Chi pensa: prima il bambino?

***

per approfondire:

Cinzia Sciuto MicroMega 

Luisa Betti  il manifesto

femminismo a sud

Loredana Lipperini 

Simona Napolitani blitzquotidiano

Zauberei 

***

aggiornamento 

A tutte le UDI

A tutte le donne dell’UDI

Il bambino di Padova è stato affidato/“sequestrato” dal padre, levato alla madre e mandato in una casa famiglia per una decisione del Tribunale che è basata sulla PAS “SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE”, diagnosticata da uno psichiatra perito del Tribunale che sa perfettamente che questa non è riconosciuta dalla scienza medica ed è ciarpame ideologico sessista.

 

Rimando a tutte il Comunicato stampa firmato dall’UDI nel giugno scorso sul tema e sul tentativo violento delle associazioni dei padri separati di introdurre la PAS nella Revisione della legge sull’affido condiviso.

Penso che possa essere utile in questi giorni e ricordo a tutte che nella Convenzione abbiano posto questo punto in modo molto chiaro.

Buon lavoro

Vittoria

COMUNICATO STAMPA

 

Genitori e figli:

quale futuro per i diritti fondamentali delle donne e delle/dei figlie/i minorenni che hanno subito violenza

Ieri, alla Commissione Giustizia del Senato, si è svolta la discussione sui DDL n. 957(PDL-UDC), DDL n. 2800 (IDV).

 

Queste proposte contengono gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne vittime di violenza e dei figli minorenni vittime di violenza diretta o assistita, in contrasto con quanto raccomandato dall’ONU in materia alle Istituzioni italiane rispetto alla legge sull’affido condiviso n.54/2006.

 

Tali disegni di legge rendono obbligatorio il ricorso alla mediazione familiare anche in casi di padri/mariti o partner violenti, a discapito delle madri e delle/dei figli minorenni, subordinando ogni decisione che riguarda i figli ad una condivisione con l’ex partner violento. Tali leggi ricordano la “patria potestà”, cancellata dal diritto di famiglia nel 1975. Inoltre si introduce la Sindrome da Alienazione Parentale quale motivazione “scientifica” a sostegno di queste norme.

Il minore che ha subito direttamente atti di violenza dal padre o ha assistito a forme di violenza fisica sessuale psicologica e verbale contro la madre o su altre figure affettive di riferimento, subisce conseguenze devastanti sotto ogni punto di vista, nel breve e lungo termine, e potrebbe riprodurre quei comportamenti.

Denunciare la violenza domestica per una donna non è un espediente per avere condizioni migliori di separazione, ma una decisone dolorosa per uscire da un trauma profondo dopo molta sofferenza, anche assieme ai propri figli, rispetto ad una persona che si è amata.

La violenza domestica è una realtà in Italia ed in Europa ancora oggi molto diffusa e poco denunciata, è secondo l’ONU la causa del 70% dei femicidi:“ Femicidio e femminicidio in Europa. Gli omicidi basati sul genere quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. In Italia da gennaio a giugno sono 63 le donne ammazzate dal partner.

Avere vicino un marito responsabile e rispettoso, e un padre capace di crescere i figli in maniera condivisa è la premessa per una relazione familiare positiva, è il desiderio di una madre.

La PAS, o sindrome da alienazione parentale è considerata un disturbo relazionale nel contesto delle controversie per la custodia dei figli, in cui un genitore manipola il figlio contro l’altro genitore per rivalersi. Malgrado non esista nessun riconoscimento diagnostico scientifico (DSM) della PAS al mondo, tale “sindrome” viene spesso erroneamente utilizzata nei tribunali e dai servizi sociali in Italia per decretare il diritto dell’abusante, in casi di separazione per violenza agita dal partner sulla madre e sui figli, ad ottenere una mediazione forzata e poi l’affido condiviso dei figli. È bene sottolineare che i bambini e le bambine che hanno un padre violento si giovano della sua assenza: solo così possono ricostruire un reale futuro sereno assieme alla madre.

Si ritiene di dubbia costituzionalità e lesiva dell’ordinamento giuridico italiano la volontà di introdurre della PAS (Sindrome da Alienazione Parentale); vista la sua assoluta e conclamata mancanza di validità scientifica a livello internazionale.

Le realtà che lavorano per il rispetto dei diritti umani e a contrasto della violenza maschile sulle donne e sui figli minorenni, chiedono :

- che la legge vieti espressamente l’affido condiviso nei casi di acclarata violenza agita nei confronti di partner e/o sui figli

 

- che sia definitivamente proibito l’utilizzo della sindrome da alienazione parentale in ambito processuale e da assistenti sociali come motivo di mediazione familiare e affido congiunto.

 Casa Internazionale delle Donne – Roma; UDI – Unione Donne in Italia Nazionale; Piattaforma CEDAW; Associazione Differenza Donna; Associazione Donne, Diritti e Giustizia; Associazione Giuristi Democratici; Associazione Il cortile; Associazione Maschile Plurale; A.R.PA, Ass. Raggiungimento Parità donna uomo; Bambini Coraggiosi; Cooperativa Be Free; D.i.Re – Donne in rete contro la violenza; Fondazione Pangea; Lorella Zanardo- Il corpo delle donne; Movimento per l’Infanzia; Zeroviolenzadonne

 

- Per info e per adesioni :

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org

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NO MORE! Stand up for my right Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne –femminicidio

Testo Convenzione

No-more_Convenzione

Appello

No-more_Appello

Promotrici della Convenzione:

UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

Chi sono: 

No-more_Realta_promotrici

per info e adesioni: convenzioneantiviolenza@gmail.com

 

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Appello NO MORE! Stand up for my right Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio

 Appello Appello  No-more_Appello

Per info e adesioni: convenzioneantiviolenza@gmail.com - http://convenzioneantiviolenzanomore.blogspot.it/

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Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne -femminicidio

 

Oggi, alle ore 12 alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, si è tenuta una conferenza stampa di presentazione della

Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio

per chiedere alle istituzioni e al governo di verificare fin da subito l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, e l’immediata revisione del Piano stesso insieme al coordinamento promotore di questa Convenzione che ritiene fondamentale

- sia ratificata immediatamente la Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica, e siano ottemperate le raccomandazioni conclusive rivolte all’Italia dal Comitato CEDAW del 2011 e dalla Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne del 2012;

- sia costruito e rafforzato il sistema di servizi pubblici e convenzionati sul territorio a partire dai centri antiviolenza;

- sia garantita la formazione di tutti i soggetti che lavorano, nei vari settori, con le vittime di violenza e i minori in un’ottica di genere;

- sia vietato, in caso di separazione e affido dei minori, nei casi di violenza domestica agita sulle donne e assistita o subita dai figli, l’affido condiviso e che venga applicato come prassi l’affido esclusivo al genitore non violento; sia vietato l’utilizzo della sindrome di alienazione parentale (PAS) in ambito processuale ed extraprocessuale; e non sia consentito l’utilizzo di tecniche di mediazione familiare in ambito processuale e da assistenti sociali.

- vi siano interventi tempestivi a difesa dell’incolumità delle donne che denunciano violenze in conformità agli obblighi derivanti allo Stato dagli accordi internazionali ed in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani in materia di violenza sulle donne;

- sia stabilita una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale, da parte dei diversi servizi coinvolti con la loro rielaborazione e la pubblicazione da parte dell’ISTAT;

- vengano rese comunicanti le banche dati delle forze dell’ordine;

- si adottino corsi di formazione su violenza di genere – femminicidio per i giornalisti che già svolgono la professione nelle redazioni e per chi si appresta a svolgerla (scuole di giornalismo e master);

- vengano rivolte campagne di sensibilizzazione nazionali e locali a contrasto della violenza maschile sulle donne rivolte a tutta la popolazione e in particolare agli uomini;

- nella scuole e nelle università, la didattica contenga anche gli argomenti della discriminazione e la violenza di genere, e che in particolare sia fatta attenzione all’adozione di libri di testo che non veicolino pregiudizi di genere nel linguaggio e nei contenuti.

  • La proposta politica è unitaria, aperta all’adesione e alla sottoscrizione di altre realtà nazionali, locali, e alle singole persone che vorranno dare sostegno alla Convenzione;
  • La Convenzione promuove nella settimana del 25 novembre una serie di incontri e mobilitazioni; e invita le Istituzioni nazionali e locali a un confronto aperto;
  • in particolare chiede al Presidente del consiglio Mario Monti e ai suoi Ministri di incontrare il coordinamento della Convenzione.

Promotrici della Convenzione:

UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

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mediterranea

 

Udi Catania – settembre 2012 – speciale Tunisia

Donne in Tunisia: in prima linea per difendere i loro diritti e la democrazia contro le derive oscurantiste e violente che minacciano la ‘primavera tunisina’ – la minaccia viene da gruppi salafiti, minoritari ma aggressivi che in varie località del Paese attaccano gli artisti, le donne, l’università, la modernizzazione. Debole la risposta del governo guidato dal partito islamista moderato Ennahda.

Da settimane le donne tunisine sono impegnate su più fronti.

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Incontro a Paestum

Alle donne che hanno convocato l’incontro di Paestum

da Rosangela Pesenti *

Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.

Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.

Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.

Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.

Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il mondo migliore, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.

Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.

E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma tutto questo ovviamente riguarda la scelta che devo fare sull’investimento delle mie tre ghinee.

Perché il reddito arriva o da un onesto lavoro o da oneste eredità (per quanto nessuna eredità sia davvero mai innocente) e per chi non ha la seconda, l’incertezza della prima rende tutto più difficile.

È la condizione della maggioranza, uomini e soprattutto donne, che mai hanno raggiunto in Italia la piena occupazione.

È la condizione di una maggioranza, collocata sui molti gradini di una scala discendente, che vede in fondo chi perde la vita, per inquinamento, per sfruttamento, per incuria, nel mare attraversato con speranza per arrivare nel nostro paese e ricominciare da dove erano collocati i miei genitori: lavoro duro e senza diritti.

Al fondo del fondo, quello in cui non riusciamo davvero a guardare, le donne uccise, solo perché vogliono essere se stesse.

Guardo con orrore e preoccupazione all’erosione del diritto allo studio, che sognavo diventasse diritto alla cultura, alla formazione permanente, mentre mai si è allargato davvero a tutti e tutte, e oggi viene riproposta la ferocia classista dietro la maschera del merito, il sessismo nei contenuti e il razzismo nelle opzioni. Semplifico ovviamente.

Nel disastro economico, che si chiama crisi del capitalismo, l’idea brutale che si evince dalle scelte dei governi, non solo l’ultimo, è quella di un’eugenetica sociale in cui si definisce necessità la salvezza di pochi e la perdita di molte.

Uso la desinenza secondo la logica non sessista ovviamente, dove democraticamente entra in uso quella della maggioranza dei soggetti in questione.

Si è rilanciata la categoria “giovani”, già cara al fascismo, per mascherare la realtà di donne e uomini a cui sono tolti i più elementari diritti: alla casa, ad avere figli, a un lavoro dignitoso, ad avere tempo per sé, alla cultura, alla bellezza, all’aria e all’acqua, a vivere in un territorio non asservito alla cementificazione, a pensare e lavorare per il proprio futuro.

I conti non tornano e l’imbroglio continua ad essere sistema, ma sarebbe un discorso lungo.

Per questo quarant’anni di pratica femminista e di impegno politico con donne mi rendono accorta nelle scelte.

L’uso del denaro, più di ogni altra cosa, racconta ciò che siamo e ciò che vogliamo, perfino oltre le nostre intenzioni.

Metto in fila, ma l’ordine non è per importanza, come per i figli/figlie ti occupi di ognuno in modo diverso e cominci dal più piccolo/a, per ragioni che alle donne non devono essere spiegate.

Dovendo scegliere la prima ghinea è, in questo momento, per il Gruppo Sconfinate, l’ultimo che ho promosso, operante a Romano di Lombardia, dove insieme cerchiamo di costruire dibattito politico facendo conoscere lo sguardo femminista sul mondo.

Ho letto che una donna nota ha dichiarato che le femministe non hanno mai parlato con le donne comuni e mi chiedo se lei abbia mai parlato con una donna comune femminista.

Per la mia esperienza le donne che hanno coscienza di sé sono sempre fuori dal comune e ne conosco molte, purtroppo non lo sono tutte. Per avere coscienza di sé non c’è bisogno di una laurea e nemmeno di avere visibilità mediatica.

Per la seconda ghinea c’è Marea, mi sono detta, l’avventura in cui sono stata coinvolta da Monica Lanfranco e Laura Guidetti, che hanno messo in piedi la rivista più di quindici anni fa, donne resistenti con cui mi trovo a casa ad Altradimora.

Per la terza ghinea c’è l’Udi, un’associazione nata dalle madri della Repubblica la cui storia continua a essere omessa e distorta (sarà un caso?) e i cui progetti politici tendono a essere cancellati anche da molte donne che hanno il potere di raccontare la storia delle donne di questo paese.

Come sappiamo la storia non è ciò che accade, ma ciò che si racconta, altrimenti non ci sarebbero le cancellazioni, omissioni e distorsioni che conosciamo rispetto alla metà del genere umano.

Le ghinee sono solo tre perché la chiarezza simbolica mi orienta nelle scelte concrete; in questo caso mi sono chiesta: perché dovrei andare in un luogo a discutere come singola donna se queste tre appartenenze sono così importanti nella mia vita?

Non siamo all’anno zero del femminismo e non lo eravamo nemmeno negli anni Settanta.

Eravamo solo molto ignoranti di tutta la storia politica che ci aveva precedute, di cui l’Udi (oggi Unione donne in Italia), tra l’altro, è un pezzo fondamentale.

Ignoranza nella quale continuano a essere tenute le giovani donne che ci crescono accanto e anche i giovani uomini che hanno pari diritto di conoscere.

Proprio nell’Udi, alla fine degli anni Ottanta, ho affermato che era già cominciata da tempo la vendetta politica del patriarcato sulle donne italiane e questa vendetta avrebbe utilizzato come strumento fondamentale la TV e dietro, in forma più subdola, l’azione dell’area più fondamentalista del cattolicesimo nazionale, al quale si sarebbe accodato il maschilismo dei partiti, sostenuto dalle donne stesse che possono trovare una personale convenienza nel sostegno al patriarcato.

Non so se per caso sia morto nel frattempo perché sono troppo occupata con le macerie e questa storia la scriveranno le nostre nipoti.

Anche qui semplifico, ma cos’è accaduto a noi, e quindi a questo paese, tra la vittoria per la legge 194 e la sconfitta della legge 40?

Alcune amiche mi dicono “vado a Paestum per sentire cosa c’è di nuovo” “Su che cosa?” chiedo io

Chi chiama chi a che cosa?

Come ho scritto l’anno scorso per il 13 febbraio, se ci sono donne che chiamano, per continuare un pezzo di cammino insieme, io ci sono.

Ero a Milano alla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio qualche anno fa (ce la ricordiamo ancora?), ero in piazza a Bergamo il 13 febbraio 2011 rispondendo alla domanda Se non ora quando?

Una boccata d’aria e poi tutto si richiude, resta la visibilità di qualche presa di posizione, spesso sacrosanta, ma modesta sul piano degli obiettivi.

A Siena, a luglio 2011, eravamo duemila, la parola d’ordine era trasversalità per unire il movimento, come se fossimo all’inizio della nostra storia. Gli unici obiettivi trasversali sono a malapena il ripristino parziale di tutele che vergognosamente ci vengono offerte a prezzo della sottrazione dei diritti di cittadinanza.

Non siamo all’anno zero della nostra storia che, tra l’altro, non è una, ma molte e diverse come diverse sono le nostre scelte politiche.

Se il disagio (per usare un eufemismo) resta grande e condiviso, non basta una chiamata generica fondata sull’essere donne.

Per l’8 marzo 1977 l’Unione Donne Italiane, che preparava il suo X Congresso, fece un manifesto molto bello, con la scritta: La mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita.

Di tutte quelle parole l’unica che resta come domanda aperta e inevasa è “organizzazione”.

Più di vent’anni fa, sempre nell’Udi, Lidia Menapace affermò che l’unica forma possibile per mettere insieme il variegato movimento delle donne era una Convenzione: convenire per una comune convenienza, costruendo azioni definite di cui predisporre la fattibilità e verificare l’esito, un patto non generico, ma preciso in cui si dichiarano i soggetti, le mete, le condizioni, i tempi, le risorse che vengono messe a disposizione.

Un luogo nel quale si converge temporaneamente, rendendo visibili le proprie case politiche, appartenenze di gruppo, incarichi istituzionali, per mettere in comune risorse e idee, per un movimento verso qualcosa che non sia solo la verifica della nostra esistenza o la protesta.

Questo paese è tornato indietro, ma nel frattempo in molte siamo andate avanti, mettendo in piedi associazioni, gruppi, servizi, inventandoci luoghi di vita, di lavoro, di sperimentazione, case e archivi, circoli e attività, riviste e scuole.

Dalle piazze degli anni Settanta alcune sono arrivate al Parlamento, altre ad avere responsabilità significative negli enti locali, altre ancora ad una cattedra all’università, ci sono donne imprenditrici e dirigenti in settori importanti della P. A., della sanità, della scuola, ci sono femministe perfino nei partiti. Ancora poche certo, ma abbastanza per mettere in difficoltà la cittadella del potere maschile?

Vediamo ogni giorno i limiti, le difficoltà, le fatiche, le lotte continuamente necessarie, ma nessuna di noi, femminista, è sola, abbiamo tutte case e appartenenze significative.

Perché una chiamata a noi donne e non alle nostre associazioni?

Perché non rendere visibile ciò che abbiamo costruito, ciò che ci sostiene quotidianamente, la storia da cui veniamo, le esperienze politiche che possiamo spendere anche per altre?

Non è in quanto donne che possiamo rispondere, ma solo per ciò che significa per noi essere donne e ciò che abbiamo costruito con le altre fa parte di ciò che siamo.

Siamo capaci di mettere insieme la nostra indignazione, possiamo farlo anche con i nostri patrimoni? La somma delle nostre capacità diventerebbe moltiplicazione delle possibilità.

Per la politica quotidiana ci siamo attrezzate da anni e sappiamo come fare, ma i tempi chiedono una creatività inedita, una discontinuità visibile e fattiva.

Perché non preparare gli Stati generali delle donne in Italia?

Non posso venire a Paestum, nemmeno per la sua straordinaria bellezza, perché in questo momento vorrei che potessimo incontrarci in Lombardia, nel cuore della cementificazione che ha distrutto la pianura più fertile d’Italia, e far nascere un incontro in ogni regione e prima ancora in ogni provincia e prima ancora in ogni paese o quartiere.

Io non posso che continuare da qui, perché solo quando le periferie si muovono un paese cambia davvero.

* del Coordinamento nazionale Unione Donne in Italia

http://www.rosangelapesenti.it

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Pescecani in incognito

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L’agente Betulla è un giornalista: Renato Farina. O meglio, il giornalista Farina è anche agente dei Servizi Segreti. Fornisce informazioni e notizie manipolate o false per fini eterodiretti. Più volte scoperto, processato, riconosciuto colpevole: [ha] irrimediabilmente compromesso il decoro e la dignità professionale… arrecato danno alla dignità dell’Ordine professionale, recita una sentenza (diversi infatti i procedimenti giudiziari per vari casi).

Radiato dall’Albo (anche se si dimette poco prima), non può scrivere come professionista, ma gli viene lanciata una ciambella di salvataggio e come opinionista può continuare a scrivere. Si firma Dreyfus. L’allusione al caso del celebre capitano francese è plateale: condannato ingiustamente per spionaggio, fu degradato con cerimonia di rito: strappati i gradi, spezzata la spada, ma riabilitato poi faticosamente.

Per Betulla, condannato e degradato – fuori dall’Albo, la penna spezzata - i suoi solidali si adoperano immediatamente e facilmente, di fatto, per un risarcimento e una riabilitazione: al Miting di Rimini lo applaudono come salvatore della patria (Betulla al processo per il rapimento dell’imam di Milano dichiara di aver agito secondo l’art. 52 della Costituzione: difendere la Patria è sacro dovere del cittadino), proposto dal Pdl per l’Ambrogino d’oro, Berlusconi lo candida in parlamento, il direttore Vittorio Feltri del giornale Libero, per cui scriveva, continua a tenerlo. E ugualmente il successivo direttore Sandro Sallusti, adottando la tecnica storica, in contromossa, della santificazione o istituzionalizzazione o promozione immediata.

E’ da presumere che Dreyfus-Betulla scriva dunque sotto un esaltato quanto beffardo impulso-proclama d’innocenza.

La linea continua tanto da essere incriminato un suo (oggi sappiamo) articolo per falso e diffamazione su querela. Si celebrano i tre gradi di processo, esito 14 mesi di carcere ma comminati a Sallusti come direttore.

In parlamento il deputato Farina confessa, è lui Dreyfus, dopo che Feltri ne aveva rivelato l’identità: Quel testo è mio, me ne assumo la responsabilità morale e giuridica. Chiedo scusa al magistrato: le notizie di quel commento erano sbagliate.

Ora è troppo tardi, infame! - commenta Mentana. Infatti l’articolo è del 2007, la sentenza è ormai in giudicato con pronuncia della Cassazione e nota della Corte: “Condanna non per opinione ma per pubblicazione di notizia palesemente falsa”. Dreyfus era rimasto in incognito.

Cosa vi era di falso nell’articolo e non dunque solo un’opinione che ha offeso e diffamato, secondo la Corte?

Parole gesti comportamenti letteralmente inventati, giusto per creare una fiction emozionale, per aizzare fino allo sdegno da pena di morte.

Una ragazza minorenne rimane incinta e l’opinionista Dreyfus così la descrive, alle prime battute: … Costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata. Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione del cuore infallibile di una madre.

Deduciamo che Dreyfus era presente, ha visto e sentito… la ragazza non voleva, si divincolava (non l’avrà il ginecologo legata a un letto di contenzione)… non sentiva ragioni per avere già il cuore infallibile di madre (fa pensare a… un cuore ex cathedra). La terminologia è ancorata a quel repertorio sulla ferrea affermazione della proprietà sociale e confessionale del corpo della donna. I termini, le loro sfumature emozionali, gli impliciti, e i personaggi: madre e padre, ginecologo, giudice subiscono un riadattamento per l’esigenza rappresentativa dell’assunto della fiction, ignorando come le cose siano andate in realtà. Il tratto fondamentale è la loro criminalizzazione.

I genitori hanno pensato: «È immatura, si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi»Capiamo che Betulla è riuscito a infiltrarsi anche nei pensieri dei genitori. E continua ad arpeggiare parole lacrimevoli e irrispettose (… strappare in fretta quel grumo dal ventre… quell’altro … rompiballe urlante) per suscitare disprezzo, anzi odio sociale nei loro confronti attraverso i pensieri attribuiti.

Entra in scena nel pezzo-fiction il magistrato: … allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando: aborto coattivo … Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale. Betulla per la precisione dei termini adottati è presente, vede è sente – noi capiamo. Coattivo significa coattivo, pazza significa pazza, pazzia il sostegno psicofisico necessario… Ma è il comportamento attribuito al giudice che farà scattare la querela, il giudice non può aver agito come viene riferito nell’articolo.

Le disposizioni in merito non conferiscono al giudice poteri giudiziali-discrezionali, ma di tutela e verifica di fronte a una richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte della donna minorenne, con l’assenso di padre e madre e con l’ausilio dei servizi di assistenza sociale.

Se manca l’assenso delle parti genitoriali, o di una, interviene il giudice che verifica le condizioni e la volontà di procedere alla IVG. In tal caso ricorre alle valutazioni delle strutture esterne: … il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza (art 12,  L. 194).

Non applica dunque giurisprudenza, non emette sentenza, ma autorizza con un nihl obstat a dar corso alla volontà della donna, nella traccia di quanto prescrive la 194.

Dunque perfettamente legittima la querela di Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare del caso, contro Dreyfus e di conseguenza contro il direttore Sallusti che ha ospitato un articolo che riferisce comportamenti attribuiti non veritieri e diffamatori.

Fosca Binker su Libero fa la cronistoria di come Dreyfus non poteva non scrivere così. Riferisce che tutto parte da un articolo della Stampa di Torino: «Obbligata ad abortire a 13 anni» con occhiello e altre notizie (che si riveleranno non vere).

Boccone ghiotto per Dreyfus che ricuce a tavolino l’elzeviro (18/02/’07/ e senza avere conoscenza diretta e verifica dei fatti, soprattutto il sospetto sulla procedura abnorme.

Diverse le smentite e le rettifiche che si susseguiranno sulle notizie false, ma a Libero non arrivano, perché - scrive Binker –  … Libero … non è abbonato all’Ansa… 

Rettifiche e smentite: «Tredicenne in psichiatria dopo l’aborto. “Costretta dai genitori”. “No, non è vero”. / «Aborto tredicenne: nessun intervento giudici tutelari» / «Non c’è stata alcuna costrizione del giudice». / Il giudice Giuseppe Cocilovo «le ha dato il permesso di prendere autonomamente una decisione».

Binker: Si va avanti così per giorni. Solo il 21 [2007] marzo su La Stampa appare bella nascosta nella rubrica delle lettere la rettifica firmata dal presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato. Titolo: «Ma il giudice non “ ordina” l’aborto». L’avesse mandata anche a Libero, sarebbe stata pubblicata. Ma questo non è avvenuto. Mai una rettifica diretta, solo la querela rivolta esclusivamente a Libero (nessuna citazione a La Stampa). Così per un’opinione espressa su una notizia pubblicata da un altro giornale oggi va in carcere Sallusti. Per restarci 14 mesi.

Le parole sono macigni e i danni sociali di una comunicazione lesiva sono incalcolabili. L’apparato di forza di Dreyfus fa parte del piano sinergico, ogni volta che se ne presenta l’occasione, per avversare l’autonomia e il diritto all’auto-determinazione delle donne, per contenerle nell’ovile di sempre.

Negare questo diritto alimenta umori di avversione e sfocia nella violenza anche fisica su di loro. Il fondamentalismo finto-etico mira a creare uno steccato di biasimo pubblico contro una determinazione individuale consapevole che investe la dimensione profonda della donna, nel suo corpo e nella sua mente. Offensiva la presunzione di incapacità ad esercitare una scelta consapevole sul proprio corpo, offensivo il divieto nello stesso senso. Offensivo un giudizio additante che ha una valenza e un riscontro di tipo sociale.

Giacché il senso dell’articolo, pur difendendo la presunta determinazione della ragazza di mantenere la gravidanza, è quello di demolire la 194 e di denigrare, demonizzare i suoi operatori sia che la applichino legittimamente sia attribuendo loro la volontà di applicarla a tutti i costi e con abuso, come riferisce Dreyfus.

E’ puro terrorismo scrivere: … se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice. Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretto alla follia.

E le successive smitragliate con Virgilio, l’Eneide, l’uccisione del figlioletto di Priamo, lager, gulag, il costringere una madre a veder uccidere il figlioletto davanti ai suoi occhi, sono la truce incastellatura sul corpo della ragazza nel presupposto che il giudice abbia ordinato l’aborto … far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene.

Semplicemente il giudice non poteva farlo. E Dreyfus doveva saperlo, se non altro come agente Betulla.

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Il mare di Mae

Vi ho tanto amato

Ho conosciuto il mare quando è morto il bufalo. Mio padre era morto alcuni anni prima. Il bufalo era la nostra unica risorsa, soprattutto nei lavori dei campi. Cominciava a mancare tutto e conobbi la miseria più nera.

Poi un giorno mia madre mi disse che delle brave persone avevano trovato un lavoro per me in un posto molto bello, vicino al mare. Dovevo aiutare la mia famiglia. Quella gente come anticipo aveva pagato i nostri debiti.

Salutai mia madre e i miei fratellini e andai via dal mio villaggio. Con il cuore in gola e un gran magone arrivai in una città chiamata Pattaya. E conobbi il mare.

Era una cosa immensa, scintillante, bellissima. Una infinita risata sotto il cielo, che carezzò le mie paure e la mia tristezza. Per un attimo. Avevo 13 anni, solo 13 piccolissimi anni.

Poi si fece buio e conobbi il mondo degli uomini.

E’ Mae che racconta, una ragazza prostituta thailandese, morente, forse già morta di Aids. Alla fine della sua giovane vita, distrutta da una ferocia che è crudelmente onnipotente e onnipresente, non ha altra alternativa che parlare della verità trovata nel profondo della sua esperienza, quando si stanno per spegnere le luci e la favola per lei rappresentata non ha più senso.

Non occorre leggere saggi, articoli, trattati per capire cosa ferisce profondamente nell’anima le donne di qualsiasi latitudine. E chi ferisce e come. Lo dice Mae, con infinita tristezza e dolcezza. E lo dicono gli stessi uomini che Mae ha forse incontrato. Uomini, come usciti dalla matita di Grosz, che parlano di sé in modo appagato, gettata la maschera delle convenzioni e della rispettabilità sociale. Ma da una nuova maschera tragicomica in realtà effettuano una involontaria quanto paradossale vivisezione su se stessi e su tutta quella parte che Mae chiama il mondo degli uomini.

Si capisce in un attimo dove origina la violenza millenaria sulle donne, cosa sono maschilismo, patriarcato, stereotipi, sessismo; e l’ossessione per il possesso del corpo delle donne, l’abuso sul corpo delle bambine e dei bambini, comprare sesso come pere mele banane… comprare verginità come ebbrezza del primo possesso esclusivo, non di seconda mano… avere al proprio servizio e accudimento l’odalisca delle mille e una notte… comprare una piccola vita, farne qualsiasi cosa per gli snap-moovies e poi farla sparire.

800.000 bambine e bambini spariscono ogni anno in quest’area asiatica tra industria pedo-porno, espianto d’organi e altro, oltre l’immaginabile.

Il saccheggio di vite e sentimenti è in progressione geometrica con altri saccheggi: acqua, risorse, territorio, diritti, democrazia, spazi vitali… Aver pagato per saccheggiare è concepito come diritto acquisito per poterlo fare. Mafie, dittature e poteri forti invece saccheggiano gratis rispetto all’enorme ricavo. Diverse le gravità, ma uguali o strettamente imparentate le logiche di dominio, sopraffazione, furto  o negazione di diritti. Il modello di accumulo/sviluppo esponenziale, la povertà di vissuto e di sentimenti nella persona, l’assenza di troppi altri fattori non appresi e soprattutto non trasmessi immiseriscono quel vocabolario di base individuale-collettivo per percepire e decifrare pulsioni e comportamenti. Ma non tanto da non avvertire almeno un piccolo fremito nel proprio segreto.

…  E la vostra non è ignoranza - riflette Mae - … io sono tutte le donne…

Ci assalgono dolore indignazione rabbia impotenza, non per moralismo, ma per il beffardo ostentato cinismo, il capillare sfruttamento  piramidale e di massa di una tragedia sociale. Con grandissime complicità molto in alto. Affari contro diritti umani.

Dopo aver visto e ascoltato questo documentario non si ha voglia di parlare, di uscire, cenare… Tante si scioglieranno in lacrime. Eppure la forza vitale che è in noi deve avere il sopravvento e scuoterci. Fare, fare qualcosa da subito, ma insieme in rete, in associazione, a scuola… perché questa planetaria mentalità strutturale maschile (ma ci sono uomini fuori branco, ovvio), che produce ferocia nel privato come nella società, possa cambiare. Ma loro non cambiano, direbbe Rosaria.

***

Vi ho tanto amato/C’era una volta - Documentario nel programma C’era una volta di Silvestro Montanaro in collaborazione con Elena Maria Arosio. Rai 3. Andato già in onda nel dicembre del 2010 e riproposto qualche giorno fa. Dura quasi un’ora ed è duro da vedere e sentire. Con qualche piccolo appunto, ma poco influente rispetto alla documentazione prodotta. Per chi non avesse silverlight installato per vedere Rai su pc, o tempo o disposizione a seguirlo, gli estratti riportati più sotto sono già una mini-enciclopedia di genere che dice molto, i primi 20 tragici autoscatti. Ma i più rivoltanti sono oltre.

***

Uomo 1: Ooooh! se vai dietro l’angolo è come un supermarket! Tante ragazze sexy!

Uomo 2: Sono sexy e non costa niente portarle in hotel!

Uomo3:  Cosa faccio nella vita? Lavoro per scopare…

Uomo4: Ad ogni costo, goditi la vita fin quando puoi!

Uomo 5: Allora ti senti un dio e senza dover sapere nemmeno come si chiamano … Su gallinella, non ti vergognare..!

Uomo 4: Basta avere dei soldi! … Certo, le compro! Come le pere, le mele, le banane, e anche la tua telecamera, se voglio… Arrivederci!

Uomo 6: Raccontano tutte le stesse storie… che lo fanno per soldi… comprare un bufalo… questo qua è malato, quell’altro è morto… l’ospedale…

Una donna: Qui ragazzine ce ne sono tante e tutte povere. Gli stranieri vengono e dicono che vogliono comprare queste ragazze… queste nostre ragazzine. Quando capita con me mi arrabbio, gli dico un sacco di parolacce, e li caccio via!

Una mamma: Mia figlia non gliela darei mai, ma capisco quelle mamme che invece le vendono. C’è tanata povertà e tutti devono aiutare la propria famiglia e fare la propria parte. Per molte famiglie, qui, voi stranieri siete una benedizione.

Un volontario di un’organizzazione umanitaria: Succede spesso che la ragazza, la cui verginità è stata venduta, viene mandata da un dottore che le ricuce l’imene, e subito dopo viene rivenduta come vergine… anche 1000 dollari. Qui se una ragazza non è vergine ha un prezzo bassissimo…

Uomo 8: Guardi quante belle ragazze! E io sono il loro re!

Uomo 9 : [Cosa hanno queste ragazze di diverso dalle ragazze dei nostri paesi?] Tanto! Ridono, sorridono sempre. Le nostre donne non sorridono mai. E una donna che non sorride per me non è una donna! (sghignazzo)

Uomo 10: Sorridono sempre! che si può volere di più… e costano poco!

Uomo 11: Le ragazze di qui sono eccezionali. Sanno cucinare bene, fanno tutto ciò che vuoi, sono eccezionali… Perché con loro c’è la libertà. Quella totale. Si può fare l’amore tutte le volte che ti va. Lo fanno bene. Le europee non fanno più l’amore, sono fredde!

Uomo 12: Qui con loro ti senti veramente giovane. Ringiovanisci. Nei nostri paesi invece ti senti un povero vecchio. Anche se hai soldi ti senti un povero vecchio… qui invece è bellissimo, stai da dio. Qui se ho 60 anni posso stare con ragazze meravigliose di 20 o 21 anni. Questa è la differenza. Le sembra niente? [Le comprate?] No, non vengono con noi solo per i soldi, lo fanno per amore!

Uomo 13: [Per amore?] Certo!

Uomo 14: Sono appassionate, sempre affascinanti, sempre servizievoli.

Uomo 15: Le nostre donne sono sempre e solo interessate a loro stesse, e questo fa la differenza. Qui invece sono sempre disponibili, sempre preoccupate del loro uomo. Dicono sempre come vuoi tu. Le nostre invece dicono sempre come voglio io, perché innanzitutto ci sono loro. Sono insopportabili!

Uomo 16: … Non puzzano, non sudano!

[Pattaya era un villaggio di pescatori, poi la guerra del Vietnam, navi americane, i marins in licenza premio...]

Uomo 17: Tutto quello che vede all’orizzonte prima non c’era. Qui non c’era niente, assolutamente niente. E’ stato costruito negli ultimi anni. E sa chi lo ha costruito? Le ragazze, queste ragazze! E sa una cosa? Siamo in televisione e non posso dire come lo hanno fatto… [Vendendosi? Prostituendosi?] Sì, certo. Così! Così!

Controvoce di Mae: Non siamo state noi. I vostri appettiti hanno costruito questo mostro che cresce nutrendosi delle nostre vite e si specializza nel soddisfare ogni vostro desiderio. Voi chiamate questo posto paradiso, città dell’amore. Questa invece è la città delle iene e degli sciacalli. La vostra città. Voi siete come le iene pronte ad aggredire l’animale ferito, quello più indifeso. Qui sbranate povere schiave, vittime di fame, guerre e dittature. Povere creature destinate a morire di vergogna e di malattie. Come me, che muoio di Aids.

[In Thailandia più di un milione i contagi di Aids, gran parte nel mondo della prostituzione.]

Uomo 18: Ma smettiamola! Vengo qui da 10 anni e non ho mai saputo di una sola ragazza che sia morta di Aids. Qui muoiono per incidenti coi loro motorini. Chiaro? Sono stato con più di mille di queste ragazze e non ho mai trovato una che avesse l’Aids!

Uomo 19: Le donne lo fanno per i soldi, eh, non è che c’è il macrò qua!

Uomo 20: Non sono costrette a fare ciò che fanno. Qui non ci sono protettori, non c’è nessuna mafia che le obbliga ad andare con gli stranieri, se no le ammazza. E se realmente volessero, potrebbero tornarsene al loro villaggio in qualsiasi momento a vivere una vita normale. [Ne è proprio sicuro?] Al cento per cento, al cento per cento!

Controvoce di Mae: Non è così, e la vostra non è ignoranza. Solo un infame può pensare che una donna possa decidere volontariamente di essere un niente piegato ai desideri del vostro ventre. Basterebbe chiedere e ascoltare la voce e la storia delle mie povere sorelle in arrivo ormai da ogni angolo del mondo pur di rendere attraente questo vostro parco giochi delle mille bambole di ogni razza e colore. Infinite lacrime che non volete ascoltare…


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Perdono ai mafiosi

Mafiosi trattati da cristiani. Esistono due Chiese.

di Franca Fortunato

Nel leggere gli interventi seguiti, su questo giornale [Il Quotidiano della Calabria, 14/09/2012], all’omelia del vescovo Fiorini Morosini in occasione della festa della Madonna di Polsi e alla lettera pastorale di Monsignore Nunnari, mi sono tornate alla mente le parole che Rosaria Schifani pronunciò nel Duomo di Palermo il giorno dei funerali del marito Vito Schifani, l’agente morto, nella strage di Capaci, insieme a Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Allora, rivolgendosi ai mafiosi e modificando il testo preparatole dal sacerdote, che prometteva loro il perdono se solo si fossero pentiti, lei disse: <Io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio… Ma loro non vogliono cambiare, loro, loro non cambiano, non cambiano>.

Dopo l’uccisione del giudice Borsellino, Rosaria fece un lungo viaggio tra le vedove di mafia e scrisse una lunga lettera ai mafiosi. Affidò il tutto al giornalista Felice Cavallaro, che ne fece un libro “Lettera ai mafiosi – Vi perdono ma inginocchiatevi”, ed. Tullio Pironti.

Nella lettera Rosaria riprende il problema del perdono e, rivolgendosi ai mafiosi, scrive: < Avete perduto, uomini senza onore. State perdendo pure i figli che guardano le vostre mani sporche di sangue. Il disprezzo vi sommergerà. Forse siete in tempo per non farvi odiare dai vostri stessi figli. Io vi perdono ma inginocchiatevi (…). Se noi ci convincessimo che non possiamo più perdonare allora finiremmo per darvi partita vinta, per ammettere che l’alternativa alla barbarie è altra barbarie, come qualcuno nella disperazione ha pensato, perché di tanti di voi si conosce tutto e la vendetta sommaria potrebbe bilanciare le stragi sommarie. E’ questo lo scenario che mi atterrisce e che deve obbligare noi, assetati di giustizia, a cercare solo giustizia e non altro (..). Io vi perdono ma dovete inginocchiarvi. (…) Voi mafiosi, voi corrotti siete nei guai, braccati nelle vostre stesse case, perché quel che io intuisco lo capiranno i vostri figli e, guardandovi negli occhi, faranno scattare l’odio per il padre. Accadrà quando scopriranno la rovina di un’esistenza e allora, come io spero, in assenza di un pentimento reale dei genitori, potranno ribaltare e violare il comandamento divino, potranno ribellarsi e rinnegarvi. Vorrei poterlo dire guardando con pietà e con amore ognuno di questi ragazzi: rinnega tuo padre, se è mafioso. A questo vorrei condannarvi signori della morte mentre la mia fede mi obbliga a parlare del perdono perché è scritto nella Bibbia e nella storia di Cristo che in croce ha invocato il Padre: < Dio perdona loro>. Debbo farlo anch’io dalla mia croce, le croci che mi avete scaraventato addosso il 23 maggio e il 19 luglio. Io invito al perdono, escludo la vendetta ma chiedo alle belve di inginocchiarsi e agli uomini di agire per fare vera giustizia (…). Ma loro non vogliono cambiare; loro, loro non cambiano>.

Il problema, perciò, – come scrive Rosaria – non è il perdono che, ogni credente, come lei, è disposto a dare in presenza di un reale pentimento, ma il cambiamento dei mafiosi, la loro “conversione” – come la chiama monsignore Morosini – che per Rosaria non verrà mai.

In attesa, comunque, che qualche mafioso si penta in seguito a una crisi religiosa – cosa che fino ad ora non è successo – resta il problema per la Chiesa di spiegare a se stessa e a tutti noi come è stato possibile che assassini abbiano potuto sentirsi a loro agio nella Chiesa. Come è potuto accadere che non sentissero alcuna contraddizione tra l’essere mafioso e l’essere cristiano.

Loro si sono sempre considerati dei cristiani. Credono in Dio, nella Chiesa di Roma, vanno a messa,  si comunicano, fanno battezzare i loro figli, fanno fare la comunione, si sposano con rito religioso (anche quando sono latitanti), fanno da padrini di cresima ai tanti che glielo chiedono, ricevono l’estrema unzione se muoiono nel loro letto e pretendono il funerale religioso, sono tra i massimi benefattori di molte parrocchie, organizzano le feste nelle processioni.

Non esiste alcun mafioso ateo o anticlericale. Come è stato possibile che vittime e carnefici siedano la domenica nello stesso banco e preghino lo stesso Dio? Come è stato possibile che feroci assassini si siano trovati in pace con Cristo e la sua Chiesa e credono contemporaneamente nel Vangelo e nell’omicidio? Domande che, partendo dall’assunto che “la religione è una componente dell’identità dei mafiosi”, Isaia Sales si pone nel suo libro “I preti e i mafiosi - Storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica”, ed. Dalai, e ne dà alcune risposte convincenti. < La chiesa nel suo complesso – lui scrive – non ha considerato le mafie e tutte le organizzazioni criminali come un nemico ideologico (…). Le mafie non hanno mai attaccato alcun dogma della Chiesa, non hanno avvertito nessuna necessità di farlo. Ne è un esempio il concetto di famiglia. Le mafie si sono ispirate al concetto di famiglia prevalente nella dottrina cattolica, compreso l’aspetto della morale sessuale (…). La Chiesa ha ingaggiato una lotta ideologica contro le eresie, contro il modernismo, contro il liberalismo, contro il comunismo, contro i contraccettivi, contro l’aborto, contro il divorzio>. Un mafioso va recuperato e – come ha scritto monsignore Giuseppe Agostino nella sua lettera pastorale – “non si tratta di emettere la scomunica proclama”, cosa che, invece, la Chiesa ha fatto tranquillamente con chi ha combattuto ideologicamente.

Non si dica che non esistono due chiese, per fortuna della  Chiesa stessa. Dopo l’uccisione di padre Puglisi, così scriveva padre Fasullo sulla rivista “Segno”: < A Palermo ci sono due chiese dai comportamenti diversi. Quella di padre Puglisi che considerava insanabile la frattura tra mafia e il Vangelo, e coloro che vanno a colloquiare con i mafiosi sospinti dal desiderio di ritrovare ad ogni costo la pecorella smarrita>.

E in Calabria?  Ricordando le parole di don Tonino Bello : < Non mi importa chi è Dio, mi basta sapere da che parte sta >, credo si possa dire con tranquillità, credenti o non, al di là di ogni omelia o lettera pastorale, che Dio non sta dalla parte dei mafiosi perché – come disse Rosaria in quel Duomo - : < Troppo sangue, non c’è amore qui, non c’è amore qui, non c’è amore per niente (..).

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mediterranea

Udi Catania – settembre 2012

In Siria continua la coraggiosa resistenza della popolazione contro il regime di Assad. Le testimonianze dal Pese non sono numerose, spesso non verificabili, e comunque sempre tragiche, addirittura macabre.

Mediterranea dedica questo numero speciale con la traduzione di una intervista curata dalla scrittrice francese Florance Ollivry (profonda conoscitrice della Siria a cui ha dedicato diversi scritti) a tutte le ragazze e le donne siriane imprigionate, torturate, violentate, scacciate dalle loro case e uccise dal ‘macellaio’ di Damasco, lasciate in sua balia dalla logica degli ‘equilibri’ in questa parte dell’area mediorientale.

L’intervista è a Yaman Al Qadri, 19 anni, studentessa di medicina a Damasco, arrestata nel novembre 2011. La sua testimonianza ci fa comprendere come ‘lavorano’ i servizi segreti del regime, in particolare dentro l’università e in alcuni centri di detenzione e come il regime organizza la sua propaganda. La sua è la testimonianza di una sopravvissuta, mentre migliaia sono le vittime senza nome e senza volto.

Yaman, parlaci della mobilitazione degli studenti all’università e della tua in particolare, dopo l’inizio della Rivoluzione.

Dopo i fatti di Dar’a (una delle prime città che nel marzo 2011 si è ribellata al regime e contro cui è stata scatenata una repressione sanguinaria) gli studenti hanno provato compassione e senso di ribellione, pur avendo paura ad esprimere la loro indignazione. Da decenni il regime ci controlla e ci tiene sotto con la paura. Non tollera voci di dissenso. Le nostre famiglie, fin dall’infanzia, ci insegnano a non parlare di politica. Indignati per le torture inflitte ai bambini di Dar’a, gli studenti di biologia e di medicina si sono riuniti in silenzio, vestiti con abiti bianchi, con un fiore in mano. Molto presto i miliziani del regime che operano in università li hanno attaccati. Questi agenti erano in realtà studenti, membri della cosiddetta “Unione degli Studenti”: il governo utilizza questa struttura per controllare gli studenti dentro l’università e non esita a ricorrere alla violenza quando lo ritiene necessario. Il presidente di questa “Unione” è uno studente del 4° anno, è sempre armato, tutti gli studenti lo conoscono e lo temono. Negli stessi giorni gli studenti di odontoiatria hanno esposto uno striscione per lo ‘sciopero della dignità’ e hanno distribuito volantini. Ma generalmente tutti avevano paura e l’azione è stata molto limitata nell’università di Damasco nella primavera del 2011.

Mediterranea_speciale_settembre_2012

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Consultori familiari

Perché difendere e potenziare i consultori familiari ci aiuta a risparmiare

di Pina Adorno e Maria Marcelli

Sappiamo tutti che il momento che stiamo vivendo non consente di sprecare le risorse ormai estremamente limitate di cui disponiamo, e sappiamo anche che per affrontare i serissimi problemi che la società del 2000 ha di fronte è necessario dotarsi di un piano globale che ottimizzi  le risorse e metta in sinergia le linee di intervento già in atto o da implementare nei diversi settori.

Non sappiamo ancora nel dettaglio a cosa porteranno i tagli nella sanità che in questi mesi sono allo studio del governo Monti, tagli necessari per ridurre il debito pubblico e che coinvolgono tutti noi.

Ci preme però sottolineare un aspetto che riteniamo fondamentale se vogliamo razionalizzare la spesa sanitaria ed eliminare gli sprechi: i servizi di primo livello vanno salvaguardati e in prospettiva incrementati perché consentono di massimizzare i risultati in termini di salute con il minor costo possibile. Infatti, servizi come  i consultori familiari consentono di investire sulla salute della popolazione in termini di stili di vita sani, con un effetto moltiplicatore sul benessere complessivo  e sulla consapevolezza di ciascuno della propria responsabilità nella tutela della salute, prevenendo patologie che richiederebbero in prospettiva costi molto maggiori.

Negli ultimi anni, analisti delle banche centrali, economisti vincitori di premi Nobel, esperti di organismi internazionali dedicati allo sviluppo, hanno sottolineato la necessità di aumentare gli investimenti pubblici per sostenere :

  • la relazione madre bambino nei primissimi anni di vita, (questo sulla base di studi che dimostrano che tali interventi possono mettere le nuove generazioni sulla strada di uno sviluppo delle loro potenzialità, prevenendo vari tipi di esiti sfavorevoli a medio e lungo termine)
  • i servizi dedicati alla salute delle donne per la possibilità di incidere  in termini di salute sull’intera popolazione.  

Si potrebbero stimare anche in Italia i costi e i risparmi che un servizio di primo livello organizzato come il Consultorio Familiare  può assicurare, per questo abbiamo delineato nello schema che segue alcuni indicatori utili: 

 

OBIETTIVI

EFFETTI ATTESI

POTENZIALI RISPARMI

tutela salute donna

maggiore ricorso alla prevenzione e alla diagnosi precoce

minori costi per interventi per patologie in fase avanzata

applicazione legge 194

promozione uso contraccezione

minori costi per  IVG                                                                               I rapporti annuali del Ministero della salute confermano che nei territori in cui operano i CCFF è più evidente la riduzione del ricorso all’IVG

promozione della salute sessuale e della fertilità in età adolescenziale

riduzione delle gravidanze indesiderate in età adolescenziale

minori costi sanitari e sociali per l’assistenza di gravidanze a rischio

consulenza preconcezionale

promozione di stili di vita sani per prevenzione gravidanze a rischio e patologie dei nascituri

minori costi sanitari e sociali a breve – medio e lungo termine

 

(-Nei paesi anglosassoni la stima sui ritorni economici degli interventi precoci di sostegno alla relazione madre bambino è stata calcolata da due-tre volte a dieci-quindici volte quanto investito)

 

sostegno gravidanza e gruppi di accompagnamento alla nascita

riduzione dell’eccessiva medicalizzazione

migliori esiti per la gravidanza e il parto

riduzione del n° di parti cesarei

sostegno alla genitorialità e promozione di azioni efficaci per la salute del bambino

maggiore soddisfazione nella relazione madre padre bambino

attivazione di reti di mutuo aiuto tra pari

promozione allattamento seno

riduzione del n° di patologie per incidenti e per SIDS

 

Se al contrario non si riconosce il valore e l’efficacia di investire sulla “base” della piramide dei servizi sanitari e sociosanitari  significa che l’obiettivo non è lo stato di salute della popolazione e che il modello di riferimento non è quello del servizio sanitario pubblico, ma un sistema che incentiverà il ricorso alle assicurazioni private, moltiplicando le prestazioni specialistiche che saranno accessibili solo a chi se le potrà permettere.

Per questo ci stupisce  leggere  nel “Piano Famiglia” formulato di recente dal governo, un attacco al modello consultoriale in quanto tale, soprattutto perché caratterizzato come servizio di genere, dimenticando che tutte le agenzie internazionali considerano prioritario intervenire per la salute delle donne, ritenute target strategico per la possibilità di incidere in termini di salute sull’intera popolazione, oltre che per la necessità di riequilibrare le discriminazioni che le colpiscono per quanto attiene tutti quei fattori considerati determinanti di salute.

Ci preme invece ricordare che «quando le donne stanno bene, tutto il mondo sta meglio» e lo afferma un grande economista contemporaneo come Amartya Sen!

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Baci, università e cani

              

 

 

                Tre riflessioni di

            Simona Toscano

 

Il bacio.

Se un bacio facesse un bucio tutti li grugni sarebbero sbuciati. Il bacio. Che grande cosa. La comunicazione spesso inizia dal bacio. Non ogni comunicazione, ma quelle più personali sì. Ogni bacio, un’emozione diversa. Da piccoli tutti ti vogliono baciare, allora “avoja a buci”. Non solo mamme, papà e parentame tutto. Ma tutti vogliono baciare un bimbo. Se sei disabile te vogliono bacia’ a ogni età, nemmemo dessi le grazie. Nemmeno fossi una santa o un angelo. Ah già i disabili lo sono, angeli, asessuati. Una volta una vecchietta si è chinata su di me piccola e, all’epoca, indifesa per baciarmi e rialzandosi ha detto “Peccato, è pure bella”. Azzo, già sono disabile fammi essere pure brutta… Eppure, può sembrare strano, anche noi cresciamo e anche noi usiamo il bacio per affetto o per desiderio. A volte, perché no, per essere un po’ giuda.

Non tutti i baci sono uguali, c’è quello dolce, quello violento, quello affamato. Certi baci sono capaci di mandarti in orbita e non te l’aspettavi. Altri che sognavi, se arrivano ti deludono. Al liceo soffrivo perché il bello della scuola quello che “ce provava co’ tutte” a me, ovviamente, non mi filava nemmeno dipinta. E stavo male, non perché mi piacesse, ma perché “ce provava co’ tutte”. E io? Cosa ero? L’illuminazione è arrivata dopo.

Non mi vergogno a dire che alcune cose, a partire dal bacio, le ho vissute in ritardo. E non nego che mi sentivo indietro rispetto alle mie amiche. Però poi quando ho iniziato a vivere anch’io delle storie, il tempo è stato cancellato. E, non è che non avessi storie perché disabile, sebbene non faciliti, ma ho capito di mettere io per prima barriere. E, nonostante, per me quella parte di vita sia iniziata a 33 anni, ne sono felice e vado a testa alta. Però, fare la ventenne a 40 è decisamente più faticoso.

30 Agosto 2012

***

All’università non possono accedere tutti. Eppure nella Costituzione c’è scritto il contrario.

All’università non possono accedere tutti. Eppure nella Costituzione c’è scritto il contrario.

 “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Art. 3 Costituzione.
Rosanna di Terlizzi, si è diplomata con il massimo dei voti. Rosanna ha una patologia che la blocca a letto, secondo alcune testate, secondo altre è sulla sedia a rotelle. La sindrome di Werdnig-Hoffman è una forma di atrofia muscolare. Rosanna vorrebbe studiare psicologia. Ma nessun Ateneo può “accoglierla” facendole fare gli esami in videoconferenza. Troppo costoso.

Allora, chi è che può diventare padrone della mia vita? Io, Rosanna con tutte le rotelle a posto, non posso studiare? I disabili hanno sconti sulle tasse universitarie, perché? I soldi delle tasse invece potrebbero essere usati in questi casi.
Io, che mi sono diplomata solo perché non mi ci volevano più, sono uscita con 40, ho potuto accedere all’università. E lei, che ha delle capacità superiori alla media, non può. Tutti avrebbero diritto di tentare. Anch’io l’ho avuto. E pensare che, alle elementari consigliarono ai miei di portarmi a Lourdes, e al liceo di mandarmi in una scuola privata. Eppure non abbiamo dato retta a nessuno, ovviamente. Per Rosanna è tutto più difficile, ma mi auguro che le permettano di studiare per essere utile alla società.

29 Agosto 2012

***

Cani abbandonati in città. Non sono persone, ma nemmeno chi li lascia morire sotto il sole lo è.

Non sono un animalista. Mai stata. Non sono vegetariana, senza carne sto male. Sono stata vicino al mio gatto fino alla fine, l’ho curato, coccolato con un’idea in mente “Non è una persona”. L’ho tenuto in braccio quando gli hanno dato il sonnifero affinché vedesse me, alla fine. 800.000 persone si sono offerte di accompagnarmi, io ho detto si. Poi, un giorno, uscendo dall’ufficio, sotto la canicola di agosto, mi sono presentata dal veterinario che l’aveva ricoverato per le analisi, e l’ho fatto in perfetta solitudine.
 
L’ho versate due lacrimucce, vero, ma non era una persona. A distanza di due anni leggo che una famiglia ha lasciato morire il cane malato in giardino, a Roma in pieno centro. Ma come si fa’? Un cane, un gatto sebbene non siano persone, sono, diventano, di casa. Micio Patato, ebbene si, si chiamava così, andava e veniva, mi accompagnava per il quartiere, mi aspettava al ritorno dall’ufficio in giardino (fosse solo per rotolarsi nella terra e sfidarmi), saliva sul divano per farsi coccolare perché sapeva che a terra non arrivo. Insomma, un pazzo in linea con l’atmosfera della casa. Una persona diremmo. No, un gattaccio simpaticissimo. Ma un gatto. Io ce l’avevo e io con tutto l’impegno l’ho seguito fino alla fino. Se non avessi voluto non l’avrei nemmeno preso con me.
17 Agosto 2012

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Perdere la nipotina

Un commento arrivato al post ’Cara Luisa’.

Sono una nonna che ha perso una nipotina a causa della PAS. Voi signorine femministe dovreste vergognarvi a boicottare l’affido condiviso e la protezione dei bambini da questo orribile abuso.

Mia madre mi insegnò: chi regge il sacco è ladro quanto chi ruba.

E allora chi nega gli abusi sull’infanzia è colpevole quanto chi li compie.

Anna Rosa

***

Rispondiamo.

Gentile signora Anna Rosa, ci sforziamo di capire. Intanto se un dispiacere l’ha colpita, dispiace sinceramente anche a noi.

L’appellativo femministe (signorine pure, ma anche vivaci ottantenni) sembra che lei lo usi come per dire donne poco di buono, cattive, velenose, arrabbiate e violente, con gli occhi iniettati di sangue, un serpente per ogni capello. Niente di tutto questo.

Ogni donna che fa rispettare i suoi diritti, che non si fa calpestare, che non si fa trattare da essere inferiore in un certo senso è femminista. Cioè difende se stessa ma nello stesso tempo difende anche la parte cui appartiene come sesso, che subisce la stessa condizione. Questa necessità nasce dalla consapevolezza di avere tutte e tutti gli stessi diritti e doveri, una pari dignità tra donna e uomo. Se gli schiavi non avessero preso consapevolezza e non si fossero rivoltati avremmo ancora gli schiavi. Una persona o una collettività che subisce una condizione effettiva di oppressione ha il diritto di liberarsene. Per quanto riguarda le donne c’è un archetipo che dice comanda l’uomo. E’ giusto invece che né l’uno né l’altra pretendano di comandare, ma semplicemente si sforzino di dialogare e condividere, imparando a gestire i conflitti civilmente, anche se dolorosi, senza farsi giustizia da sé. Sa sicuramente che le donne cadono come mosche, una ogni paio di giorni per mano di mariti, conviventi, amanti, fidanzati, fratelli e anche padri. Senza parlare di quelle picchiate, maltrattate, umiliate. Non risulta il contrario, cioè che donne uccidano ogni due tre giorni uomini. Tragga, gentile signora, le conseguenze. D’accordo, non tutti gli uomini sono così.

Quanto all’affido condiviso e corresponsabile nessuna si sogna certo di boicottarlo. Il buon senso e la dottrina giuridica però ci dice che l’affido non può essere dato in condivisione quando vi siano stati tratti di manifesta violenza esercitata da una delle parti genitoriali. Anche sessuale, quindi pedofilia incestuosa. Il principio della condivisione non può e non deve essere quindi assoluto, ma subordinato alla condizione di fatto riscontrabile. Se vuole può dare un’occhiata qui.

E quanto alla Sindrome di alienazione genitoriale o PAS, se ripercorre all’indietro la sua storia si renderà conto che nasce principalmente come sostegno e consulenza legale e in effetti proprio al genitore di fatto alienante e abusante, consentendogli di assumere il ruolo di vittima / parte lesa e consentendogli anche, ricevuto l’affido condiviso o esclusivo, di continuare nel suo ruolo di abusante. Così, se la bambina o il bambino mostra disagio col padre, la responsabilità è attribuita alla madre che ha manipolato e plagiato tanto da far ammalare la bambina o il bambino stesso, ed ecco la sindrome, un disturbo psichiatrico addirittura conferito in via ipotetica o per deduzione meccanica su un quadro descrittivo di parte. La teoria viene divulgata a proprie spese dal suo inventore (che si offre anche di insegnarla gratis, 400 i casi di consulenze di parte affidatigli) con una sua casa editrice creata appositamente per scavalcare la peer review, cioè lo scambio di discussioni e critiche con la comunità scientifica. Chi la formula, è molto tenero con molestatori e pedofili creando una sorta di teoria ad personam, rovescia i termini e colpevolizza in ultima analisi fondamentalmente la donna. Per esempio se un marito abusa della figlia, è colpa della moglie che non soddisfa il marito, e non solo, viene raccomandato inoltre di avere tanta comprensione col genitore pedofilo perché la pedofilia, dice l’inventore, è praticata da miliardi di persone (accepted practice among literally billions of people). Chi la formula, il dottor Richard Gardner, muore suicida ferendosi più volte e poi piantandosi un grosso coltello nel cuore. L’autopsia rivelerà un quadro tossicologico da sostanze psicotrope.

UDIrc

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Modello Reggio CC

Cosa insegna a una donna il caso FALLARA?

di Franca Fortunato

ORSOLA Fallara, la dirigente più potente del Comune di Reggio Calabria sotto il governo dell’ex sindaco Giuseppe Scopelliti, la sera del 15 dicembre 2010 “vaga per la città, arriva al porto, spegne la macchina, si ferma qualche minuto. Qui avrebbe deciso di farla finita. Ingerisce l’acido. Poi chiama i carabinieri con il cellulare e chiede aiuto. Una pattuglia arriva in pochi minuti. Ed è in ospedale prima di notte”, dove morirà due giorni dopo. Così raccontano Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano, e Gianluca Ursini, giornalista dell’Unità, nel loro libro “Il caso Fallara – Storia del “modello Reggio” e del suo tragico epilogo”. Come tante/i – suppongo – non ho creduto al suicidio di Orsola Fallara ma – secondo i due autori che si rifanno alle conclusioni della Procura che ha archiviato il caso – si è trattato proprio di un suicidio, anche se alcuni punti oscuri restano.

Bene, accettiamo il fatto che Orsola Fallara si sia suicidata e allora la domanda è perché l’abbia fatto. Perché temeva di essere arrestata? Perché temeva di non reggere emotivamente all’accusa di aver sottratto denaro illegittimamente alle casse pubbliche? Perché lasciata sola e isolata dai suoi “amici” politici? Per non denunciare nessuno? Lei, come dirigente dell’ufficio Finanze e Tributi – ci dicono Baldessarro e Ursini – “era depositaria di mille segreti, era lei che amministrava tutti i flussi di denaro in entrata ed uscita, che autorizzava pagamenti d’ogni genere” e su quei flussi si è costruito il “modello Reggio” che l’ex sindaco, Giuseppe Scopelliti, divenuto governatore della Calabria, disse voler esportare in tutta la Calabria, tanto ne andava (ne va ancora?) fiero.

La magistratura, la Corte dei Conti, gli ispettori del ministero delle Finanze, prima che l’opposizione politica e i due giornalisti, hanno squarciato il velo di quel modello, costruito su una gestione del denaro della collettività a dir poco “allegra”, irresponsabile, clientelare, quando non illegale. Orsola Fallara, insieme al sindaco, è stata protagonista convinta di quel “modello”. Un modello fatto di distribuzione a pioggia di denaro pubblico, di incarichi e lauti compensi a avvocati, professionisti e tecnici. E intanto la città sprofondava nei debiti. Che cosa ha lasciato veramente il “modello Reggio” alla città è presto detto: un debito di oltre 170 milioni di euro.

Sarà la magistratura e i tribunali ad accertarne gli eventuali reati. Restano le responsabilità politiche di coloro che erano al governo della città, a partire dal sindaco, Giuseppe Scopelliti, rinviato a giudizio per “abuso d’ufficio” e “falso in atto pubblico”. Non si può parlare di Orsola Fallara, come donna pubblica, senza parlare del sistema di potere che sta dietro il “modello Reggio”, in quanto lei, da emancipata qual’era, ne è stata, per scelta consapevole, parte organica e protagonista attiva.

Che cosa insegna a una donna, come me, la sua storia? E’ stata una donna devota, fedele, sino alla fine, a colui che lei definiva “l’unico politico con la P maiuscola che riconosco”. Non ha mai denunciato o richiamato alla proprie responsabilità chi con lei ha governato il Comune per dieci anni. Si è assunta tutte le colpe. Si è fatta compagna in politica di un uomo che non ha esitato a smentirla, a prenderne le distanze, almeno pubblicamente, salvo poi, a rinvio a giudizio avvenuto, invocarla come la sola che avrebbe potuto discolparlo. Una donna che cosa ha da perdere o da guadagnare quando perde la sua libertà e la sua autonomia? Cosa ha da perdere o guadagnare nel seguire con devozione estrema un uomo nei suoi sogni di potenza, facendoli diventare propri? Ha da perdere tutto, anche la vita. Ha da guadagnare solo potere e denaro. Ecco cosa mi insegna Orsola Fallara con il suo suicidio. Dopo di lei, nessuna donna può dire che non lo sapeva.

***

[Le conclusioni degli Ispettori ministeriali nella loro relazione]

Conclusioni
Dall’esame dei comportamenti esaminati sono state evidenziate una serie di problematiche afferenti le materie oggetto di indagine.
Per ciò che riguarda la situazione contabile dell’ente, sono state rilevate pesanti irregolarità, consistenti nella mancata imputazione di oneri agli esercizi di competenza e nella conservazione tra i residui attivi di crediti non supportati da titolo giuridico.
Inoltre, sono stati adottati artifici contabili al fine di occultare la reale situazione finanziaria dell’ente.
Tali irregolarità hanno comportato l‟esposizione di un risultato di amministrazione nettamente migliore di quello reale, celando, in realtà, un disavanzo di amministrazione, al 31.12.09, superiore ai 140 milioni di euro. Nell‟anno 2010 la situazione finanziaria dell‟ente è ulteriormente peggiorata, portando il disavanzo ad oltre 160 milioni di euro.
Si ribadisce, anche in questa sede, che i risultati esposti debbono necessariamente essere considerati approssimati per difetto.
Anche in relazione all‟utilizzo delle risorse di cassa sono state rilevate pesanti irregolarità, che hanno portato l’ente ad utilizzare le risorse vincolate e l’anticipazione di tesoreria in violazione alle previsioni del TUEL.
Le irregolarità riscontrate hanno prodotto effetti anche in relazione alle disposizioni relative al patto di stabilità.
Relativamente all‟anno 2007, l’ente ha comunicato dati palesemente errati, al solo fine di far figurare il rispetto dei limiti imposti dalle norme di riferimento, che, in realtà, erano stati abbondantemente superati.
Le irregolarità contabili, inoltre, hanno consentito all’ente di far figurare il rispetto del patto di stabilità per gli anni 2008 e 2010, che, in realtà, è stato violato.
Non avendo rilevato il mancato rispetto del patto di stabilità, l’ente non ha rispettato le sanzioni previste per gli enti inadempienti, consistenti, essenzialmente, nell’impossibilità di effettuare assunzioni di  personale e di far ricorso all’indebitamento.
In merito a quest’ultimo argomento, nell‟anno 2006 l’ente ha posto in essere un’operazione di ristrutturazione, della quale, peraltro, non è stato possibile valutare la convenienza economica, finalizzata a rinviare nel tempo gli oneri del debito.
Inoltre ha fatto ricorso, con la medesima finalità, ad una serie di contratti di interest rate swap. In conseguenza degli stessi l’ente ha  sinora  ottenuto benefici finanziari, con la prospettiva di dover sostenere nel futuro, in base alle attuali tendenze evolutive dei mercati finanziari, spese di ammontare superiore.
L’esame delle posizioni debitorie accese presso la Cassa Depositi e Prestiti ha, poi, consentito di rilevare come non sempre l‟indebitamento sia stato utilizzato per il
finanziamento di spese d’investimento, in violazione del principio dettato dall’art. 119, comma 6, della Costituzione.
L’esame delle problematiche concernenti il personale ha evidenziato  numerose criticità, sia per ciò che riguarda la costituzione dei fondi per il trattamento accessorio che il loro utilizzo.
Vanno inoltre riviste le modalità di utilizzo delle progressioni orizzontali, che non risultano conformi alla normativa di riferimento.
Anche relativamente alla  gestione del personale  dirigente sono state rilevate numerose problematiche, in particolare per ciò che riguarda le risorse inserite nel fondo per il trattamento accessorio.
E’ stata, inoltre, riscontrata l’erogazione di somme, in violazione del principio di onnicomprensività della retribuzione, sia al personale dirigente che al personale del comparto.
Quest’ultima problematica impone una profonda revisione dei comportamenti gestionali, finalizzata a riportare le procedure  amministrative nell’ambito della regolarità. In  particolare, si segnala come qualsiasi incarico svolto nell’interesse dell’ente rientri nel normale rapporto di lavoro intercorrente tra le parti, senza che possa in alcun caso dar luogo all’erogazione di compensi non previsti dai contratti collettivi nazionali.
Ulteriori irregolarità sono state rilevate in relazione al conferimento degli incanchi dirigenziali a tempo determinato. I dirigenti sono slati individuati in assenza di una specifica procedura selettiva debitamente pubblicizzata ed in numero superiore ai limiti previsti dall’art. 19, comma 6, del D.Lgs. n. 165/01.
Roma. 19.08.11

I Dirigenti dei Servizi Ispettivi di Finanza Pubblica

dott. Giovanni Logoteto / dott. Vito Tatò

(foto UDIrc)

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Cara Luisa

Cara Luisa,

noi donne dell’UDI ti siamo profondamente vicine e siamo indignate per le minacce che tu e il Manifesto state subendo per il solo fatto di fare informazione corretta e attenta al mondo delle donne.

Esiste evidentemente chi non sopporta che si sia sollevato un velo di ipocrisia e di omertà sul potere e sulle aspettative di alcuni uomini e pensa che una libera informazione sia intollerabile, così come non sopporta un libero confronto parlamentare.

Siamo orgogliose del tuo lavoro che tanto ha significato per tutte noi in questi mesi e siamo orgogliose dell’attenzione e della forza con cui GIULIA prende posizione sul tema. Nonostante gli attacchi questo ci rende più forti tutte e saremo ancora più vigili su PAS e tutte le forme di violenza di genere.

Per questo contiamo su di te e il tuo giornale perché teniate duro.

Con grande solidarietà e affetto da tutte noi.

Vittoria Tola

Carissime/i,

vi mando il comunicato di Giulia (rete nazionale giornaliste autonome) in mio sostegno per le minacce e denigrazioni che sto subendo sul web a causa dell’informazione che faccio in difesa delle donne e dei minori, contro la violenza di genere, sulla Pas e sull’affido condiviso. Il mio blog Antiviolenza sul Manifesto è stato invaso da commenti violenti e diffamatori, tanto che ho dovuto momentaneamente sospenderlo per la seconda volta, mentre su altri siti (quelli della lobby pro-Pas) si usano formule diffamatorie per disconoscere il lavoro di informazione mettendo anche la mia foto come fosse un wanted da ricercati. Non solo, perché lo stesso Manifesto ha ricevuto lettere e minacce di querela che mi hanno messo non poco in difficoltà con il giornale che, come sapete, non naviga in buone acque, ma che mi ha sempre permesso di articolare con grande libertà i temi di cui mi occupo, compresa appunto la Pas e i ddl in discussione al senato sull’affido condiviso.

Questa presa di posizione pubblica di GIULIA e delle giornaliste italiane è importante perché è come aver avuto un “timbro di garanzia” sul lavoro che ho svolto e svolgo, ed è fondamentale che sia divulgato il più possibile: ve lo chiedo dal profondo del cuore perché non sto passando un bel momento a causa di questa continua pressione di gruppi che stanno facendo cyber stalking in maniera costante e aggressiva con una intimidazione che ha lo scopo di ridurre in silenzio l’informazione sulla Pas e sull’affido condiviso, disconoscendo anche le gravi forme di violenza sulle donne e incitando a quella violenza stessa.

Grazie

Vi ringrazio per quello che fate

e vi abbraccio forte

Luisa

ecco il comunicato di Giulia:
UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org

***

“E’ un aspetto, questo, dello strano mestiere di cronista che non cessa di affascinarmi e al tempo stesso di inquietarmi: i fatti non registrati non esistono. Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta gente viene perseguitata, torturata e uccisa! Eppure se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro è come se questi fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenze, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta. E’ una triste constatazione; ma è così ed è forse proprio questa idea – l’idea che con ogni piccola descrizione di una cosa vista si può lasciare un seme nel terreno della memoria – a legarmi alla mia professione” (Tiziano Terzani su Caffènews).

Dunque ogni cosa è come se non esistesse se non viene raccontata, comunicata, interpretata. Le donne lo stanno facendo, in massa, partendo da se stesse e dai loro problemi. Fa paura.

Additare al disprezzo, infangare, perseguitare e minacciare fisicamente chi solo racconta e informa sui diritti negati è la risposta di quella parte maschile che non vuole vedere, che si rifiuta di capire, che non vuole abbandonare privilegi e comando. E’ un comportamento violento che istiga alla violenza e raccoglie perfino consensi con la tecnica dei siti e degli account fake, clonati o sotto l’etichetta contro la violenza sulle donne.

Luisa Betti recentemente, e Loredana Lipperini e Lorella Zanardo  e Femminismo a sud … e tante altre per aver solo parlato di PAS, ddl 957, di violenza che subiscono le donne fino ad essere uccise – una ogni due tre giorni – o di altro che non piaccia e che riguardi le donne, sono state insultate e minacciate.

Perché questa voglia irrefrenabile di infliggere costrizione, di distruggere o almeno ridurre in libertà vigilata ogni pensiero libero e generoso… perché questa voglia di rifiutare verità documentate, minacciare, nascondere problemi, dire che non esistono piuttosto che discuterli …  O stravolgerli, mistificarli, o al contrario inventarli, lontano dalla realtà. E poi soprattutto contro donne. Ai  perché che le riguarda danno risposte la loro storia passata e recente e le statistiche di violenza subita.

Restare unite in solidarietà, ingrossare le fila e costruire reti è la nostra risposta, in difesa dei nostri diritti.

Ma le pressioni contro un giornalismo libero e le minacce a giornaliste e giornalisti che si occupano di temi non graditi o da tacere, è un fenomeno più ampio di quanto non si sospetti, esteso in tutta Italia e non solo. Un triste costume.

Tentativi di leggi bavaglio, per l’editoria cartacea/elettronica (più difficile da controllare, ma siti, blog, account-fb sospesi dove bastano solo le segnalazioni sono all’ordine del giorno); ora divieto di riprendere e fotografare durante le sedute pubbliche in Comune (a Frascati, altri Comuni si appresterebbero ad adottare le stesse disposizioni con la scusa della privacy); dirottamenti di pubblicità, ritorsioni, vendette, querele a perdere, pallottole in busta …

Concita De Gregorio racconta quante notifiche ricevesse all’epoca della sua direzione dell’Unità (in media due notifiche al giorno, cosa mai successa né prima né dopo la sua direzione, dunque in quanto donna) e come trovò scritto sul muro davanti casa sappiamo dove dorme tuo figlio, a un dibattito su “giornalisti minacciati, giornalisti sotto processo”, organizzato a Ferrara.

Ossigeno per l’informazione è un osservatorio permanente proprio sulle giornaliste e sui giornalisti che subiscono minacce e che dispone di una lista di casi a partire dal 2007 e aggiornata a luglio, ma sicuramente incompleta. Redige inoltre rapporti annuali, non guidati da un’ottica di genere,  ma dove le giornaliste sono ben presenti.

Nils Muiznieks commissario del Consiglio d’Europa per i diritti, proprio a giugno, ha lamentato il fenomeno delle minacce ed esorta i governi  a proteggere chi subisce minacce e a punire chi le esercita.

“Anche se non adotta i tradizionali metodi di censura basati sul controllo preventivo dei contenuti, un governo può essere accusato di censura se non fa abbastanza per combattere e punire gli episodi di violenza contro i giornalisti, perché l’impunità incoraggia l’emulazione dei violenti”.

“La libertà di espressione e di stampa è vitale per la democrazia perché ne condiziona altre, come la libertà di riunione e di associazione. L’impunità, poi, incoraggia il ripetersi della violenza. Ecco perché è urgente che i governi europei e l’intera classe politica condannino con fermezza tali aggressioni. Debbono fare in modo che le inchieste siano trasparenti e conducano rapidamente alla punizione dei responsabili. Inoltre, le autorità dovrebbero sollecitare una collaborazione tra la polizia e gli organi di informazione e considerare le aggressioni a giornalisti non solo come un atto di violenza, ma come un vero e proprio attentato alle libertà e ai diritti fondamentali dell’Uomo” (Ossigeno).

Il procuratore Piero Grasso per il suo settore cita il rapporto di Ossigeno e dichiara che il fenomeno, in espansione, non può non suscitare allarme.

Su CaffèNews tre storie di croniste minacciate e una mappa visiva dei dati di Ossigeno.

Ma le minacce alle donne che parlano di donne non rientrano in un generico malcostume, nascono da un contenitore comune universale che bisogna svuotare, seguono un legame di subordinazione millenaria che bisogna sciogliere.

Grazie Luisa. UDIrc

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mediterranea

Udi Catania – luglio 2012

Bentornata Rossella – Rossella Urru è a casa.

Paese – Libia/ Le prime elezioni: elette 33 donne (= 16,5% su tot. di 200).

Paese – Palestina / Bashayir, 15 anni, sindaca palestinese (mentre non c’è scuola).

… nei Territori palestinesi: nel villaggio di Illar, a 20 km a nord di Tulkarem una ragazza di 15 anni, Bashayir Uthman, ha assunto l’incarico di sindaco per due mesi, la durata delle sue vacanze scolastiche. Si tratta di un coraggioso esperimento di educazione alla pace, all’amministrazione dell’Autonomia palestinese, alla parità…

Paese – Siria / Donne in armi: siriane di Homs hanno deciso di armarsi contro le violenze del regime di Assad.

Paese – Grecia / Un quinto di donne nel nuovo Parlamento (=20% su 200)

Paese – Mondo / Corte Penale Internazionale – La nuova giudice Fatou Bensouda (giudice del Gambia), inizia il suo mandato

Paese – Mondo / Leila Zerrougui, esperta giuridica algerina, nominata Rappresentante speciale aggiunta all’ONU, a difesa dei bambini

Paese – Mondo / Tutte alle Olimpiadi, umiliate le saudite … Sarah e Wodjan

ALLEGATO : Persone/Libri/Film

Racconto tutto al giudice Borsellino” sul n.25 (luglio/agosto) della rivista online Casablanca

… è nata l’ABEM, Associazione Biblica Euro-Mediterranea

 Mediterranea_luglio_2012

 

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Ti hanno violentata? Devi pentirti

Franca Fortunato ci segnala un suo articolo sulla rivista Casablanca n.25 di luglio-agosto che riassume la storia di Anna Maria Scarfò, con crudele paradosso rinata come donna nel coraggio e nella consapevolezza, ma tuttora ferocemente bersagliata.

E’ anche una storia di donne. Le donne di famiglia solidali con mariti fratelli figli padri stupratori, le donne che sostengono Anna Maria: sua madre Aurora, la sua avvocata Rosalba, e moltissime in tutta Italia.

Ha ancora bisogno di noi. 

vedi anche:

Appello per Anna Maria Scarfò

Per Anna Maria Scarfò

Per Anna Maria Scarfò lunedì 27/2

Processo per minacce ad Anna Maria Scarfò, 27/2/2012

Annamaria-Sospesa l’udienza la vita è domani

Ancora per Anna Maria Scarfò

 

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Rispetto e amore in pochi minuti

 

Rispetto e amore in pochi minuti, per mezzo di una macchina e con vantaggi sociali e ambientali. Peccato che VicRoads non sia di casa da noi. E’ una Corporation con compiti governativi, una sorta di ANAS, nel piccolo stato australiano di Victoria. Si occupa di strade e ambiente, ma tra le finalità e i suoi obiettivi mescola strani concetti eversivi ed è contemplato che non si possano costruire strade o fare manutenzione o ricostruire o… senza tenere in conto per esempio di:

  • garantire la libertà dalla discriminazione, molestie e mobbing
  • utilizzare le opinioni degli altri per migliorare i risultati
  • prendere decisioni e fornire consigli in merito e senza pregiudizi, incoerenza, favoritismo o interesse personale
  • agire abbastanza obiettivamente considerando tutti i fatti pertinenti e criteri fair
  • attuare i programmi e le politiche di governo equamente
  • prendere decisioni e fornire consulenza in coerenza con i diritti umani
  • attivamente attuare, promuovere e sostenere i diritti umani

Non male. Sembra la politica, come piacerebbe (e dovrà accadere), condivisa con le donne come modello globale.

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